Siate folli

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I mini-meta-racconti che seguono sono stati composti da persone con problematiche di tipo psicotico, disturbi dell’umore e disturbi di personalità. Vivono in una comunità riabilitativa dove frequentano un laboratorio ideato per loro da Silvia Tironi, specializzata in fotografia terapeutica nonché cara amica, che ho avuto il piacere di supportare.

I vari contributi, che per comodità suddivido in due post, prendono spunto da degli incipit già scritti e si sviluppano intrecciando immagini e narrato. Faranno parte di un cine-racconto collettivo che conto di poter ospitare in futuro.

Ho deciso di pubblicare il “grezzo” dei racconti perché sono frutto di uno sforzo che è davvero difficile misurare o anche solo immaginare, e perché ritengo che nella loro essenzialità abbiano qualcosa da dire.

Ogni brano è preceduto da alcune note biografiche sugli autori, che portano nomi di fantasia. Esse sono volutamente ironiche, perché la follia, quella sana di cui tutti abbiamo bisogno, comincia col non prendersi troppo sul serio.

P.

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Banana

Tre sorelle espulsive, di cui una disabile; un fratello assente.

Leggendo l’incipit ha detto: mi ricorda la mia nonna.

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Nonna sedeva sul dondolo dove passava tutti i pomeriggi a sferruzzare. Rocchetto, ferri, forbici sempre a portata di mano. I suoi occhi sognanti vedevano altrove, senza curarsi del gattino che srotolava i gomitoli di lana ai suoi piedi.

Mentre nonna lavorava ad un golf, le tre figlie su una panchina ascoltavano le sue storie.

Raccontava del passato, di come un tempo i prati erano in fiore con le margherite, quelle alte

e al lungo tavolo ci si trovava tutti insieme per mangiare e festeggiare.

Al piano superiore la nipote stava dormendo in un sacco a pelo.

Svegliata dalle chiacchiere, si prepara una buona colazione.

Guarda fuori dalla finestra e ammira le bellezze del creato e la tranquillità.

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Foto di: Maria Elisa Buzzeo, Daniela Bertuletti, Silvia Casarone, Riccardo Ruspi, Carmelo Provazza.

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Superman

Genio della matematica. Se gli fai una domanda, risponde dopo qualche minuto.

Solo, niente genitori. Se ne prendono cura due zii, che però non sono all’altezza della situazione.

Gli sono piaciuti i ragazzi nel bosco.

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Appena smise di nevicare uscirono dalla capanna e si addentrarono felici nel bosco.

Iniziava a imbrunire e i tronchi neri degli alberi risaltavano sul tappeto soffice ai loro piedi, immacolato.

Affondarono i calzari in quel manto senza fare rumore.

Il tonfo dei grumi di neve che scivolavano dai rami, il loro respiro affannoso misto alle grida di gioia erano gli unici suoni che potevano udire.

Superarono le balze di corsa, senza paura di cadere.

Erano invincibili, nulla poteva fermarli.

Finché a un tratto, solo, in mezzo a una radura, lo videro.

Un orso, nel buio del bosco.

Iniziarono a correre perché inseguiti dall’animale e attraversarono un torrente per seminarlo

(sai la storia dell’odore che se ne va, se ci si lava).

Incapparono in una rete da cacciatore e vi rimasero impigliati.

L’orso era sempre più vicino finché, invece di mangiarli, li aiutò a liberarsi.

Era un orso buono e fecero amicizia.

Riconobbero lo steccato vicino a casa ed invitarono l’orso per una cena,

diventando grandi amici.

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(*) Nota di Silvia: al termine, Superman mi guarda negli occhi ridendo e dice: “Non esistono orsi buoni da invitare a cena”.

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Foto di: Riccardo Ruspi, Morena Petrongolo, Daniela Valli, Philippa Stannard, Andrea Cardacaccia, Margherita Lazzati.

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Minù

Si chiama così perché miagola sempre in cerca di attenzioni, come la Minù degli Aristogatti.

A suo dire non è in grado di fare nulla, quando in realtà le basta avere qualcuno accanto e se la cava benissimo da sola.

Il suo sogno è quello di tornare a casa sua, ma non può ancora permetterselo. Ogni tanto delle voci bruttissime la trasformano nella pazza del grande schermo e allora urla roba del tipo sei una puttana!, ti scanno!, eccetera, eccetera.

E’ sola, ma ha un amico di 80 anni che prima del virus veniva a trovarla tutti i giorni.

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Dicevano tutti che era fortunato, che i suoi alberi erano sempre verdi, la staccionata in ordine e tinteggiata di fresco.

Ammiravano il suo prato ben rasato, le finestre di casa ridenti, i gerani rossi ai davanzali.

Erano invidiosi.

Ci provavano a ribaltare la situazione, a mettere tutto sotto sopra.

Lo giravano all’ingiù e quando lo riportavano con i piedi per terra, una tormenta di neve improvvisa copriva ogni cosa.

Poi tutto si chetava: i fiocchi diradavano, il cielo si tingeva di nuovo di azzurro, il sole tornava a splendere sul suo giardino illuminato.

Ma a lui questo non bastava, voleva conoscere il mondo al di fuori della sua sfera, della stanza e della casa in cui era contenuta.

Un giorno di primavera vide che il giardino della casa che lo “ospitava” era bello più di quello nella sua palla di cristallo.

C’erano alberi e fiori bellissimi e si accorse che forse chi portava la neve non era geloso del paesaggio nella sua boccia.

Uscito in esplorazione sentì il rumore delle onde del mare e vi si avvicinò.

Dal mare uscì una sirena, desiderosa di lasciare la sua “bolla”, il mare, e di andare in esplorazione del mondo.

L’omino della bolla di neve, allora, accompagnò la sirena nell’esplorazione del mondo. Tornarono a casa e entrarono insieme nella sua boccia di neve.

Si erano innamorati.

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Foto di: Daniela Bertuletti, Mara Ronchi, Emanuela Saita, Carmelo Provazza.

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Francesco

Vista la sua religiosità, non potevamo chiamarlo che così.

Famiglia molto molto molto numerosa, ma completamente assente. Lui non li cerca e loro nemmeno, forse per il passato burrascoso.

Vive in comunità da molti anni e nonostante desideri tornare a casa, non l’ha ancora fatto per l’aggravarsi ciclico della sua condizione, che spesso lo porta ad assomigliare a un deportato dei campi nazisti.

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Quasi ogni notte il ragazzo fa lo stesso sogno.

E’ in un bosco, manca poco all’alba. Fa freddo ma lui non lo avverte, anche se il fiato gli si appiccica al naso.

Si muove piano fra i sassi coperti di muschio, ascoltando ogni rumore. Il bosco a quell’ora pullula di vita: sui rami, nei cespugli. Anche le rocce sembrano parlare.

Raggiunge un corso d’acqua. Sul bordo dell’acqua si guarda attorno e, certo di essere solo, si china a bere.

Attraversa il fiume e, sulla via, incontra un bambino che gioca con un aquilone.

Chiacchierano un po’, poi riprende il cammino.

Vede un fiore bellissimo – sembra una calla della Prima Comunione – e lì accanto una rondine.

La rondine sta su un trespolo e non sa dove andare, così chiede all’aquilone – che il ragazzo si è fatto lasciare – quale sia la via per il nido.

L’aquilone risponde che avrebbe trovato il nido dove ci sono molte case.

Seguendo il percorso del fiume il ragazzo si ritrova al mare. Osservandolo è invaso da una grande tranquillità.

Quando si sveglia, si accorge di essersi addormentato sotto una grande roccia.

Soffia un forte vento.

Il rumore si fonde con quello del fiume.

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Foto di: Massimo Borri, Paola Giustini, Barbara Bernabei, Monica Accordini.

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(*) Tutte le immagini fotografiche sono state selezionate dagli autori.