Claudia Ruggeri

In questi giorni mi rifugio in qualche breve lettura. Versi, come morsi d’esistenza, di presenza a me stesso. Un breve, ma importante calore, goccia di linfa nella cannula che mi tiene in vita.

P.

.

Amo

del tuo volto

il tenero

versante

di luce

che ho sognato

accennare il mio

nome

contro un giorno

da mettere

al mondo

.

[da Dormire di gioia]

.

Quest’albero

che “tu” hai cresciuto

nel mio seno

duro come un cadavere

in un affanno cosmico

ispessisce

ed è la crudeltà

che tu piantasti

per essere ingannato

mentre io

relativa

t’abbracciavo.

Sento nel mio corpo

quel seme

che piantasti,

farsi albero,

crescere… ispessirsi

dentro un affanno

cosmico.

La crudeltà

mi ha preso

di stringerti

e ingannarti.

.

[da Canto di madre]

.

.

[Claudia Ruggeri, da Canto senza voce, Terra d’ulivi edizioni, 2013]

Questo verbo

.

Trovammo il marmo che fu soglia

e tutto tacque:

a te il grido, la parola

obliqua che pende

dal nome: a te quanto

i cieli crollati nel fiore rivelano.

Che la voce redima le vertigini

tra verso e precipizio, che annunci

la crepa nella sfera che ci strazia.

Accolto da una lingua questo verbo

benedica l’avvenire e lo devasti.

.

.

[Mattia Tarantino, da Fiori estinti, Terra d’ulivi edizioni, 2019]

.

Questo giovane poeta promette grandi cose.

P.

.

Immagine di copertina: Elio Scarciglia

Vito

.

Vito era un comandante,

ha fatto la guerra.

E ancora dava ordini

a soldati dietro le scrivanie

in attesa di sferrare l’attacco.

.

Gli mancava l’adrenalina

prima della battaglia

quella cosa che, difronte al pericolo

fa degli umani un branco compatto.

.

Vito rideva l’attimo dopo,

perché si vedeva.

Sono un figlio di puttana – diceva.

Io ho ammazzato.

Scuoteva la testa: il giudizio

di chi non può più essere salvato.

.

E Vito sapeva

che la morte se lo stava prendendo.

Ha scelto di fare come voleva,

rifiutando le mani di chi

gliene offriva una più lenta

anonima e fredda.

.

Col culo mio scopo solo io.

.

Al virus sono bastati due giorni

per fottere il suo cuore braccato.

.

Vito ha reso le armi

al suono di una sirena.

.

[P.B., 17/11/2020]

Domenica per me

.

Non so voi, ma io lavoro come un matto tutta settimana. Giornate da dieci, dodici, quattordici ore. Venti minuti di pausa, forse, passati in piedi accanto alla scrivania, giusto per non guardare il computer, masticando un panino, che adesso col lockdown non si può nemmeno scendere al bar. La sigaretta è un toccasana. E’ una vita di merda, sempre sotto pressione. Scadenze, nuovi lavori da prendere, offerte da chiudere, decine di mail da inviare o cui rispondere. Si vive alla giornata, non giorno per giorno. Solo la sera, o la mattina, prima delle otto, si può ragionare. Sta storia del virus sta peggiorando le cose: siamo meno liberi di prima, più sfruttabili di prima. Un giorno ci attaccheranno un catetere e ci inietteranno la fisiologica, così non ci dovremo più nemmeno alzare dalla sedia. Chissà come faranno con gli escrementi… Ah, ma una soluzione la troveranno di sicuro!

E’ così che la domenica – quelle che non passo in ufficio a recuperare gli arretrati – vengo assalito da un’ansia diversa e altrettanto paradossale. E’ l’ansia di leggere, scoprire, gustare, scrivere, condividere. Apro dieci testi diversi, uno dopo l’altro, passando da uno all’altro compulsivamente: libri, riviste, post, racconti… Metto mano ai miei lavori e alterno lettura e scrittura con bulimica frenesia. Godo, ma fino a un certo punto. Accendo il computer, leggo i blog, guardo il cellulare, ricevo e mando mail e messaggi. Insomma, mi incasino di nuovo. Ammetto che i social, le loro contaminazioni, le loro distrazioni, non sempre mi aiutano a fare ordine, a dare le giuste priorità, né forse ad essere veramente creativo. Mi serve staccare. Scrivo molto meglio mentre cammino in un bosco.

Ieri sera mi viene letta una breve citazione tratta dai diari di Etty Hillesum, che, rapportata ai tempi in cui lei li scriveva, mi ha dato parecchio da pensare. Riflettendo – e approfondendo – però, ho rivalutato la vivida e parossistica curiosità, letteraria e filosofica, della mente dell’Autrice e mi sono dato delle risposte. Non c’erano i social o altre forme di “distrazione”, c’era più tempo per fermarsi a pensare, e tuttavia la fame di conoscenza e l’urgenza di soddisfare il proprio bisogno su molti fronti e da più fonti contemporaneamente, sì. Le parole che seguono ne sono una testimonianza. Sta a noi, soltanto a noi, dunque, imparare a far buon uso degli strumenti che abbiamo e a godere delle possibilità che essi ci danno.

.

La scusa è sempre la stessa: non ho tempo, ho troppo da fare. Ma l’unica cosa a cui si approda è l’irrequietezza. Non si può permettere al silenzio di svilupparsi appieno, ma bisognerebbe gioire almeno dei brevi momenti di calma e introspezione che sempre più spesso si insinuano nella mia quotidianità. Per pura impazienza, invece, inciampo di continuo in quei brevi intervalli di silenzio, e mi accontento troppo in fretta illudendomi di riuscire ad ascoltarmi dentro; adesso, però, dopo settimane, non appena mi fermo a riflettere che questa mattina è tutta per me, mi rendo conto di quanta impazienza e quanto “vivere giorno per giorno” ci sia ancora in me.

.

La mia pazienza deve crescere ancora. Ne ho già conquistata abbastanza per aspettare quello che verrà, per avere fiducia che qualcosa verrà. Non so se avrò la pazienza di camminare per ore da sola attraverso un paesaggio solitario, di vivere da sola per settimane in un villaggio di pescatori sul mare, paga dei miei pensieri. Non ho ancora abbastanza pazienza per occuparmi di fiori, ascoltare musica, guardare dipinti e leggere la Bibbia. Tutto questo devo ancora impararlo, e va imparato per un’intera vita. Credo però di essere all’inizio. E ogni tanto sopraggiunge una grande pazienza, quella che alla lunga sarà la sorgente interiore da cui potrò attingere per il lavoro creativo. Ma sono sicura che quella pazienza sarà ancora interrotta, sul più bello, da una tensione; devo imparare a raccogliere tutta la pazienza che c’è in me, mettere insieme tutti i frammenti di pazienza per formare un’unica grande pazienza. […]

Santo cielo, questa scrivania somiglia proprio al mondo nel primo giorno della creazione! A parte gli esotici gigli giapponesi, il geranio, le rose tee appassite, le pigne che sono diventate reliquie, e una ragazza marocchina dallo sguardo animalesco e limpido, ci sono in giro sant’Agostino e la Bibbia e le grammatiche russe e i dizionari e Rilke e innumerevoli piccoli taccuini, una bottiglia di surrogato di limone, carta per scrivere a macchina, carta copiativa, Rilke, cioè ancora una raccolta, e Jung. E tutto questo è solo ciò che si trova in giro al momento, ci sono anche gli ospiti fissi della scrivania, appoggiata contro il muro. E la cosa più straordinaria è che c’è ancora spazio per me e per il mio quaderno.

.

[Etty Hillesum, Diari 1941-1943]

.

Ed eccomi qui a scrivere e trascrivere questo post, interrompendo una lettura che denota un’animosità intellettuale fuori dal comune, farcendola del mio vissuto con l’urgenza di farne presto pagina di un mio anomalo diario, aperto sul mondo, per una possibile condivisione.

Diavolo, son già quasi le sei!…

P.

Tutto ciò che so

di Roberto Concu

C’è una parola ricorrente nelle 52 poesie che compongono questa silloge, ed è rivoluzione. Roberto Concu ha la voce dell’uomo vissuto, di colui che è andato al di là del mare e canta l’eredità che il viaggio gli ha lasciato; spesso la sua è la voce di chi si rivolge al più giovane con parole di ammaestramento. Ma Roberto non è ancora giunto, né s’è placata l’eterna rivolta insita nella ricerca della verità, originatrice di poesia. Perché l’ignoto è la memoria che nutre la parola.

.

.

.

.

Verrà

verrà il tempo

in cui riabbracceremo

tutto ciò che siamo –

tigre e colomba –

con la compassione

che sola nasce dall’Amore.

.

Allora faremo festa insieme

danzeremo

la danza dell’anima

sulla tavola imbandita

faremo rivoluzione insieme

avremo il coraggio di chiamare

Eternità

quel tempo

fosse anche per un istante

.

.

.

Insegnami

l’essenza dei tuoi sguardi

insegnami

come il mare

a guardare il fondale luminoso

come il vento

ad andare oltre le stagioni

insegnami

la rivoluzione e la compassione

i sogni del silenzio

riconosciuti sul palmo delle tue mani

Insegnami

la danza della leggerezza

il passo dell’amore che salva

imprimi in me

il sigillo dei tuoi passi

come fossi sabbia

.

.

.

Dormono nella campagna

le bianche rose, le calendule, i nasturzi

se sapessero della nostra pena

ne morirebbero

perché siamo come loro

fiori tra i fiori

.

è tutto ciò che so

.

.

.

Nevicano fiori

.

la mattina

è una coperta fredda

sulle tue labbra

.

con l’addio della luna

bacio le tue palpebre

.

la luce è l’anima dei tuoi occhi

.

.

.

Non aver paura di seguire

il cuore sin dentro te stesso

laddove tutto è chiaro e possibile

.

Lascia che le illusioni

scivolino via tra le dita

quando sarà il momento del coraggio

.

non far differenza

tra verità e paure

son come fiori

la cui freschezza annuncia

la loro stessa rovina

.

non temere di percorrere

le strade dei sogni e osa

osa

perché ogni rivoluzione

passa per l’audacia del sogno

e il coraggio dell’azione

.

Non aver paura di

osservare come lente

crescono le querce

di guardare gli altri negli occhi

senza giudicare

scoprirai che la vita non è lotta

se non per i cuori grevi

e ogni sogno

sarà l’osare dell’amare

.

.

.

[Roberto Concu, Tutto ciò che so, Terra d’ulivi edizioni, 2015]