Manuale malincomico

di Odette Copat

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“Sono spesso i bambini a notarlo per primi, che come tutto inizia tutto finisce, credo che perché essendo nati ieri, hanno avuto meno tempo per attaccarsi al domani.”

[A Venezia con la sportina]

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Prendete una borsa piena di oggetti che manco sapete di avere. Svuotatela per terra e osservateli attentamente. Nessuno è inutile. Ci sono cose fondamentali, quelle che non ricordavate di averci messo, altre di dubbia provenienza. Brandelli di vita che tornano a battere alle porte della memoria insieme ad oggetti molto più quotidiani, come le chiavi di casa o il biscottino per il cane. Il fatto è che ogni cosa, a guardarla bene, ha una storia da raccontare. Dipende da noi.

“Non resta che raccogliere le carte che si hanno in mano e mettersi a ricomporle con gioco combinatorio perché, sempre, è con gli insiemi finiti che si impara a creare, non con le infinite possibilità.”

[Come Quando Fuori Piove]

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Adesso provate a rimettere tutto dentro. Non ci riuscirete. Perché una volta estratti e in qualche modo vissuti, quegli oggetti prendono vita, si espandono, vi percorrono. Ecco perché è difficile o forse del tutto privo di senso scrivere un articolo su un libro come “Manuale malincomico“. Bisogna leggerlo, e basta.

E’ un libro grande, non un grande libro. Non ne faccio una questione di “letteratura”, anche se vi ho trovato uno dei racconti più belli che abbia letto negli ultimi anni. Parlo di umanità, spirito, ironia, la cui definizione è iscritta proprio nelle pagine di questo libro: lo scarto che ci permette di osservare le cose in modo diverso, di analizzarle, interpretarle, setacciarle e ricondurle a una nuova verità, che poi nuova non è, perché è sempre stata lì sotto i nostri occhi, in attesa di essere vista. L’arte di non prendersi mai troppo sul serio e di riconoscere il senso di tante “piccole” cose, che tali sono solo all’apparenza.

“Anche se io penso che certi cuori leggeri siano il frutto di partite pesanti. Campi bagnati e scivoloni. Ginocchia sbucciate e cerotti smangiati, che addosso ai bambini sono toppe magiche in grado di guarire ogni graffio, ma negli adulti, negli adulti sono richieste d’amore.”

[A cuor pesante]

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Questo “prontuario” va tenuto sul comodino o sulla scrivania – come meglio credete, anche in ufficio come fanno certe mie sagge colleghe, sbocconcellato e letto alla bisogna, anche in compagnia, a voce alta. Sa essere un oracolo, un toccasana, una perla di saggezza o di “stupidera”: quel che serve a farvi sentire il passo più lieve così come a ponderarne l’importanza.

“Quella mattina ho visto tua madre buttare la spazzatura. Era scesa in ciabatte per strada. L’assenza, tutta lì.”

[Per strada]

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Odette sfrutta il susseguirsi delle stagioni per snocciolare i suoi tanti racconti e constatazioni, le sue quotidiane riflessioni, le sue poesie, le sue esternazioni. Nel farlo ne aggiunge una in più, di stagione, mostrando – se ce ne fosse stato bisogno, che ci sono libertà che non solo è lecito, ma è bene concedersi. Alla sua scrittura non mancano mai ritmo, musicalità e originalità. Non solo: è una continua illuminante esperienza del potere semantico e taumaturgico della parola, talvolta dialettale, contaminata o di nuova fattura (e lo dice uno che non stravede per i neologismi).

Ma c’è di più. Leggendo il suo diario, pensi che Odette sia la mamma che avresti voluto avere, l’amante fragile e stravagante cui avresti voluto offrire il braccio, l’amica con cui avresti dovuto parlare – davanti a un buon “taglio” di vino – per capire quanto sei (stato) scemo, ma che la vita, in fondo, ti offre sempre un’altra occasione.

“Ma la volta dopo riprendi a sbocconcellare, che è una via di mezzo tra il nutrirsi e il ballare. Perché hai la sindrome della scimmia e non ti passa, e quel che non passa lo sminuzzi e non ti ammazza.”

[La sindrome della scimmia]

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Buona lettura.

P.

Nuvole

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Steso sull’argine di un fosso, osservo le nuvole mutare forma in una serie di metamorfiche raffigurazioni. Lascio che giochino con la mia immaginazione. Se volessi, potrei essere ovunque. Col nonno, sullo Staffora, in una delle nostre mattinate di pesca. Il rumore bianco del canale sotto di me si anima, diventa un gorgoglio, mi riporta allo scrosciare incessante dell’acqua fra i sassi, mentre i riflessi di cristalli sommersi mi penetrano nelle pupille. Se chiudo gli occhi, odo il frusciare degli stivali nell’erba, il tintinnio delle canne da pesca sulla schiena del nonno e un’aria verdiana che gli esce dalle labbra fra gli sbuffi di sigaretta. Rivedo il suo sguardo sognante e vigile immerso nella natura intorno a noi.

Li riapro. I cumuli hanno cambiato figura: riconosco un toro mentre carica un cavallo a testa bassa, lo incorna sollevandolo da terra. Avverto l’enorme possanza nel collo dell’animale, ma non c’è ferocia nell’atto di sventrare il cavallo, bensì una sorta di dolcezza: la forza solida e calibrata di un plastico movimento di danza. Qualcosa di incredibilmente bello. Com’è possibile? mi chiedo. Come può essere gradevole un atto di violenza? Ciò che provo osservando i cumuli in cielo mi dà da pensare. Mi chiedo se ci si possa abituare alla violenza, alla guerra, all’odio, alla sofferenza, alla morte. Ciò che ho vissuto da quando sono partito per il fronte mi ha forse cambiato? Arriva un momento in cui non si ha più paura di nulla, rifletto. Non è così per tutti, ma a volte penso che la vita abbia la stessa consistenza delle nuvole a primavera.

Stiro i muscoli di gambe e braccia aspettando che il sole mi asciughi i vestiti. Sono stufo di stare immerso nell’acqua: dentro e fuori dai canali come una nutria in cerca di cibo. Avanziamo piano verso est, soprattutto di notte, cercando di cogliere il nemico di sorpresa. Un colpo di fucile interrompe il flusso dei miei pensieri e il frinire delle cicale. Si sono abituate anche loro, sorrido, al riprendere indisturbato del brusio. C’è un altro sparo, e dopo qualche istante un altro ancora. Sento il fischio del proiettile e il rumore dell’acqua mentre si immerge di sbieco nella corrente del canale. E’ a me che stanno puntando.

– Oltrepò! – sibila una voce. – Oltrepò! – ripete, a metà fra grido e sussurro. In guerra cambi nome, prendi quello della terra da cui provieni. E te lo tieni stretto, perché non sai se ci tornerai. Mi volto lentamente e scorgo un mio commilitone dietro un cumulo di rovi sul lato opposto del fosso. – Vuoi farti ammazzare? esclama imprecando. – Vieni! Siamo tutti di qua. Scrollo le spalle divertito. Non sto sfidando la sorte: sono fuori tiro. Un anno d’artiglieria farebbe bene a tutti.

Un altro sparo, dalla stessa distanza. Il mio cecchino non si è mosso, non sono ancora riuscito a identificare la sua posizione, ma sono certo che non si sia spostato. Mentre le cicale riprendono il loro concerto, mi immergo nuovamente nel canale, stando attento a non bagnare la parte superiore della casacca. Non lo attraverso, mi muovo lentamente con la corrente, raggiungendo dei folti ciuffi d’erba. Da lì, dopo un momento, lo vedo sollevare l’arma dopo averla ricaricata: è abbarbicato su un albero in fondo a un campo, posso immaginarlo mentre cerca un nuovo bersaglio o resiste alla tentazione di tirare a qualche animale. Non sembra avere intenzione di scendere, deve sentirsi al sicuro. Tasto istintivamente l’impugnatura del mio pugnale premendomi il berretto sul capo. So che stiamo tutti guardando nella stessa direzione. – Tu a destra, io a sinistra, – faccio al mio compagno. – Costeggiando il prato da entrambi i lati, possiamo accerchiarlo.

Al segnale del sottoufficiale, avanziamo tutti verso la nostra preda, che nel frattempo però abbandona la postazione, facendo perdere in fretta le proprie tracce. Mi stendo a terra e striscio fino a un filare di pioppi. Lo percorro per alcune decine di metri allontanandomi dal reticolo di rogge, verso i terreni a coltivo.

Sono immerso in un campo d’erba medica quando, alla mia destra, sento tuonare un nuovo colpo di fucile. Dal fragore capisco di essere vicino al punto di fuoco. Nascosto nell’erba, individuo il tiratore sotto un gelso, al riparo di un muretto basso di pietre. E’ sdraiato e si sente protetto. Spara un altro colpo e ricarica con calma, come se si trovasse a un’esercitazione.

Mi avvicino lentamente, protetto dalla vegetazione, certo di non essere visto. Quando sono a una decina di metri dall’obiettivo, infilo la mano nella cacciatora ed estraggo il mio ultimo thevenot. Mi alzo di scatto e glielo lancio contro. Lui se ne accorge all’ultimo e fa il gesto di alzarsi, nello stesso istante mi butto di lato e avviene l’esplosione. Alzo lo sguardo e lo vedo ricadere a terra.

– Preso! – esulto col cuore che mi salta nel petto. Istintivamente mi chiedo se qualcuno abbia assistito alla scena.

Resto immobile sul posto per qualche secondo con il respiro rotto di chi ha appena fatto uno scatto in salita. Sono convinto che il mio avversario sia morto, ma non ne sono sicuro. Estraggo il pugnale e avanzo con cautela. So cosa devo fare.

Mi avvicino piano, nell’aria, all’ombra del gelso, aleggiano ancora le tracce del vapore propagato dal mio ordigno: una nebbia sottile, dall’inconfondibile odore acre che sa di mandorla. Il soldato è riverso a terra ai miei piedi, supino, le braccia scomposte sopra la testa. Ha il ventre squarciato: il petardo gli deve essere scoppiato all’altezza dello stomaco mentre si sollevava sulle braccia.

Il mio racconto potrebbe terminare qui. Col mio vittorioso rientro fra i ranghi, le orgogliose pacche sulle spalle da parte dei miei commilitoni, evviva Oltrepò!, l’encomio del caposquadra e la ripresa delle nostre lente incursioni in avanscoperta sul Piave. Potrebbe finire così, ma non sarebbe onesto. Sarebbe ciò che voglio ricordare, non la realtà dei fatti. Perché la guerra è atroce, non eroica; la guerra è crudele, non giusta.

Ricordo la mattina d’inverno in cui vidi uccidere il maiale cui davo da mangiare ogni giorno chiamandolo per nome. Era ancora buio e faceva molto freddo, avevo dieci anni. Era la prima volta che prendevo parte a quel rituale. Il povero animale aveva capito tutto e si rifiutava di uscire dalla sua cella. Indietreggiava gemendo disperatamente. Avrei voluto tapparmi le orecchie per non sentire quelle urla, ma se l’avessi fatto sarei passato per un debole, una femminuccia. Mi convinsi che fosse una cosa necessaria, cui non potevo sottrarmi. Cercai di non pensare, di dimenticare, eressi una barriera emotiva dentro di me. Negli attimi che seguirono fu come se uscissi dal mio corpo e mi vedessi da fuori: non erano mie le mani che gettavano mestoli d’acqua bollente sulla pelle scorticata di una bestia sgozzata, non ero io il ragazzino che correva eccitato attorno al fuoco.

A cosa ho pensato mentre affondavo il coltello nel cuore di quel soldato? Cosa ha permesso ai miei sensi, alla mia mente, alla mia coscienza di finirlo come mi avevano insegnato a fare? Ho forse pensato ai miei compagni morti a decine sotto i colpi di cannone? A quelli caduti come foglie fuori dalle trincee? Ai feriti, finiti a colpi di mazza ferrata nella notte? Ho forse pensato ai villaggi sfollati e distrutti, a donne e bambini rimasti senza una casa? Può darsi, ma non ne sono affatto sicuro. Credo piuttosto di non aver pensato a nulla. Di aver agito d’istinto, come un automa. Nel mio cervello batteva un tamburo sordo che non mi permetteva di sentire, perché niente volevo sentire.

Mentre aspetto che i nervi si arrendano e i muscoli smettano di sussultare, una parte di me si convince che ho messo fine alla sua agonia, l’altra spera che in quello sguardo velato rimanga impresso il volto di chi gli ha dato la morte. Pulisco la lama sulla sua giubba, poi la apro e vi frugo rapidamente. Trovo un pacchetto di sigarette e me ne approprio avidamente. Nel farlo scorgo un taccuino infilato in una tasca più interna, lo tiro fuori e lo sfoglio: contiene diverse fotografie scattate in occasione di ricompense al valore. Le osservo con falsa indifferenza, conscio di aver tolto di mezzo un abile combattente che di certo ha provocato diverse perdite fra le nostre truppe. L’ultima, però, è una foto di famiglia; la vorrei evitare, ma non ci riesco. Sono tutti maledettamente giovani, biondi e belli, penso con una smorfia, soprattutto il bambino, un po’ imbronciato, in braccio al suo papà in divisa, in partenza per il fronte.

Vorrei poter dire di non essermi avvicinato, di essermi voltato e di essere andato via, appagato per aver sottratto i miei compagni al pericolo di un tiratore scelto ben appostato; fiero di aver eliminato, con un preciso quanto fortunato lancio di granata, uno dei tanti ostacoli alla riconquista del fronte.

Vorrei che fosse questo il mio pensiero, mentre sano e salvo raggiungo i miei sotto il cielo radioso e propizio di giugno.

Vorrei non aver udito quel lamento.

Sarebbe la mia soffice nuvola primaverile. Lieve, cangiante, passeggera. Ma falsa.

La verità, invece, giace a terra, fra i sassi.

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[P.B., 15/08/2021]

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Ispirato a una storia vera.

Electrified desires

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ELECTRIFIED DESIRES

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we don’t cut the cuticles

that leave their heads in our electrified desires

as ticks do

we don’t even trim the nails

to have them under control behind the bars

of the computer keyboard

we don’t even file them to protect ourselves from scratching

while we write down the passwords

with which we enter

the three gates of our single cell

in which we are keeping our freedom so passionately

just for ourselves

we are alone – in between the automatic electronic messages

whose endings are all the same

and the life that keeps failing to begin

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DESIDERI ELETTRIFICATI

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non tagliamo le cuticole

che lasciano la testa

nei nostri desideri elettrizzati

come fanno le zecche

non tagliamo nemmeno le unghie

per averle sotto controllo

dietro le sbarre della tastiera del computer

non le limiamo nemmeno

per proteggerci dai graffi

mentre annotiamo le password

con cui entriamo nei tre cancelli

della nostra unica cella

in cui custodiamo così appassionatamente

la nostra libertà solo per noi stessi

siamo soli – tra i messaggi elettronici automatici

– i cui esiti sono tutti uguali –

e la vita che continua a non iniziare.

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Traduzione dall’inglese a cura di Claudia Piccinno.

Altri inediti dell’Autrice sono disponibili su menabonline.