Maturità

Roberto entrò nell’aula con le braccia cariche di libri e la carta d’identità in bocca. Non fu esattamente quello che si definirebbe un ingresso trionfale. Il Presidente gli piantò addosso due occhi blu smeraldo da sopra un paio di occhiali da lettura, sguardo di cui Roberto nemmeno s’accorse finché non si liberò dei chili di cultura che portava inutilmente con sé e su indicazione del proprio membro interno, la professoressa Patrizi, si decise a porgergli il documento.

Lui prese l’identità di Roberto con due dita, la ispezionò brevemente e la passò alla professoressa alla sua sinistra affinché compilasse il verbale. Scrutò di nuovo il maturando, con circospezione, poi, lentamente, riportò lo sguardo nel punto in cui l’aveva alzato, la seconda colonna di un articolo di politica interna del Corriere della Sera.

Con un impacciato sorriso stampato in faccia, Roberto percorse il semicerchio di scrivanie davanti a sé in cerca di un qualche cenno di consenso, che non trovò. Scorse, invece, all’estremità alla sua destra, la mano sollecita della professoressa Patrizi che gli ingiungeva di sedersi.

– Eccoci qua…, – sussurrò piegandosi al proprio destino. La sedia stridette rumorosamente, al che Roberto farfugliò qualcosa, un po’ per smorzare il baccano, un po’ per riempire il silenzio che l’aveva accolto. Non s’accorse di quanto fosse scomodo e duro il sedile di plastica sul quale, pur occupando l’estremità anteriore, avrebbe sudato per la successiva mezz’ora.

Il fatto è che non aveva una strategia. Anzi, era frastornato, confuso. Aveva impiegato l’ultima mezz’ora fuori dall’aula nel vano tentativo di mandare a memoria l’intero Sistema Solare. – Ma la prof. di scienze non è una vulcanologa? – aveva chiesto, la voce rotta dalla disperazione. Sì lo era, gli risposero, ma se fino a quel giorno aveva basato le proprie interrogazioni su magma e mineralogia, quella mattina sembrava aver cambiato totalmente rotta e ai primi due interrogati aveva chiesto solo luna e pianeti.

– Ah, cazzo.

– Non li hai ripassati? – Chiese Luca, il suo compagno di banco, senza riuscire a trattenere un ghigno.

– No, cazzo

Le mani di Roberto aprirono meccanicamente lo zaino ed estrassero un pesante tomo dal titolo Elementi di scienze della terra. Iniziò a sfogliarlo nervosamente.

– Stai tranquo, – disse Luca, che l’orale ce l’aveva di lì a qualche giorno. – Non ti preoccupare, ci son qua io, andrà tutto bene.

– No! Non li hai studiati?! – Esclamò Enrico, melodrammatico, scuotendo la testa e battendosi la fronte.

Roberto deglutì piano trattenendo un conato. Come se non bastasse, arrivò anche Caterina, la secchiona della classe. Che diavolo ci faceva lì? Doveva fare l’esame nel pomeriggio, aveva detto che avrebbe passato la mattina a casa a ripassare. A lei bastò uno sguardo per capire la gravità della situazione che, dall’espressione schifata che fece, dovette giudicare irrimediabile. Cazzo…

Seguirono circa quindici minuti in cui i timpani di Roberto vennero percossi stereofonicamente dai due compagni con raggi, circonferenze, orbite e rivoluzioni, equinozi, solstizi, masse e forze gravitazionali. Luca ed Enrico si alternavano elencando le caratteristiche di Venere, Mercurio, Marte e Plutone, l’immancabile Giove e Saturno con i suoi anelli, infine la Luna. La Luna, certo, così vicina, la nostra amata Luna… Cazzo.

L’orale non era ancora cominciato, ma la schiena di Roberto era tutta sudata.

Il Commissario di Scienze, una donna scialba, sulla quarantina, con un caschetto di capelli scuri, labbra sottili e dei grandi occhiali, sfogliò distrattamente il registro in cerca d’ispirazione. Dava l’idea di conoscere già il finale della storia. Esitava sulla linea di porta senza decidersi a buttar dentro un goal già fatto. La mattina dopo la finale dei Mondiali, intravista a sprazzi interrompendo il ripasso al richiamo delle urla in salotto, la metafora calcistica veniva facile.

– Bene. Di cosa vogliamo parlare? – Disse, chiudendo il registro e posando uno sguardo calmo sull’esaminato. Non era una domanda quella, era una frase di passaggio, un’introduzione. La domanda c’era, eccome, ma prima che la professoressa riuscisse a formularla, Roberto le fu addosso come un fulmine. Vulcani! Parlerò dei vulcani, sì! Sono la mia passione. Glieli racconto…. La bocca della docente era ancora aperta e Roberto già dissertava di lava acida e basica, di forma conica, a scudo, di eruzioni storiche, cristallizzazioni metamorfiche, temperatura, viscosità, faglie trasformi… terremoti!

Ed ecco che, in tralice, gli occhi del Presidente, laconici e lucenti, furono su di lui un’altra volta. – Parliamo di vulcani… – intervenne. – Io sono di Catania, mi dica un po’ dell’Etna… Fu come sfondare una porta aperta, opporre all’impeto dell’onda marina un timido argine di sabbia. Seguì una vera e propria inondazione. Roberto dilagò tirando tutte le frecce che aveva alla faretra, che tutto sommato non erano poche.

Il Commissario, tradito dalla falsa partenza non redarguita, provò invano a intervenire, riprendere in mano le redini della discussione e dirigerla altrove, con ogni probabilità oltre la stratosfera. Roberto, terrorizzato all’idea che ciò potesse accadere, non le diede mai modo di farlo. Ogni volta che lei prendeva fiato o alzava un dito, un sopracciglio, tentando d’interromperlo, la difesa di Roberto raddoppiava, triplicava, subissandola di parole; l’accerchiava rubandole palla senza darle nemmeno il tempo di alzare la testa. Lo spirito di sopravvivenza aveva dato a Roberto la forza di un fiume in piena, una colata lavica, una sciara del fuoco. E l’efficacia di un catenaccio degno del Trap.

La professoressa desistette. Serrò un’ultima volta la bocca e strinse gli occhi sullo sguardo eccitato dell’esaminato, incredulo di aver concluso il primo tempo senza subire goal. – Va bene così, – sentenziò. In fondo, il proprio dovere l’aveva fatto.

Fu la volta del Commissario di Lettere.

– Come cambiano… – furono le sue prime parole, mentre cercava una corrispondenza fra la foto del sedicenne appiccicata alla carta di identità aperta sulla cattedra, e il viso coperto di peluria dell’esuberante diciottenne che le stava seduto di fronte. Roberto colse lo sguardo incuriosito della donna e sorrise. Occorre dire che, inconsciamente, se ne innamorò all’istante. Colpo di fulmine, come si suol dire; a diciott’anni ci può stare. Nel suo caso, almeno un paio di volte al giorno. Ma quella volta, date le circostanze, era destinata a rimanere impressa per sempre nella sua memoria.

Occhi verdi. Capelli lunghi rossi, puntati qua e là da un fermaglio d’argento. Macchie di efelidi decoravano la sua pelle chiara esaltando il colore degli occhi. Ogni volta che muoveva le mani, il suono dei bracciali che portava ai polsi per Roberto era un invito alla danza.

Sorrise anche lei.

– Si parlava di vulcani, – disse.

Roberto annuì rapito.

– Anche in letteratura se ne parla…, – continuò la docente.

Ci fu un momento di silenzio. Roberto assentì, senza capire di dover proseguire la frase.

– Ricordi qualche brano letterario che parla di vulcani? – Lo aiutò lei.

– Uh! Sì, certo… -. Mentre riordinava le idee, Roberto pensò che fosse una di quelle domande aperte, di ragionamento, fatte per sondare la tua preparazione. In pochi istanti ripercorse il programma dell’intero quinquennio e pensando che non avrebbe trovato di meglio, si fermò al primo spunto che gli venne in mente. Lanciò un’occhiata alla Patrizi, la sua insegnante di lettere, già visibilmente sulle spine, e senza troppa convinzione affermò: – La letteratura classica. Quella latina per la precisione. Plinio il Vecchio, ad esempio, ci ha consegnato una significativa testimonianza delle eruzioni del Vesuvio…

– Qualcosa di più recente? – Lo interruppe la professoressa.

– Di più recente? – Fece eco Roberto.

– Sì, qualcosa di più vicino a noi, qualcosa di molto noto…

Per quanto si sforzasse, a Roberto non veniva in mente nient’altro. Evidentemente gli stava sfuggendo qualcosa d’importante, qualcosa di grosso, ma per lui era il vuoto totale.

– Più recente… Noto… – Prese tempo.

Cominciò ad agitarsi, lo sguardo smarrito, annaspava di fronte a un muro bianco. Alla sua destra la Patrizi saltava sulla sedia.

I secondi scorrevano inesorabili, come le gocce di sudore sulla sua schiena, cominciò ad udirsi un brusio alle sue spalle. La vergogna lo stava paralizzando del tutto, la Patrizi fremeva, mordeva il freno quando avrebbe voluto sbracciare e urlare come un allenatore a bordo campo. Roberto, ormai disposto a prendersi sulle spalle la piena responsabilità del fallimento, teneva ostinatamente lo sguardo dritto davanti a sé. Finché improvvisamente udì una sorta di fruscio, un agitarsi di foglie al vento… sss…stra…estrnestrLa ginestra!, sibilò a chiare lettere la Patrizi, lo sguardo furente.

– Ma porca putt… Porcaccia la miseriaccia! – Esclamò in due tempi Roberto. – Ma certo! Leopardi, La ginestra!

Le risa alle sue spalle ruppero la tensione, ma non fu nemmeno necessario, il Commissario dagli occhi verdi l’aveva già perdonato. E, di riflesso, anche la Patrizi. Imbarazzato e deluso per non esserci arrivato da solo, rischiando di rovinare tutto, Roberto accolse l’assist del proprio membro interno e cercò lo slancio per involarsi di nuovo verso la porta. Doveva portare a termine il compito e cercò di farlo al meglio.

Rispose puntualmente alle domande successive e si procurò da solo, di lì a poco, l’occasione per un abile dribbling dal sapore pirandelliano. Cinguettò con la professoressa a sonagli per diverse manciate di minuti, che volarono via con leggerezza finché, recitato il rituale canto dantesco, si pose fine all’idillio. Lei si appoggiò allo schienale con un sorriso enigmatico che, concluse Roberto, doveva significare una certa soddisfazione, e prima di consegnarlo al professore di matematica, volle fare un rapido excursus sulla sua prova scritta. Con fare a un tratto formale disse che anche Roberto, come altri, era caduto nella trappola della traccia, sbagliando approccio: la tesi di D’Annunzio andava confutata. Ma nello sposarla Roberto aveva dimostrato una fondata capacità di argomentazione. La valutazione del suo lavoro, pertanto, era più che positiva.

Ecco. I ricordi di Roberto si fermano più o meno qui. O forse qualche attimo prima. Ad uno sguardo. Quello che se non maturo, per la prima volta lo fece sentire uomo.

[P.B., 12/7/2020]

Se non ricorso male, il 9 Luglio, il giorno dopo la finale dei mondiali del ’90, sostenni il mio esame orale di maturità. Raccogliendo un la (o un assist) ispiratomi da Katia, ho deciso di raccontarlo attraverso il mio alter ego Robert(o). Sono passati trent’anni ormai… Che dire? Bei tempi!

In copertina: dal film Notte prima degli esami, web.

diverso

non ho mai pensato di voler tornare indietro

rifare il cammino dall’inizio

cambiare il tragitto

il corso degli eventi

reinventarmi una vita dal momento in cui

tutto era ancora possibile.

non sono un nostalgico

non è la gioia di quella età

non mi manca niente.

perché tornare sui banchi di scuola

da capo, alle prime esperienze

quando è oggi il tempo per godere?

vorrei solo essere diverso

da quello che da sempre sono.

[P.B., 17/6/2020]

Dello scrittore

[diffidate gente, brutta razza]

 

Scrittore

 

Scrivere è un mestiere per solitari. Ti prosciuga. In un certo senso, uno scrittore non ha una vita propria. Anche quando l’hai di fronte non c’è veramente.

 

[Paul Auster, da Trilogia di New York, Einaudi Ed.]

 

Letto così, fuori dal contesto in cui è incastonato, sembra il classico aforisma. Facile, banale. Il mito dello scrittore, la maschera dietro la quale (ci) si compiace, con la quale (ci) si diverte a giocare, interpretando il personaggio…

Il personaggio, appunto.

Quando ho iniziato a leggere Trilogia di New York, arrivando dall’energia centrifuga e imprevedibile di Singer (Nemici, cfr. alcuni precedenti post), ho pensato più volte di cambiare libro. Ne facevo sì una questione di stile, ritmo, passo, mood, che dir si voglia, ma anche di sostanza. La scrittura piana, il lento, paziente a tratti compiaciuto sviluppo di un pensiero lineare, per niente complesso, e di una psicologia del personaggio altrettanto accessibile, esposta quasi con piglio didattico… L’apparente fragilità della trama, a sua volta troppo chiara e spogliata di qualsiasi orpello e colpo di scena, intenzione questa dichiarata in modo programmatico fin dall’inizio, che fa sì che il lettore percepisca il vuoto e la mano dello scrittore che cerca di colmarlo… Insomma, tutto votava per l’abbandono. Avevo ancora voglia di montagne russe, di colpi di genio, di una scrittura che mi tenesse acceso di pagina in pagina, fatta di adrenalina e rimandi, di personaggi fascinosi, folli, esuberanti o straordinariamente inconcludenti; volevo ancora godere di intuizioni e immagini geniali.

Invece. Ero sceso da una Ferrari per ritrovarmi su un’utilitaria, per di più fermo, immerso nel traffico stagnante della Grande Mela.

Il titolo della Trilogia assegna a New York una responsabilità a mio avviso esagerata. E’ vero, lei c’è sempre. E’ forse l’unico punto fermo. A tratti è percorsa con dovizia di particolari, di indicazioni, che sembra quasi di sentire la voce di un navigatore o l’odore dell’asfalto sotto i piedi. Eppure anche New York è un flop, un buco nell’acqua, un non-luogo. C’è, vive, pulsa, ma – questo viene chiarito quasi subito – è solo uno sfondo. Assume una fisionomia solo quando rifulge della sua stessa storia, della sua memoria…

Un destino che l’accomuna ai protagonisti dei tre romanzi. Anonimi, indefiniti, per certi versi labili e cangianti, in un processo continuo di trasformazione psicologica e fisica, di meta-identificazione; si confondono l’uno con l’altro, uno dentro l’altro, con i loro stessi testimoni, con i loro stessi artefici, in un continuo gioco di specchi. Non a caso si tratta di storie di “investigazione”.

Non fraintendete: giallo, noir stanno di casa qui come certe carte da parati, certe cornici anonime appese alle pareti, come l’impersonale mobilio di un appartamento affittato a settimane, o a ore.

L’investigazione, qui, è un’altra.

Sembra che Auster, che peraltro è stato autore di romanzi gialli sotto pseudonimo…, nei tre romanzi, in uno dei quali inserisce anche se stesso – egomet, Paul Auster in persona, con tanto di famiglia al seguito, in un grazioso cameo essenzialmente dedicato a Cervantes e al suo Don Chisciotte – sembra che Auster – dicevo – abbia scritto i tre romanzi cercando di rispondere (o non riuscendo a rispondere) a un’unica domanda: chi sono io che scrivo, che ti racconto? Chi sei tu che vivi sulla mia pagina, che mi interroghi quotidianamente? Sono io che ti scruto dalla mia finestra o piuttosto tu che fai la stessa cosa con me, o addirittura ti prendi gioco di me, riducendo la mia vita a un continuo, svuotante stare alla finestra, o forse allo specchio.

Finestre, binocoli, specchi, report e missive, incontri più o meno casuali. Travestimenti. L’arte dell’immedesimazione e dell’impersonare che si piega su se stessa. Insomma, un Uno, nessuno, centomila con abiti e strumenti di Alfred Hitchcock. Un’indagine speculativa, al cui centro sta il tentativo di definire un’identità, lo sforzo di fissare sulla pagina scritta qualcosa che vada oltre l’elencazione fedele dei fatti e in qualche modo la fissi. C’è la Letteratura, che a mo’ di contraltare sembra essere il vero caposaldo e dare concreti spunti ed esempi di vita. Non a caso gli unici personaggi che sembrano avere un’identità certa, banalmente un nome e un cognome, sono proprio quelli dei classici letterari. E i loro Autori…

Non aggiungo altro a questa mia indagine, pardon!, a questa mia riflessione scompaginata. Credetemi, non potrebbe essere altrimenti.

Ah!, dimenticavo… Nel libro troverete anche anche Mr. Orange e Mr. Brown, e Mr. Black e Mr. White… Ma questa è tutta un’altra storia.

Qualcosa che comunichi

btr

 

Allungo le braccia, mi distendo sul pavimento freddo.
Se volessi definire i miei movimenti: nascono pigri e muoiono pesanti. Fuori la primavera chiama e siamo tutti dentro. Lo spazio è arbitrario. Quello che io abito fuori, mi sembra abbia un confine più o meno rassicurante. Quello dentro ha le sue barriere. La rabbia di dover adottare una resilienza che il corpo rifiuta di incarnare, è racchiusa nel mio bisogno di trasgredire. La paura dell’oltre è la paura di perdersi. È la paura di dover andare oltre la perdita degli affetti. Il desiderio che il corpo manchi a questa sofferenza diventa una scappatoia estemporanea. Prima o poi i conti con i morti dovranno essere fatti. Anche con i miei.

Raccolgo le gambe, ripeto i gesti. Dal pavimento mi alzo e mi ritrovo in posizione eretta. Le piante dei piedi definiscono uno degli spazi che mi sono indispensabili. Mi accorgo che non oso movimenti ampi, sono legata da corde immaginarie.
Invento un ritmo, seguo la mia musica interna per riuscire a muovermi. Improvviso una danza che mi richiama le origini, batto i piedi e lo spazio che mi definiva prima si allarga e modifica.

La superficie per danzare si allarga. Ora mi sento in un rito. Il pensiero che niente sia mai abbastanza, che non faccia mai abbastanza, è l’elemento di disturbo che mi accompagna dall’inizio e ritorna nel gesto.

Se non posso fare abbastanza scelgo almeno come farlo. I piedi sono ben piantati nel pavimento, le ginocchia un po’ flesse, è una posizione comoda e stabile che mi permette di muovere agevolmente le braccia. Mentre mi sperimento, sento che sono alla ricerca dell’esattezza. Rinuncio alla perfezione, cerco un ordine, qualcosa di netto, che comunichi.

Il pollice e l’indice delle due mani si toccano. Le altre dita sono estese.
Il compito che mi sono data è che le due mani si incontrino.
L’aria fra loro è spessa.
In questo strano mudra mi ritrovo.
Ad occhi chiusi il mio cuore, tra tanto dolore, si diverte.

 

[I.P., 1/5/2020]

Sopravvivenza

[la ricetta di Herman]

 

Sopravvivenza

 

Nella filosofia personale di Herman, a garantire la sopravvivenza era la scaltrezza. Dal microbo all’uomo, da una generazione all’altra, la vita si affermava sottraendosi ai gelosi poteri della distruzione. Proprio come durante la prima guerra mondiale avevano fatto i contrabbandieri di Cywkow, che si riempivano gli stivali e le camice di tabacco, si nascondevano addosso merci di ogni genere, e varcavano clandestinamente il confine, infrangendo la legge e corrompendo i funzionari, così nel corso delle epoche si era fatto furtivamente strada ogni singolo protoplasma. Era andata così quando erano comparsi i primi batteri nel limo ai bordi dell’oceano e sarebbe andata così una volta ridotto il sole in cenere, quando l’ultima creatura ancora viva sulla terra sarebbe morta di freddo o in qualunque altro modo prevedesse il copione del dramma biologico finale. Gli animali avevano accettato la precarietà dell’esistenza e la necessità della fuga e dell’astuzia; solo l’uomo cercava la sicurezza e invece riusciva a causare la propria rovina.

 

[Isaac Bashevis Singer, Nemici – Una storia d’amore, Trad. Marina Morpurgo, Ed. Adelphi, pp. 223-224]

 

Segue un interessante quanto caustica descrizione della “scaltrezza” dimostrata dal popolo Ebreo nel corso della storia, biblica e moderna, “riuscito a passare surrettiziamente attraverso il crimine e la follia” e dell’ulteriore passo avanti compiuto da Herman, protagonista del romanzo e sopravvissuto all’annullamento della Shoah divenendo un irriducibile fatalista e nichilista, in grado, in quanto ebreo, di ingannare tutti e tutto, inclusa la sua stessa fede, quindi se stesso. Ma questa è un’altra storia, o solo una parte.

Joker

(Ridi che ti passa)

 

Joker, il film

J. Phoenix allo specchio in “Joker”,  regia di T. Phillips – web

 

Il funzionamento del nostro organismo si basa su meccanismi talvolta sorprendenti. Beh, il fatto stesso che un essere umano si interroghi e indaghi il proprio corpo, i suoi misteri, arrivando a fare un’affermazione del genere è stupefacente di suo.

Il cervello è un organo che utilizza un sistema biologico estremamente complesso, evoluto e delicato, come il corpo umano, per elaborare ed esprimere ciò che percepisce, la propria reazione agli stimoli esterni, la propria visione della realtà. E nel farlo è perfettamente consapevole del fatto che essa sia inevitabilmente condizionata dal proprio apparato sensoriale.

Il cervello umano è in grado di formulare concetti astratti, è un ammasso di cellule in grado di osservare il mondo esterno così come di studiare se stesso, i propri comportamenti, le proprie pulsioni. Può parlare di sé, comunicare ciò che prova, a livello fisico e psicologico. E’ in grado di descrivere le proprie emozioni, di sondarle e interpretarle fino al punto di darne una rappresentazione figurativa, fino a metterle in musica.

Ogni volta che seguo il filo di questi ragionamenti e, nel farlo, visualizzo il mio encefalo intento nell’elaborarli, in una sorta di uroboro di sinapsi chimiche e millivolt emotivi che, come in questo caso, portano a una pagina scritta, ebbene, mi viene la pelle d’oca. Effetto a sua volta riconducibile a una secrezione ormonale indotta da una piccolissima differenza di potenziale prodottasi nella rete neurale.

Qualche tempo fa ho letto un articolo su una rivista scientifica che parlava dell’effetto che le azioni più semplici che compiamo ogni giorno possono avere sui nostri stati d’animo. In sostanza vi si affermava che il cosiddetto “linguaggio del corpo” può avere un ruolo determinante nella produzione degli ormoni che, presenti nel sangue in diverse concentrazioni, sarebbero responsabili delle sensazioni di benessere o malessere dell’individuo. Una persona, atteggiandosi in un certo modo, aumenterebbe la sintesi di testosterone e cortisolo e, di conseguenza, il proprio senso di sicurezza, fiducia, autorevolezza. Al contrario, un comportamento diverso, altrettanto innocuo e spontaneo, potrebbe agire sulla sensazione di stress, incrementandola, o accentuare uno stato depressivo.

Pare si tratti di un meccanismo molto simile a quello dello stimolo incondizionato, cui però può corrispondere una sensazione di benessere o malessere psicologico.

Sappiamo tutti che se la testa di un martelletto colpisce i tessuti molli sotto il ginocchio, può generare un impulso neurale che provoca la subitanea contrazione della muscolatura della coscia e, se la gamba è a riposo e libera, un calcio.

Sappiamo pure che se durante una conversazione, un colloquio di lavoro, un’intervista o un interrogatorio, ci si siede con le mani incrociate sui genitali, si fornisce al proprio interlocutore un’indicazione, più o meno evidente, più o meno leggibile, di insicurezza o timore. Spalle curve, sguardo abbassato, mani che si stringono nervosamente: stiamo comunicando uno stato di soggezione, di paura. Fronte distesa, sguardo deciso, busto eretto o proteso in avanti, mani che indicano in una direzione precisa: non abbiamo paura di nulla, siamo pronti a tutto. Posa particolarmente rilassata e confidente: siamo a nostro agio e ci godiamo lo spettacolo in attesa di qualche piacevole sorpresa…

La cosa più sorprendente, però, è che se all’inizio la nostra è soltanto una posa, col passar del tempo essa ci aiuta a convincerci che le cose stiano veramente così, sovvertendo il normale rapporto tra causa e effetto. Ti senti sicuro non perché sei rassicurato da ciò che vedi e che sta succedendo, ma perché è il tuo corpo che ti sta convincendo di esserlo.

Si stenta a credere che le cose funzionino proprio così, ma a quanto pare la chimica può confermarlo, è stato provato. L’adozione anche indotta di un determinato comportamento, compiere certi gesti, assumere talune posture indurrebbe secrezioni ghiandolari che per il nostro sistema nervoso centrale si traducono in altrettante sensazioni.

Non è la mente a controllare il corpo, ma viceversa. Osservare il proprio volto, il proprio corpo riflessi in uno specchio, influisce sullo stato emotivo. Attraverso il corpo possiamo manipolare i nostri stati d’animo, condizionare il nostro cervello, convincerlo, ingannarlo. Ne sanno qualcosa gli attori.

In inglese si dice “fake it ‘till you make it”: fingi finché non lo fai davvero, fingi finché non sei convinto che è vero.

Io lo faccio. Fingo, mi illudo, mi condiziono, mi trasformo. Lo faccio ogni giorno, più volte al giorno. Non sto esagerando, la metamorfosi avviene così frequentemente ormai, che non me ne rendo nemmeno conto.

Come? Rido. Spesso, sempre. E’ una cosa che faccio senza controllo.
In principio mi chiedevo perché accadesse, perché ridessi anche senza un motivo apparente. E’ strano, mi dicevo, rido anche quando vorrei essere serio, anche quando sono arrabbiato. Voglio litigare? Rido. Voglio essere duro, scostante, provocatorio? Rido. Voglio essere severo e fare un rimprovero? Magari ci provo, ma alla fine rido. Più sono stressato, imbarazzato, in soggezione, più rido. Rido anche quando mi fanno un complimento, quando si manifesta attaccamento o particolare affezione nei miei confronti. Non è per contentezza, non solo almeno. Rido anche quanto c’è troppo silenzio, quando mi sento al centro dell’attenzione e non so cosa fare, quando la gente aspetta da me delle risposte e io non le so dare.

Rido. Anche solo per riempire il vuoto.

La mia risata è come uno scudo, mi protegge, e allo stesso tempo mi lavora. Ogni mia risata è un invito alla leggerezza, è come un’alzata di spalle, un piccolo esorcismo. Ogni risata è un passo verso l’oblio a fronte di una minima dose di benessere immediato, di una piccola iniezione di serenità. La mia risata mi aiuta, la mia risata mi dà dipendenza.

Mi mancherà la sua risata, disse la mia vicina di casa il giorno in cui le comunicai che mi sarei trasferito. Credo fosse ironica. Agli altri potrà anche dare fastidio, ma a me la mia risata piace, è una medicina. Al lavoro la uso un sacco, forse troppo, sono anche stato richiamato.

Rido e mi convinco di stare un po’ meglio. Rido e forzo il mio organismo a stare un po’ meglio. Faccio tutto da solo, basta un banale trucchetto. Là dove comincia il disagio, io ci infilo una bella risata. E’ cominciato tutto per caso, involontariamente, tanti anni fa. Adesso funziona alla grande.

Sono un irriducibile ottimista. Non sono io, in realtà, è il mio corpo, ma l’effetto è lo stesso. Per quanto mi riguarda, la mia ristata non è spastica, né malata. Solo, non sono io a decidere di ridere, è il mio corpo a farlo. Forse è più intelligente di me e ha deciso di farsi carico delle lacune del mio sistema nervoso centrale. Forse è l’istinto.

Fatto sta che io rido.

Rido quando mi feriscono, rido quando mi offendono, rido quando m’incazzo. Rido quando non capisco, quando sono deluso.

Ridi che ti passa, è così che si dice, no?

Stando all’articolo che ho letto, alcuni psicologi sostengono che lasciar fare al proprio corpo sia in fin dei conti cosa buona. Anzi, invitano a prendersi gioco di sé, manipolando le proprie reazioni con arte, esercitandosi a dovere.

Con gli indici pieghi le labbra all’insù. Stai sorridendo. Tira un po’ di più, vedi i denti? Stai già ridendo.

“Fake it ‘till you make it”.

Prima non lo sapevo, ma questa è la mia vita.

 

[Qualsiasi nozione di carattere scientifico o pseudo-scientifico riportata in questo brano si basa su informazioni derivate da letture o dai media, per poi venir opportunamente riprodotte e distorte dal sistema nervoso centrale del sottoscritto, al solo fine di sortire un qualsiasi effetto di carattere narrativo.]

 

[P.B., 14/11/2019]

Amarsi

La bellezza dell'imperfezione - Mimmo_66

“La bellezza dell’imperfezione”, Mimmo_66 – web

 

Sono in ufficio, sto lavorando. A un tratto mi alzo per andare a pisciare. Lo tiro fuori e ripenso alla tipa del bar di ieri sera, quella col culo spaziale, che al momento di pagare si contorceva sul montavivande dietro la cassa, per pulirlo bene. A momenti mi viene duro. Poi penso al momento in cui mi aveva proposto il dolce. Dal lato sbagliato. Nel locale c’era il solito bordello e non l’ho sentita parlare. Ho alzato lo sguardo, mi sono scusato. Lei mi ha sorriso. Il rossetto rosso, opaco, le donava su quel viso da morettina dalla carnagione lunare. Ha detto non fa nulla, con voce da ragazzina, le labbra corrugate.

E penso a quando l’ho conosciuta, la mia donna. Eravamo a cena da amici. Ci vedevamo per la prima volta e ci stavamo studiando. Mi aveva quasi bocciato, quando è successo un piccolo miracolo: mi ha detto una cosa e io non l’ho sentita. Era anche lei sul lato sbagliato. Le ho spiegato perché e lei mi ha sorriso a lungo in silenzio.
Credo si sia innamorata di me per questo. Per un difetto, piccolo o grande che sia. Una mancanza, una fragilità. Si è commossa e mi ha rimesso in gioco.

Non so perché sia successo, non lo capirò mai. Ma credo che non essere perfetti e infallibili faccia parte del gioco. Il fatto è che non bisogna capire più di tanto, non bisogna sapere. Bisogna sentire. E io lei la sento. Quando si commuove, quando mi chiede, quando la ferisco, quando ride. Quando sente che la sto sentendo.
Non so perché stiamo insieme, potrebbe non bastare una vita per capirlo. Nel frattempo, continuo a chiedere e dare risposte. Perché è qualcosa di cui vale la pena parlare, perché è qualcosa per cui vale la pena darsi del tempo. In fondo, credo che il senso di una relazione consista proprio in questo: spendere una vita provando a capire perché ci si ami dal primo giorno.

[P.B., 17/10/2019]

Do spazio (e dignità) a un mio brevissimo brano nato fra i commenti a un post di qualche settimana fa (l’aforisma originante). Uno scritto breve, rapido, tutto sommato con un suo ritmo, che, usando delle pinze lunghe da qui a Costanza, nella sua essenzialità penso dica qualcosa.