Gentile cliente

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Mi è successa ‘sta cosa del satellitare della macchina, l’ennesima seccatura. Sarà che io e l’elettronica non andiamo d’accordo, sono un po’ all’antica, ma stavolta davvero non è colpa mia.

Mi spiego meglio: cinque o sei anni fa, ricevo una chiamata da un numero sconosciuto e una voce cordiale, quasi entusiasta, dice di chiamare per conto della mia compagnia di assicurazioni: – Gentile cliente, – dice, – la compagnia le propone un upgrade della sua polizza auto. Costless -. Il disagio provocatomi da quell’uso scellerato della lingua e il silenzio che ne deriva non scoraggiano la voce, che continua: – Senza costi aggiuntivi, installeremo un nuovo dispositivo elettronico sulla sua auto. Si tratta di un sistema GPS, un dispositivo elettronico prodotto da un’azienda leader di mercato nel controllo satellitare. L’apparecchio comunicherà la sua posizione in tempo reale a un servizio di assistenza online, twenty-four seven, su tutto il territorio nazionale… -. Non contenta, la voce enumera termini e condizioni contrattuali con la velocità e la passione di un droide di Star Wars, seguiti da altri dieci secondi di silenzio attonito.

– Ripeto: wireless and costless, – riprende, – ultima tecnologia, massima affidabilità. Ti trovano ovunque sei (chi?!, mi chiedo mentre ascolto), zero costi aggiuntivi: un servizio riservato ai nostri migliori clienti.

– …

– Che macchina ha lei? Mi faccia controllare… -. Parla da solo, fa tutto da solo.

Non sono nemmeno sicuro che abbia chiamato la persona giusta. Gentili clienti lo siamo un po’ tutti, no? E di certo con solo una polizza auto all’attivo non mi sarei mai considerato uno dei loro migliori clienti.

Lo sento ticchettare su una tastiera e me lo immagino davanti al monitor come un personaggio dei film, camicia cravatta cuffie e microfono, che lavora in un loculo di vetro e cartone fra decine di persone come lui, in un enorme salone, una specie di alveare di agenti e venditori che passano le giornate a rompere le scatole al prossimo.

Dopo una breve attesa, riempita dalle voci attenuate provenienti dagli altri loculi, la voce torna a squillare: – Trovata! Targa DY230GF immatricolata nel 2010 -. Ero proprio io, o meglio, la mia macchina.

Lo lascio parlare ancora un po’, poi gli dico che ci penserò su, lo saluto e riattacco. Ma qualche giorno dopo, con una telefonata dello stesso tenore, anzi identica – sembrava un disco rotto, la voce del loculo mi convince ad accettare. D’altronde era costless

Via email mi danno istruzioni per recarmi presso un elettrauto, che provvederà ad installare il dispositivo. Un ragazzone alto e simpatico, di quelli che lavorano in maglietta anche a gennaio, in meno di un’ora sistema tutto senza chiedermi un euro, mi fa solo firmare una carta, ed io tutto contento riprendo la mia macchina, che sembra quella di prima, a meno di un bottoncino nero in più appena sotto il cruscotto. Costless, sorrido, avviando il motore.

Silenzioso, inerte, era come non averlo ‘sto GPS, anche se lui, ripensandoci, registrava ogni mio spostamento. A dir la verità, una volta è entrato in azione. Una sera, qualche mese dopo, un tipo mi tampona mentre son fermo a uno stop. Stiamo compilando la constatazione amichevole sul cofano della mia macchina, quando sentiamo squillare un telefono. E’ il mio. Stavolta è una voce di donna: – Servizio assistenza, – dice. – Abbiamo ricevuto una segnalazione dal suo trasmettitore. E’ successo qualcosa? Sta bene? Ha bisogno di aiuto? – incalza con grinta e determinazione da operatore del 118. La informo dell’accaduto: l’altro mi aveva toccato appena, un micro-tamponamento, roba da nulla, solo un fastidioso contrattempo. La rassicuro: stiamo tutti bene. Lei assume un tono più rilassato e chiude la pratica in un click.

Da quella volta ogni volta che non vedevo un dosso mi aspettavo una telefonata. Invece è stata l’unica chiamata in cinque anni, per fortuna.

Col tempo mi sono completamente dimenticato di averlo, il trasponder. Poi l’anno scorso decido di cambiare compagnia di assicurazioni. Avete presente il bracco che parla in televisione? Quello con la voce di Robin Williams, razza weimeraner (suona meglio bracco, in effetti), bellissimo: ne adotterei uno, se non rischiassi di sentirmi obbligato a scindere un contratto a settimana. Fatto sta che seguo il suo consiglio, faccio il mio compitino confrontando un po’ di preventivi e scopro di poter risparmiare una bella manciata di euro. Detto fatto: alla scadenza disdico e migro altrove.

Ovviamente nessuno mi dice niente. Peccato che quando son passati tredici mesi dalla disdetta puntuale mi arriva una raccomandata.

Rientrando a casa, controllando la cassetta delle lettere, provo sempre un tuffo al cuore. Da ragazzo, accadeva se ricevevo una cartolina da una ragazza. Oggi, se infilando la mano nella scatola delle lettere potessi venir morso da un crotalo, come ho visto accadere una volta in un film, avrei meno paura. Le raccomandate fanno più male. Sono più subdole. Non colpiscono subito, prima ti arriva il mancato recapito: ti avvertono, sta per succedere. Così passerai il tempo che ti separa dalla punizione, interrogandoti su come, quando e perché tu possa aver suscitato l’ira funesta del Sistema Erariale, che ci controlla sempre, giorno e notte, senza perdersi la nostra più piccola mossa falsa. I suoi sicari sono l’Agenzia delle Entrate, l’INPS, la Polizia Locale, ma anche quell’infiltrato del tuo vicino di casa, che sostiene che fai andare la lavatrice di notte e di trovare ciocche dei tuoi capelli nel suo giardino.., O peggio ancora, la Compagnia di Telecomunicazioni che da un loculo tunisino, approfittando di un tuo momento défaillance, o di depressione, è riuscita magicamente a rifilarti nell’ordine: modem, smart-box-sticazzi, abbonamento a pay-tv a tradimento e contratto di expertise and maintenance (de che?! – parte l’attacco isterico…) da pagare in 400 comode rate, incluso il servizio di consegna dell’elenco telefonico (quello della SIP, ve lo ricordate?), i cui ultimi esemplari trovati in fondo a un armadio li hai gettati in un falò l’epifania di almeno otto anni fa. E dopo che ti sei finalmente deciso a cambiare operatore telefonico, ti massacra di fatture, solleciti e lettere minatorie di un’agenzia di recupero crediti, finché devi scegliere se aprire un mutuo o pagare un avvocato.

Non sto esagerando, mio padre è andato avanti così per due anni, prima di essere internato. Una vera persecuzione. Ancora adesso, in istituto, quando sente la voce di Mina alla tv del soggiorno, nell’ora d’aria, gli prendono le convulsioni…

Insomma, tiro fuori la mano dalla cassetta delle lettere senza un graffio, ma fra le dita stringo una cartolina postale che, ahimè, non riporta la foto di una spiaggia tropicale in una cornice a forma di cuore, ma una casellina spuntata in fretta, data e firma illeggibili.

Quando finalmente entro in possesso della raccomandata, leggo qualcosa del genere: “Gentile cliente, nel controllare la sua pratica di mancata prosecuzione della polizza assicurativa con la Compagnia tal dei tali sul veicolo targato… ed alla cessazione del contratto di fornitura di servizi con la nostra Società, ci siamo avveduti che non ha ancora provveduto all’obbligazione contrattualmente assunta di restituzione dell’apparato satellitare di nostra proprietà.”

Premesso che tecnicamente non sono più un loro cliente, e che consapevolmente non ho assunto un bel niente, né sarei in grado di smontare la scatola nera che qualcuno ha installato sulla mia auto e inviarla a un indirizzo sconosciuto, nel resto della raccomandata trovo precise indicazioni per pagare una mora e avviare la procedura di disinstallazione dell’aggeggio satellitare presso un loro centro autorizzato.

Mi torna in mente il sorriso del giovane elettrauto caloroso e qualcosa mi dice che è giunto il momento di pagarlo. Hanno semplicemente aspettato che maturassero i tempi per presentarmi il conto. “Qualora non procedesse alla disinstallazione, – chiosa borbonicamente la missiva, – la Società si riserva di procedere con ulteriori azioni a tutela della propria proprietà della scrivente con le misure e nelle sedi ritenute idonee”. Ma andassero affan’…

In un mondo ideale il Gentile cliente, alla scadenza di un contratto, si vedrebbe recapitare una lettera di promemoria, un’email, un messaggio. In un mondo ideale non si aspetta un anno per coglierlo in flagrante e bacchettarlo sulle dita.

Avrebbero potuto far suonare il dispositivo satellitare; possibile che in un simile concentrato di tecnologia non sia stata prevista una sveglia? Beep-beep! E’ ora di rispedirmi sul pianeta Ork, dal quale provengo! Rigorosamente con la voce registrata di Robin Williams.

Oppure avrebbero potuto farmi chiamare da Signorina 118 o, se lei si occupa solo delle emergenze, da un operatore qualsiasi chiuso in un loculo qualsiasi sparso sulle coste del Mediterraneo.

Nel mondo reale, invece, il Gentile cliente, se non sta attento, è solo un pollo da spennare.

Nel mondo reale, stranamente, il Cliente è gentile a prescindere, anche quando non è più un cliente. Quello di Gentile cliente è un titolo a vita, come per i senatori, solo che ai Gentili clienti non viene in tasca nulla, anzi.

Gentile cliente un cazzo, penso, mentre vado in posta a pagare.

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[P.B., 11/4/2021]

Giovanni e il gregge

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Piove ininterrottamente, da giorni. Giovanni, avvolto in una cerata, sta in piedi sotto l’acqua per ore. Per fortuna non tira vento; il freddo, quello vero, non è ancora arrivato.

Uno sbuffo denso di fumo svapora da sotto l’ombrello. Cuba, un cane pastore col pelo raggrumato in umide ciocche, fa avanti indietro sul sentiero in attesa di potersi dare da fare. Le bestie sono calme, chine sull’erba, intente a brucare il prato palmo a palmo. Giovanni le osserva impassibile, come un lucido pezzo di granito.

Nei luoghi in cui approda con il suo gregge il tempo pare fermarsi. Un campo incolto e le morbide forme di decine di capi inzaccherati, fra i quali si stagliano i profili di alcuni asinelli, sono un mondo nel mondo, il perno attorno al quale tutto il resto sembra ruotare in un moto perpetuo e senza senso.

Lo sguardo di Giovanni sorveglia da un estremo all’altro il proprio universo, senza curarsi, appena al di là del confine, della vita sui balconi, delle finestre che s’illuminano, i portoni che si aprono e si chiudono, i motori che ruggiscono, delle schiene di uomini e donne che incedono, curvi, dalle prime luci del giorno.

Giovanni sembra non conoscere la loro fretta, i loro impegni, le loro attese, i loro rimpianti. Conosce il risveglio dell’alba che carezzandola sottrae al sonno la terra; conosce il tremulo richiamo dei piccoli, il sibilo paralizzante della paura, il canto silenzioso della notte.

Il suo mondo dura solo qualche giorno, quanto basta a ripulire un campo di media misura. Domattina rimuoverà i pali e la rete e, con l’aiuto di Cuba, porterà il gregge altrove. Per tre giorni non ha parlato con nessuno e nessuno gli ha rivolto la parola. Le auto sono andate e venute dal parcheggio; puntuale, alle sei del mattino un uomo ha messo in marcia la propria moto, avviandosi nonostante la pioggia. A intervalli regolari, la signora del primo piano è uscita sul balcone a curare i fiori. Il vicino vi ha trascorso pochi minuti dopo pranzo per fumare la sua sigaretta godendosi lo spettacolo di un gregge al pascolo a pochi metri da casa. L’anziano del piano di sopra ha separato con cura la spazzatura in tre diversi contenitori, tornandosene in casa a passi brevi e strascicati, le spalle intirizzite dal freddo. All’imbrunire, un coro di luci; prime fra tutte quelle delle cucine: alcune più calde, altre decisamente troppo fredde. Nei soggiorni gli alberelli hanno iniziato a lampeggiare, e così pure le ringhiere: manca poco al Natale. La biondina dell’appartamento col bagno senza tendine è scomparsa in fretta fra i vapori della doccia.

Col buio Giovanni fa ritorno alla sua roulotte. Che poi Giovanni è il suo nome tradotto, col tempo ha imparato che, nonostante l’accento, mette gli altri a loro agio. Mangia pane e formaggio ascoltando la radio e si corica sotto due coperte di lana. E’ tranquillo: le luci tengono le volpi lontane.

E’ notte ormai. Le luminarie brillano nel silenzio interrotto dallo scampanio diradato di qualche martinella, qualche pecora rumina ancora. Le altre sono immobili, pietrificate, come le statuine di un presepe. 

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[P.B., 24/12/2020]

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A tutti un augurio di Buon Natale!

Domenica per me

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Non so voi, ma io lavoro come un matto tutta settimana. Giornate da dieci, dodici, quattordici ore. Venti minuti di pausa, forse, passati in piedi accanto alla scrivania, giusto per non guardare il computer, masticando un panino, che adesso col lockdown non si può nemmeno scendere al bar. La sigaretta è un toccasana. E’ una vita di merda, sempre sotto pressione. Scadenze, nuovi lavori da prendere, offerte da chiudere, decine di mail da inviare o cui rispondere. Si vive alla giornata, non giorno per giorno. Solo la sera, o la mattina, prima delle otto, si può ragionare. Sta storia del virus sta peggiorando le cose: siamo meno liberi di prima, più sfruttabili di prima. Un giorno ci attaccheranno un catetere e ci inietteranno la fisiologica, così non ci dovremo più nemmeno alzare dalla sedia. Chissà come faranno con gli escrementi… Ah, ma una soluzione la troveranno di sicuro!

E’ così che la domenica – quelle che non passo in ufficio a recuperare gli arretrati – vengo assalito da un’ansia diversa e altrettanto paradossale. E’ l’ansia di leggere, scoprire, gustare, scrivere, condividere. Apro dieci testi diversi, uno dopo l’altro, passando da uno all’altro compulsivamente: libri, riviste, post, racconti… Metto mano ai miei lavori e alterno lettura e scrittura con bulimica frenesia. Godo, ma fino a un certo punto. Accendo il computer, leggo i blog, guardo il cellulare, ricevo e mando mail e messaggi. Insomma, mi incasino di nuovo. Ammetto che i social, le loro contaminazioni, le loro distrazioni, non sempre mi aiutano a fare ordine, a dare le giuste priorità, né forse ad essere veramente creativo. Mi serve staccare. Scrivo molto meglio mentre cammino in un bosco.

Ieri sera mi viene letta una breve citazione tratta dai diari di Etty Hillesum, che, rapportata ai tempi in cui lei li scriveva, mi ha dato parecchio da pensare. Riflettendo – e approfondendo – però, ho rivalutato la vivida e parossistica curiosità, letteraria e filosofica, della mente dell’Autrice e mi sono dato delle risposte. Non c’erano i social o altre forme di “distrazione”, c’era più tempo per fermarsi a pensare, e tuttavia la fame di conoscenza e l’urgenza di soddisfare il proprio bisogno su molti fronti e da più fonti contemporaneamente, sì. Le parole che seguono ne sono una testimonianza. Sta a noi, soltanto a noi, dunque, imparare a far buon uso degli strumenti che abbiamo e a godere delle possibilità che essi ci danno.

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La scusa è sempre la stessa: non ho tempo, ho troppo da fare. Ma l’unica cosa a cui si approda è l’irrequietezza. Non si può permettere al silenzio di svilupparsi appieno, ma bisognerebbe gioire almeno dei brevi momenti di calma e introspezione che sempre più spesso si insinuano nella mia quotidianità. Per pura impazienza, invece, inciampo di continuo in quei brevi intervalli di silenzio, e mi accontento troppo in fretta illudendomi di riuscire ad ascoltarmi dentro; adesso, però, dopo settimane, non appena mi fermo a riflettere che questa mattina è tutta per me, mi rendo conto di quanta impazienza e quanto “vivere giorno per giorno” ci sia ancora in me.

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La mia pazienza deve crescere ancora. Ne ho già conquistata abbastanza per aspettare quello che verrà, per avere fiducia che qualcosa verrà. Non so se avrò la pazienza di camminare per ore da sola attraverso un paesaggio solitario, di vivere da sola per settimane in un villaggio di pescatori sul mare, paga dei miei pensieri. Non ho ancora abbastanza pazienza per occuparmi di fiori, ascoltare musica, guardare dipinti e leggere la Bibbia. Tutto questo devo ancora impararlo, e va imparato per un’intera vita. Credo però di essere all’inizio. E ogni tanto sopraggiunge una grande pazienza, quella che alla lunga sarà la sorgente interiore da cui potrò attingere per il lavoro creativo. Ma sono sicura che quella pazienza sarà ancora interrotta, sul più bello, da una tensione; devo imparare a raccogliere tutta la pazienza che c’è in me, mettere insieme tutti i frammenti di pazienza per formare un’unica grande pazienza. […]

Santo cielo, questa scrivania somiglia proprio al mondo nel primo giorno della creazione! A parte gli esotici gigli giapponesi, il geranio, le rose tee appassite, le pigne che sono diventate reliquie, e una ragazza marocchina dallo sguardo animalesco e limpido, ci sono in giro sant’Agostino e la Bibbia e le grammatiche russe e i dizionari e Rilke e innumerevoli piccoli taccuini, una bottiglia di surrogato di limone, carta per scrivere a macchina, carta copiativa, Rilke, cioè ancora una raccolta, e Jung. E tutto questo è solo ciò che si trova in giro al momento, ci sono anche gli ospiti fissi della scrivania, appoggiata contro il muro. E la cosa più straordinaria è che c’è ancora spazio per me e per il mio quaderno.

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[Etty Hillesum, Diari 1941-1943]

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Ed eccomi qui a scrivere e trascrivere questo post, interrompendo una lettura che denota un’animosità intellettuale fuori dal comune, farcendola del mio vissuto con l’urgenza di farne presto pagina di un mio anomalo diario, aperto sul mondo, per una possibile condivisione.

Diavolo, son già quasi le sei!…

P.

Maturità

Roberto entrò nell’aula con le braccia cariche di libri e la carta d’identità in bocca. Non fu esattamente quello che si definirebbe un ingresso trionfale. Il Presidente gli piantò addosso due occhi blu smeraldo da sopra un paio di occhiali da lettura, sguardo di cui Roberto nemmeno s’accorse finché non si liberò dei chili di cultura che portava inutilmente con sé e su indicazione del proprio membro interno, la professoressa Patrizi, si decise a porgergli il documento.

Lui prese l’identità di Roberto con due dita, la ispezionò brevemente e la passò alla professoressa alla sua sinistra affinché compilasse il verbale. Scrutò di nuovo il maturando, con circospezione, poi, lentamente, riportò lo sguardo nel punto in cui l’aveva alzato, la seconda colonna di un articolo di politica interna del Corriere della Sera.

Con un impacciato sorriso stampato in faccia, Roberto percorse il semicerchio di scrivanie davanti a sé in cerca di un qualche cenno di consenso, che non trovò. Scorse, invece, all’estremità alla sua destra, la mano sollecita della professoressa Patrizi che gli ingiungeva di sedersi.

– Eccoci qua…, – sussurrò piegandosi al proprio destino. La sedia stridette rumorosamente, al che Roberto farfugliò qualcosa, un po’ per smorzare il baccano, un po’ per riempire il silenzio che l’aveva accolto. Non s’accorse di quanto fosse scomodo e duro il sedile di plastica sul quale, pur occupando l’estremità anteriore, avrebbe sudato per la successiva mezz’ora.

Il fatto è che non aveva una strategia. Anzi, era frastornato, confuso. Aveva impiegato l’ultima mezz’ora fuori dall’aula nel vano tentativo di mandare a memoria l’intero Sistema Solare. – Ma la prof. di scienze non è una vulcanologa? – aveva chiesto, la voce rotta dalla disperazione. Sì lo era, gli risposero, ma se fino a quel giorno aveva basato le proprie interrogazioni su magma e mineralogia, quella mattina sembrava aver cambiato totalmente rotta e ai primi due interrogati aveva chiesto solo luna e pianeti.

– Ah, cazzo.

– Non li hai ripassati? – Chiese Luca, il suo compagno di banco, senza riuscire a trattenere un ghigno.

– No, cazzo

Le mani di Roberto aprirono meccanicamente lo zaino ed estrassero un pesante tomo dal titolo Elementi di scienze della terra. Iniziò a sfogliarlo nervosamente.

– Stai tranquo, – disse Luca, che l’orale ce l’aveva di lì a qualche giorno. – Non ti preoccupare, ci son qua io, andrà tutto bene.

– No! Non li hai studiati?! – Esclamò Enrico, melodrammatico, scuotendo la testa e battendosi la fronte.

Roberto deglutì piano trattenendo un conato. Come se non bastasse, arrivò anche Caterina, la secchiona della classe. Che diavolo ci faceva lì? Doveva fare l’esame nel pomeriggio, aveva detto che avrebbe passato la mattina a casa a ripassare. A lei bastò uno sguardo per capire la gravità della situazione che, dall’espressione schifata che fece, dovette giudicare irrimediabile. Cazzo…

Seguirono circa quindici minuti in cui i timpani di Roberto vennero percossi stereofonicamente dai due compagni con raggi, circonferenze, orbite e rivoluzioni, equinozi, solstizi, masse e forze gravitazionali. Luca ed Enrico si alternavano elencando le caratteristiche di Venere, Mercurio, Marte e Plutone, l’immancabile Giove e Saturno con i suoi anelli, infine la Luna. La Luna, certo, così vicina, la nostra amata Luna… Cazzo.

L’orale non era ancora cominciato, ma la schiena di Roberto era tutta sudata.

Il Commissario di Scienze, una donna scialba, sulla quarantina, con un caschetto di capelli scuri, labbra sottili e dei grandi occhiali, sfogliò distrattamente il registro in cerca d’ispirazione. Dava l’idea di conoscere già il finale della storia. Esitava sulla linea di porta senza decidersi a buttar dentro un goal già fatto. La mattina dopo la finale dei Mondiali, intravista a sprazzi interrompendo il ripasso al richiamo delle urla in salotto, la metafora calcistica veniva facile.

– Bene. Di cosa vogliamo parlare? – Disse, chiudendo il registro e posando uno sguardo calmo sull’esaminato. Non era una domanda quella, era una frase di passaggio, un’introduzione. La domanda c’era, eccome, ma prima che la professoressa riuscisse a formularla, Roberto le fu addosso come un fulmine. Vulcani! Parlerò dei vulcani, sì! Sono la mia passione. Glieli racconto…. La bocca della docente era ancora aperta e Roberto già dissertava di lava acida e basica, di forma conica, a scudo, di eruzioni storiche, cristallizzazioni metamorfiche, temperatura, viscosità, faglie trasformi… terremoti!

Ed ecco che, in tralice, gli occhi del Presidente, laconici e lucenti, furono su di lui un’altra volta. – Parliamo di vulcani… – intervenne. – Io sono di Catania, mi dica un po’ dell’Etna… Fu come sfondare una porta aperta, opporre all’impeto dell’onda marina un timido argine di sabbia. Seguì una vera e propria inondazione. Roberto dilagò tirando tutte le frecce che aveva alla faretra, che tutto sommato non erano poche.

Il Commissario, tradito dalla falsa partenza non redarguita, provò invano a intervenire, riprendere in mano le redini della discussione e dirigerla altrove, con ogni probabilità oltre la stratosfera. Roberto, terrorizzato all’idea che ciò potesse accadere, non le diede mai modo di farlo. Ogni volta che lei prendeva fiato o alzava un dito, un sopracciglio, tentando d’interromperlo, la difesa di Roberto raddoppiava, triplicava, subissandola di parole; l’accerchiava rubandole palla senza darle nemmeno il tempo di alzare la testa. Lo spirito di sopravvivenza aveva dato a Roberto la forza di un fiume in piena, una colata lavica, una sciara del fuoco. E l’efficacia di un catenaccio degno del Trap.

La professoressa desistette. Serrò un’ultima volta la bocca e strinse gli occhi sullo sguardo eccitato dell’esaminato, incredulo di aver concluso il primo tempo senza subire goal. – Va bene così, – sentenziò. In fondo, il proprio dovere l’aveva fatto.

Fu la volta del Commissario di Lettere.

– Come cambiano… – furono le sue prime parole, mentre cercava una corrispondenza fra la foto del sedicenne appiccicata alla carta di identità aperta sulla cattedra, e il viso coperto di peluria dell’esuberante diciottenne che le stava seduto di fronte. Roberto colse lo sguardo incuriosito della donna e sorrise. Occorre dire che, inconsciamente, se ne innamorò all’istante. Colpo di fulmine, come si suol dire; a diciott’anni ci può stare. Nel suo caso, almeno un paio di volte al giorno. Ma quella volta, date le circostanze, era destinata a rimanere impressa per sempre nella sua memoria.

Occhi verdi. Capelli lunghi rossi, puntati qua e là da un fermaglio d’argento. Macchie di efelidi decoravano la sua pelle chiara esaltando il colore degli occhi. Ogni volta che muoveva le mani, il suono dei bracciali che portava ai polsi per Roberto era un invito alla danza.

Sorrise anche lei.

– Si parlava di vulcani, – disse.

Roberto annuì rapito.

– Anche in letteratura se ne parla…, – continuò la docente.

Ci fu un momento di silenzio. Roberto assentì, senza capire di dover proseguire la frase.

– Ricordi qualche brano letterario che parla di vulcani? – Lo aiutò lei.

– Uh! Sì, certo… -. Mentre riordinava le idee, Roberto pensò che fosse una di quelle domande aperte, di ragionamento, fatte per sondare la tua preparazione. In pochi istanti ripercorse il programma dell’intero quinquennio e pensando che non avrebbe trovato di meglio, si fermò al primo spunto che gli venne in mente. Lanciò un’occhiata alla Patrizi, la sua insegnante di lettere, già visibilmente sulle spine, e senza troppa convinzione affermò: – La letteratura classica. Quella latina per la precisione. Plinio il Vecchio, ad esempio, ci ha consegnato una significativa testimonianza delle eruzioni del Vesuvio…

– Qualcosa di più recente? – Lo interruppe la professoressa.

– Di più recente? – Fece eco Roberto.

– Sì, qualcosa di più vicino a noi, qualcosa di molto noto…

Per quanto si sforzasse, a Roberto non veniva in mente nient’altro. Evidentemente gli stava sfuggendo qualcosa d’importante, qualcosa di grosso, ma per lui era il vuoto totale.

– Più recente… Noto… – Prese tempo.

Cominciò ad agitarsi, lo sguardo smarrito, annaspava di fronte a un muro bianco. Alla sua destra la Patrizi saltava sulla sedia.

I secondi scorrevano inesorabili, come le gocce di sudore sulla sua schiena, cominciò ad udirsi un brusio alle sue spalle. La vergogna lo stava paralizzando del tutto, la Patrizi fremeva, mordeva il freno quando avrebbe voluto sbracciare e urlare come un allenatore a bordo campo. Roberto, ormai disposto a prendersi sulle spalle la piena responsabilità del fallimento, teneva ostinatamente lo sguardo dritto davanti a sé. Finché improvvisamente udì una sorta di fruscio, un agitarsi di foglie al vento… sss…stra…estrnestrLa ginestra!, sibilò a chiare lettere la Patrizi, lo sguardo furente.

– Ma porca putt… Porcaccia la miseriaccia! – Esclamò in due tempi Roberto. – Ma certo! Leopardi, La ginestra!

Le risa alle sue spalle ruppero la tensione, ma non fu nemmeno necessario, il Commissario dagli occhi verdi l’aveva già perdonato. E, di riflesso, anche la Patrizi. Imbarazzato e deluso per non esserci arrivato da solo, rischiando di rovinare tutto, Roberto accolse l’assist del proprio membro interno e cercò lo slancio per involarsi di nuovo verso la porta. Doveva portare a termine il compito e cercò di farlo al meglio.

Rispose puntualmente alle domande successive e si procurò da solo, di lì a poco, l’occasione per un abile dribbling dal sapore pirandelliano. Cinguettò con la professoressa a sonagli per diverse manciate di minuti, che volarono via con leggerezza finché, recitato il rituale canto dantesco, si pose fine all’idillio. Lei si appoggiò allo schienale con un sorriso enigmatico che, concluse Roberto, doveva significare una certa soddisfazione, e prima di consegnarlo al professore di matematica, volle fare un rapido excursus sulla sua prova scritta. Con fare a un tratto formale disse che anche Roberto, come altri, era caduto nella trappola della traccia, sbagliando approccio: la tesi di D’Annunzio andava confutata. Ma nello sposarla Roberto aveva dimostrato una fondata capacità di argomentazione. La valutazione del suo lavoro, pertanto, era più che positiva.

Ecco. I ricordi di Roberto si fermano più o meno qui. O forse qualche attimo prima. Ad uno sguardo. Quello che se non maturo, per la prima volta lo fece sentire uomo.

[P.B., 12/7/2020]

Se non ricorso male, il 9 Luglio, il giorno dopo la finale dei mondiali del ’90, sostenni il mio esame orale di maturità. Raccogliendo un la (o un assist) ispiratomi da Katia, ho deciso di raccontarlo attraverso il mio alter ego Robert(o). Sono passati trent’anni ormai… Che dire? Bei tempi!

In copertina: dal film Notte prima degli esami, web.

diverso

non ho mai pensato di voler tornare indietro

rifare il cammino dall’inizio

cambiare il tragitto

il corso degli eventi

reinventarmi una vita dal momento in cui

tutto era ancora possibile.

non sono un nostalgico

non è la gioia di quella età

non mi manca niente.

perché tornare sui banchi di scuola

da capo, alle prime esperienze

quando è oggi il tempo per godere?

vorrei solo essere diverso

da quello che da sempre sono.

[P.B., 17/6/2020]

Dello scrittore

[diffidate gente, brutta razza]

 

Scrittore

 

Scrivere è un mestiere per solitari. Ti prosciuga. In un certo senso, uno scrittore non ha una vita propria. Anche quando l’hai di fronte non c’è veramente.

 

[Paul Auster, da Trilogia di New York, Einaudi Ed.]

 

Letto così, fuori dal contesto in cui è incastonato, sembra il classico aforisma. Facile, banale. Il mito dello scrittore, la maschera dietro la quale (ci) si compiace, con la quale (ci) si diverte a giocare, interpretando il personaggio…

Il personaggio, appunto.

Quando ho iniziato a leggere Trilogia di New York, arrivando dall’energia centrifuga e imprevedibile di Singer (Nemici, cfr. alcuni precedenti post), ho pensato più volte di cambiare libro. Ne facevo sì una questione di stile, ritmo, passo, mood, che dir si voglia, ma anche di sostanza. La scrittura piana, il lento, paziente a tratti compiaciuto sviluppo di un pensiero lineare, per niente complesso, e di una psicologia del personaggio altrettanto accessibile, esposta quasi con piglio didattico… L’apparente fragilità della trama, a sua volta troppo chiara e spogliata di qualsiasi orpello e colpo di scena, intenzione questa dichiarata in modo programmatico fin dall’inizio, che fa sì che il lettore percepisca il vuoto e la mano dello scrittore che cerca di colmarlo… Insomma, tutto votava per l’abbandono. Avevo ancora voglia di montagne russe, di colpi di genio, di una scrittura che mi tenesse acceso di pagina in pagina, fatta di adrenalina e rimandi, di personaggi fascinosi, folli, esuberanti o straordinariamente inconcludenti; volevo ancora godere di intuizioni e immagini geniali.

Invece. Ero sceso da una Ferrari per ritrovarmi su un’utilitaria, per di più fermo, immerso nel traffico stagnante della Grande Mela.

Il titolo della Trilogia assegna a New York una responsabilità a mio avviso esagerata. E’ vero, lei c’è sempre. E’ forse l’unico punto fermo. A tratti è percorsa con dovizia di particolari, di indicazioni, che sembra quasi di sentire la voce di un navigatore o l’odore dell’asfalto sotto i piedi. Eppure anche New York è un flop, un buco nell’acqua, un non-luogo. C’è, vive, pulsa, ma – questo viene chiarito quasi subito – è solo uno sfondo. Assume una fisionomia solo quando rifulge della sua stessa storia, della sua memoria…

Un destino che l’accomuna ai protagonisti dei tre romanzi. Anonimi, indefiniti, per certi versi labili e cangianti, in un processo continuo di trasformazione psicologica e fisica, di meta-identificazione; si confondono l’uno con l’altro, uno dentro l’altro, con i loro stessi testimoni, con i loro stessi artefici, in un continuo gioco di specchi. Non a caso si tratta di storie di “investigazione”.

Non fraintendete: giallo, noir stanno di casa qui come certe carte da parati, certe cornici anonime appese alle pareti, come l’impersonale mobilio di un appartamento affittato a settimane, o a ore.

L’investigazione, qui, è un’altra.

Sembra che Auster, che peraltro è stato autore di romanzi gialli sotto pseudonimo…, nei tre romanzi, in uno dei quali inserisce anche se stesso – egomet, Paul Auster in persona, con tanto di famiglia al seguito, in un grazioso cameo essenzialmente dedicato a Cervantes e al suo Don Chisciotte – sembra che Auster – dicevo – abbia scritto i tre romanzi cercando di rispondere (o non riuscendo a rispondere) a un’unica domanda: chi sono io che scrivo, che ti racconto? Chi sei tu che vivi sulla mia pagina, che mi interroghi quotidianamente? Sono io che ti scruto dalla mia finestra o piuttosto tu che fai la stessa cosa con me, o addirittura ti prendi gioco di me, riducendo la mia vita a un continuo, svuotante stare alla finestra, o forse allo specchio.

Finestre, binocoli, specchi, report e missive, incontri più o meno casuali. Travestimenti. L’arte dell’immedesimazione e dell’impersonare che si piega su se stessa. Insomma, un Uno, nessuno, centomila con abiti e strumenti di Alfred Hitchcock. Un’indagine speculativa, al cui centro sta il tentativo di definire un’identità, lo sforzo di fissare sulla pagina scritta qualcosa che vada oltre l’elencazione fedele dei fatti e in qualche modo la fissi. C’è la Letteratura, che a mo’ di contraltare sembra essere il vero caposaldo e dare concreti spunti ed esempi di vita. Non a caso gli unici personaggi che sembrano avere un’identità certa, banalmente un nome e un cognome, sono proprio quelli dei classici letterari. E i loro Autori…

Non aggiungo altro a questa mia indagine, pardon!, a questa mia riflessione scompaginata. Credetemi, non potrebbe essere altrimenti.

Ah!, dimenticavo… Nel libro troverete anche anche Mr. Orange e Mr. Brown, e Mr. Black e Mr. White… Ma questa è tutta un’altra storia.

Qualcosa che comunichi

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Allungo le braccia, mi distendo sul pavimento freddo.
Se volessi definire i miei movimenti: nascono pigri e muoiono pesanti. Fuori la primavera chiama e siamo tutti dentro. Lo spazio è arbitrario. Quello che io abito fuori, mi sembra abbia un confine più o meno rassicurante. Quello dentro ha le sue barriere. La rabbia di dover adottare una resilienza che il corpo rifiuta di incarnare, è racchiusa nel mio bisogno di trasgredire. La paura dell’oltre è la paura di perdersi. È la paura di dover andare oltre la perdita degli affetti. Il desiderio che il corpo manchi a questa sofferenza diventa una scappatoia estemporanea. Prima o poi i conti con i morti dovranno essere fatti. Anche con i miei.

Raccolgo le gambe, ripeto i gesti. Dal pavimento mi alzo e mi ritrovo in posizione eretta. Le piante dei piedi definiscono uno degli spazi che mi sono indispensabili. Mi accorgo che non oso movimenti ampi, sono legata da corde immaginarie.
Invento un ritmo, seguo la mia musica interna per riuscire a muovermi. Improvviso una danza che mi richiama le origini, batto i piedi e lo spazio che mi definiva prima si allarga e modifica.

La superficie per danzare si allarga. Ora mi sento in un rito. Il pensiero che niente sia mai abbastanza, che non faccia mai abbastanza, è l’elemento di disturbo che mi accompagna dall’inizio e ritorna nel gesto.

Se non posso fare abbastanza scelgo almeno come farlo. I piedi sono ben piantati nel pavimento, le ginocchia un po’ flesse, è una posizione comoda e stabile che mi permette di muovere agevolmente le braccia. Mentre mi sperimento, sento che sono alla ricerca dell’esattezza. Rinuncio alla perfezione, cerco un ordine, qualcosa di netto, che comunichi.

Il pollice e l’indice delle due mani si toccano. Le altre dita sono estese.
Il compito che mi sono data è che le due mani si incontrino.
L’aria fra loro è spessa.
In questo strano mudra mi ritrovo.
Ad occhi chiusi il mio cuore, tra tanto dolore, si diverte.

 

[I.P., 1/5/2020]

Sopravvivenza

[la ricetta di Herman]

 

Sopravvivenza

 

Nella filosofia personale di Herman, a garantire la sopravvivenza era la scaltrezza. Dal microbo all’uomo, da una generazione all’altra, la vita si affermava sottraendosi ai gelosi poteri della distruzione. Proprio come durante la prima guerra mondiale avevano fatto i contrabbandieri di Cywkow, che si riempivano gli stivali e le camice di tabacco, si nascondevano addosso merci di ogni genere, e varcavano clandestinamente il confine, infrangendo la legge e corrompendo i funzionari, così nel corso delle epoche si era fatto furtivamente strada ogni singolo protoplasma. Era andata così quando erano comparsi i primi batteri nel limo ai bordi dell’oceano e sarebbe andata così una volta ridotto il sole in cenere, quando l’ultima creatura ancora viva sulla terra sarebbe morta di freddo o in qualunque altro modo prevedesse il copione del dramma biologico finale. Gli animali avevano accettato la precarietà dell’esistenza e la necessità della fuga e dell’astuzia; solo l’uomo cercava la sicurezza e invece riusciva a causare la propria rovina.

 

[Isaac Bashevis Singer, Nemici – Una storia d’amore, Trad. Marina Morpurgo, Ed. Adelphi, pp. 223-224]

 

Segue un interessante quanto caustica descrizione della “scaltrezza” dimostrata dal popolo Ebreo nel corso della storia, biblica e moderna, “riuscito a passare surrettiziamente attraverso il crimine e la follia” e dell’ulteriore passo avanti compiuto da Herman, protagonista del romanzo e sopravvissuto all’annullamento della Shoah divenendo un irriducibile fatalista e nichilista, in grado, in quanto ebreo, di ingannare tutti e tutto, inclusa la sua stessa fede, quindi se stesso. Ma questa è un’altra storia, o solo una parte.