Mara e Floriano

Nel Ghetto di Pitigliano c’è una libreria alternativa.
Si chiama le Strade Bianche di “stampalternativa”. Costruttori di incertezze, una definizione che ti conquista subito.
La libreria è uno di quei posti che somigliano a un piccolo buco nero. Tu scendi due scalini di tufo, altri due di legno, e ti ritrovi a rotolare fra gli scaffali, senza un motivo o un autore da cercare, rimbalzando liberamente fra titoli e copertine, poster e massime appesi a porte e pareti.
Libri senza età, senza paternità, fogli indipendenti figli di un pensiero libero. Pagine stampate e rilegate, più o meno impegnate, più o meno rivoluzionarie. In uno di quei luoghi fatti per fermarsi a riflettere e mettersi in discussione, accogliente e scomodo al punto giusto.

Compro due o tre libricini e mi dirigo verso l’uscita con non poca riluttanza, quando, visibile appena, di fianco all’uscita, scorgo un pezzo di cartone con sopra scritto “Mostra” a pennarello, e una freccia che indica una rampa di scale un po’ nascosta.
Se vuoi ti accompagno, dice la voce di una donna dietro di me.
Mi volto e vedo il sorriso sul volto di una donna sulla cinquantina, capelli corti brizzolati, evidentemente felice di potermi guidare.
Grazie, rispondo, e ci immergiamo.

Dodici consunti scalini ci immettono nel ventre di una cantina scavata nel tufo, collegata a un’altra, di lato, e a un’altra più profonda, in un suggestivo labirinto verticale. Se alzi la testa, al centro delle volte graffiate dal piccone vedi l’apertura circolare da dove si passavano i viveri e il vino.

Mara mi dice che non vuole essere invadente, ma prima di lasciarmi guardare i suoi lavori si avvicina a un tavolino e mi fa scegliere un cartoncino fra tanti che prende in mano e apre a ventaglio come un mazzo di carte. Te lo regalo, rassicura, mentre indugio.
Io sorrido ed estraggo il mio.

Noi ci siamo e vi proteggiamo

Dietro la miniatura di un suo quadro trovo delle parole scritte a biro.
Sono per te, dice Mara, che vorrebbe vedere la mia espressione nel leggerle. Ma io, faccio sempre così, rimando il momento e non le leggo.
La ringrazio e adocchio dei libricini sul tavolino: poesie illustrate, recita il sottotitolo. Lei intuisce e mi dice: Puoi prendere anche quello. Il prezzo lo fai tu. Prima di allontanarsi aggiunge: E metti il tuo nome, indicando un quadernetto aperto.
La ringrazio, mi scosto e inizio la visita. Una ventina di quadri decorano le pareti di roccia con i loro colori allegri e i loro disegni un po’ naif.

Il secondo mi rapisce. Leggo il titolo… qualcosa come “Luce interiore”. Ed è proprio così: i boccoli d’oro che invadono cielo e terra avvolgono una figura femminile stilizzata che tiene appesa a un filo una nuvola opaca bianco-grigia che non ha nulla di minaccioso, ma galleggia serafica in quello spazio immaginifico damascato. Proseguo, attratto dalla poetica del femminile che si ripropone in tutte le opere, che va oltre e mi parla di tutta un’umanità immersa nella natura che è madre, in un cosmo che accoglie e regola, con la fisica e la spiritualità dei suoi astri. Uomo e donna sono lì, con i loro corpi e le loro anime, la loro voglia di amarsi, naturalmente.

Non ho mai visto nessuno così interessato al mio lavoro, dice Mara ridendo alle mie spalle. Mi volto, lei ripete quelle parole incredula mettendomi un po’ in imbarazzo. Mi interessano davvero, dico. Ti lascio solo, aggiunge lei, in caso, se vuoi chiedermi qualcosa, mi trovi di sopra. Sorrido, le sono grato. Riprendo il mio giro.

Al termine, soddisfatto, volto la mia carta.

scaldate dal sole
inebriate dalla luna
camminano
verso il sacro noce
verso l’istinto femminino
per urlare al mondo
noi ci siamo
e vi proteggiamo

I versi di Floriano.

E’ proprio così, penso. Il femminile, il materno, ci avvolgono e ci proteggono. Nella loro saggezza atavica, fonte di vita. Nel loro coraggio, nella loro bellezza.
Prendo un libricino dal tavolo, mi siedo e sul quadernino scrivo quello che penso, mentre una gioia leggera illumina lo sguardo. Quello con cui li saluto, Mara e Floriano, quando li rivedo all’uscita.
A lui dico: Posso darli a te? lasciando il mio obolo.
E’ il prezzo giusto?, fa lui.
Non so che dire, faccio sì con la testa.
Ma lo sappiamo bene, sia io che lui, ci sono cose che un prezzo non l’hanno.

Capalbio

Come parte della natura
cammino nel Tirreno
osservando la forza dell’acqua
che s’infrange
sulla sabbia argentata
immerso nel mare.
Il riflesso del sole
illumina
la momentanea assenza di me.
Il corpo lasciandolo riflettere
assapora sensazioni
di antica memoria
e tuffandomi dentro
a tutto questo
mano nella mano con la compagna
lascio sfuggire
un sublime momento di gioia.

Capalbio

Acrilico su cartone

Intenzioni

Sento oltre i cinque sensi
sento che il microcosmo
di cui faccio parte
è simile
al macrocosmo dell’universo
sento l’inutilità del potere esteriore
sento e immagino la luce dell’anima
ma spiegarlo è ancora
qualcosa
che non m’appartiene.

Intenzioni

Acrilico su cartone

Poesie e illustrazioni tratte da “Naturadelìca“.

Floriano Fabbri
Mara Armaroli

Naturadelìca

[P.B., 21/4/2019]

Scrittura ironica (e antieconomica) – Consigli di lettura

Amate ferie. Tempo di lettura: amore, tesoro, libertà ritrovata. Maltrattata, trascurata, allontanata, gioco-forza per troppi mesi. Ma finalmente eccoci qui. A noi due. Steso sul piano basso di un anacronistico lettino a castello di casa di montagna, accompagnato da adorabili (e pure violenti) temporali estivi che mi precludono la gita e mi riducono a claustrale esistenza in compagnia di un pesciolino rosso, pupazzi e ninnoli da pesca di beneficenza, coppe e medaglie dei tempi andati, e gigantografie di epiche, immemorabili nevicate. Fra le mani, a tratti alterni, un libro, una matita, un quadernetto e la tastiera di questo pc. In attesa di una fonte di ispirazione che mi permetta di imbrattare la pagina, mettendo fatalmente piede in quel limbo autistico, sfera ovattata-sottovuoto che molti di voi conosceranno bene (come si suol dire: “mal comune…”), mi posso finalmente immergere con tutto me stesso in qualcosa di veramente bello e farmi placidamente trasportare altrove. Ovunque. Ovunque, sì, è proprio il caso di dirlo.
Dall’alto della mia ignoranza, o scarsa pratica e conoscenza – suona decisamente meglio, voglio anch’io consigliare, per puro spirito di condivisione, una lettura che trovo davvero interessante e divertente. Non ne faccio trattato o recensione. A) perché non l’ho ancora terminata, B) perché non ne sarei capace. Dico solo che, come per pochi altri libri che mi è capitato di leggere (ma sono io il collo di bottiglia), ha una marcia in più. Anzi, più d’una.
E’ un libro ironico. Dote essenziale, per me, per riuscire gradevole, d’appeal, far contemporaneamente sorridere e riflettere, e tenere a galla il lettore meno attrezzato anche quando le acque possono essere per lui poco invitanti, o torbide, o burrascose.
E’ un libro di fantasia e immaginifico (dote che invidio mortalmente a molti Autori). Basti pensare alla citazione scelta in esergo: “Todo futuro es fabuloso” [Alejo Carpentier].
E’ un meta-libro, in cui il narrato è a tratti tale e dominante, a tratti (i più, direi) puro pretesto per dare libero, pindarico, esilarante sfogo alle profondissime capacità dell’Autore. La lettura acquista quindi svariate altre dimensioni e sfaccettature. Personalmente adoro i momenti in cui uno Scrittore riesce, con pari eleganza e acume, a inserire innesti, riflessioni, speculazioni solo apparentemente occasionali. Quando gioca con i suoi personaggi. Quando i dialoghi diventano al contempo surreali e colmi di significato. Quando egli stesso appare tra le righe e prende serenamente e autorevolmente la parola, intrattenendo il lettore in giustificazioni, spiegazioni, anche tecniche ed erudite, senza risultare mai di troppo o fuori luogo.
E’ arte. E non è da tutti. Affatto. Un’imitazione, per quanto studiata e motivata da preziosismi stilistici (e forse proprio per questo) risulterebbe irrimediabilmente stonata e ridicola al terzo rigo (anche prima). Credo che nella naturalezza, nella leggerezza con cui un Autore riesce a portare il proprio, complesso e articolato, bagaglio culturale sulla pagina, risieda la sua indiscutibile grandezza e bravura.
Ci vuole capacità, stile. Ma prima di tutto ci vuole il bagaglio.
Scimmiottare il primo è ridicolo. Non avere il secondo, irrimediabile.
Mi rendo conto di aver scritto tutto quanto sopra (parole a sbalzo, le mie, spero non del tutto vane) senza dare un minimo d’indirizzamento.
Eccolo: “La zattera di pietra“, di José Saramago, 1986.
Lo sto leggendo nella traduzione di Rita Desti, 3° ed. Feltrinelli 2017.
Non vi dico nulla – e nulla in fondo ho detto. Né trama, né idea, né personaggi, né struttura, stile, punteggiatura ecc., ecc., ecc.. Lascio solo un minimo, infinitesimo assaggio di quello potrete trovare in questo libro, peraltro (per me) incontenibile e indefinibile (sensazione provata leggendo ad esempio Queneau, Calvino, Marquez…).

“La Due Cavalli attraversa lentamente il ponte alla velocità minima consentita per dare allo spagnolo il tempo di ammirare la bellezza dei paesaggi di terra e di mare, oltre che la grandiosa opera di ingegneria che collega le due rive del fiume, la costruzione, stiamo parlando della frase, è perifrastica, l’abbiamo usata solo per non ripetere la parola ponte, che sarebbe risultato un solecismo, del tipo pleonastico o ridondante. Nelle varie arti, e in quella dello scrivere per eccellenza, la via migliore fra due punti, anche se vicini, non è stata e non sarà, e non è la linea che si chiama retta, mai e poi mai, un modo, questo, energico ed enfatico di rispondere ai dubbi, mettendoli a tacere.”

Buone ferie, buone letture a tutti.
P.