Sul Piave

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Scampato miracolosamente al tifo, dopo quaranta giorni di licenza per convalescenza, il nonno torna al fronte, ormai attestatosi sul Piave.

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Il duello

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Postazione di bombarda italiana

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Dove fosse il nuovo deposito dei bombardieri al quale dovevo presentarmi lo seppi agli uffici militari delle stazioni: era un paesino in provincia di Reggio Emilia, Formigine. Non vi rimasi molto tempo: presto mi trovai nuovamente al fronte di combattimento, precisamente nella zona di Fossalta, nel medio Piave. Qui la natura delle difese, costituite dagli argini del fiume stesso, facevano sì che il fronte fosse abbastanza tranquillo. C’era scambio di fuoco di artiglieria, ma i proiettili si perdevano per lo più lontani o erano fermati dall’argine del fiume, mentre l’acqua corrente ci riparava dalle incursioni nemiche.

Approfittammo di queste favorevoli condizioni per dedicare qualche cura ai nostri rifugi, munendoli tra l’altro di stufette per temperare i rigori dell’inverno, anche se in seguito simili iniziative non furono più ammesse, perché si temeva potessero comportare un indebolimento dell’argine. Ad ogni reggimento fu aggregata una sezione lanciabombe Stockes di quattro pezzi ed io passai ad una di queste come capo pezzo. Erano le uniche armi che sparavano perché potevamo farlo al riparo dell’argine del fiume: avevano infatti la particolarità di sparare proiettili con una leggera angolazione dalla verticale.

Mi spostavo di frequente lungo l’argine perché non avevo obiettivi fissi da battere, le mie erano più che altro azioni di disturbo e di assaggio della reazione nemica. Ma per controbattere il tiro di un lanciabombe non c’era che un altro lanciabombe, e il nemico ne era evidentemente sprovvisto, perché non ne aveva mai fatto uso. Così passammo il resto dell’inverno e la primavera.

Mi trovavo nella zona di San Donà di Piave quando, durante la notte fra il 4 e il 5 giugno 1918, gli Austriaci piazzarono due cannoni sul greto del fiume, in quel punto molto assai largo. Nel buio non riuscirono a mascherarli e dalle nostre postazioni, sulla nostra sponda del greto del fiume, i due cannoni erano visibili distintamente. Se ne occuparono i giovani ufficiali, che pensarono di batterli con uno dei lanciabombe piazzati dietro l’argine. Dei quattro pezzi disponibili venne scelto il mio. Non avevo bisogno di spostare la mia arma, che era sulla dirittura dei cannoni, ma non avevo alcuna certezza di raggiungerli con il tiro. Gli ufficiali fecero un piano di attacco. Si sarebbero appostati lungo i camminamenti sul greto del fiume e nelle ridotte che venivano occupate soltanto la notte e, per quanto possibile, avrebbero disturbato il nemico con il fuoco di fucileria. Io avrei sparato dalla mia postazione nella direzione da loro indicata.

Nella postazione ero protetto da una duna di sabbia e coperto da piante di robinie. Alle mie spalle, un vasto campo, in fondo al quale c’era la massicciata della ferrovia. Per sparare seguendo le indicazioni degli ufficiali non era necessario che spostassi il lanciabombe. Le bombe le avevo messe al riparo dietro una latrina che avevamo costruito con sacchetti di sabbia; tre soldati a catena me le passavano. Non avevo visto personalmente dove fossero piazzati i due cannoni ma, dalle informazioni degli ufficiali, prevedevo che fossero ad una distanza superiore alla gittata del lanciabombe, tanto più che le cariche a disposizione erano umide: le avevo infatti trovate già sul posto, in un ripostiglio scavato nell’argine del fiume.

Quando gli ufficiali, disposti a catena dalla postazione di sparo fino al punto per guidare i tiri, segnalarono di esser pronti, sparai il primo colpo. Direzione esatta, ma tiro corto, come temevo. La risposta del nemico fu immediata e violenta. Il proiettile del lanciabombe si vede in partenza e per tutta la traiettoria del tiro: i due cannoni indirizzarono immediatamente il tiro verso la mia postazione. Ero parzialmente protetto da una duna di sabbia, sull’orlo della quale i proiettili affondavano, per uscirne dopo breve tratto e perdersi nel campo dietro di noi con strani effetti e scoppiare infine sul terrapieno della ferrovia. La sabbia non aveva compattezza, non fermava i proiettili, né l’impatto era sufficiente a procurarne la deflagrazione: ad ogni tiro venivo investito dalla sabbia, ma non subivo altri danni.

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Postazione di mortaio italiana

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I tiri cadevano ad un paio di metri, anche meno, dal posto in cui avevo piazzato il lanciabombe, per cui mi affrettai a spostare tutte le munizioni sulla sinistra dell’arma, operazione che riuscii a fare senza inconvenienti, data la precisione dei tiri del nemico, per cui tutti i proiettili cadevano, con variazioni minime, nello stesso punto. Allo stato delle cose, non avevo alcuna possibilità di vincere l’impari duello, perché la portata del lanciabombe non era sufficiente a raggiungere il bersaglio. La segnalazione degli ufficiali era sempre la stessa: “Direzione giusta, tiro corto!”

Mi ricordai allora di un deposito di munizioni in un anfratto del fiume che avevo visto poco tempo prima. Cessai di sparare ed informai gli ufficiali della necessità e della possibilità di procurarmi altre munizioni. Il nemico, forse nella convinzione di avermi colpito, cessò a sua volta di sparare. Andai con due soldati in cerca di quelle munizioni e le trovai proprio dove mi ricordavo di averle viste. Durante questa pausa i miei pensieri non erano dei più lieti, ero cosciente del rischio che correvo. Ma ero calmo e in fondo ai miei pensieri dominava sempre l’ottimismo che non mi ha mai abbandonato durante il periodo della guerra, anche nelle circostanze più rischiose e, fra le tante, quella appena superata, forse la più pericolosa di tutte, che adesso stava per riprendere.

Nel tragitto di ritorno mi incrociai con il mio diretto superiore, il sergente della sezione lanciabombe, un milanese simpatico, ma un po’ spaccone: “Sergente, lei che è sempre in cerca di gloria, venga con me che è una bella occasione”, dissi. “Debbo andare a ispezionare altri pezzi”, mi rispose. “Stia attento che non arrugginiscano”, e con questo lo lasciai.

Ritornai al posto di combattimento: il nemico non aveva più sparato un colpo, forse era davvero convinto di avermi eliminato. Chiesi agli ufficiali di poter spostare il pezzo, sul quale il nemico aveva ormai due cannoni puntati. Era facile a questo punto annientarmi, se non avessi più avuto quella fortuna, che posso ben definire miracolosa, che mi aveva assistito fino ad allora. Gli ufficiali mi fecero osservare che ora anch’io mi trovavo in una posizione più favorevole: con cariche più forti si poteva allungare il tiro per colpire il bersaglio. Gli ultimi tiri avevano raggiunto l’acqua quasi ai bordi della sponda opposta del Piave, i cannoni erano piazzati due o trecento metri oltre.

Preparai qualche bomba con le cariche supplementari e sparai la prima. La risposta del nemico fu ancora una volta immediata e violenta. Contrariamente a quello che supponevo, non si erano allontanati dai pezzi. Mi arrivarono intanto le istruzioni per il tiro e al terzo tentativo colpii uno dei due cannoni. Dopo altri pochi lanci, con una deviazione del tiro verso destra, colpii anche il secondo. Avevo vinto il duello! Non credevo a me stesso, a tanta fortuna, per essere riuscito in pochi colpi, e grazie alle nuove cariche da sparo, a risolvere la situazione a mio favore.

Vennero tutti i giovani ufficiali esultanti a complimentarsi. Mi resi conto che erano tutti tenenti e sottotenenti, fra di loro non figurava nemmeno un capitano. Erano stati i ragazzi dell’ufficialità ad organizzare l’azione, probabilmente senza nemmeno informarne i superiori, come in seguito mi successe di nuovo nella zona di Capo Sile. Appartenevano al 205° Raggruppamento Bombardieri, al quale io, del 204°, ero stato provvisoriamente aggregato. La sera stessa, nel mio rifugio notturno, una tana scavata nell’argine del Piave, venne a trovarmi l’amico Bassi, un lomellino con il quale legavo molto, per dirmi che alla mensa ufficiali non facevano altro che parlare di me e che tutti erano concordi per propormi per un’alta ricompensa al valore. Era logico che mi aspettassi di esser chiamato da qualche ufficiale superiore all’indomani, ma nessuno mai si fece vivo, né l’indomani, né dopo. Se Bassi non mi avesse raccontato tutto, io nella mia innata modestia non avrei nemmeno pensato alla possibilità di una ricompensa al valore. Come ho detto, ero del 204° Raggruppamento, provvisoriamente aggregato al 205°, e da questo sarebbe dovuta partire la proposta della ricompensa che avrebbe però arricchito il medagliere dell’altro, cui appartenevo. Non so in che rapporti fossero i due comandanti, ma ho imparato in seguito che il disaccordo e l’invidia fra gli alti comandi ci sono costati un sacco di sciagure, fra cui Caporetto. Lo stesso mio tenente non mi fece alcun cenno dell’episodio e tanto meno il colonnello comandante il 204°.

Tutto ciò accadeva il 5 Giugno 1918. Dieci giorni dopo, il 15 Giugno, gli Austriaci iniziarono la loro offensiva sul Piave. Ecco spiegato perché avevano avanzato i due cannoni sulle linee della fanteria.

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Lanciabombe italiana

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* Fra le note e le riflessioni conclusive del memoire, tornando all’episodio qui narrato, il nonno scriverà:

Si è trattato di fronteggiare un pericolo mortale a sangue freddo per un periodo lungo di tempo, tenendo ben saldo il sistema nervoso; di giocare freddamente con la morte non per pochi istanti, ma per tutto il tempo necessario a realizzare l’obiettivo. Avrei potuto ridurre questo tempo, scordando il deposito delle cariche da sparo aggiuntive, che mi hanno poi permesso di raggiungere il bersaglio, ma tale pensiero non mi ha neanche sfiorato. Per accelerare il tiro ho rischiato molto, accumulando le munizioni attorno al pezzo; sarebbe bastata una scheggia di granata per provocare un disastro. Ma per fortuna non una sola granata scoppiò al primo impatto con l’orlo sabbioso della duna, dietro la quale avevo piazzato il lanciabombe.

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Lanciabombe italiana
Lanciabombe austriaca

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(Continua)

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[dal memoire di mio nonno, Virgilio Giorgi]

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Immagini tratte dal web

A Gorizia

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Dopo l’offensiva e la conquista dell’altopiano della Bainsizza, Virgilio viene destinato a Gorizia, dove dovrà fronteggiare un nuovo insidiosissimo nemico.

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Il tifo

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La nostra nuova destinazione fu Gorizia. In un primo tempo rimasi in città, per dare modo ai soldati del genio di piazzare le bombarde e scavare le gallerie per le munizioni e per il nostro rifugio. La città era deserta di civili ed anche i militari erano poco numerosi. Sulla città il nemico non sparava, era un posto sicuro. Solamente una volta fui in pericolo.

Dormivo in un grande vecchio caseggiato nel cui cortile, una notte, il fuoco acceso per scaldare il caffè da portare ai soldati in trincea attirò l’attenzione del nemico. Quello di accendere il fuoco per il caffè era un rito che si ripeteva ogni notte, ma il nemico non aveva mai reagito. Arrivarono alcune granate, una di esse colpì il camerone dove dormivo, dal soffitto si staccò un grosso calcinaccio che cadde sul bordo della mia branda, proprio all’altezza della testa: mi sfiorò, ma rimasi incolume. Continuai a dormire e non arrivarono altri colpi.

Dopo una quindicina di giorni, le nostre postazioni furono pronte e le occupammo. Eravamo immersi in un bosco di alte robinie che ci impedivano la visibilità perché il terreno era piatto e, al di là dei sacchetti di sabbia tutto intorno alle bombarde, non si vedeva nulla.

Mi dissero che eravamo vicino al cimitero della città e che con le bombarde avremmo sparato sul monte San Gabriele. Gli Austriaci ne avevano fatto una fortezza che, con il vicino Monte San Michele, sbarrava la strada a qualsiasi nostro tentativo di avanzata. Lo strano era che, ad ogni nostro bombardamento, il nemico non rispondeva mai. Probabilmente, in mezzo a tutto quel verde, non era riuscito ad individuarci. Anche se si sparava, era un fronte tranquillo.

Disgraziatamente, a turbare la nostra tranquillità ci pensava il nuovo capitano comandante la batteria, un individuo che aveva un’arte particolare per farsi odiare dagli inferiori, e infatti i soldati ed i subalterni di qualunque grado lo odiavano a morte. Era un maniaco del regolamento militare, sempre accigliato, scostante, borioso. Pretendeva, per esempio, che i soldati addetti alle bombarde occupassero per tutta la giornata le rispettive postazioni d’azione, secondo quanto ci insegnava nelle esercitazioni. Nelle piazzole delle bombarde pretendeva la pulizia che si può trovare in un salotto e bastava qualche foglio secco in terra per mandarlo in bestia.

Come dicevo, era riuscito a farsi odiare e a ripensarci ancora oggi non capisco come un ufficiale non comprendesse che l’aspetto più importante della propria missione fosse quella di accattivarsi la stima e la simpatia dei suoi subordinati e non di suscitare in loro senso di rifiuto o peggio.

Non ricordo con esattezza quando cominciai a non star bene, forse verso la fine del mese di settembre. Perdevo forza di giorno in giorno, ma non ricorsi al dottore se non quando mi accorsi di non potermi più reggere sulle gambe. Ero già gravemente ammalato di tifo.

Il medico dispose per il mio trasporto immediato all’ospedale, accompagnato da un infermiere. Un’ambulanza mi portò alla stazione di Cormons e qui salii sul treno per Udine. Ero ormai ridotto in uno stato tale che non avevo più la forza di stare seduto e dovetti coricarmi sul pavimento, sotto i sedili del treno. Dalla stazione di Udine un’autoambulanza mi portò all’ospedale militare.

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Ero in uno stato di piena incoscienza ed il mio primo ricordo dell’ospedale, forse di qualche giorno dopo, è quello di una grande camerata piena di letti bianchi. Man mano che prendevo coscienza, osservavo che ogni mattina uno o più di questi letti erano completamente coperti da un lenzuolo bianco: mi resi infine conto che non ospitavano più malati, ma morti. Era la stanza dei gravissimi, l’anticamera della morte.

Una mattina, ero tornato cosciente, con mio grande sollievo fui trasferito in un’altra camerata, quella dei malati che avevano superato il punto critico della malattia. Nel letto vicino avevo un soldato toscano, più avanti di me nella guarigione, che era assistito dalla moglie. La ripresa da quel momento fu rapida e presto entrai in convalescenza. Alla visita medica per esser dimesso dall’ospedale mi concessero una licenza di quaranta giorni. Ritornai quindi a Godiasco, dal nonno.

Fu proprio mentre ero in licenza di convalescenza che vennero i giorni di Caporetto: dall’Isonzo e dalle Alpi il nemico sfondò le nostre linee e avanzò rapidamente. La disfatta per l’arma dei bombardieri fu totale: le bombarde, infatti, per essere smontate richiedono molto lavoro e, per spostarle, servono mezzi adeguati. Per queste ragioni furono tutte abbandonate, probabilmente distrutte. I bombardieri vennero quindi muniti di fucile e trasformati in due reggimenti di fucilieri.

Quando i quaranta giorni di licenza furono trascorsi, il nuovo fronte di combattimento era già stabilito sul Piave.

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(Continua)

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[dal memoire di mio nonno, Virgilio Giorgi]

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Immagini di copertina tratte dal web: Ospedale da campo 230 di Langoris, Ospedale militare, La ritirata a seguito della disfatta di Caporetto

Verso il fronte

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Continua la narrazione di Virgilio. Arruolatosi, dopo qualche tempo di attesa e addestramento a Casale Monferrato, con il 1° Reggimento di Artiglieria Pesante Campale, e a Susegana, alla scuola dei Bombardieri, raggiunge finalmente il fronte…

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La scuola dei bombardieri

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Partimmo una sera facendo tante congetture su quale parte del fronte ci avessero destinato, ma nessuna risultò esatta. Viaggiammo tutta la notte e all’alba il treno si fermò a Susegana. Ci informarono allora che non eravamo diretti verso il fronte, essendo stati trasferiti d’arma, dall’Artiglieria ai Bombardieri. Io credo di esser rimasto il più disilluso di tutti.

Cambiamento d’arma voleva dire, per me, ancora istruzione, con tutta la noia che ne consegue: cioè, tornare nuovamente recluta. Non ho mai capito perché le autorità militari ingannassero i soldati a questo modo. A combattere, ben pochi erano quelli che ci andavano volentieri, io fra i pochi, e mi riservavano un simile trattamento… Feci subito subito noto il desiderio di partire per il fronte alla prima occasione, ma i miei nuovi superiori mi offersero invece di iscrivermi ai corsi di avanzamento per ufficiali o sottufficiali. Rifiutai, erano corsi che duravano mesi… Il mio rifiuto provocò provocò anche misure disciplinari: fui consegnato in permanenza e mi tolsero le fasce per impedirmi di uscire. Misura stupida perché un paio di fasce in prestito non era difficile trovarle. Tutte le sere dovevo rispondere all’appello dei consegnati: in poche parole, punito per voler andare al fronte. Mi auguro che non ce ne siano stati altri di questi casi nel nostro esercito.

Naturalmente seguivo l’istruzione normale impartita alle reclute e qui l’elemento umano era di gran lunga migliore che altrove. Il fatto si spiega con la provenienza dei bombardieri da altri corpi dove avevano ricevuto un’istruzione militare. Per quanto mi riguarda, credo di essere stato una sorta di vigilato speciale, dopo il rifiuto di seguire i corsi di avanzamento. Mi ricordo un episodio. Un giorno, mentre uno dei marescialli istruttori parlava di esplosivi e precisamente della nitroglicerina, io nel mio notes cercavo di ricavarne la formula combinando l’acido nitrico alla glicerina; di questa però non ero sicuro della formula. Incuriosito, il maresciallo venne a vedere che cosa scrivessi. Davanti a tutte quelle lettere e quei numeri, pensò forse che si trattasse di un alfabeto convenzionale per comunicare non so con chi. Mi sequestrò il foglietto, dicendo che l’avrebbe fatto vedere ai superiori. “Non lo faccia maresciallo”, gli dissi, “si tratta soltanto di formule chimiche”. Per combinazione passava in quel momento il tenente Pacinotti che si diceva discendente del famoso chimico, celebre per l’anello che da lui appunto aveva preso il nome. Il maresciallo gli mostrò il foglietto e il tenente finì col farmi i complimenti perché la formula ricavata dalla reazione era esatta.

In tutto il tempo in cui sono stato alla scuola bombardieri non sono uscito una sola volta, così non ebbi di vedere il paese di Susegana.

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La prima azione: l’offensiva della Bainsizza

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Eravamo arrivati al mese di giugno 1917 quando ebbi finalmente l’opportunità di raggiungere il fronte di guerra. Le autorità militari, visti i miei rifiuti a seguire i corsi di avanzamento, motivati dal fatto che gli stessi mi avrebbero tenuto lontano dal fronte ancora per mesi, mi misero in lista per il primo invio al fronte della classe 98.

Si stava preparando l’offensiva sull’altopiano della Bainsizza, nella quale sarebbero entrate per la prima volta in azione le nuove bombarde 240, che avevano una portata di tiro molto maggiore di quelle in uso fino allora. Partii con una lunga colonna di autocarri diretti verso il medio Isonzo, fiume che segnava la linea di combattimento: sulla riva destra gli Italiani, sulla riva sinistra gli Austriaci.

La zona attraversata era montagnosa e ci fermammo, prima dell’alba, ad un bivio dal quale si sarebbe poi passati nella valle dell’Isonzo. La colonna dei camion era al sicuro perché protetta dal tiro nemico da uno sperone di montagna. C’era di guardia al bivio un bersagliere con il quale, non appena albeggiò, mi misi a parlare. “Qua”, mi disse, “siamo al sicuro. Le notti sono sempre tranquille, ma alle otto del mattino il nemico comincia a sparare. I proiettili ci passano sopra la testa e vanno a scoppiare al fondo valle.”

Ed effettivamente all’ora indicata sentii per la prima volta il fischio rabbioso dei proiettili ed il loro scoppio a fondo valle. Era il mio battesimo della guerra, peraltro senza emozioni, né tanto meno paura, sicuro com’ero dell’invulnerabilità del mio riparo. La colonna ripartì voltando a sinistra dal bivio e imboccando la strada che portava direttamente al fiume. La strada era sotto il tiro diretto del nemico, ma era mascherata da tralicci di frasche e rami che impedivano di vederne il traffico. La percorremmo per due o tre chilometri senza che un solo tiro ci venisse indirizzato. Ci fermammo che eravamo arrivati quasi a valle. Sulla destra della strada, lungo il pendio della montagna, al riparo di uno sperone che ci avrebbe protetto dai tiri nemici, dovevamo piazzare la bombarda.

Il piazzamento di una bombarda richiede molto lavoro, specie in un terreno accidentato. A questi lavori stavano provvedendo soldati del genio che al nostro arrivo avevano già sistemato la piazzola per la bombarda e scavato le gallerie per il deposito delle bombe e per il ricovero per gli uomini addetti all’arma. I soldati del genio erano quasi tutti sardi e, nella vita civile, minatori. A noi spettava il trasporto dei vari pezzi dell’arma e delle bombe nei ricoveri, bombe che pesavano circa novanta chili l’una. Una faticaccia in quel terreno accidentato.

Eravamo in piena estate e si dormiva allo scoperto. L’area era ricca di frutta e già immaginavamo di fare provviste anche per l’inverno, pensando che in quella zona del fronte sarebbe continuata la calma, come stava succedendo dall’inizio delle ostilità. L’Isonzo separava i due schieramenti e mutamenti di posizioni non erano possibili, se non per effetto di una grande offensiva. E venne la grande offensiva, promossa dal nostro esercito: l’offensiva dell’altopiano della Bainsizza, dove noi, con la nostra batteria, occupavamo una zona centrale.

Sul fiume, sulla nostra sponda, c’era il paese abbandonato di Ronzina, di fronte, sul fronte austriaco, quello di Auzza. Cominciammo a sparare prima dell’alba, senza interruzioni, allungando gradualmente il tiro, fino a pieno giorno. Per il nemico fu una brutta sorpresa. Buona parte della sua artiglieria, fino a quel momento fuori dal nostro raggio d’azione, con le nuove bombarde L.L. si trovò sotto tiro e subì gravi perdite.

Io ero capo pezzo di una delle quattro bombarde della batteria e mi ricorderò sempre del primo sparo. Si sparava con strappo della corda di accensione della carica, inoltrandoci nella galleria. Al primo strappo della corda, l’accensione provocò uno spostamento d’aria tale che tutto ciò che era appeso o depositato nel primo tratto della galleria, che era a gomito, venne spazzato via e si accumulò nel punto in cui essa piegava ed eravamo riparati noi. Tale era lo spostamento d’aria a ogni sparo; se si aggiunge poi l’odore acre, il fumo delle polveri bruciate e il rombante rumore degli spari, si può ben dire che il fisico umano era messo a dura prova.

Cominciammo a sparare all’alba del 15 agosto, si continuò per qualche ora allungando gradualmente il tiro. Verso mezzogiorno il nostro bombardamento cessò: le fanterie erano già uscite all’attacco delle posizioni nemiche devastate dal fuoco delle nostre bombarde. Nel pomeriggio tutti gli obiettivi della nostra offensiva erano stati raggiunti e l’altopiano della Bainsizza conquistato. Più tardi, di ritorno dalla battaglia, passò dalla postazione della mia bombarda un militare con una divisa che non avevo mai visto. Aveva legato alla cintola un gallo. Quando arrivò alla piazzola della nostra bombarda si fermò per vedere l’arma lanciava “quei proiettili che tutto distruggevano dove arrivavano”. Era di Cremona e mi disse che apparteneva che apparteneva ad un nuovo corpo di truppe d’assalto chiamati “Arditi”. Mi spiegò che gli arditi non venivano impiegati per tenere le posizioni o difenderle dopo la presa, ma erano destinati soltanto ad azioni offensive. Conquistato un obiettivo, lo cedevano ad altre truppe perché lo difendessero. In altri termini, gli arditi non conoscevano la vita di trincea che, se in talune circostanze poteva dirsi tranquilla, era pur sempre logorante. Saputo questo, non persi tempo e inoltrai al più presto domanda per passare al corpo degli arditi.

Ma torniamo al giorno dell’offensiva.

Ero stanco e frastornato, ma in ottime condizioni di spirito. L’attacco che avevamo sferrato aveva avuto successo ed una parte del merito andava ai bombardieri che con i loro mezzi avevano portato scompiglio e distruzione nelle file nemiche. Le quattro bombarde della batteria erano piazzate lungo uno sperone della montagna, non lontane l’una dall’altra, ma senza essere visibili da una postazione all’altra. Non era ancora sceso il buio che mi accorsi di non avere più sigarette, né c’era fra i compagni chi ne avesse. Salii al pezzo che stava sopra al mio e, arrivato alla piazzola, vidi diversi corpi coperti da teli di tende e pensai a soldati che dormissero presi dalla stanchezza di quella giornata tremenda. Sollevai un lembo di un telo e mi accorsi che erano soldati morti; erano nove. Seppi l’indomani che un proiettile austriaco di grosso calibro aveva colpito in pieno la bombarda provocando la strage. Nel furore della battaglia, pur essendo a poca distanza, non mi ero accorto di nulla, né s’era accorto alcun altro dei miei compagni. Il desiderio di fumare era talmente forte che afferrai un pacchetto di sigarette che affiorava dalla tasca di una delle vittime e scesi alla mia postazione per riferire ai miei compagni. Ma il nostro compito sul fronte della Bainsizza era ormai terminato, ci aspettava già il trasferimento.

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(Continua)

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[dal memoire di mio nonno, Virgilio Giorgi]

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Immagini di copertina tratte dal web: Castello di San Salvatore, Susegana (TV) – Soldati sull’altopiano della Bainsizza (SLO)

Virgilio e la guerra

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Ciò che segue è la trascrizione delle pagine di un memoire di mio nonno. Si chiamava Virgilio ed è morto quando avevo sette anni, non posso dire di averlo conosciuto. Rileggere il suo diario in questi giorni mi ha fatto un certo effetto, tanto da volerlo riportare qui. Quella di mio nonno è una cronaca asciutta, che a tratti ricorda l’essenziale crudezza di certi romanzi di guerra. Ne emerge il ritratto di un uomo fiero e determinato, coraggioso ma non spavaldo. Oltre all’intenzione di raccontare i fatti, in queste righe si coglie l’ardore, l’aspettativa, la paura di un giovane uomo del suo tempo, devoto alla patria e mosso da un incorruttibile senso del dovere e dell’onore. La volontà di ricordare e testimoniare eventi che hanno fatto la storia e in quel contesto lasciare una traccia di sé. E’ un documento prezioso, non solo per noi familiari.

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Recluta

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Classe 1898, mio nonno fu chiamato alle armi nel mese di Marzo del 1917. Aveva 19 anni.

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Alla visita medica, al distretto di Voghera, il Colonnello in capo che aveva il compito di destinare le reclute alle diverse armi, voleva assegnarmi al 3° Reggimento Telegrafisti, ma io espressi il desiderio di raggiungere un’arma combattente. Questo fu molto apprezzato dal Colonnello, il quale decise poi di assegnarmi al 1° Reggimento Artiglieria Pesante Campale, di stanza a Casale Monferrato.

Io frequentavo allora l’Istituto Agricolo “Gallini” di Voghera e mi fu ritardata la data della presentazione al Reggimento per darmi modo di partecipare agli esami per il passaggio di classe. Fra i miei compagni di classe c’era un ragazzo più giovane di me che, avevo notato, gradiva la mia compagnia: era molto contento quando mi intrattenevo con lui. Ritornato a scuola mi avvicinò e mi disse: “Mio padre è rimasto molto favorevolmente impressionato dalla tua richiesta di andare in un’arma combattente, anziché nel Genio”. Era stato il figlio del Colonnello a raccomandarmi al padre per l’assegnazione all’arma.

Raggiunsi il Reggimento un paio di settimane dopo. La vita di caserma, specie per i coscritti, è noiosa. All’istruzione militare devi fare il passo lungo come quello del coscritto più ignorante e sentirti ripetere le stesse cose per settimane e mesi. Fui quindi sorpreso quando, dopo una ventina di giorni, fui chiamato in fureria, dove mi consegnarono un permesso per tornarmene a casa per qualche giorno. Che altro santo mi proteggeva, dopo il figlio del Colonnello?

Lo seppi a Godiasco. A farmi avere il permesso era stata una signora di Casale che aveva dimorato appunto a Godiasco anni addietro e il cui figlio era stato mio compagno di giochi. La signora era amica del dottore del Reggimento e questi si interessò della concessione del breve permesso. Era il primo permesso che si concedeva alle reclute e tutti mi invidiarono. Io, però, che non ho mai cercato privilegi in vita mia, mi trovavo alquanto a disagio, tanto più che mi avevano fatto indossare una vecchia divisa militare che mi infagottava in maniera ridicola. Avevo vergogna a ripresentarmi in paese in quello stato e avrei rinunciato volentieri al permesso, ma non potevo farlo, per ovvie ragioni: dopo l’invidia avrei suscitato il malcontento fra i miei compagni.

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Faceva parte della nostra istruzione anche il maneggio, dove si imparava ad andare a cavallo. Personalmente non avevo una particolare passione per i cavalli e a montarli con stile non ho mai imparato, nemmeno in seguito, quando in Perù, per ragioni di lavoro, dovevo stare in sella da mattina a sera: la mia preoccupazione principale è sempre stata quella di affaticare la bestia il meno possibile.

Al maneggio si montava con sella, senza staffe: era più difficile cavalcare, ma le cadute erano senza conseguenze, perché non rimanevi impigliato nella staffa e di conseguenza non rischiavi di venire trascinato dal cavallo. I cavalli giravano in fila lungo le pareti del maneggio e in caso di caduta la raccomandazione era di non muoversi. A me successe tre volte di cadere e i cavalli della fila mi passarono sopra senza recarmi alcun danno.

Il maneggio era un po’ il banco di prova dello spirito delle reclute. Alcuni si rifiutarono di montare a cavallo e con questi gli ufficiali erano particolarmente severi. Li legavano alla sella e poi frustavano il cavallo, mettendolo al galoppo. Mi ricordo di una recluta napoletana, un giovanottone alto e grosso, dai capelli rossi, che urlava come un ossesso, implorando San Gennaro di salvarlo.

Una sera fui destinato di servizio come guardia alla scuderia. Fungono da capo guardia di solito soldati anziani o graduati. Entrato in scuderia, mi venne incontro il capo guardia, un caporale che, vedendomi si fermò sorpreso e mi disse: “Ma lei è il figlio del signor Luigi, il fratello del Silvio!” Era di Castelletto(*), dove io allora non conoscevo nessuno, ma tutti conoscevano me. Continuava a darmi del lei, sebbene fosse superiore in grado, mentre con i usavano tutti il tu. Dopo aver chiacchierato un po’ mi disse: “Vada a sdraiarsi sulle paglie e si faccia una bella dormita, alla guardia ai cavalli ci penso io”.

Erano passati circa due mesi dall’arrivo in caserma, quando arrivò una richiesta dal fronte di guerra di nuovi soldati per sostituire le perdite. La richiesta era per soldati esperti, con facoltà alle reclute di sostituirli. Vennero designati i partenti e se ne espose la lista. Questa mise in agitazione tutti quanti: felici gli esclusi, preoccupati gli inclusi, alcuni di essi disperati. Fra questi un toscano che si diceva padre di quattro figli e non sapeva darsi pace. Mi avvicinai a lui e gli dissi: “Non ti lagnare più, vado io al tuo posto”. Sembrò impazzire dalla gioia, mi abbracciò con effusione. Per tutti i pochi giorni che rimasi ancora in caserma, l’ho avuto appiccicato, ad offrirmi questo o quello, persino denaro.

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(Continua)

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(*) Castelletto di Branduzzo, in Provincia di Pavia.

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[dal memoire di Virgilio Giorgi]

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Immagine di copertina: foto d’archivio tratta dal web del 1° Reggimento Artiglieria Pesante Campale

Il vento di Tatura

Copertina

Esiste un’Italia, un popolo italiano, di cui pochi sanno o ricordano. E la memoria breve dell’uomo sul tempo che incede inesorabile certo non aiuta.
Meglio sarebbe dire che “è esistito”, quel popolo. Ma il ricordo non è morto. Vive ancora, nelle persone, i sopravvissuti, che ne hanno fatto parte e lo custodiscono come una parte e della propria giovinezza.
Vive grazie alla memoria, orale, ostinata, retrospettiva, ma anche nostalgica, gentile. E quella scritta, autografa, affascinante, incredibilmente preziosa.
Ed è di un bellissimo esemplare di quest’ultima che qui voglio dire.

Il popolo di cui parlo non viveva sul suolo natio, ma all’estero.
Espatriati, migranti. In estremo oriente. Negli anni che precedettero la seconda guerra mondiale.
Partivano in nave. Erano italiani che andavano a lavorare all’estero. Imprenditori, pionieri, se vuoi.
Mio nonno era fra quelli. Agronomo, lavorava nelle piantagioni di caucciù in Malesia. Dopo breve tempo, appena laureata, lo raggiunse sua moglie, mia nonna.
I loro figli nacquero là, sull’isola di Java, il primogenito, e a Singapore, mia mamma.
Poi venne la guerra.
I rapporti politici e commerciali fra nazioni e compagnie si interruppero improvvisamente, dall’oggi al domani. E anche quelli umani mutarono, inesorabilmente. Da amici a nemici, in una notte. Nessuna trincea, nessuna barricata, nessun comizio o sfilata armata, a segnare il confine, che in fondo – sappiamo – è così sottile.
Ci fu la reclusione, poi l’internamento in Australia.
Quel popolo, che non posso far altro che definire “di patrioti”, senza distinzioni e sfumature, in virtù del solo fatto di non aver rinnegato la propria patria, fu fatto prigioniero.

Il libro che segnalo in questo mio articolo è un diario, scritto durante i sei anni che seguirono (1940 – 1946). Sei anni di campo di internamento.
E’ stato scritto da una donna italiana, friulana, Ottilia Vincenzini Reginato, moglie e madre all’estero. Prigioniera di guerra, internata in una landa desertica, all’interno di un campo fatto di baracche in lamiera e filo spinato. Di sabbia e vento. Soprattutto vento. Implacabile, feroce, urlante, gelido. Impietoso, carico di sabbia, soffocante.
Non voglio fare alcun accenno a questioni politiche, di partito, di prese di posizione più o meno forti, più o meno bellicose. No. Perché è l’Autrice del memoire, lei per prima a non farlo. Non parla di fascisti, di ebrei, di tedeschi, di neutrali, dei cosiddetti “tiepidi”. Parla di esseri umani, raccolti e uniti forzatamente (pericolosamente anche) in uno spazio angusto e inospitale.
Per sei interminabili anni.

Mia madre era appena nata quando, in braccio a mia nonna, entrò nel campo di Tatura. Ne uscì all’età di sei anni.
L’Autrice vi mise al mondo tre figli.
Il suo diario è una cronaca che scandisce le settimane, i giorni. E’ la storia di una speranza che s’affievolisce, di una consapevolezza che cresce. E’ la storia di una donna forte e delicata, con un intimo poetico che a tratti tocca picchi altissimi.
E’ la storia di un amore, che sopravvive a tutto, e vince, nonostante tutto. Di un’esistenza che, stremata e sfinita, ritrova le forze per ricominciare. Dal nulla. Dal disorientamento più totale (possiamo immaginare cosa vuol dire pensare di non avere più una patria, luoghi e famiglie cui fare ritorno dopo un esilio?). E’ la storia di una famiglia che cresce, fra gli stenti e le difficoltà, i pericoli delle condizioni climatiche e igieniche più precarie.

Non siamo a Auschwitz, sia ben chiaro. Gli Inglesi, nella sostanza, rispettavano la Convenzione di Ginevra.
L’orizzonte di questo memoire è un altro. Un altro mondo. Un altro emisfero, anche.
Ed è possibile, proprio per questo, accedere alle pagine più delicate e poetiche (ma anche ironiche, allegre, o infuocate, invettive) di questa testimonianza.
La persona che l’ha scritto, l’ho già detto, aveva un animo poetico, ma anche una capacità di leggere e descrivere in pochi tratti, gli aspetti più veri e salienti dell’essere umano. Il suo intelletto, scevro da ragionamenti faziosi e politici, rimane lucido e le consente un’obiettività che trascende, che sopra a tutto pone sempre il sentimento, l’umano buon senso.

Nella narrazione degli ultimi tre anni di prigionia le pagine si diradano. Sintomo di una stanchezza estrema, dello sfinimento, che si percepisce appieno, a causa della tensione e delle delusioni accumulate nei mesi, negli anni.
Nel frattempo il conflitto finisce. Il mondo cambia volto.
Un anno dopo quasi tutti gli internati lasciano il campo.
Apparentemente, non hanno più risorse, né credo o speranze.
Nelle orecchie, sulla pelle, nelle ossa, rimane il vento selvaggio del deserto. Il tanto odiato e temuto vento di Tatura. Con il quale, però, nel tempo l’Autrice ha imparato a dialogare, come se alla fine fosse riuscita ad addomesticarlo.

Mi fermo qui.
Potrei dire delle emozioni che ho vissuto alle presentazioni del libro (memorabile quella “a casa Arslan”, a Padova, a febbraio di quest’anno).
Potrei parlare dei ricordi e delle impressioni “di famiglia”.
Ma non è questo il momento e il luogo adatto.
Diciamo che se qualcuno volesse leggere il libro e discuterne, scambiare opinioni e impressioni con me, anche privatamente, sarò felice di farlo.

Andiamo a dormire senza una parola, senza un pensiero che abbia la forza di galleggiare sopra un altro, senza un dolore: ogni nostra emozione è sconvolta, battuta, sommersa, dalla lunga tensione nervosa, dalla stanchezza.

Ottilia Vincenzini Reginato, Il vento di Tatura, Ed. i Robin&Sons / memorie, 2016