All’origine di un abuso

Adolescenza

“Adolescenza”, E. Munch, 1894-95 – Fonte: web

Non penserete che le persone traumatizzate siano infelici… come vi sbagliate! Dico solo che a sedici anni e mezzo essere abusata da un trentottenne bello, ambito e intelligente non è così male. Se poi sei bruttina alle prese con i cambiamenti del corpo, una sessualità acerba e un cambio epocale per la tua immatura capacità di socializzazione, vi assicuro che è una manna. Vi prego, non inorridite. Questo capita a chi come me, ha avuto una madre senza la forza né il coraggio di guardarti in faccia e di amarti così come sei, piena di difetti e imprecisioni, lontana dalla perfezione assoluta a cui eri votata sin dal concepimento.
Eh si, il mio abuso è sorto da una serie infinita di equivoci che hanno avuto come protagonista il desiderio. Sin da piccola ho avuto una maestra ineccepibile, mia madre, alla quale non rimprovero gran che se non una serie di depressioni e cattiverie alternata a riparazioni maldestre, a sua volta vittima del desiderio represso esito infelice di un’altra relazione disastrosa: quella con la sua di madre, mia nonna.
Ma a furia di discolpare tutti ho discolpato anche il mio abusante. Buffo, ma l’unica a cui non ho perdonato nulla, almeno fino ad oggi, sono stata io. Non vi dico quali castighi mi sono inflitta, ma in fondo meglio farsi male da soli che dare il potere di farlo agli altri, soprattutto se questi dovrebbero garantirti protezione e sicurezza.

Già in tenera età il mio desiderio era indirizzato a tutto ciò che era giusto, bello, controllato e condiviso. Ovviamente, piccola come ero, non potevo neanche pensare che avesse a che fare con il corpo e il sentire. Ma inconsciamente lo sapevo così profondamente da esserne già vittima. Risultato: una precoce nevrosi isterica. Me lo avessero detto subito mi sarei risparmiata anni di analisi e mi sarei permessa qualche vacanza in più.
Ricapitolando. Mia madre mi imponeva cosa e in quale misura dovevo desiderare, il mio corpo prendeva il largo, il mio sentire si amplificava e io stavo in mezzo alla tempesta. Per sopravvivere avevo imparato l’arte del sogno, una protezione magica dalla cruda realtà. In questo mi aiutava la mia accesa fantasia che sopperiva alla mancanza di libertà.
Sì, avevo compagni con cui giocare e un’amica del cuore, ma nutrivo precocemente l’idea della venuta di un principe azzurro, tanto coraggioso da rapirmi e portarmi via. Questo perché abitavo una casa in cui non sentivo di esistere. Per anni mi sono creduta un'”aliena”, in un ambiente in cui era vietata l’espressione di qualsiasi emozione io ero un tumulto incontrollato, un marasma. La domanda ricorrente era: perché solo io sono così?
Per mia madre gli scoppi di rabbia che mi visitavano erano agiti del demonio. Secondo la leggenda che mi rappresenta, avevo con lui una certa familiarità, sin dalla nascita. Fino ai sei mesi lo avevo tenuto in grembo. Pianti, insonnia e malnutrizione ne erano la rivelazione Avrei appreso col tempo che con una madre depressa è difficile crescere sani, paffutelli e con la voglia di stare al mondo.

Credo che il germe della mia necessità di espiare risalga ad allora. La mia natalità difettosa non aveva assolto al compito di restituire a mia madre la possibilità di amarmi come si conviene, né aveva riempito il suo vuoto narcisistico. Per tutto questo soffrivo di una colpa giusta. L’ingratitudine verso la persona che mi aveva generato era una falla ontologica a cui avrei dovuto porre rimedio.
Si era costruito in me il più grande tra gli equivoci, quello che avrebbe condizionato tutta la mia vita: l’amore è un ammenda alle mancanze dell’altro, un risarcimento che richiede il sacrificio di sé. Amare è accontentare, riparare e annullarsi.
Ora è facile capire che dietro ad una vittima si cela un certo godimento nello scegliersi il proprio carnefice, l’altare sul quale sacrificarsi. Io l’avevo a portata di mano o meglio di viaggio. E le cose andarono esattamente così.

Quando incontrai G. avevo quasi sedici anni ed ero al secondo anno di liceo.
Drasticamente passata da un paesino di 600 anime alla città con tutti gli annessi e connessi: spazi dilatati, traffico moltiplicato, ore a zonzo in attesa del bus, una serie infinita di facce e di compagni che incontravo quotidianamente. Professori nuovi, tanti, e materie d’insegnamento sconosciute. Allora non capivo ma soffrivo tremendamente di una nostalgia acuta per tutto quello che era stato il mio piccolo mondo antico in cui non mi ero mai sentita fuori posto, dove tutto era a mia misura. Lo studio era un’impresa, affaccendata come ero nel mio processo di adattamento tutto appariva più faticoso, impercorribile. Al pomeriggio dormivo sopra i testi, la resa era scarsa le frustrazioni in aumento. Mia madre era ignara di tutto questo, del resto a scuola fino ad allora non avevo avuto problemi, anzi ero stata a lungo tra le migliori senza troppi sforzi. Mente adamantina,così mi definiva la mia maestra elementare.

Iniziai a raccontare bugie, prima a me stessa, poi a mia madre. Il disagio che andavo via via manifestando era inguardabile, fuori dalla cornice, per un madre perfetta poteva esserci solo una figlia perfetta. Potete immaginare cosa significò per me incontrare lo sguardo di un uomo, insistente e sorridente ogni mattino.
Era l’autista del bus, impeccabile nella sua divisa, la sua voce calda e accogliente per me era come una carezza. Iniziai a fantasticare che questo suo modo di essere fosse in realtà un’attenzione particolare nei miei confronti. Condivisi questa speranza con alcune compagne di viaggio, anche loro infatuate. Ecco, non doveva essere che un pettegolezzo, una fantasia. E invece no.

Passarono i giorni e i mesi. Andavo in cerca di G. sempre più spesso. Conoscevo i suoi turni, modulavo il mio rientro a casa secondo i suoi orari, trovando mille scuse per mia madre. Mi ero via via persuasa che davvero anche lui provasse interesse per me. Lo sapevo sposato con una donna molto avvenente, che ogni tanto lo accompagnava. La giudicavo volgare, inadeguata, forse per le gonne strizzate addosso e il trucco pesante che accentuava le labbra, già molto evidenti. Non mi importava, mi sudavano le mani ogni volta che lo vedevo e cercavo di essere all’altezza dei suoi panegirici.
Si prospettava davanti a me la linea rossa del sacrificio, che mi attraeva paurosamente: io eroina del nulla potevo sperare di diventare qualcuno, la contendente di un uomo come G.
Lui mi scelse, e io mi ritrovai nel deposito della stazione sugli ultimi sedili di un bus con la sua lingua in bocca e il suo membro in mano.

Non conoscevo nulla del sesso, non avevo avuto esperienze. Lui fece tutto senza dire, con una certa dose di tenerezza, spenta dall’urgenza del piacere. Io ero sotto choc, immaginavo un momento romantico, un approccio delicato al mio desiderio di vicinanza. Mossi la mano su suo invito. Oggi ricordo solo il calore e il fastidio di quel movimento. Il liquido caldo e le mie guance che si infervoravano per la vergogna.
Lui era appagato, io non sapevo dove posare lo sguardo. Non mi chiese, né mi parlò di quanto accaduto. Io, dopo essermi ripresa, ero raggiante: finalmente era mio.

Tutto ciò che accadde dopo tra noi fu un grandissimo equivoco. Più cercavo comprensione, vicinanza e condivisione, più ottenevo ulteriori attenzioni sessuali.
Non sapevo dire di no e non potevo farlo, tanto più che G. ai miei occhi si era presentato come marito infelice e padre “obbligato”. Dovevo sacrificarmi, io ero diversa, ero nata per fare felice gli altri. Dovevo pagare, espiare ed essere così al di sopra di tutti.
La cosa che oggi mi è chiara è che, nonostante tutto, mi ero messa su un piedistallo, una condizione terribile sì, ma pur sempre di privilegio. Avevo quello che Freud tradurrebbe in incesto perfetto. Perché mio padre, di cui non ho ancora detto, era il grande assente della mia vita. Evirato dal potere di mia madre, concentrato nel suo lavoro e infinitamente lontano emotivamente. Pochi gesti affettuosi, pochi interventi decisivi per la mia storia, mio padre viveva in una bolla emotiva dove poco entrava e poco usciva. G., invece, nel bene e nel male mi prometteva amore eterno, mi rendeva felice: ero diventata la sua musa.

Nell’esclusività di quella relazione era compresa una forma di gelosia patologica. Avevo mollato tutti gli amici, non uscivo più la sera, nessun hobby, diversivo o divertimento. Vivevo involontariamente dentro un plagio e tolleravo l’abuso del mio corpo, che sarebbe stato fatale per il resto della mia vita.
Mi incontravo con lui in luoghi ameni e lontani dagli occhi la gente. Trovavo ritagli di tempo per poter stare con lui alla ricerca di un corpo che mi avvolgesse, ma in realtà il suo corpo mi invadeva. Invadeva la mia volontà.
L’amore lo feci per la prima volta in casa sua, nel letto coniugale. Fu tremendo, ma talmente esaltante che dolore e desiderio si fusero definitivamente. Provai gusto nel soffrire. Quell’annientamento e quella morte continui mi affascinarono, mi vinsero. G. volle fotografarmi col suo gatto e capii a distanza che ne voleva fare un trofeo. Ed io continuavo a pensare che quello fosse amore. Improvvisai una seconda me, una che non aveva vergogna una che non riconosceva di aver peccato di onnipotenza. Mi lasciai squartare e penetrare a suo piacimento, in cambio io ottenevo il mio nutrimento: l’esaltazione di essere vista voluta e cercata.

Non fui salvata da nessuno. G. era un maestro, sapeva muovere la mia pietà raccontandomi delle sue disgrazie. Io continuavo a salvarlo, continuavo a vivere per lui. Il resto erano solo accidenti che dovevo affrontare.
Abbandonai la terza liceo nel momento in cui i miei profitti erano così bassi da prospettare una bocciatura. Mi finsi depressa, ma in realtà lo ero veramente. Dormivo ore sul divano. Mia madre per tener fede alla leggenda mi condusse da un esorcista per farmi guarire. Non capiva, non l’avrebbe mai fatto. Segnali ne aveva avuti e tanti, anche solo le continue telefonate. Io correvo a rispondere inventando ogni volta una scusa, una nuova amica.

Erano passati ormai due anni con un uomo che non aveva nome né faccia. G. avrebbe lasciato la moglie. Non era più solo una vaga promessa, era una realtà.
Anche quella volta fece tutto senza dire e affittò un appartamento dove avremmo dovuto trasferire prima i nostri incontri amorosi, poi noi. Non mi aveva chiesto nulla. Non si era mai posto il problema di cosa avrebbero potuto dire o pensare i miei. La sua sottile violenza era stata uno stillicidio e aveva via via bloccato la mia volontà. Non potevo decidere nulla, eroina del nulla avevo giocato a stare nell’equivoco e avevo affidato al mio carnefice la mia salute mentale e fisica. Divenni infermiera mantenendo la relazione con lui e posticipando la convivenza. Poi un giorno, la tragedia che si stava preparando ebbe compimento: mia madre scoprì tutto.

Fu una vera e propria bufera, quel giorno in cucina c’era tutta la famiglia e mi si accusava di qualsiasi nefandezza. Nessuno mi ha mai chiesto in quell’occasione, né dopo cosa fosse realmente accaduto. Io ero la “bambina” sprovveduta, ormai irreparabilmente macchiata, G. era il mostro. Mai che i miei abbiano avuto il coraggio di apprendere come fossero andate esattamente le cose, mai che i miei abbiano avuto il benché minimo desiderio di affrontare G. Se davvero i tuoi genitori pensano che qualcuno ti ha ferita profondamente, perché non muovono un dito, ma pensano solo a insabbiare il tutto il prima possibile?
Mia madre provava una grande vergogna perché ai suoi occhi ero una sgualdrina. In quel momento per lei era impossibile sostenere la rabbia e il proprio senso di colpa. In quella cucina, mentre tutti si preoccupavano della loro reputazione io tornavo ad essere il solito niente, più qualcosa di tarato da nascondere.

Lasciai G., non per volontà dei miei genitori, ma perché da tempo non reggevo più le sue richieste e la mia assoluta mancanza di libertà. Mi risvegliai così da un lungo sogno in cui la protagonista era stata svuotata della propria adolescenza. Ero tutta da rifare, da ricostruire, ma il desiderio si era ormai definitivamente ammaccato.
G. mi stalcherizzò per alcuni mesi, lo trovavo ovunque in lacrime, pentito per avermi fatto del male, minaccioso e alterato quando gli ribadivo la mia posizione nei suoi confronti. Non lo volevo più, l’illusione era svanita. Il dolore si mescolava alla rabbia. Quando arrivò la rabbia fu la mia salvezza, ma prima dovetti espiare le mie “malefatte” con un bel periodo di depressione. In fondo questo mi accomuna a mia madre.

Via via, G. sparì dalla mia vista e dalla mia esistenza.
Ci sono state altre relazioni simili nella mia vita, in cui gli abusi però non furono così eclatanti. Cambiarono sembianze, divennero più sofisticati. Ma furono abusi.
Lavoro tutt’oggi su quelle esperienze, ma ora mi è tutto più chiaro. Oggi è difficile per me separare il desiderio dal dolore e dalla coercizione, ma appena si profila un rapporto di quel tipo me ne sto ben alla larga.
So che è possibile subirne ancora il fascino e che devo fare un atto di volontà per non ricaderci. Quello che la maggior parte delle persone non capisce è che a volte una relazione abusante è così totalizzante da apparire come una droga. La coercizione a ripetere è una forma di dipendenza.
E’ lungo il percorso che una persona abusata deve compiere per ritrovarsi alle prese con un desiderio “buono” che gli dia valore e il potere di dire di no. Tracciare i confini dell’altro è un esercizio di volontà che lo accompagnerà tutta la vita.

[Un’amica, 13/1/2019]

E’ molto importante per me ospitare questo brano. Le ragioni sono già chiare, non c’è bisogno di approfondirle. Aggiungo solo che sono felice di aver ricevuto il testo da una persona a me veramente cara, intuendone la portata e quanto può esserle costato scriverlo.
Sono anche lieto di collaborare così, con lei, a un progetto globale, serio e quanto mai attuale. Il progetto Me Too, nato per aiutare donne sopravvissute alla violenza sessuale, scoperto grazie al blog di trattodunione, che ringrazio e cui rimando per una migliore presentazione.
Leggendo le testimonianze apparse sulle sue pagine mi sono appassionato al tema (svegliandomi da un torpore ingiustificato) ed è nata l’idea di portare nero su bianco il testo che ho proposto. Ho letto e ascoltato le voci di persone sconosciute e non (alcune sono blogger che seguo). Ho ammirato il loro coraggio nel dire, la forza nel superare, rivivere, elaborare, la sensibilità e la capacità nell’esprimere e raccontare. La dignità nell’essere. Donne.

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Supplicium

san sebastiano - reni

San Sebastiano, G. Reni, 1625 ca. – Fonte: web

 

1.

Sono tutti in fila, seduti sulle panchine. L’istitutrice, in piedi di fronte a loro, continua a parlare. Non uno che ascolti. Aspettano solo il cambio nel tono della sua voce, il segnale per gettarsi in cortile. Tutti tranne quei due, che la fissano in continuazione. Il Santo è dietro di lei, devono fare attenzione. Il che rende il loro gioco ancora più divertente. Ogni volta che suor Letizia distoglie lo sguardo, scocca una freccia. Ora tu, poi io. Vengono trafitti a turno. Prima a una gamba, poi a un braccio, per ultimo alla pancia e al petto. A quel punto alzano la maglietta e ci infilano una mano contorcendosi nello spasmo. Nel farlo si guardano ridendo. E’ piacevole essere colpiti. Ancor di più l’attimo che precede, quando la freccia arriva e tu sai che non mancherà il bersaglio. E’ struggente sapere di non avere scampo. Né tu, né l’amico che ti si dimena accanto. Proprio come il Santo laggiù, legato a un albero con la corda. Chissà se prova anche lui quello che provano loro. Lo scocco, il sibilo, lento e inesorabile, la penetrazione. Di pelle e di carne. Meno dolorosa di un pizzicotto, più eccitante di un salto nel vuoto. Dolce, come una carezza.

2.

Un bel giorno in bagno compare un giornaletto porno. Un pezzo, poche pagine strappate e infilate in mezzo a una vecchia rivista. Tutti lo sanno, nessuno le fa sparire. Lui non sa bene che farci. Se non rimanere con gli occhi incollati a quelle cosce aperte sopra le sue, accoglienti e calde. E’ in quel cesso che viene per la prima volta. Pancia a terra, i pantaloni abbassati, un suo compagno sopra di lui, che spinge. Non se ne rende conto subito, è travolto da una sensazione nuova. Rapito, non riesce a dire nulla. L’altro si è già alzato, si sta allacciando le braghe. Sente i suoi occhi interrogativi sulla schiena mentre esce veloce dal bagno. Ma lui rimane lì, a terra, il viso schiacciato sul pavimento. Si mette in ginocchio. Una lacrima opaca, densa e appiccicosa, gli bagna il prepuzio. Intenso, ma breve. E’ già finito. A pensarci fa quasi male.

3.

E’ passato tanto tempo, ma non dimentica. Certe cose non possono essere rimosse. Ripensarci gli dà ancora un fremito. Lo scantinato, la palestra, la spalliera. La luce a piombo su quel corpo nudo, appeso, le coste in evidenza. Procace, nella sua virilità esposta. Osceno, offerto di schiena. Voglioso, dei colpi della sua frusta.

(Liberamente ispirato a “Confessioni di una maschera” di Yukio Mishima)

 

Un lavoretto fatto bene

Martedì grasso_sul carro

1.

Non ha potuto partecipare alla sfilata d’apertura. E’ arrivato la sera dopo, in pullman. Marco e la zia sono venuti a prenderlo in stazione. Giusto il tempo di mangiare un boccone e poi dritto a letto. Domani bisogna alzarsi presto.
E’ stata un’idea di suo cugino, ha insistito tanto perché partecipasse anche lui. L’ha iscritto nella squadra delle Picche, la più popolare e ambita. Arruolamento spuntato a fatica poiché di regola un forestiero non avrebbe diritto a prender parte alla manifestazione. Ma Marco e la mamma sono riusciti a far digerire la cosa al comitato rionale e a noleggiare una delle ultime divise rimaste, un po’ grande in verità, ma la zia è riuscita a sistemarla.
Casacca e pantaloni sono stesi sul letto ora, in attesa di essere indossati. Sono belli nei loro colori rosso blu. Il fazzoletto nero con la picca bianca, invece, ha un che di sinistro: il richiamo della battaglia. Prima di coricarsi, Piero si rende conto di cosa lo aspetta. Tre giorni di guerriglia, tre lunghi pomeriggi al freddo a lanciare e schivare arance. Con la possibilità di farsi male, anche, un rischio che non sa valutare. E’ tutto nuovo per lui: il rituale, il conflitto, la paura.
Assistere da spettatore è diverso. Questa volta, invece, lo attende un ruolo con delle regole di comportamento ben precise, lo attende l’azione. In fondo, ne è convinto, è solo un gioco, una specie di corrida. La festa tanto attesa per la quale ha chiesto e ottenuto il permesso dei genitori di saltare due giorni di scuola. L’esperienza di cui si vanterà coi suoi compagni di classe, la prova di coraggio di cui si fregerà davanti alle ragazze. Ma alla vigilia, in piedi davanti al letto, tutto assume un’aria più cupa.
Sarà all’altezza?, pensa preoccupato. In questo suo cugino non gli è stato di grande aiuto. Anzi, da quando è arrivato, non ha fatto che elencare con ghigno sadico e compiaciuto una serie di dettagli inquietanti: l’effetto che può fare ricevere un’arancia in piena faccia a cento all’ora, il numero dei ricoverati dell’anno scorso, le bravate dei più arditi, le dimostrazioni di coraggio. Per finire, gli atti di nonnismo e le punizioni in cui possono incappare gli esordienti inesperti.
Piero decide di non pensarci. Sistema la divisa su una sedia, solleva le coperte e spegne la luce. Ritrova il letto al buio e vi s’infila rapidamente. Rimane un po’ rannicchiato in attesa di scaldarsi. Non sente più un rumore. La stanza degli ospiti si trova in un’ala laterale della grande casa degli zii. Cosa staranno facendo gli altri, si chiede, staranno già dormendo? Si allunga fra le lenzuola con un sospiro. Per un po’ prova a immaginare la piazza nel bel mezzo del combattimento. Come sarà domani?, si chiede ancora. Finché finalmente la stanchezza prevale sulla sua agitazione e un sonno profondo mette fine a quelle domande.

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Fra le lenzuola

Nightbook

Dalla cover di “Nightbook”, L. Einaudi, 2009

Giungono alla spicciolata, qualcuno da molto lontano. Madrid, Stoccolma, Parigi. Il loro è una specie di raduno, il calendario, i falò sono solo un pretesto. Approdano e popolano chiassosamente l’appartamento di un elegante palazzina appena fuori Torino. E’ casa di Andrea, ma lui non è lì con loro. E’ da Mia, la sua nuova ragazza. Grande novità. Ci pensa sua sorella Paola a fare gli onori di casa e comunicare che il cenone non si farà più lì da loro, ma da Mia, in collina. Hanno già pensato a tutto, dice sventolando l’elenco delle cose da fare. Si son divisi i compiti e le portate da preparare. Loro si occuperanno degli antipasti e dei secondi, ai primi e al dolce ci penseranno gli altri della ‘casa in collina’.
Elaborano una lunga lista e vanno a fare la spesa. Tengono nota di tutto, che poi si divide. Al supermercato si chiamano e si rincorrono fra le corsie: patatine, insaccati, pane morbido, salse e ingredienti per le tartine; un po’ di frutta, che non deve mai mancare; il cotechino, anzi i cotechini; e poi lenticchie, pomodoro e cipolla, e patate, per il purè. Infine birra, bibite, vino e spumante in abbondanza.
In una grande cucina ben accessoriata lavorano tutto il pomeriggio tra sorsate di birra e sigarette. All’alba delle otto è tutto pronto: bottiglie, tante, pane e companatico, pentole e padelle avvolte in canovacci con cura da esperte massaie. Indossano giacche a vento, guanti e berretti, che fuori nevica da ore e non accenna a smettere, caricano tutto in macchina e s’avviano.
Due macchine piene come uova si dirigono verso le colline innevate. Non ci vuole molto per capire che le strade sono già al limite del praticabile. Le prime salite fanno paura, ma i nostri eroi non demordono: l’altra metà del convito sta apparecchiando la tavola. Avanzano fra lazzi e scongiuri finché arriva la china decisiva, ripida e scivolosa, e la piccola carovana deve accodarsi a una fila di macchine ferme in difficoltà. Le ruote slittano, le auto fanno un metro avanti e due indietro, si intraversano, ostruiscono la carreggiata. Chi scende a spingere, chi mette le catene, chi ha già lasciato lì tutto e si è allontanato a piedi.
I nostri accennano un improbabile slalom fra le auto arenate, ma si arrendono ben presto all’evidenza. Non si riesce ad andare oltre. Scendono tutti e confabulano sul da farsi, quando all’improvviso alcuni di loro devono gettarsi su un furgone che arretra scivolando senza controllo sventando d’un soffio la collisione fra spintoni e strida, seguite da risate incredule e gran pacche sulle spalle.
Davvero non si aspettavano una cosa del genere. E comunque non c’è niente da fare: dall’alto fanno cenno di tornare indietro, di lì non si può passare. Gli spalaneve non arriveranno e la situazione può solo peggiorare.
Scornati, risalgono tutti in macchina, invertono la rotta con cautela e si dirigono verso casa. Da mangiare ne abbiamo fino a mai, si consolano, c’è roba per venti persone.

Sono le dieci passate quando stanno apparecchiando in sala da pranzo. Ma poi ci ripensano: staranno meglio in cucina, è più intimo. Mangiano pensando all’altra metà del cenone, ai sorrisi, agli abbracci mancati, alle tante cose da raccontarsi. Si rifaranno il giorno dopo, dicono. Se smetterà di nevicare, però, perché di questo passo rischiano di rimanere murati in casa.
Si guardano: la sorte ha fatto sì che rimanessero in otto, quattro uomini e quattro donne. Due coppie già fatte e una serie di sguardi e battute pronte a propiziare gli altri abbinamenti. A ben vedere non c’è un gran che da scegliere o da incoraggiare, due dei single sono già sulla via di Damasco, quindi ne restano soltanto due, i quali reggono il gioco dissimulando un certo imbarazzo.
Guy e Roberto prendono presto il centro della scena. Il primo, parigino, sfuggito alla furia violenta del padre quando era ancora un ragazzo. E’ un artista di strada, uno che ha dovuto imparare presto a sopravvivere nel mondo. Quello dei marciapiedi, delle case occupate, degli affitti non pagati, delle moquette bruciate dai mozziconi di sigaretta. Ha un volto graffiato e un sorriso bambino, due gocce luminose al posto degli occhi. Mi chiamo Guy, come Guy de Maupassant, ama ripetere presentandosi, poi s’inchina scimmiottando un baciamani alla Delon. Che poi a Delon assomiglia veramente. Paola ne è follemente innamorata, è tutto il giorno che aspetta il momento in cui potrà rimanere sola con lui.
Roberto è un adone dallo sguardo misterioso, fascino da palcoscenico. La bellezza dei suoi occhi verdi incorniciati da lunghe ciglia scure è pari solo alla contagiosa lentezza con cui sembra assaporare la vita. E’ accompagnato da Daniela, la sua fidanzata. Agli occhi dei loro amici appaiono come una coppia sposata. Insieme dai tempi del liceo, belli, pieni di promesse e di interessi. Parlano di girare insieme il mondo, appena dopo la laurea, hanno già qualche progetto concreto. Non è esattamente quello che i loro genitori avevano immaginato per loro, ma poco importa. Hanno le idee chiare e ce li vedi davvero a Ginevra, Bruxelles, Londra, o magari più in là, uniti nell’idilliaco connubio che li contraddistingue.
Manolo, Madrid, e Sandra, Stoccolma animano la serata con la loro esuberanza. Flirtavano già in Erasmus. Cosa sia successo al rientro non è dato sapere e poco cambia. E’ passato più di un anno e non si sono più rivisti, ma glielo si legge in faccia, nel modo in cui si guardano mentre spolpano lici, come intendono concludere la serata.
Infine i due numeri primi. Davide e Giorgia. Lui un ex compagno di corso di Andrea, lei sua cugina. Mai incontrati prima. Lui con l’aria da bravo ragazzo, sportivo, gentile, riservato. Lei bellezza cupa e ribelle, fuori corso in accademia e, parrebbe, qualcosa da dimenticare. Fra un fanculo e un buon anno, sarà la prima a rollare e far girare una canna, per la gioia dei presenti. Davide parteciperà al rito in silenzio, visibilmente attratto dal fascino ombroso e contestatore di quella giovane donna che sembra abitare sul lato opposto del suo stesso pianeta. Ti è andata bene, eh?, gli fa Manolo a un tratto dandogli una gomitata.
La serata procede senza inciampi fra rivelazioni e racconti. Si parla, si beve e si fuma scambiandosi pezzi di sé e qualche lettura improvvisata.
Davide studia Giorgia a lungo. Si mette di lato e la osserva da dove non può essere visto. Mentre fumo e alcol fanno effetto, la guarda ballare eccitata, gli occhi chiusi, le braccia sopra la testa. Gli piace, ne è attratto fisicamente. Quanto basta, si dice. Superato l’iniziale imbarazzo da gioco delle coppie, Giorgia sembra non accorgersi più di lui, che invece avverte la profondità del pozzo dei suoi pensieri e sarebbe tentato di raggiungerne l’orlo.

Dopo i botti escono a fare due passi nel parco coperto di neve. Il suolo e gli alberi imbiancati li accolgono nel loro morbido silenzio, mentre le eco dei festeggiamenti si fanno sempre più rade.
Per un po’ vagano senza meta. Manolo, armato di un paio di bottiglie, offre ancora spumante a tutti, che a turno snocciolano desideri e propositi nel buio di un luogo che non conoscono. Quando è il suo turno, Giorgia rimane zitta e si allontana fra gli alberi con la neve che le arriva alle ginocchia. Le braccia raccolte sotto un poncio scuro, scompare come un’ombra fra i tronchi di betulla.
Rientrati, vagano per l’appartamento ascoltando musica e accennando passi di danza, fumando e vuotando gli ultimi bicchieri. Guy e Paola ballano un paio di lenti poi si dirigono in camera da letto. Roberto e Daniela chiacchierano con Giorgia in soggiorno, mentre Manolo e Sandra sul balcone alternano baci e chiassose risate.
Davide si sposta da una stanza all’altra senza sapere dove stare. Conosce bene quella cosa, l’ha provata altre volte. Prima o dopo giunge il momento in cui sente il bisogno di rimanere solo. Non c’è un motivo preciso. Troppe voci, forse, troppe differenze. E lui è sempre fuori tempo, in ritardo. Come adesso: vorrebbe avvicinare Giorgia, stabilire un contatto, ma prima dovrebbe capire cosa vuole veramente. Ogni volta è la solita storia e alla fine l’occasione va persa. Si chiede come facciano gli altri, perché lui si sente diverso da loro. Un estraneo. E più vulnerabile. A volte basta una parola, una domanda troppo diretta o una provocazione. Lui incassa, ammutolisce e batte in ritirata. Fuga. Silenzio. Come stavolta.
Ora è in cucina, al riparo da voci e rumori. La luce è spenta, sul tavolo fra piatti e bottiglie fiammeggiano una dozzina di candele, alcune delle quali sono quasi consumate e la cera è colata sulla tovaglia. Quello scenario gli restituisce l’immagine di un altare squassato. Si china su una candela e si accende una sigaretta. Espira la prima boccata guardandosi intorno. Nessuno lo vede, nessuno si accorge della sua assenza. Questo pensiero gli provoca un brivido di piacere.

Che fai qui tutto solo? esclama Guy accendendo la luce.
Senza rispondere Davide gli porge una birra.
Cercavo proprio quella! fa lui, e s’avvicina frugando nella tasca della camicia di jeans. Ce l’hai una sigaretta?
Davide gliene dà una e lui l’accende tirando un paio di fameliche boccate. Allora, come sta andando?
Bene, direi. Tu? Con Paola… Davide non finisce la frase.
E’ una ragazza dolcissima, dice Guy. Va così, aggiunge alzando le spalle. Le cose vanno così, no? Capisci quello che voglio dire?
Davide annuisce. Non ha capito, ma fa lo stesso.
Settimana prossima viene con me a Parigi. Si fermerà un paio di settimane. Perché non vieni anche tu? La camera di Andrea è libera. Credo che resterà libera per un po’, aggiunge ridacchiando.
Ci penso, risponde Davide.
Come va con Giorgia? Chiede Guy.
Con fare complice avvicina il viso a quello di Davide che di riflesso si irrigidisce mentre la mano dell’amico gli carezza amichevolmente il collo.
Mah…
E’ carina, non trovi?
Certo, molto.
E allora?… Che c’è che non va?
Non la conosco…
Guy si scosta per guardarlo meglio.
Ah-ah!, esclama fissandolo come se lo vedesse per la prima volta. I suoi occhi blu s’illuminano mentre un ghigno incredulo gli deforma il volto.
Cerchi l’amore, è così?, dice stringendogli la spalla.
Sì, è così. Tu cerchi quella giusta, aggiunge schioccando la lingua.
Si potrebbe pensare che lo stia prendendo in giro, ma non è così. L’animo di Guy è come la pelle del suo viso: segnata, ma autentica.
Scuote un poco la testa in silenzio, sorride. Poi cerca qualcosa sul tavolo.
Ce ne sono altre nel frigo, gli dice Davide.
Lui tira fuori un paio di birre fresche e si fa dare un’altra sigaretta.
Ça va, sfiata annuendo, Ça va, ripete.
E se ne va spegnendo la luce.

Guy e Paola sono in camera già da un po’, poi viene il turno di Roberto e Daniela e poco dopo vanno tutti a dormire. Buona notte, buon anno. Spengono le luci.
Ma Davide non si addormenta subito. Le persiane del salotto sono rimaste aperte e il biancore della neve fuori invade la stanza. Si rigira sul materasso del divano letto osservando i chiaroscuri su mobili e pareti. Pensa ai suoi amici di là, li immagina mentre fanno l’amore. Pensa a Giorgia da sola nella stanza di sua cugina. Potrebbe essere là con lei. Eppure sta bene lì dov’è, non gli manca niente. Ha bevuto molto, ha fumato, ma la sua mente è ancora lucida, attiva. Non ha voglia di dormire, questo prezioso momento nel silenzio ovattato della notte è tutto suo.
Cerca l’interruttore di una lampada a stelo, l’accende. Dallo zaino tira fuori un libro che ha portato con sé. Non l’ha ancora iniziato, ma non vede l’ora di farlo. Si sdraia sul materasso, lo mette nel cono di luce della lampada carezzandone la copertina. Lo sfoglia velocemente pregustando il piacere della lettura. E’ un libro di racconti di McEwan, “Primo amore, ultimi riti”. A lui sembra di non avervi mai preso parte. All’amore, al rito. A ciò che si sta celebrando di là, in camera da letto, ai desideri di Giorgia.
Comincia a leggere e si addormenta dopo poche pagine.
E’ la luce grigia del giorno a svegliarlo. Apre gli occhi e si gira nel letto chiedendosi che ora sia, indeciso se alzarsi e farsi un caffè, o rinunciarvi per non disturbare. Indugia a lungo gustandosi la tenue luce diffusa che penetra dalle finestre senza clamore. Dal cielo carico di neve filtra il chiarore indistinto di un giorno senza inizio né fine e Davide si immerge in quel flusso senza timore. Accanto a sé trova il libro aperto e riprende a leggere come se non si fosse interrotto, avvolto dal tepore delle lenzuola, dal grigiore e dal clima opprimente del racconto.
A un certo punto si alza per andare a pisciare. Apre la porta del corridoio e nella penombra cerca quella del bagno. La apre ma si accorge che è occupato, qualcuno sta facendo la doccia. Cerca l’altro bagno, ma sbaglia porta e apre quella della camera da letto dei genitori di Andrea. In controluce vede la schiena di Guy e le gambe aperte di Paola sotto di lui, avvolte nel lenzuolo. Un gemito lo fa sussultare e si ritrae turbato. Ma che stava facendo?
Uscito dal bagno ripercorre il corridoio in silenzio. Sta per tornare in soggiorno, ma ci ripensa e fa dietro front. Apre piano un’altra porta ed entra di soppiatto nella stanza. Avanza di qualche passo senza fare rumore. Ora è in piedi accanto al letto di Giorgia, che dorme profondamente. Un braccio le penzola di lato da sotto la coperta. Davide si china su di lei e la ascolta respirare con la bocca leggermente aperta. I capelli sugli occhi, la pelle del viso rilassata e senza trucco. E’ ancora più bella. Sembra una ragazzina indifesa. Con una mano le carezza la nuca senza svegliarla.
Esce dalla stanza chiudendo piano la porta. Torna in salotto, si sdraia. Il letto è ancora caldo. Riprende in mano il suo libro, è all’ultima pagina di un racconto. Si gira su un fianco e la legge avidamente, gustandosi l’ultimo scampolo di silenzio.

Mi sento escluso. Non ho bisogno del sesso, di quelle cose lì. Se vedo una ragazza carina come quella di cui ti ho parlato mi sento tutto rimescolare dentro, poi torno qui e me lo sbatto, come t’ho raccontato. Non ce ne devono essere molti come me. Quella coperta che ho rubato la tengo nell’armadio. Lo voglio riempire di dozzine di cose così. Ormai non esco più molto. È due settimane che sono uscito da questa soffitta l’ultima volta. Così ho comprato qualche barattolo di cibo anche se non ho mai molta fame. Per lo più sto seduto nell’armadio pensando ai vecchi tempi a Staines, rimpiangendoli. Quando di notte piove le gocce battono sul tetto e io mi sveglio. Penso alla ragazza che adesso vive nella nostra casa, sento il vento e il traffico. Vorrei avere di nuovo un anno. Ma non succederà. Mi sa proprio di no.

ultimi riti

ultimi riti

ultimi riti – foto: web

ragazzi cresciuti
fanno gli onori di casa.
commovente miscela
d’usanza e rivoluzione.
fanno a fette la torta
separano, impastano
l’ingrediente più buono.
giocano ignari
a scimmiottare la vita
che già sgrana le fauci
ai loro ebbri sorrisi.
la morte intrecciava le dita
sui nostri calici colmi
ha ben scritto qualcuno.
amen.
e fu sera e fu mattino.
per loro ancora è sera.
sulla fiamma ribollono
la lenticchia
e il cotechino.

non tornerà più

non tornerà più

Foto: theartdiary.com

non tornerà più
l’aria che gonfia i polmoni
sullo sperone di roccia
mentre additi stupore
aggrappato sul vuoto.
o quella sera che a turno
elencavate scoperte
alle candele eccitate.

no, non tornerà più
quel corridoio ricurvo
la terrazza
le tue suole bucate.
né il cesso che perde
i mozziconi per terra
quella porta che sbatte.

non tornerà più
il vento in faccia
lo schiaffo
la sua mano gentile.

non tornerà più la prima volta
che ti sei sentito importante
la convinzione e l’inganno
che sia tutto possibile.