il fosso

il fosso

sa di letame
e ha il sapore dolciastro del sangue
dove sei morto la prima volta
per mano mia.
un cane, labbra da bambino
latrava follia e prevalsa
mentre l’acqua ti bagnava le ginocchia.
tu non lo sentivi
nei tuoi occhi solo stupore
e la mia voce.
una cicatrice rimane
ferita nel costato
il fosso
dove le rane, la notte
gracidano ancora.

[P.B., 1/7/2019]

immagine di copertina – web

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Foglie

Foglie

Foglie – foto: Silvia G.

Le foglie coprivano il suolo di un manto dipinto con minuziosa perizia. Gli strati più profondi cedevano il loro colore alla terra umida, fondendosi in essa. Le più recenti, ancora asciutte, erano ritorte in un ultimo spasmo senza linfa. Alcune sembravano mani, enormi mani dalle fragili dita artritiche che si sbriciolavano al contatto con le mie. Altre conservavano ancora un po’ di vita, parevano cadute anzitempo per unirsi a quelle che le avevano precedute. Perché quello, in fondo, era il destino che le attendeva. Tutte, indistintamente.

Avevo lasciato aperta la finestra del soggiorno, il sole entrava obliquo riscaldando l’aria di novembre. A novembre c’è sempre un giorno che è estate. Sentivo il rumore del rastrello che radunava le foglie.
Sapevo che era lui che stava lavorando, ma mi sembrava sconveniente affacciarmi come una comare d’altri tempi. Quel rumore morbido mi faceva compagnia mentre finivo di correggere i temi che avevo promesso di consegnare il giorno dopo ai miei ragazzi.
Quando il sole sparì dietro la collina mi alzai dal tavolo, chiusi la finestra e, protetta dal vetro, mi soffermai a guardarlo.

Mi piaceva stare lì sotto gli alberi a lavorare. Respirare quell’aria cenerina carica di rassegnazione, mentre il sole svaniva in una scia di luce rosa e da lontano giungeva odore di stufa a legna.

Aveva raccolto gran parte delle foglie secche che avevano coperto il prato del giardino, radunandole in mucchi. In giardino c’è una fila di aceri che confina con il muro di cinta di casa mia. In estate, quando sono carichi di foglie, nascondono la vista della sua abitazione, ma in autunno, piano piano la casa riappare, ogni giorno posso vederne un pezzetto di più, fino a quando gli alberi ormai spogli me la mostrano in tutta la sua interezza.
E’ una bella casa a due piani color mattone, con le imposte verde brillante, dal mio lato si vede il finestrone della sala al primo piano, che si apre sul giardino, mentre al secondo piano ci sono tre finestre. Una è sempre chiusa, le altre due sono uno studio e il bagno.
Lo so che può sembrare strano che io conosca così bene come è fatta la casa, ma prima che la comperassero lui e la moglie qualche anno fa, per anni ci aveva abitato Virginia, una mia compagna di scuola, che poi si era trasferita con la famiglia all’estero e la casa era rimasta sfitta per anni. Ai tempi delle scuole elementari avevo frequentato spesso quella casa.
Osservai il mio vicino ancora per qualche minuto poi, colta da un brivido di freddo, pensai che era il momento di accendere la stufa a legna e così l’abbandonai alle sue incombenze autunnali.

Mi dovetti dare da fare, non restava molto tempo. Rastrellai le foglie in grossi mucchi e le raccolsi con le mani, infilandole nei sacchi e schiacciandole sul fondo. M’affrettai. Quando ebbi finito, contemplai i sacchi impilati contro il muro di casa: i miei trofei.
Più tardi, avvolto nel tepore dell’acqua della vasca, mentre contemplavo gli aceri dalla finestra del bagno, vidi alcune foglie staccarsi dai rami, avvitarsi su loro stesse e planare lentamente a terra. Immerso nel mio vapore, ricordai allora l’odore della terra umida e di un fuoco acceso chissà dove.

Dopo un po’ mi riaffacciai, ormai era buio. Le foglie avevano riempito dei sacchi che lui aveva accatastato accanto al muro della casa.
La luce del bagno era accesa e il vetro della finestra era ricoperto da un velo leggerissimo di condensa. Non so perché, lo immaginai immerso in quella grande vasca da bagno dove tantissimi anni prima la mamma di Virginia ci aveva infilato dopo che eravamo rientrate in casa ricoperte di fango per esserci rotolate insieme a Isotta, la nostra tata pelosa, una labrador cicciotta e giocherellona.
Si alzò un po’ di vento e le foglie gialle e rosse degli aceri ripresero a cadere sul prato, quasi a rendere vano il lavoro di raccolta che aveva impegnato il mio vicino per tutto il pomeriggio.

Un mese dopo lasciai quella casa e persi l’abitudine a quei lunghi bagni caldi ristoratori. Ma allora non lo sapevo ancora e fuori le foglie, incuranti, continuavano a cadere, coprendo il pezzo di giardino che avevo appena denudato.

Quel giorno fu l’ultimo in cui lo vidi in giardino. Un mese dopo, appena prima di Natale, la casa tornò ad essere disabitata.
Una mattina, mentre uscivo per andare a scuola, lui ed un amico facevano avanti e indietro dalla casa al bagagliaio dell’auto, riempiendolo di scatole e scatoloni. Pensai così che anche lui aveva preso la sua decisione.
La moglie se ne era andata prima dell’estate, una sera li avevo sentiti discutere animatamente, le finestre delle nostre case erano aperte e le voci e il tono rancoroso di lei mi erano giunti distinti. Era impossibile non ascoltare. Lui aveva replicato a stento e il litigio si era concluso con lei che gli urlava sei un maledetto stronzo, non cambierai mai. Di lì a qualche giorno aveva fatto le valigie e, come sarebbe accaduto poi con lui, l’avevo vista una mattina fuori dal cancello di casa con i bagagli, in attesa di qualcuno che l’avrebbe portata altrove.

Oggi la casa color mattone ha di nuovo le imposte chiuse e gli aceri sono completamente spogli. Il prato del giardino è ricoperto da un manto di foglie secche e opache.

… ascoltando …

(lapoetessarossa, 11/11/18)

 

R&J fuori a cena – La versione di Silvia

Se c’è una cosa che mi piace dello scrivere è vedere i personaggi che prendono vita. Vederli assumere una propria autonomia. Gambe per muoversi e viaggiare, e volontà per imboccare strade nuove e diverse, impreviste. Voce, gestualità, carattere. Noi gli si dà il là, l’imprinting, ma ben presto quelli si formano, assumono una loro determinazione, una loro voglia di affermazione, di autonomia. E quando li vedi come “altro da te” e li ascolti parlare, quando ti sorprendono, ti guidano, beh… cosa c’è di più figo?
Credo che il commissario Montalbano chiami regolarmente Camilleri per gli auguri di Natale, o il giorno del suo compleanno. E immagino delle divertenti discussioni fra i due a tavola, davanti a una buona bottiglia di vino…
Ma – mi chiedo – anche nella letteratura di genere, dichiaratamente non autoreferenziale, siamo sicuri che sia veramente così?

In una conversazione avuta con Silvia (lapoetessarossa), autrice di ben due versioni del finale del racconto “[O]” (volendo essere precisi, uno, quello che vado a proporvi in questo post, sarebbe una diversa, parallela interpretazione del settimo capitolo, quello in cui R&J escono dall’albergo per passare la serata e andare cena), lei ha detto:
Conoscersi attraverso la scrittura, dove non è la prima persona a parlare, ma i personaggi, fa cogliere sfumature inattese, verità, possibilità, ricordi, momenti che ti hanno segnato, nel bene e nel male, e che trovano nella narrazione una vita nuova, in chi legge una possibilità diversa di conoscenza. Avere la chiave giusta è un dono.
Anche questo è assolutamente vero.
Ed è per questo che voglio rendere pubblico anche questo brano.
Per conoscere e farvi conoscere Silvia.

Io credo nell’inconscio. Credo nel potere che il nostro inconscio esercita su di noi (non si era capito?). Come dicevo in un recente scambio di commenti con Massimo (Legnani), “non si sogna mai per caso, non si scrive mai per caso“. Credo quindi nel profondo legame che abbiamo con i nostri personaggi, che sempre e comunque danno al nostro inconscio la possibilità di esprimersi. Anche se apparentemente usano la voce di un estraneo.
Certo. Ci sono la tecnica, l’esperienza, l’arte. Cose che si apprendono solo con l’applicazione, lo studio, la pratica. E col tempo. Fino a essere in grado, forse, di generare e dare vita a personaggi che con l’autore hanno davvero poco a che fare.

In un commento al precedente post e al suo finale alternativo, sempre Silvia scrive:
Quante porte potrebbero aprirsi. Ogni lettore a questo punto potrebbe decidere l’ultima pagina, a seconda delle proprie inclinazioni, dei propri desideri, oppure di quelli che sospetta possano essere quelli dei personaggi, fedele a loro ma non a se stesso. Nella mia scelta sono stata assolutamente infedele a me stessa. E chiudere con l’indifferenza, con questo sospeso trascinato e pesantissimo, è stato quasi una violenza. Non volevo, ma dovevo.”

Ebbene, Silvia non solo ha dimostrato di avere “tecnica”, ma di sapersi scindere ed entrare perfettamente nel mio scritto, quindi in me. Nei miei personaggi, d’accordo, ma soprattutto nel mio modo di tratteggiarli. Nello scrivere il suo finale alternativo Silvia dimostrava di avermi letto, di sapermi leggere. Di avere la chiave e di saperla usare. Brava lei o facilmente scassinabile io?
Battute a parte. Scrivendo gli ultimi due/tre capitoli, senza nemmeno rendermene conto, io modificavo il mio modo di vedere i personaggi, sciogliendoli come argilla, rimpastandoli fino a formarne di nuovi, rigenerati, che assecondassero il mio capriccio;  modificavo il mio stesso modo di scrivere, che diventava più morbido, meno arido e disilluso, meno disperante, meno incisivo. Nel suo finale, invece, Silvia prendeva il mio posto. Io non ho preso il suo – non era mia intenzione, e probabilmente non ne sarei in grado – lei invece apriva la porta del mio studio, si sedeva alla mia scrivania e posava tranquillamente le dita sulla tastiera del mio pc.

Non so voi, ma io certe cose che fa (fare) la scrittura creativa, le trovo fighissime.

Bene. Dopo tutto questo sproloquio (scusatemi, superare la soglia dei 5 anni deve avermi dato alla testa…), è giunto il momento di dar voce a Silvia. Quella vera.

[O] (7.)

R&J fuori a cena

Robert zittisce June con un bacio alla terza riga del racconto del sequestro. Ordina un giro di tequila. June ne ordina un secondo. Parlano di viaggi, dei posti che vorrebbero visitare, di quelli che non hanno mai visto, parlano di farlo insieme, perché hanno tutta la vita davanti. E in quel momento è vero. Nella folla del locale nessuno li conosce, si dimenticano quanti anni hanno. Sono due ragazzi che si amano e si desiderano. Dopo il terzo giro di tequila lui la trascina fuori. Ha voglia di lei. Glielo sussurra all’orecchio. Lo sguardo di June si accende, lo abbraccia, lo bacia con ardore, gli morde le labbra. Arrivano all’albergo ansimanti, durante il tragitto hanno iniziato a dirsi frasi sconce, un elenco di se facessi impudico e sfacciato. Robert ha la mano che trema quando gira la chiave del portone. Salgono in ascensore. I cigolii sono coperti dai respiri affannosi. Entrano in camera, finiscono sul letto, si spogliano in modo scomposto, lei si rompe un sandalo. Fanno l’amore senza accorgersi di essere sopra i vestiti puliti e piegati. Si cercano, si respingono, lottano per darsi piacere, per ritrovarsi, per vivere un affiatamento che non hanno mai avuto. Se qualcosa li aveva trattenuti ora non esiste più. Non hanno più paura.

[Noi li lasciamo fare, chiudiamo la porta, e andiamo a berci una birra. Sorridiamo dei nostri personaggi, dell’audacia che abbiamo saputo regalargli, pensiamo a Robert che pensa e nello stesso tempo agisce, adesso o mai più, e pensiero e azione si fondono nel momento perfetto, come accade una volta nella vita, se accade. Pensiamo allo sguardo di June, nell’istante del momento perfetto, quando si lascia baciare perché è quello che vuole e non lo nasconde a se stessa. Pensiamo a quanti chilometri di strada hanno fatto per ritrovarsi e amarsi nel posto più lercio del mondo. Nel posto più bello del mondo.]

E poi.
E poi si addormentano sfiniti.
E poi…
Si svegliano alle prime luci dell’alba. E rifanno l’amore!

[O] (Sliding Doors)

 

(Perché viaggiare in compagnia è anche più bello)

LAPOETESSAROSSA

Riporto di seguito un’altra versione del finale del racconto [O].
Un generoso dono di Silvia (lapoetessarossa) di qualche settimana fa. L’ho tenuto nascosto per mere questioni di liberatorie, diritti d’autore, manleve, oscillazioni di Piazza Affari, ecc. Le prevedibili menate che avrebbero incrinato il già fragile rapporto con la mia Casa Editrice personale…
Scherzi a parte, come già anticipato, mi piace l’idea di giocare a reinventare il finale del mio racconto. Per vedere come altri autori al posto mio avrebbero concluso la vicenda di Robert e June. Per scoprire attraverso la loro interpretazione cosa ha ispirato loro questo racconto. Se qualcun’altro, leggendolo, si fosse prefigurato qualcosa di diverso da quanto da me messo nero su bianco, oppure volesse dare adesso libero sfogo alla propria inventiva, mi piacerebbe conoscerne e condividerne il frutto. Con lo spirito, appunto, di un piccolo gioco.
[Lo so. E’ una contorta e malcelata forma di egocentrismo, ma tant’è. Che ci posso fare, sono fatto così.]

Robert e June cenarono nella città vecchia, in un ristorante turistico, di quelli che espongono le foto dei piatti in vetrina. Non era un posto che avrebbero scelto in passato, ma quella sera, come era successo per l’Hotel Rivera, il ristorante Avenida li aveva inspiegabilmente attratti. Vennero fatti accomodare nel déhors da un cameriere strabico e invitati a sedersi ad un tavolo laterale, l’unico rimasto libero.
Gli altri tavoli erano occupati da numerosi altri turisti, si sentiva parlare tedesco e francese, c’era un gruppo di giovani italiani chiassosi, due coppie orientali molto composte che cenavano quasi in silenzio.
Il cameriere strabico consegnò loro due menù, composti da più pagine zeppe delle stesse fotografie dei piatti esposti in vetrina; su ciascuna foto era indicato un numero. Tornò dopo qualche minuto per prendere le ordinazioni. Il suo strabismo era imbarazzante. Né June né Robert riuscivano a capire a chi dei due stava rivolgendo la parola. Parlava lentamente nel suo idioma, e June dentro di sé lo ringraziò per quella cortesia che sembrava voler compensare quel difetto fisico così eclatante. June ordinò per entrambi un piatto di carne che somigliava ad uno spezzatino di manzo. Il cameriere domandò loro se volessero come contorno le “verdure locali”, June non seppe tradurre diversamente le parole per Robert.
Accettarono e chiesero anche due birre chiare in bottiglia. Il cameriere se ne andò con la comanda e June tirò un sospiro di sollievo.
Disse: “E’ strabico”. Robert abbozzò una smorfia e le rispose: “Strabico è dir poco”.
Poco dopo arrivarono i piatti insieme a due boccali di birra, sui cui si faticava a leggere il marchio, quasi del tutto cancellato dai numerosi lavaggi in lavastoviglie. Prima che il cameriere si allontanasse June protestò dicendo che le birre dovevano essere in bottiglia. L’uomo si limitò ad alzare le spalle e ad allargare le braccia per dire che non poteva farci niente.
“Questa birra fa veramente schifo”, fu l’esordio di Robert, dopo il primo sorso. “Se preferivi del vino avresti dovuto dirmelo subito”, lo rimbeccò June con un tono fin troppo polemico, ben conoscendo i gusti di suo marito.
June rifletté su quella sua risposta secca, si stupì quasi di avere usato quel tono, rendendosi conto che ordinare birra per Robert era stato un vero gesto di ripicca. Anche se non riusciva a ritrovarne il motivo preciso. In passato, quando era ancora sposata con Jonathan, si era accanita su di lui più volte rispondendogli con toni improbabili, pieni di astio e livore, anche quando lui le chiedeva cose semplici e inciampava in banalità, come non trovare la confezione nuova di caffè. Certo, Jonathan, che era medico nello stesso ospedale dove lavorava lei, la tradiva con una collega, e quando lei l’aveva scoperto aveva deciso di non rinfacciargli nulla, ma di attuare una strategia che l’avrebbe portato inesorabilmente a smascherarsi. Così lo provocava, in continuazione.
Jonathan alla fine si era arreso e le aveva confessato tutto. Se ne era andato dopo una settimana da quella rivelazione e in breve tempo lui e June avevano divorziato.
“Qui fa troppo caldo”, Robert la distolse da quel ricordo, “sono stanchissimo e ho bisogno di dormire, domani ci aspettano altri chilometri e con queste temperature dobbiamo sfruttare le ore del mattino”.

June non aveva quasi toccato cibo, aveva selezionato qualche boccone da quella strana mistura di carne e intingolo, un po’ troppo condita per i suoi gusti. Robert invece aveva pulito il piatto e finito anche la birra.
Pagarono il conto e si incamminarono verso l’hotel. Suonarono il solito campanello. Il vecchio questa volta arrivò subito, aprì la porta, indicò loro l’ascensore e li lasciò salire senza accompagnarli.
La camera, nonostante avessero lasciato le finestre aperte, non si era affatto rinfrescata. Il letto era sfatto perché Robert, che ci si era appisolato nel pomeriggio, non l’aveva toccato. Andò lui per primo in bagno. Pensò di farsi di nuovo una doccia, nella speranza di togliersi di dosso il sudore appiccicoso.
Dalla doccia usciva un filo sottile e caldo, anche se aveva aperto solo il rubinetto dell’acqua fredda. Gli tornò in mente lo spettacolo delle cascate dello Yosemite e tutto il freddo che aveva patito per poterle ammirare nel loro massimo splendore, alla fine di febbraio, quando la neve che si scioglie le gonfia d’acqua. Robert amava camminare in montagna, non lo avevano mai spaventato né le lunghe salite, né il freddo che spesso ti coglie di sorpresa. Il viaggio nella Meseta era qualcosa di molto diverso da quello a cui era abituato, una scommessa che aveva accettato di buon grado quando June glielo aveva proposto, come fosse un’occasione per conciliare il suo istinto avventuroso con quello più mistico e contemplativo di lei.
Uscì dal bagno. June nel frattempo si era cambiata, aveva indossato una t-shirt grigia che usava per dormire al posto del pigiama e aveva preparato sopra lo zaino i vestiti per il giorno dopo. Aveva ripiegato quelli puliti di Robert e glieli aveva lasciati sul letto. Mentre lei era in bagno, lui li ripose nello zaino e si coricò a torso nudo sul letto cigolante. Quando lei aprì la porta lo vide girato su un fianco, verso il comodino. Aveva spento l’abat-jour. Forse si era già addormentato.
Si sdraiò accanto a lui, il letto era piccolo, erano molto vicini. Lo osservò. Con lo sguardo percorse il profilo dal collo alla schiena, notò un graffio sull’avambraccio. Si girò sul fianco, dandogli le spalle, e spense la luce.

ὕλη

ὕλη

il bosco ha foglie secche
di cento anni
la terra morbida profuma
di funghi e pioggia di ieri

il cielo è l’azzurro
spaccato dai contorni dei rami
il corpo sulla terra
una lumaca sulla foglia

dentro riposa una specie di amore
e qualche ortica
come la vita
che ha nelle screpolature di oggi
l’imperfezione viva
dei sogni avverati

[S.G., 9/8/2017]