Sopravvivenza

[la ricetta di Herman]

 

Sopravvivenza

 

Nella filosofia personale di Herman, a garantire la sopravvivenza era la scaltrezza. Dal microbo all’uomo, da una generazione all’altra, la vita si affermava sottraendosi ai gelosi poteri della distruzione. Proprio come durante la prima guerra mondiale avevano fatto i contrabbandieri di Cywkow, che si riempivano gli stivali e le camice di tabacco, si nascondevano addosso merci di ogni genere, e varcavano clandestinamente il confine, infrangendo la legge e corrompendo i funzionari, così nel corso delle epoche si era fatto furtivamente strada ogni singolo protoplasma. Era andata così quando erano comparsi i primi batteri nel limo ai bordi dell’oceano e sarebbe andata così una volta ridotto il sole in cenere, quando l’ultima creatura ancora viva sulla terra sarebbe morta di freddo o in qualunque altro modo prevedesse il copione del dramma biologico finale. Gli animali avevano accettato la precarietà dell’esistenza e la necessità della fuga e dell’astuzia; solo l’uomo cercava la sicurezza e invece riusciva a causare la propria rovina.

 

[Isaac Bashevis Singer, Nemici – Una storia d’amore, Trad. Marina Morpurgo, Ed. Adelphi, pp. 223-224]

 

Segue un interessante quanto caustica descrizione della “scaltrezza” dimostrata dal popolo Ebreo nel corso della storia, biblica e moderna, “riuscito a passare surrettiziamente attraverso il crimine e la follia” e dell’ulteriore passo avanti compiuto da Herman, protagonista del romanzo e sopravvissuto all’annullamento della Shoah divenendo un irriducibile fatalista e nichilista, in grado, in quanto ebreo, di ingannare tutti e tutto, inclusa la sua stessa fede, quindi se stesso. Ma questa è un’altra storia, o solo una parte.