Leuca

Vorrei riprodurre il suono del vento
fragore molle che carezza il collo
scosta i capelli, sazia la pelle
dissecca il mio sguardo
smanioso, rivelatore
di un segno.

Vorrei tornare a quel crocevia sconosciuto
al ruvido assito dove muovevi languido il passo.
All’oasi asciutta in cui intrecciavamo lo sguardo
scandendo imponderabili granelli di tempo.

[Tutto è fermo. Un uomo sciabatta fra i tavoli. Li spolvera e poi li batte con un martello. Li passa tutti, uno a uno. Il nostro no, lo salta. Ci guarda e se ne va indolente, senza domandare. Eccitate, le tue dita giocano con un anello, per i miei occhi. I tuoi sono al sicuro, dietro un sipario.]

Vorrei riascoltare il canto del vento
assistere di nuovo a quella danza.
E attendere l’ora in cui, fuori dalla tenda
sui nostri occhi, le nostre mani
calerà il silenzio.

In punto di morte

Letto di morte

Egon Schiele sul letto di morte, 1° Novembre 1918.
Fotografia di Martha Fein

 

C’è chi di morti ne ha viste più d’una. Di morti in casa, intendo. Mia madre, ad esempio, che ha strappato la sua ad aghi e tubi per assisterla in casa, fino alla fine. E l’ha tenuta fra le braccia in quell’ultima notte di lotta, quando la luce dal comodino gliel’ha rivelata di nuovo, da scomparsa che era. Prima un gemito, un cigolio, poi due mani e un corpo, appesi alla croce. Vide prima le dita, artritiche e forti, strette come artigli, alla rete del letto. Poi la testa, occhi serrati, le sopracciglia unite in uno spasmo di repulsione, di visione, di ammissione. I capelli sottili e fragili come crini, ancora severamente raccolti in quella sua lunga treccia ritorta, color del rame. Sul suo volto d’uccello un urlo scolpito. Sul pavimento, sotto il letto, il resto. Le gambe unite in un unico ramo nodoso, cimato e spoglio, il ventre, il bacino, immersi con loro in quel pozzo.

Io non c’ero. Ero all’estero. Non l’ho salutata. Né seppi dire o fare nulla, la mattina di qualche anno prima, quando toccò allo zio. Ero l’unico in casa quel giorno. Mi svegliò la badante, non ricordo che ora fosse, il sole era già alto. “Vieni. Sta morendo”, disse neutra, constatando un’evidenza per me ancora incomprensibile. Non ci fu in quell’adunata né allarme, né compassione. Era il primo passo di un meccanico cerimoniale, cui avrei dovuto essere preparato. Ma non era così e i modi, la voce, la presenza stessa di quella donna mi urtarono. Salii le scale di corsa, accigliato. Entrai nella camera dello zio. La luce del giorno, sfacciata, la denudava senza pudore. Lo zio era ancora vivo. Respirava. La testa reclinata all’indietro, la bocca aperta, scomposta, il busto rannicchiato in una spessa maglia di lana, sostenuto dai cuscini. In testa una berretta irriverente. Le palpebre disseccate non arginavano il vitreo degli occhi. Teneva le mani incrociate sul ventre in una posa imposta. Le carezzai, le sciolsi. Erano rigide e fredde, orrendamente. Non gli appartenevano più. Ma respirava ancora, affannosamente. Non sapevo cosa fare. Dietro di me, vidi quella donna sorridere ostinata. Il suo sguardo diceva che non c’era nulla da fare. Ma come?!, volevo urlare, è ancora vivo. Chiamiamo il dottore, pensai. Fu allora che udii quel suono. Inspiegabile, inumano. Parve venire dalle interiora della casa. Mi voltai. Un rumoroso gorgoglio aveva sostituito il respiro di mio zio. Mi soffermai sul suo volto scavato e ceruleo, posseduto da quel suono sproporzionato e osceno che gli ribolliva in gola. Lo udii affogare in un lungo rantolo indecente, al termine del quale la donna mi si mise davanti. Con una mano gli serrò la bocca, udii sbattere la dentiera. Poi frugò in una tasca e ne trasse una pezza che arrotolò e appoggiò fra mento e sterno, a mo’ di puntello. Mi guardò interrogativa. Indietreggiai di un passo. Non lo toccai. Lei gli passò una mano sugli occhi e mi guardò di nuovo. Mi allontanai, uscii dalla stanza. Mi affacciai a una finestra. Da fuori mi giunse il rumoreggiare del traffico. Era una calda mattina d’inizio dicembre. Mio zio era morto. La vita scorreva liquida.

 

 

Nella stanchezza senza soccorso in cui il povero volto si dovette raccogliere tumefatto, come in un estremo recupero della sua dignità, parve a tutti di leggere la parola terribile della morte e la sovrana coscienza dell’impossibilità di dire: -Io-. L’ausilio dell’arte medica, lenimento e pezzuole, dissimulò in parte l’orrore. Si udiva il residuo d’acqua ed alcool delle pezzuole strizzate, ricadere gocciolando in una bacinella ed alle stecche della persiana già l’alba. Il gallo improvvisamente la suscitò dai monti lontani perentorio ed ignaro come ogni volta. La invitava ad accedere e ad elencare i gelsi, nella solitudine della campagna apparita.

[Carlo Emilio Gadda, “La cognizione del dolore”]

Da memoria a racconto

 

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[Montaretto, 31/05, 01/06 e 02/06/2014]

 

 

Ricordo l’acqua di un fiume e noi due immersi, trascinati dalla corrente. Non avvertivo il pericolo, provavo anzi una piacevole sensazione nell’affidarmi a quel flusso, una specie di calore. Mi lasciavo trasportare dalla corrente e Fabio con me, poco distante. Mi sono svegliato in preda a un’agitazione nota: la paura del suo sguardo. Stavolta, però, nel buio della notte, non sono riuscito a scorgerlo. Per quanto mi sforzi, non ne trovo memoria.

Mi alzo e vado in bagno con la speranza di non dimenticare, di non separarmi dalle sensazioni consegnatemi da quel sogno. Mi torna in mente una notte d’estate di tanti anni fa, l’ultima di una vacanza in Grecia, ci eravamo appena laureati. Ci laureammo insieme Fabio ed io, facemmo molte cose insieme noi due. Cinque anni di liceo, compagni di banco, altrettanti all’università. Siamo cresciuti uno accanto all’altro o, come disse qualcuno, uno all’ombra dell’altro. E quella notte d’estate, dopo una lunga serata in discoteca, tornammo un’ultima volta sugli scogli, noi due soli, per salutare il mare. Ma non era solo quello: quel tuffo al buio, nel nero profondo dell’acqua del mare, era una prova che ancora una volta volevamo affrontare insieme.

Il giorno prima era stato diverso, alla luce del sole, sotto gli occhi di tutti. “Allora, vi decidete?! Cosa fate ancora lassù?!” Dal basso le voci degli amici si erano fatte insistenti. Noi, però, non avevamo ancora individuato il punto giusto da cui buttarci. Da dove ci trovavamo, sulla sommità della scogliera, al limite della vegetazione, scrutavamo le rocce in cerca di quello più adatto. Adocchiammo uno sperone più in basso e scendemmo lentamente in quella direzione, cercando una via fra le sporgenze. Ci muovevamo piano, uno dietro l’altro, stando attenti a dove mettevamo i piedi. Con le mani ci tenevamo alla roccia plasmata dalla violenza delle onde che cambiava repentinamente colore, dall’ocra al ruggine, al nero opaco di antichissime lingue magmatiche impreziosite dalle scisti luccicanti sotto il sole. Raggiungemmo la soglia che avevamo scorto, a sbalzo sull’insenatura sottostante. Ci ritrovammo in piedi, uno accanto all’altro, i nostri corpi si sfioravano. Gettammo le ciabatte in mare e misurammo in silenzio il tempo che impiegarono a toccare l’acqua. Non ci chiedemmo chi sarebbe saltato per primo, tenevamo lo sguardo fisso sul quieto spicchio di mare che, sotto di noi, ci attendeva carezzando mollemente gli scogli. Era di un blu acceso che, in prossimità della riva, virava in un intenso verde smeraldo. Quel colore carico, venato appena dall’ombra di qualche roccia, ci confortò: era abbastanza profondo. Una decina di metri ci divideva dal pelo dell’acqua: forse stavamo osando troppo. Il silenzio dei nostri amici rafforzò in noi il dubbio. Guardai verso di loro e vidi Elena, in piedi sull’ampio palmo di roccia dove era solita stendersi a prendere il sole. Con una mano proteggeva gli occhi dalla luce, fissandoci in silenzio. Sentii una brezza leggera sul petto. Inspirai profondamente guardando l’orizzonte sgombro, là dove la linea del mare sfumava nel più chiaro di un cielo terso. Mi raggiunsero il suo profumo salmastro e l’urgenza improvvisa del vuoto. “Di testa”, dissi. E mi gettai.

Qualche tempo fa, ho ritrovato una vecchia foto del giorno della nostra laurea. Scattata dai banchi di un’aula immersa nell’afa di fine luglio, mi mostrava seduto, con la schiena tesa sotto la giacca, le mani unite sul mento, in un misto fra preghiera e attesa. Avevo appena finito la mia esposizione e avevo preso posto al primo banco; ora era il turno di Fabio. E lui era lì, in cattedra, con la sua bella cravatta gialla da cerimoniale, lo sguardo deciso e un indice teso in quello che, a distanza di tanto tempo, mi è giunto come un eccesso di confidenza. Una posa che più che l’essere a proprio agio, esibiva determinazione, forza di volontà; l’aggressività del fare e l’intraprendenza che sapevo essere così sue. Eccolo lì, lo studente modello che, quando studiavamo insieme, dettava il ritmo senza concedersi un momento di svago. Teneva tutto a distanza, censurava ogni cosa, finché non avevamo finito quello che avevamo da fare. Il mio sguardo indagatore ha frugato la foto con una fame di dettagli esasperata da anni di digiuno. Il viso di Fabio era teso, concentrato, non v’era traccia del sorriso che gli conoscevo bene, quel suo sorriso sicuro, un po’ beffardo, che a volte diventava quasi violento, dissacrante, secondo un suo intimo rituale, inaccessibile ai più.

Chi sei oggi, Fabio? Mi hanno detto che hai fatto carriera, che hai una brava moglie e due bambini. Tanto tempo è passato da quando sembrava che senza Elena la tua vita fosse vuota e priva di significato. Avevi tutto anche allora: un impiego promettente e l’opportunità di dimostrare a chiunque quanto tu valessi veramente. Potevi fare qualsiasi cosa, ma non volevi fartene una ragione, non riuscivi ad accettare il fatto che lei avesse preferito un altro, che ti avesse tradito, che avesse definitivamente voltato pagina, lasciandosi alle spalle gli anni della vostra relazione, del vostro approssimarvi insieme alla vita, pazientemente, passo dopo passo. I lunghi anni dell’università, degli esami, dei sacrifici, dei tanti impegni. Delle poche gioie concesse. Troppo poche. Questo lei non te l’aveva perdonato.

Tanti anni sono trascorsi dalla sera in cui Fabio mi ospitò nel suo primo appartamento in affitto in città. Dall’ultima sera in cui ci parlammo. Allora io sapevo, Elena si era confidata, mi aveva raccontato tutto. Ma Fabio no, lui era rimasto là dove lei l’aveva lasciato. A distanza di quasi due anni, voleva ancora rimettere le cose a posto.

“Devo dirti una cosa”, buttai lì, mentre ci mettevamo a tavola. Fabio mi squadrò, insospettito dal mutamento improvviso nel tono della mia voce. “E’ a proposito di Elena”, proseguii. Dal suo sguardo capii che avevo già detto abbastanza, ma dovevo andare avanti. “Sai, negli ultimi tempi ci siamo sentiti, è stata lei a chiamarmi”, dissi, mentre Fabio mi fissava immobile. “Usciamo insieme. Da qualche settimana. Volevo dirtelo”, dissi d’un fiato. Era quella, infatti, la ragione per cui mi trovavo lì.

Tacqui in attesa della sua risposta. Non ressi il suo sguardo e affondai il mio nel piatto di pasta che mi stava davanti. Fabio fissò la televisione sopra il frigo. Lo feci anch’io per un momento, poi lo guardai di nuovo. Lui trasse un lungo sospiro, infine si voltò e disse: “Vuol dire che d’ora in poi, fra noi due, le cose cambieranno.” Furono le ultime parole che gli udii pronunciare, la sua sentenza.

Spengo la luce del bagno e torno a letto. Nonostante tutto, sento ancora addosso quella sensazione di sollievo, il vago piacere lasciatomi dal sogno di poco fa. La mente ritorna a quella notte greca di tanti anni fa, alle nostre mani, la mia, la sua, unite, mentre ci gettiamo in acqua nel buio, urlando non so più quali parole. Forse un augurio, o una promessa. Forse urlammo e basta. Penso all’amicizia, al senso della vita e mi ricordo che l’acqua, nei sogni, rappresenta proprio questo: la vita. E rivedo noi due, immersi nella corrente, avanzare piano.