Il vecchio e il mare – Note a margine

Hemingway e un marlin, Cuba

[Cuba, E. Hemingway immortalato accanto a un marlin – Fonte: web]

“L’uomo non è granché vicino ai grandi uccelli e alle bestie. Vorrei proprio essere quella bestia laggiù nel buio del mare”.

Queste le parole del vecchio pescatore. Questo il pensiero dell’Autore, in arte pescatore, cacciatore, torero. E pure nella vita, anche se probabilmente afflitto da un irrisolvibile complesso di dilettantismo.
In questa breve citazione – siamo circa a metà del racconto – appare con prepotenza tutta la nostalgia di un’esistenza fondata sulle regole della natura, scevra dall’ipocrisia della morale, dalle invenzioni della mente, dalla penosa giustificazione intellettuale, filosofica e religiosa. Nostalgia per le essenziali e incontrovertibili leggi dell’equilibrio e della lotta fra vita e morte. Per la nobile supremazia della forza, la dignità della bestia. In questa frase il grande bisogno di riportare l’essere umano allo stesso livello. Per confrontarsi ad armi pari, in mare, nella savana, nell’arena. Per capire chi è il più forte, chi è il migliore.
Sappiamo che non è così. L’intelligenza, i mezzi dell’uomo falsano il confronto, truccano il combattimento. L’uomo, affrancato, protetto dai prodigi dell’ingegno e della tecnica, è e resterà sempre inferiore. E di questo senso di inferiorità l’Autore pare soffrire visibilmente. Esso è forse la piaga che da sempre ne mina l’orgoglio, la fiducia, la virilità.
Si può essere disturbati da questo lato della poetica di Hemingway. Perché, è innegabile, nella sua manifestazione vi sono tracce di machismo, di misantropia, di misoginia. Forse è veramente così – non sarò mai in grado di dirlo, ma ciò che mi arriva, leggendo, ciò che a me arriva per primo è qualcosa di diverso. Provo a spiegarlo.
Raccontare la morte in una battuta di caccia, o nel rito cruento dell’arena, il porre preda e cacciatore, toro e matador sullo stesso piano, di fronte a un comune destino, afferisce per me a qualcosa di primordiale, di primigenio. Lo testimonia il modo in cui ciò viene fatto, l’asciuttezza della narrazione, la crudezza del narrato, la ruvida esattezza delle parole cui poco o nulla viene aggiunto. L’artefatto lascia il posto all’essenza, il narrato assume presto l’aura del mito. E nel tentativo di descriverlo, preservarlo, difenderlo, l’ipocrita sovrastruttura del pensiero interpretativo è rifuggita in ogni modo, con l’unico scopo di rimanere rigorosamente ancorati e adesi alla realtà. Di mostrare che esso risiede nella meravigliosa, crudele essenza della natura, di cui l’uomo non può negare di fare parte. Per Hemingway l’essere umano più autentico tende ad agire come un animale, e come tale si batte, si eccita, inferocisce; come una bestia è accecato dal furore, dalla passione, dall’istinto di sopravvivenza. Rifugge la tentazione del pensiero debole, del senso di colpa, la pietà; colpisce, ferisce, uccide, preda, mosso da un atavico ferino egoismo.
A modo suo fa così anche il vecchio solitario in mezzo al mare. Consapevole di essere predatore o preda a seconda dell’animale che si trova di fronte. Della reciproca forza, della reciproca astuzia, della reciproca esperienza. Amo e lenza, un’arma semplice ma letale, come la lama nelle mani del matador a pochi centimetri dall’enorme collo taurino fiaccato, hanno l’effetto di ridurre di molto se non del tutto la distanza fra i due animali, di portarli ad un livello in cui il confronto e la lotta possano avere luogo.
Se il vecchio e la sua strenua forza residua avranno la meglio, egli ucciderà il meraviglioso marlin appeso alla sua lenza, se viceversa col protrarsi della pesca perderà via via l’uso della mano, delle braccia, delle gambe, sentirà cedere e spezzarsi la schiena, se sarà vinto da fame e sete ormai a miglia di distanza dalla costa, allora sarà lui a soccombere. L’uomo ne è perfettamente consapevole, dall’inizio. Sono le regole del gioco, non le teme, non le contesta; se sarà lui a perire nel confronto, non sarà una vittima, ma il più debole, il perdente. Sotteso nel rimuginare del vecchio è il pensiero, il desiderio che la vita abbia e mantenga le regole di un grande gioco (non a caso il vecchio pescatore è un appassionato di baseball), dove ci si impone per delle indiscutibili capacità fisiche e mentali. Dove si ha sempre un’occasione per cimentarsi e provarle.

Faccio ritorno alla scelta stilistica del racconto per sottolinearne alcuni aspetti.

Il protagonista. Un vecchio pescatore che vive in un misero capanno e dorme in un letto di fogli di giornale, il cui orizzonte di conoscenza è racchiuso in quello del mare, la sua religiosità è una superstiziosa forma di credenza, la sua mitologia i campioni del baseball e le imprese di pesca. E’ un uomo povero e vecchio. Un uomo solo, che ancora una volta prende il mare per abitudine, per necessità, ma lo fa come se fosse l’ennesima, forse l’ultima grande occasione per misurarsi con le regole della propria esistenza. Il suo linguaggio è scarno, semplice, le sue parole una litania di solitudine. E’ un uomo allo specchio, quello buio del mare. Un uomo che si confronta con qualcosa che non vede, qualcosa che si trova a decine di metri di profondità sotto di lui. Un uomo che lotta a mani nude. La sua è una condizione ideale per l’Autore, il vecchio pescatore è il protagonista ideale. Ma è reale. E’ un pescatore cubano, conosciuto molti anni prima che “Il vecchio e il mare” venisse pubblicato. Un ideale di uomo, un ideale di umanità cui l’Autore sembra aspirare profondamente.

Il racconto. Da subito prende il registro della fiaba, ma come tutte le fiabe racconta la vita. Non si tratta di un’opera di fantasia, ma di una fiaba del reale, il cui protagonista è un uomo in stretto contatto con la natura. L’umile semplicità e l’apparente povertà del protagonista si riflettono nello stile linguistico e narrativo. La semantica è circoscritta al mondo della pesca, alla vita di mare. Le descrizioni sono essenziali, niente metafore, solo l’asciutta descrizione di ciò che il vecchio pescatore osserva, di ciò che gli accade. E i dialoghi con se stesso e con il pesce, invisibile sotto la superficie dell’oceano.

Infine l’animale, la nobile preda. Il vecchio pescatore (come l’Autore) vi si identifica, lo ama, prova un profondo senso di fratellanza nei confronti del proprio antagonista. Il quale, a un tratto, salendo inaspettatamente in superficie e compiendo un imponente salto, lo omaggia mostrandosi in tutta la sua maestosa virilità.
Preso all’amo, per giorni e notti il marlin va per la sua strada. Nel pieno del proprio vigore non lotta, non avverte il pericolo. Trascina la barca per miglia, esibendo tutta la sua forza, la sua resistenza. Il vecchio pescatore ama e rispetta quella forza, ne ammira la bellezza, la dignità.

“Poi gli dispiacque che il pesce non avesse nulla da mangiare e il dispiacere non indebolì mai la decisione di ucciderlo. A quanta gente farà da cibo, pensò. Ma sono degni di mangiarlo? No, no di certo. Non c’è nessuno degno di mangiarlo, con questo suo nobile contegno e questa sua grande dignità.”

Egli è profondamente grato all’animale, non per ciò che potrà ricavare da quella pesca, ma per l’opportunità che esso gli concede di confrontarsi e dimostrare il proprio valore. Di riscoprire la propria essenza.

Pensandoci, se non si tenesse conto di questo profondissimo processo di identificazione, della sacralità del binomio preda-predatore, del riconoscimento e dell’accettazione dei propri primordiali istinti, seppur imprigionati in una gabbia di regole e convenzioni morali e sociali, non sarebbe possibile affrontare la lettura di un’altra importante, enciclopedica opera di Hemingway, “Morte nel pomeriggio”. Non si sarebbe colpiti e affascinati dall’impeto di passione e devozione che ne hanno ispirato la scrittura. Non si potrebbe quindi scendere nell’arena accanto all’Autore, spettatore e protagonista, ed essere intimoriti, terrorizzati, eccitati, trasfigurati dal combattimento e dal sangue, nell’eterno braccio di ferro fra vita e morte.

Pare che per un’intera esistenza, subito segnata dalla drammatica, devastante esperienza della guerra, Hemingway abbia cercato di definire e comprendere la vera natura dell’uomo. Che per farlo abbia scelto di spogliarlo di ogni ipocrita e illusoria sovrastruttura ideologica e filosofica, fino a provare una nostalgica, ineludibile affinità per il suo lato più istintivo e ferino. Fino a comprendere che, per quanto sappia essere spietata e crudele, in quella sua natura risiede il conforto di regole comportamentali certe e di una biologica, incontrovertibile lealtà.

“Il vecchio e il mare” è stato scritto e riscritto per anni. Nel corso della sua lunga gestazione ha avuto proporzioni diverse, culminando infine nel breve romanzo che conosciamo. Si può pensare che sia una sorta di testamento. Di certo è un inno al rispetto della natura e un auspicio a riconoscere e sperimentare le proprie più autentiche aspirazioni.
Inevitabile per me tornare con la memoria a uno dei celeberrimi 49 racconti, “Le nevi del Kilimangiaro”, in cui il protagonista, alter ego dell’Autore, con una gamba in cancrena per una ferita infetta, in preda al delirio della febbre ripercorre la propria esistenza in un intimo monologo, una sorta di intricata confessione. La narrazione, però, si conclude con una scena dal timbro più lirico ed estremamente commovente, se ricongiunta con l’epigrafe che apre il racconto.
Il protagonista sale finalmente a bordo dell’aereo dei soccorsi, o forse si immerge definitivamente in quella che non è altro che un’ultima, alleviante visione…

“Quindi cominciarono a cabrare, e pareva che andassero a est, e poi fu buio ed erano in mezzo a un temporale, con la pioggia così fitta che sembrava di volare attraverso una cascata, e poi ne uscirono e Compie voltò la testa e sorrise e puntò il dito e là, davanti a loro, tutto quello che lui poté vedere, vasta come il mondo intero, grande, alta e di un bianco incredibile nel sole, era la vetta quadrata del Kilimangiaro. E allora seppe che era là che stava andando”.

Il lettore, allora, fa subito ritorno alla prima pagina…

“Il Kilimangiaro è un monte coperto di neve alto 5895 metri, e si dice che sia la più alta montagna africana. La sua vetta occidentale è chiamata, dai Masai, Ngàje Ngài, la Casa di Dio. Vicino alla vetta occidentale c’è la carcassa rinsecchita e congelata di un leopardo. Nessuno ha saputo spiegare cosa cercasse il leopardo a quell’altitudine.

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