Nené Giorgadze

poetessa e narratrice georgiana

 

Trovo nella sua poetica quello sguardo trasversale, che attraversa; l’apparente leggerezza nell’assegnare significato a fatti e cose; la freddezza della lama rivelatrice.

 

 

Il tostapane

Sono il più crudele boia delle fettine di pane.
Prima di morire raccontano
la loro vita, mi fanno una confessione.
Che cosa solo non sentirai: si chiarisce che
anche loro fornicano, rubano l’una all’altra
e si uccidono anche.
Quando si imporporano da entrambe le parti,
pronunciano parole, affilate come coltelli.
E nei momenti degli schiocchi-spari
nell’inferno della cucina, con fragranza,
sui loro corpi ardenti stanno sospese le anime.

 

Il pendolo

La madre passeggia col bimbo nel campo giochi,
il bimbo strilla allegro sull’altalena,
la madre lancia uno sguardo sprezzante all’ubriaco,
seduto nel campo giochi con una bottiglia in mano.
Mattina, e con passo veloce la gente attraversa il campo giochi.
Senza orologio, l’ubriaco vede solo il bimbo e sorride.
La madre scruta l’ubriaco, il cui sguardo
rimanda lo sguardo di lei verso l’altalena,
su cui dondola il bimbo, che pure scruta la madre.
Il bimbo non dondola più con gioia.
L’altalena perde il ritmo e alla fin fine si ferma,
come il pendolo di un orologio a muro.
La madre si affretta e non sorride al bimbo.
Senza orologio, l’ubriaco vede solo il bimbo e sorride.
Mattina, e la gente attraversa il campo giochi con passo veloce
con orologi che funzionano bene.

 

“Penso che nella mia poesia ci siano due principali tendenze: versi narrativi con alcuni giochi di trama e versi più laconici, nel centro di gravità dei quali c’è l’immagine. La mia poesia è influenzata dal cinema, dall’arte visuale e dalla musica. Quando percepisco che una poesia ha già assunto una forma, la leggo a voce alta per percepire di più la sua risonanza, la sua vibrazione.”

 

 

Manmade Patterns

“Manmade Patterns and Uncanny Shadows Photographed From Above” by JP and Mike Andrews – thisiscolossal.com

 

 

Il codice della strada

Le parole stanno ammucchiate in piccole macchine
e viaggiano ora più veloci, ora più lente.
Le strade sono ora larghe, ora strette,
ora a senso unico, ora a doppio senso.
Le parole fanno girare piccole ruotine,
agli incroci sorridono o si arrabbiano tra loro.
Se qualcuna viola il codice della strada,
viene spedita in una cella buia.
In solitudine la parola comincia a bere
e può diventare alcolizzata.
Quelle che rispettano le regole
non sono sole.
Si fermano sempre al rosso.

 

La Spazzatura

Sono stata qui ieri.
E ieri l’altro.
Proprio così il furgone ha scaricato l’ennesimo mucchio di spazzatura.
C’era proprio lo stesso odore – di putrefazione amarognola.
Comunque sono tornata qui,
comunque le tracce mi hanno riportata qui.
Che senso aveva – quante volte me lo sono chiesto –
cercare in mezzo alla spazzatura?
In una periferia isolata della città
cercare nel mucchio della spazzatura?
Ma non si può cambiare la visuale,
guardare tutto ciò dall’alto,
da dove la spazzatura sembrerà artisticamente variopinta,
non inquieterà l’odore
né il senso di disperazione accumulata,
perché non solo la spazzatura,
ma anche le persone dall’alto sembrano puntini.

 

La ferita

Prendi la chiave,
apri la porta ed entra nella ferita.
Puoi sdraiarti sul divano a riposare,
o passare in cucina se hai fame.
Se vuoi, esco a passeggiare per non disturbarti,
se vuoi preparo il pranzo, accendo la musica, sposto le tendine.
Non dimenticare: è una ferita profonda, si rimargina lentamente.
Se la leccherai, abbaierà come un cane o miagolerà come una gatta.
Possiamo anche giocare al dottore
a una condizione: non immedesimarti troppo nel personaggio,
non farmi sentire che è una ferita vera e propria,
ricorda che ogni ferita è una porta aperta o chiusa.
E la chiave è nelle tue mani.

 

Invidia

Tolgo la buccia dalla dolce pesca profumata – rosea, soave.
La pellicina vellutata si stacca dolcemente
dal frutto succoso tagliato.
E inaspettatamente
dalla pesca
esce un vermetto bianco.
Sorrido.
È bellissimo vivere dentro qualcosa di fragrante,
circondati dal rosa.

 

Traduzione: Paolo Galvagni
Fonte: Menabò, N. 4, Febbraio 2020, Terra d’ulivi Ed.

 

Nené Giorgadze

Nené Giorgadze – web

 

Classe 1971, Tblisi, Georgia. Dal 1999 negli Stati Uniti, poi a San Pietroburgo, dove vive tutt’ora.
Le sue poesie sono pubblicate in svariate riviste letterarie di diversi paesi e tradotte in inglese, russo, lettone e lituano.
Pubblicazioni:
“Un triangolo”, racconti, Pegasus Tblisi Ed., 2011
“Semafori e le persone”, raccolta poetica, Dumbadze Ed., 2018

Biografie

di Francesco Palmieri

 

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Nel numero di Febbraio di Menabò, quadrimestrale internazionale di cultura poetica e letteraria, trovo un interessante articolo che mi fa scoprire il poeta Francesco Palmieri.

La sua poesia mi ha sedotto subito.
Ve ne propongo due assaggi.

 

Salomé
non era amore
il tuo seno nel velo.

ero io
che ti rivestivo d’azzurro
ti leggevo sul ventre
la rotta agli astri e alle stelle

(e tu un volteggio di piume
che sfrecciavano alte
e la terra la terra
non era il vuoto di adesso)

Salomé

era amore il mio amore
era furia di sangue

era amore
era sangue

prima ancora che fosse
una testa sul piatto.

 

 

(a mia figlia)

Ricordami come la mano
un passo dietro alle spalle
a guardarti il cammino.

ricordami all’angolo
come una fotografia
tra la mensola e il muro,
come il gattino, l’orsetto,
ora in fondo alla cesta

e se ti verrò in mente
qualche giorno o per anni,
tu fammi leggero
scarta errori e dolori
sfoglia il velo di nero
delle colpe a mio nome
poi di quelle accadute
senza averle volute

guarda all’attimo puro
quando io padre e tu figlia
stavo avanti nel buio
per le ombre sui muri
l’improvvisa paura

e ricordami un breve
ricordami lieve

sarò morto due volte
se sarò sulle spalle
un altro peso di croce.

 

Poesie tratte dalla raccolta “Biografie“.

Francesco Palmieri, nato ad Altamura, vive a nord di Milano, dove ha lavorato come docente di letteratura. Poeta e critico letterario.
Ha pubblicato:
“Studi lirici solo parole d’amore”, La Vita Felice Ed., 2012
“Fra improbabile cielo e terra certa”, Terra d’ulivi Ed., 2015
“Il male nascosto”, Terra d’ulivi Ed., 2016
“Biografie”, Terra d’ulivi Ed., 2019

Danza

Cosa porto via

 

Lo sguardo, dove va?
dritto, sopra, al pavimento.
Basta che non sia su di me.
Pensiero che attraversa.
Chiudo gli occhi
cerco di sentire il punto di partenza.
Traccio linee e sento che
linee sono le mie ossa.
Andare mi fa sentire i muscoli pronti
tesi.
Sento la determinazione, il limite
confine del corpo:
le braccia, le mani
che spingono, agitano.
Provo piacere nel tagliare lo spazio in diagonale.
Il sopra, il sotto, lo stare nel mezzo.
A terra sento la superficie premere sulle ossa.
Famigliarità.
Stare nel mezzo, invece, mi fa sentire i muscoli contratti
sono scomoda.
E poi l’alto.
Lo misuro con l’aria che sposta le braccia.
Fresco sulle mani.
Vado verso un punto che ho scelto
chiudo le braccia al petto e poi le apro.
Sento l’elasticità del movimento
che allarga
allarga e poi stringe.
E’ ritmo netto, preciso.
La chiusura è il preludio a un’altra spinta.
Pulsazione.
Quando torno, raccolgo le braccia
la schiena un piccolo arco.
Le piante dei piedi non spingono il pavimento
lo scostano.
Cosa porto via?
Gli occhi, le braccia… il respiro.
Chiudo il mio spazio
mi ritiro.
Guardo la terra.
Mi sento protetta.

[I.P., 08/03/2020]

Immagine di copertina: Pina Bausch – web