L’incrocio (2.)

[Seconda parte; vai alla precedente]

2.

“Dottor Di Biasi, ho in linea la signora”.
“Passi pure”, risponde Luca alla segretaria.
“Pronto,…”, un’esitazione, un tremolio nella voce, “Luca?…”, la madre entra sempre in punta di piedi.
“Sono io mamma, perché mi hai chiamato? Stavo per uscire…”
“Caro, avevi il telefonino spento, ero un po’ in apprensione…”
“Ho passato il pomeriggio in riunione”, taglia corto Luca.
“Sì,… Volevo solo sapere se stasera devo aspettarti, caro. Non ti ho più sentito…”
“Mamma, sono almeno quattro anni che ci vediamo tutti i giovedì sera. Perché dovrei aver cambiato programma?”
“Lo so, lo so, ma non sentendoti, ho pensato che avessi di meglio da fare che cenare con una vecchia”.
“No, mamma, non ho altri appuntamenti. E’ la nostra sera, so gestire i miei impegni. E comunque ti avrei avvisata per tempo”. Luca può immaginare l’espressione di sua madre all’altro capo del telefono, rincuorata da quelle parole. Diversamente si sarebbe dovuto sorbire il dettagliato elenco di disturbi e farmacopee che affliggono la donna, la base di ogni suo prevedibile ricatto psicologico. Ma la signora Di Biasi può star tranquilla: suo figlio troverà sempre un po’ di tempo per lei; per la propria famiglia, giacché lei è tutto quel che ne resta. Quando divorziò dal secondo marito, Luca pensò che come unico figlio fosse suo dovere prendersi cura di sua madre. Una volta uscito di casa, si stabilì in un appartamento a due soli isolati di distanza. Passando spesso a trovarla, riceveva in cambio l’aiuto di Maria, la fidata domestica, e stock di camice stirate. Com’era prevedibile, la madre s’insinuò nei suoi ritmi di vita cercando di preservare il cordone ombelicale che li univa da sempre. Luca dovette imparare a tenerla a bada, o almeno era ciò che pensava di fare.
Fin da quando vivevano sotto lo stesso tetto Luca godette di un’apparente libertà d’azione. La madre pareva non interferire con le frequentazioni e le abitudini sessuali di suo figlio. Non s’oppose, non mostrò particolare ostilità, ma nemmeno risparmiò severità di giudizio nei confronti di qualsiasi ragazza Luca le presentasse. Evidentemente, nessuna sarebbe mai potuta essere all’altezza delle sue aspettative. Ma la battaglia, in realtà, era già persa in partenza, poiché agli stessi occhi di Luca qualsiasi donna non reggeva il confronto con sua madre. Tranne una, Jelena.
Jelena era una ragazza ucraina. Mamma a sedici anni, cresceva il suo bambino in un paese straniero, nel quale si faceva strada grazie alla propria bellezza. Prima di diventare modella, per quasi un anno aveva accudito un’anziana signora italiana: il suo passaporto per una nuova vita, per un mondo sconosciuto, ricco di opportunità. Le quali, però, dovette ben presto imparare, potevano costare anche molto caro. Lei e Luca si frequentarono per qualche mese. Ammaliato dalla sua bellezza, Luca scoprì l’incredibile forza d’animo di quella giovane donna, la profondità e l’autenticità dei sentimenti di cui era capace. In breve si attaccò a lei in modo ossessivo, morboso, soffocandola con le sue pretese inadeguate, la sua gelosia, i suoi atteggiamenti puerili. “Ho già un figlio cui badare”, si sentì dire più di una volta. Jelena giunse al punto di compatirlo, ma non poteva assolutamente permettersi di perdere tempo con lui. Quando capì che Luca non era l’uomo adatto per lei, fu in grado di rinunciarvi.
“Luca, sei ancora lì…?”, la voce di sua madre lo riporta al presente.
“Sì”, risponde calmo.
“Faccio una doccia, mi cambio e sono da te”, aggiunge. “Altro?”

I marciapiedi sembrano una colata d’asfalto, ma nulla, nemmeno la strada che si scioglie sotto i piedi sembra turbare l’isteria del traffico di fine giornata. Immerso in quell’aria densa, Luca pregusta il piacere di una doccia, ancora un semaforo e potrà trovare sollievo nell’isola climatizzata del suo appartamento. Scivola un’ultima volta lungo la fila di automobili ferme, con lui uno sciame di motocicli che si insinuano fra cofani e condizionatori accesi. Fermatosi, Luca gira lo sguardo: il barbone è ancora là, proprio di fronte a lui, piantato sul marciapiede in mezzo all’incrocio. Seduto sul suo trono di stracci e sacchetti di plastica, pare apatico, incurante delle persone che gli passano accanto. La sua posa ricorda quella di un Buddha. E’ enorme, peserà più di cento chili. Ha il viso gonfio, congestionato, stratificazioni di sporco gli macchiano la pelle e i vestiti. I pantaloni, lacerati in più punti, mostrano a tutti le sue sudice gambe divaricate. La canottiera, di un colore indefinibile, non gli copre del tutto il ventre lurido e dilatato. Ma come fa a non vergognarsi?, si chiede Luca. Non si accorge di come lo guardano? Che sta lì a fare? Non chiede nemmeno l’elemosina… In effetti, non si vede mai nessuno fermarsi e dargli una moneta o qualcosa. Lo straccione se ne sta lì, abbandonato al suo destino, senza chiedere niente. Ma non è affatto invisibile.

La stanza di Luca è chiusa a chiave, come sempre, ma lui sente l’esigenza di entrarci, vuol vedere che effetto gli fa. Ogni cosa è nello stesso identico posto in cui lui l’ha lasciata, tutto è fermo ad allora, come in una fotografia: il letto, la scrivania, gli scaffali pieni di libri e ricordi dei suoi viaggi, i trofei sportivi, i poster alle pareti… La madre vuole che tutto rimanga come prima che se ne andasse. Manco fossi morto, pensa, soppesando la testa di bronzo di un Buddha thailandese. Si siede sul letto, le molle cigolano un po’, da lì la stanza sembra più grande, il soffitto più distante e con esso i confini dell’immaginazione, delle possibilità. Si rialza subito con la sgradevole sensazione che il proprio passato lo avvolga alle spalle. Si avvicina allo stereo, rimuove il sottile strato di polvere che ricopre il coperchio del piatto, alza l’interruttore; le lancette retroilluminate dell’amplificatore ondeggiano per un istante in una breve danza sincronizzata, stabilizzandosi. Gira la manopola del volume gustando il sordo ronzio delle valvole che invade la stanza, poi estrae un paio di vecchi vinili da uno scaffale e li sfoglia distrattamente. Infine, decide di passare in rassegna le fotografie appese alle pareti e sulle mensole, un atto necessario. Una in particolare attira la sua attenzione, quella di un ragazzo abbronzato in riva al mare, capelli al vento, che fissa l’obiettivo sorridendo quieto. Luca la fissa a lungo. Il ricordo dei viaggi che ha fatto, i luoghi che ha visto, gli amici, le ragazze che ha avuto, nulla è in grado di uguagliare l’emozione di stare di fronte a quell’immagine di sé conficcata nel tempo. Stacca la cornice dalla parete, vuole vedersi meglio: la pelle bruciata dal sole, le braccia nude, l’espressione sorridente degli occhi, lo sguardo, il suo, intelligente e acuto, così… così sereno; pare che nulla possa turbarlo.
“Luca, è pronto…”, un richiamo dalla sala da pranzo lo sottrae bruscamente ai ricordi cristallizzati in quella stanza. “Arrivo”, risponde, chiudendo la porta della camera. In corridoio, riflessa in uno specchio, ritrova l’immagine di sé, oggi. E’ diversa da quella del ragazzo della fotografia, è più asciutta; la pelle del viso è più curata ma sottile, tesa. Lo sguardo è segnato da un marchio indelebile d’insofferenza. Che cosa gli è successo? Luca respinge con fastidio quella domanda, con un gesto meccanico riavvia i capelli che gli scendono sulla fronte, impreziositi da qualche filo d’argento. Osserva il taglio della sua camicia, la qualità del vestito giovanile e slanciato che indossa; tutta roba di sartoria. Ineccepibile, annuisce compiaciuto. Non può non compiacersi di ciò che vede. No, si dice, nei suoi occhi non c’è più traccia dell’ingenuità del ragazzo rinchiuso in quella stanza, al suo posto ora ci sono determinazione, sicurezza, la certezza che l’uomo riflesso in quello specchio sia ciò che ha sempre desiderato essere.

“Non mangi più? Non hai nemmeno toccato la carne…”
“Non ho più fame”.
“Sei silenzioso stasera, qualcosa non va? Preoccupazioni sul lavoro?”
“No, mamma, al contrario. Sto lavorando all’affare più importante dell’anno. E se le cose vanno come devono, fra qualche mese saremo ancora più quotati. E più ricchi, ovviamente”.
“Caffè?”, aggiunge subito dopo, cambiando discorso.
“Hai fretta di andare, Luca? Non mi racconti mai nulla di te…”
“Non iniziare, mamma, se ci fosse qualcosa degno di nota, ne saresti già al corrente, in un modo o nell’altro”. Si accende una sigaretta, espirando nervosamente dalle narici.
“Sei così suscettibile. Se chiedo, è per il tuo bene, lo sai. Vorrei tanto saperti felice”.
Così staresti in pace con la tua coscienza, pensa Luca fra sé.
“Che mi dici di quella ragazza…”, insiste la madre. “Come si chiamava?”
“Mamma, falla finita”, la interrompe Luca. “Parliamo un po’ di te. Non hai idea di quanti casi di divorzio stiamo trattando in questo periodo”. La fissa cinicamente.
“Sei ingiusto”, protesta lei. “Tua madre è l’unica persona a volerti veramente bene e questo tu non riesci ad accettarlo. Non capisco perché tu venga a trovarmi, se poi mi presenti il conto della tua indifferenza e del tuo rancore. Se è solo un obbligo, puoi fare a meno di venire”.
“Non cominciamo con i piagnistei che non è il caso. Le cose non stanno come dici tu e lo sai bene. Tu sei e resterai sempre mia madre, con tutte le conseguenze che questo comporta”. Discorso chiuso. Luca si volta e accavalla le gambe strofinando bruscamente i pantaloni col dorso della mano.
Mentre Maria raccoglie i piatti in silenzio, lui si alza e va in soggiorno, prende un giornale e inizia a sfogliarlo. La madre raggiunge la domestica in cucina e cominciano a parlare. Quando arriva il caffè? Si chiede Luca impaziente; si accende un’altra sigaretta.
Maria porta il vassoio con le tazzine e la madre, come d’abitudine, gli sottopone alcuni documenti: corrispondenza, lettere di assicurazioni, banche, scartoffie di cui da sempre lascia che sia il figlio a occuparsi. Mentre sfoglia quelle carte, Luca sente nuovamente su di sé lo sguardo accorato di sua madre.
“Insomma che c’è?!…”, sbotta.
“Vorrei che ti trovassi una donna”, dice lei. “Ogni uomo ha bisogno di una donna al suo fianco. Non sei più un ragazzino, Luca”, aggiunge in tono lamentoso. “Hai bisogno di qualcuno che ti stia accanto, che si prenda cura di te. Cosa ti frena? Cos’è che non va?”
“Ma da che pulpito!”, risponde lui con stizza. Poi si frena. Col passare degli anni la donna che ha di fronte sta diventando sempre più vulnerabile e ora è sul punto di piangere. Le si avvicina lentamente, non riesce a toccarla, ma lei lo abbraccia e lo stringe forte a sé, aggrappandosi. Per un po’ restano così in silenzio.
“Luca…”
“Dimmi, mamma”.
“Hai presente l’accattone dell’incrocio, quello che passa tutto il giorno sul marciapiede?”
Luca è spiazzato. Come diavolo può esserle venuto in mente quel tale, ora, si chiede.
“Sì, certo…”, risponde incuriosito.
“C’è una donna”, riprende lei, “l’ho vista con i miei occhi, più di una volta”.
“Sì,… E quindi?” Luca la invita a proseguire.
“Tutti i giorni, verso mezzogiorno, una donna si ferma a parlare con lui. Non è una donna qualsiasi. E’ una signora distinta, una persona elegante, molto fine. Per questo l’ho notata”.
“Va bene, mamma, con questo cosa vuoi dire?”
“La cosa strana…”, la madre scandisce le parole, come se stesse rivelando un grande segreto. “La cosa strana è che si comporta come se si conoscessero da tanto tempo. Sembrano, come dire… Sembrano intimi…”. “Intimi, sì”, ripete.
Luca prova a raffigurarsi la scena in silenzio.
“Voglio dire”, riprende la madre assorta, come se stesse assistendo in quel momento a uno di quegli incontri. “Quella donna non lo tratta come un poveraccio qualunque, dimostra rispetto nei suoi confronti. Si rivolge a lui come a un suo pari, come se fra loro vi fosse un legame, un legame affettivo…”
“Mi chiedo come possa sottoporsi quotidianamente al fetore che emana quel lurido straccione”, la interrompe Luca. “Strano, comunque”, aggiunge, “Ero convinto che non parlasse italiano. Mi era parso di sentirlo biascicare qualche parola in francese”.
“Non escludo che si parlino in quella lingua”, soggiunge la madre.
A un tratto Luca si sente a disagio in quell’abbraccio, in tutta quella confidenza. Se ne sottrae come se si scrollasse di dosso qualcosa. Dà un’occhiata all’orologio, raccoglie frettolosamente il soprabito e s’avvia verso l’ingresso.
“E’ ora che vada”, dice, aprendo la porta.

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L’incrocio (1.)

[Pubblico qui, in quattro parti, un mio racconto di qualche anno fa tratto dalla breve raccolta “Chi rompe paga”]

1.

All’ultimo semaforo Luca scruta l’orologio, le tre e mezza. I secondi scorrono lenti alla luce giallastra dei lampioni, il motore ringhia d’ansia repressa. Verde. Luca schiaccia l’acceleratore ascoltando i pneumatici stridere sull’asfalto, quando supera la svolta di casa sta ancora accelerando. Non sa dove stia andando, sa solo che vuole correre, sfogare l’urlo che ha dentro. E’ la coca, pensa, sentendosi ancora incredibilmente lucido e eccitato. Compie un rapido giro attorno a una rotonda, poi si lancia sulla rampa di una sopraelevata per una corsa notturna. Stando ben attento alla polizia, ovviamente, non è ubriaco, né uno sciocco, non ha affatto perso il controllo. Ripensa alla serata appena trascorsa, vuota e insignificante, a Nadia che non è venuta, alla discussione che hanno avuto in ufficio; nel frattempo raggiunge una macchina in seconda corsia, le va sotto come per braccarla, dà un colpo secco al volante e apre il gas, superandola di scatto. Guarda compiaciuto i fanali allontanarsi nello specchietto.
Non ha ancora deciso dove andare, ma sa che alla fine tornerà ancora là, al solito posto. Scala improvvisamente facendo urlare il motore, imbocca una rampa d’uscita in fondo alla quale si ferma con il motore che ruggisce ancora. Abbassa il volume della radio e lentamente s’immette in un lungo viale a più corsie, in direzione della periferia. E’ notte fonda, ma si ritrova in coda a una processione di macchine costrette a fermarsi a ogni semaforo. Davanti a lui un’utilitaria, al cui interno intravede la testa spettinata di un uomo che va o torna dal lavoro. Nello specchietto retrovisore un volto orientale. Manco fosse l’ora di punta, borbotta, accendendosi una sigaretta, Questa città non dorme mai.
A metà del viale, imbocca una traversa poco illuminata e a un’altezza ben nota, s’immerge in un vicolo a fondo chiuso, ancor più stretto e buio. Pare deserto, ma Luca sa che non è così. Avanza lentamente nel buio, mentre dal finestrino abbassato gli giunge l’alito malato dell’asfalto ancora caldo. Ai lati della strada stazionano le sagome di auto parcheggiate o abbandonate. Prosegue fino in fondo al vicolo dove si vede un’altra auto con i fari accesi, ferma, unica luce in quel regno di ombre. Si ferma a pochi metri di distanza guardandosi intorno. Sullo sfondo imbrattato dei muri s’intuiscono delle figure umane. Si sofferma su una di quelle che in risposta avanza verso di lui ancheggiando vistosamente su tacchi altissimi. Giunta a un passo dal suo finestrino, si china masticando rumorosamente una gomma, senza dire niente butta indietro i capelli con un movimento deciso della testa, offrendogli la vista di un seno turgido armato contro di lui. Due labbra carnose si aprono in uno sguaiato sorriso sopra la sua testa, ma Luca non alza lo sguardo. “Sali”, dice.

Le otto del mattino, di nuovo nel traffico, stavolta quello vero. In sella al suo scooter, Luca prende posizione alla linea di partenza di uno dei tanti sprint che si susseguiranno prima di arrivare in ufficio. Eccolo ancora là, sibila, guardando un uomo al di là dell’incrocio. Come ogni mattina, un accattone si sta riappropriando di una porzione di marciapiede racchiuso fra i semafori. Prima ancora di vederlo, la sua presenza è segnalata dall’odore, quell’uomo puzza terribilmente. A metri di distanza, Luca trattiene il fiato, non riesce a sopportare il fetore che emana da quell’individuo. Il suo sguardo oscilla impaziente dal semaforo rosso a quel lurido rifiuto umano che trascorre l’intera giornata parcheggiato in un luogo pubblico, che tuttavia rivendica come fosse casa sua, senza il ben che minimo diritto…
Verde. Luca apre il gas staccando d’anticipo le auto allineate di fianco a lui. Allontanatosi, riempie i polmoni di una famelica boccata d’aria. Fetido barbone!, espira fra i denti.

“Pronto?”
“Sono io”.
“Lo so, cosa vuoi?”, risponde Nadia abbassando istintivamente la voce, anche se il collega di fronte pare non farle caso.
“Dov’eri ieri sera?”
Nadia non risponde, le sue dita iniziano a tormentare una ciocca di capelli.
“Non ho tempo ora”, dice dopo un momento.
“Non puoi parlare?”
“Fammi un favore Luca, lascia stare. Non mi va di parlarne”.
“Che fai a pranzo?”, insiste lui.
“Ho da fare”.
“Dobbiamo parlare”.
“Non è una buona idea”.
“Lascia perdere”, aggiunge.
“Lasciar perdere? Cosa? Ho bisogno di vederti”.
Silenzio.
“Ti chiamo io”, dice infine Nadia, e riattacca.
Turbata, incrocia lo sguardo assorto del collega che la sta fissando senza accorgersi del rossore che le tinge guance e collo.
Si incontrano poco dopo. Luca è in compagnia di un cliente, ma vedendola avverte un’immediata attrazione nei suoi confronti. Nadia è bella e lui la desidera. Vorrebbe poterglielo dire in quello stesso istante, proprio mentre avverte su di sé il suo sguardo carico di rimprovero. Il giorno prima, nel suo ufficio, sono stati vicini al punto di riuscire quasi a sfiorarsi. La loro conversazione si era fatta più intima e diretta, ma a un tratto le mani di Luca hanno oltrepassato l’invalicabile cortina che da sempre divide i loro corpi, amplificandone il tacito richiamo. La reazione di Nadia è stata esagerata, frutto delle sue stesse pulsioni. E della paura. Paura di lui, paura di soffrire. Perché Luca è come un vortice di vento, non può sostare e questo lei l’ha già capito. Sa di non avere i mezzi per trattenerlo, sa che prima o poi soffierebbe via.

Una cameriera si avvicina simulando dedizione speciale a una coppia di giovani avvocati che vogliono apparire amabili a tutti i costi. Entrambi possono contare sulla freschezza del loro aspetto curato, sulla loro pelle abbronzata e liscia, trattata due volte a settimana. Entrambi esibiscono orgogliosamente il ceramico candore dei loro sorrisi, il taglio elegante e giovanile dei loro vestiti. Ma Luca, è risaputo, ha qualcosa in più rispetto al proprio collega: il fiuto negli affari, l’abilità nelle trattative e nel trovare espedienti in situazioni apparentemente prive di vie d’uscita, ma soprattutto, ed è ciò che dà maggior fastidio al giovane rampollo seduto di fronte a lui, un risaputo successo con le donne. Per queste ragioni e per la rapidità con la quale si sta facendo strada, Luca sa di non avere né amici, né collaboratori, solo concorrenti. Sa di essere temuto e odiato, quanto ammirato e invidiato. Non gli è sempre così facile ammetterlo, ma in fondo è convinto che nella vita gli amici non servano. Si accende una sigaretta scostando un vezzoso ciuffo di capelli che continua a oscillargli sulla fronte.
“Allora, Curcio, quando la prossima sfida a squash?”, chiede al collega con un sorriso allusivo, conscio della magnanimità riposta in quella domanda. Il ricordo di aver prevalso su Luca, anche solo una volta, rianima infatti il collega che nel frattempo sta pensando a un modo per ottenere uno speciale sguardo di compiacenza dall’addetta ai tavoli. “Ci fai due caffè lisci?”, le chiede.
“E a me porti anche una fettina di torta”, s’accoda Luca. “Piccola… Guarda che se la fai troppo grande, ti siedi qui con noi a mangiarla!”
L’ha fatta ridere anche stavolta, pensa Curcio tra sé, senza staccare gli occhi dal tatuaggio che spunta appena sopra la cintura della ragazza. “Quando vuoi, mio caro…”, risponde vago, “Son sempre disponibile a darti una lezione”.
“Ci sarai stasera?” aggiunge, riferendosi alla cerimonia organizzata da un loro cliente, il proprietario di una nota casa di moda che, grazie alla fusione con quella di un emergente marchio americano, conta di rilanciare la propria azienda.
“Certo”, risponde Luca senza la minima esitazione. Curcio non sospetta quanto sia importante per lui quella cosa. Luca scruta l’orologio, ha già fretta di liberarsi del collega e di sbrigare le faccende che lo separano da quella serata. “Vado”, dice. “Mangia anche la mia fetta di torta”, aggiunge alzandosi prima che arrivino i loro caffè. “Ti servirà, se vuoi battermi ancora”.
Incamminandosi verso l’ufficio, pensa al volto imbronciato di Nadia: vorrebbe tentare un approccio, provare a chiarire, ma sa che non avrà più modo di vederla prima di sera. E’ giovedì, e come tutti i giovedì uscirà prima per andare a cena da sua madre. Ma sì, si dice, se ne stia un po’ sulle spine: un sano bagno di dubbi e sensi di colpa le farà solo bene. L’attesa, conclude, giocherà a mio favore.

La sedia (9. comelapolvere)

… resto qua.

In un angolo.

A chiedere se è solo questo il mio ruolo: fare da gradino per arrivare più in alto, sorreggere culi pronti al cibo.

Una maglioncino avvolge il mio schienale, solo per metà. Scivola di lato. Ho spalle troppo strette per sostenerlo.

Panni usati ai miei piedi. Silenzio intorno.

A volte sono scaldata da coperte appena lavate, profumano di lavanda e vaniglia. Ma restano il poco che serve per essere sistemate in altre stanze, più adatte. Luoghi di calore e sogni, di carezze e compagnia.

E io resto qui.

A ricordare l’unica volta che ho fatto da altare ad un amore improvviso, dirompente, semplice e spudorato, dolce e passionale. Tengo stretta la sensazione delle mie gambe che tremano e gioiscono sotto il peso di quell’improvviso uragano, passato per questa stanza a luce spenta. Lo so io cosa è successo. Nessun’altro.

E resto qua, con quel ricordo impresso nel legno dello schienale ad aspettare che ci sia una cena e sperare che sia almeno un millesimo dolce e profumato come quell’istante.

[Tati, comelapolvere, 24/10/2017]

[Con la sua consueta leggerezza Tati – che sa anche graffiare quando deve o vuole, e ci riesce eccome, ma per farlo usa sempre la piuma – dà voce alla sedia. Al legno, alla corda, allo scricchiolio. Guarda dal basso verso l’alto la sua sedia. E’ umile, ma non è povera, anche se potrebbe sembrarlo. Invece è ricca, di ricordi, di momenti di festa, d’allegria e condivisione… Ma di uno in particolare, irripetibile, sa di essere l’unica depositaria. Perché tante cose, anche molto importanti, le persone tendono a dimenticarle, ma basta un semplice segno, un’immagine messa fuoco e impressa nella memoria, a testimoniare che sono realmente accadute.

“Prima di seguirla in salotto, guardai ancora la sedia, piantata in mezzo alla stanza, spoglia, libera. Intorno a lei, ammucchiati nel buio, c’erano scatole, cumuli di biancheria e lenzuola, giocattoli. Chiusi la porta. No, ripetei, non avevamo giocato.”

“Una sedia, tanti ricordi”, foto di Tati. 

Grazie di cuore, Tati!!

Il nostro album di fotografie:

La sedia (8. pozioni di parole)
La sedia (7. massimolegnani)
La sedia (6. bludinotte)
La sedia (5. fiochelucilontane)
La sedia (4. tramedipensieri)
La sedia (3. melogrande)
La sedia (2. lapoetessarossa)
La sedia (1)

Se qualcun altro volesse arricchire la nostra collezione…: paolo.beretta.email@gmail.com]

La sedia (8. pozioni di parole)

L’edificio era grigio, mastodontico, esprimeva una sorta di materialità perenne. Prima, al suo posto, c’era un palazzo razionalista, demolito negli anni Settanta, ma era come fosse radicato lì da sempre. Solo il lettering dell’insegna verticale “ARCHIVIO DI STATO” commemorava il più mondano predecessore, progettato dall’architetto Cetica per la GIL (*). Era immobile negli anni e per i secoli, l’Archivio, con le sue centinaia di scaffali, occupati da migliaia di volumi, contenenti a loro volta milioni di carte. Che ci si trovasse in una struttura istituzionale, lo si avvertiva fin dal principio; un’incarnazione dello Stato in senso tradizionale, quasi freudiano, figura della Legge e del Padre.
In tempi d’incerta “modernità liquida”, varcare quella soglia provocava in Giada sensazioni ambivalenti: stabilità, sicurezza, rigore. Un luogo dove riporre, conservare, ordinare e preservare il mondo dalla sua stessa essenza impermanente. Un luogo paradossale – certo – dove la novità si insinuava a fatica. Questa prima impressione, frequentandolo, si approfondiva. Dopo averne visitato i diversi ambienti – la hall, la stanza degli armadietti e delle macchinette del caffè, i corridoi, i piani intermedi, superiori e sotterranei – le era sembrato di trovarsi all’interno di una cellula unica, una sorta di corpo espanso, che si fosse ramificato senza perciò perdere unicità. I movimenti all’interno erano ritualizzati e regolamentati, in nome della sicurezza ma soprattutto del risparmio energetico-cognitivo, indispensabile forse a mandare avanti un simile colosso.
Gli uomini che lo frequentavano, che lo vivevano e ci lavoravano, seguivano il ritmo della pagina sfogliata con precauzione, dell’accurata decifrazione paleografica; il ritmo paziente della ricerca su guide, inventari, elenchi, sommari, schedari. E tramite terminali ovviamente. Ma la rivoluzione digitale non aveva intaccato quello spirito di fondo. Le richieste di volumi ricevevano risposta con calma e l’utilizzo di guanti rendeva un po’ goffa la loro consultazione live. C’erano anche inerzie e disfunzionalità, di cui tutti si lamentavano e che balzavano all’occhio più delle qualità positive.
Giada si occupava della riproduzione fotografica dei documenti. Era un lavoro come un altro, poco retribuito e tranquillo. La faceva sentire il tramite fra quel mondo chiuso e l’universo esterno, incaricata com’era di rendere accessibile, grazie alle sue fotoriproduzioni, la consultazione delle fonti da un qualunque terminale. La sua stanza, condivisa con un collega, si trovava nel sotterraneo, al termine di una serie di corridoi apparentemente senza sbocco. Stanza 22, l’ultima porta di metallo rosso dopo decine di altre. D’estate era fresca, un luogo da privilegiati rispetto agli uffici dei piani superiori. D’inverno invece era come stare in una grotta ed erano costretti a servirsi di stufette per temperare il gelo.
La sua macchina fotografica scattava raw ad altissima risoluzione: ogni click catturava il “recto” di un “folio” e il “verso” del precedente. Contava mentalmente i numeri di pagina per evitare di saltarne. Era un’occupazione monotona e meccanica, che richiedeva di interrompersi spesso. Si preparava un tè con il bollitore portato da casa e sedeva sulla vecchia sedia verde dai cuscini sagomati. Comoda e accogliente come un piccolo prato. Chiudeva gli occhi e immaginava migliaia di pagine recidere le cuciture e staccarsi dal loro antico ricovero. Vorticare attorno impazzite. Migliaia, milioni di carte che si scrollavano di dosso polvere, preziosi frammenti e tutto ciò che era finito abusivamente dentro il volume: una ciocca di capelli, una mappa, un disegno, uno scampolo di seta. Volteggiavano nella stanza. Troppo fragili e leggere per spalancare porte, erano abbastanza sottili da passarvi sotto. Poi, abilmente, fuoriuscivano nei corridoi e li percorrevano in tutta la loro lunghezza. Edotte forse da tutte le volte che erano state trasportate sui carrelli dai ligi impiegati, sembravano conoscere l’edificio a menadito. Volavano di stanza in stanza fra gli sguardi attoniti di funzionari, studiosi e personale di servizio. Un’invasione di antichi uccelli che si ribellavano alla cattività. Accadeva così da lei, in stanza 22, ma anche nei depositi. Le carte uscivano dai volumi rapide, guizzanti, sempre più confuse fra loro. Una disperazione solo provare a pensare di doverle reinserire ciascuna nel giusto posto e nel proprio fondo! Giada, che negli anni ne aveva fotografati gran parte, era tra i pochi a cui poter demandare una simile impresa. Lei forse avrebbe saputo, almeno in parte, ricongiungere ogni pagina 1 con la 2 e ogni pagina 2 con la 3. Del resto, si diceva ridacchiando, prima di alzarsi dalla sedia dei sogni, l’I Ching lo aveva predetto: il suo destino era ricondurre il disordine all’ordine!

(*) Casa della Gioventù Italiana del Littorio. Tanto interessante l’edificio, purtroppo demolito, quanto esiziale il regime che l’aveva innalzato…

[Caterina, pozioni di parole, 19/10/2017]

[Un vecchio edificio, ormai estinto, un interrato e le sue stanze poco confortevoli. Un mondo obsoleto, immobile e un lavoro certosino e monotono che può imbalsamare. Ma non è così: c’è una vecchia sedia verde, “comoda e accogliente come un piccolo prato”. Una sedia viva. L’appoggio per un sogno ad occhi aperti, il trampolino di lancio per un volo d’uccelli immaginifici e rari. Una via di fuga, verso la libertà.
Perché la sedia di Caterina è diversa dalle altre, ha un potere…

Un felice fil rouge fatto di gambe, traverse e schienali, ci ha portati a leggere anche questa storia, scritta con vera maestria. Una prosa equilibrata, direi raffinata nella sua forma circostanziata e esatta, ci fa accedere al mondo in sé racchiuso e la sensazione che rimane è quella di volerci restare, almeno un altro po’…

Grazie Caterina, del tuo splendido omaggio. E’ stata per me l’occasione di iniziare a conoscerti e scoprire così la bellezza della tua scrittura.

Le Sedie sono zattere, sono partenze e approdi; le Sedie sono sangue, calore, sono ricordo e rimpianto; le Sedie sono ali, sogno e immaginazione…

La sedia (7. massimolegnani)
La sedia (6. bludinotte)
La sedia (5. fiochelucilontane)
La sedia (4. tramedipensieri)
La sedia (3. melogrande)
La sedia (2. lapoetessarossa)
La sedia (1)

Se qualcun altro volesse portarci con sé, sulla sua sedia…: paolo.beretta.email@gmail.com]

La sedia (7. massimolegnani)

Perché la sedia?, mi chiede lui con una curiosità fresca, impellente, come fosse successo la notte scorsa e non quasi sette anni fa. Gli sorrido, davanti a questo caffè impacciato che rimesto di continuo pur non avendolo zuccherato. È che non ci si dovrebbe mai reincontrare, per caso, dopo che le strade si sono spontaneamente divaricate. Io amo la nebbia in cui mi muovo a mio agio e odio l’attimo in cui una folata di vento più feroce delle altre scoperchia improvvisamente il cielo. Ma questa non è una risposta che gli possa dare, quindi continuo a sorridere muta e a rigirare il cucchiaino nella piaga della domanda. Già, riapre una ferita la sua domanda, i ricordi belli sono ferite esposte alle intemperanze della memoria. Avevamo tutto quella sera, il desiderio nelle mani e la rara possibilità di amarci, avevamo il tepore del plaid sul divano, l’agio di un letto, la morbidezza del tappeto davanti al camino, la soffice accoglienza della poltrona grande, io scelsi la scomodità essenziale della sedia. Non per stravaganza ma per necessità: non mi sarebbe bastato amarlo, fare un amore sontuoso e complice, toccare apici, ardire estrosità, io quella notte volevo la durezza di uno scoglio che ci penetrasse nella carne, avevo fame di simboli e possesso, io donna avrei voluto un cazzo per inchiodare il mio uomo per un istante infinito al legno, io donna quella notte ho fatto il pocotanto che potevo.
Se mai dovessi attraversare un mare, l’Adriatico per esempio, userei una zattera, per il contatto con le onde e la solida precarietà dell’andare.
Questa volta è lui a sorridere perplesso. Smetto di girare il cucchiaino, ma non bevo. Gli passo una mano indulgente sullo smarrimento del volto e mi allontano. La sedia, che bisogno c’era di chiedere? A me era sembrato tutto già così evidente.

[Massimo Legnani, orearovescio, 19/10/2017]

[Uno scatto, un’istantanea, il profumo di un caffè. Amaro.
Un attimo vissuto nella memoria che ha la forza di una deflagrazione. Una cricca che minaccia la più granitica convinzione, si apre e si fa boato sordo, in un istante. Basta una domanda, una parola. Ed ecco, il ricordo. Sepolto. Rievocato e incondivisibile. La distanza, il fallimento. Su quella zattera ne viaggiava uno solo.
Con l’arte che gli conosciamo, in poche righe Massimo ha sezionato un rapporto, un pezzo di vita. 
Rimane l’amaro, non di un caffè non bevuto, ma di una nuova convinzione che, seppur dolorosa, faticosa da accettare, sarà come cemento. Perché la sedia è anche questo. Alzarsi e andare via.

Ringrazio di cuore Massimo per aver condiviso il suo pregevole brano.

Elenco le Sedie, i gesti, i ricordi, i significati, i “viaggi”… che abbiamo condiviso fin qui:
La sedia (6. bludinotte)
La sedia (5. fiochelucilontane)
La sedia (4. tramedipensieri)
La sedia (3. melogrande)
La sedia (2. lapoetessarossa)
La sedia (1)

Se qualcun altro volesse accomodarsi e arricchire questo nostro spazio: paolo.beretta.email@gmail.com]

La sedia (6. bludinotte)

Quattrogambe lei, nell’angolo cieco della cucina, a far da guardia ad un tempo che non è più eguale a prima. Quando era giovane di linfa… sorella di più sfortunate quattrogambe. Lei, unica sopravvissuta, alle turbolenze delle famiglie che implodono e poi si sparigliano portando qua e là pezzi di storia comune a fare da strapiombo al tempo. Non più un inutile oggetto, non è un mobile, soprammobile, o masserizia. E’ un’icona sensibile del mio nostalgico ricordo di quando la famiglia, la domenica, si ritrovava tutta unita intorno al grande tavolo e ci vedeva raccontare ai nonni della scuola, degli sport, delle inclinazioni e predisposizioni che cambiavano col crescere di noi ultimi arrivati. La giornata finiva con una fetta di ciambellone della nonna e una moneta “grande” del nonno, per le figurine. Quattrogambe è un luogo caro per me, un rifugio accogliente dove sentirmi ancora a casa come una volta, od una volta ancora… uno schienale sicuro alla mia voglia d’abbandono quando tutto non fa che girarmi attorno come vorticosa giostra dalla quale non vedi l’ora di scendere. In quell’istante, con la testa reclinata all’indietro, il respiro si fa lungo e sembra viaggiarti dentro con la forza di un vento benevolo che ha il dono di ripulirti fino in fondo e sgonfiare il cuore dalle pesantezze. Riacquisti poi la posizione eretta, che ti è dovuta, con gli occhi lucidi e la giusta contezza dell’essere adulto. Quattrogambe lei, io la metà. Per lei il tempo non è trascorso ancora tutto. Non ha il fiato grosso delle mie parole… non ha le vertigini dei miei pensieri… non tentenna quanto me quando provo ad alzami all’improvviso e sento le cose dentro cercare di riprender posto a fatica. Ma gli anni sono un dono ed alla sera non le faccio mai mancare l’ultimo riguardo di un sorriso grato con lo sguardo. Quattrogambe sarà, fino alla mia fine, la famiglia che son stato, quella che mi sono costruito, quella che avrei voluto e magari non vi son riuscito!

[Paolo, bludinotte, 17/10/2017]

[Non conoscevo Paolo prima di oggi. Mi perdevo qualcosa, come si suol dire semplicisticamente, sminuendo. E ancora lo devo conoscere. Ma questa è l’opportunità che questo bel gioco-esperimento-iniziativa spontanea… offre, della quale devo ringraziare lapoetessarossa: fare nuovi incontri. Incontrare e condividere pensieri, visioni. Parteciparli. Conoscere talenti in grado di toccare e mostrare qualcosa di veramente bello.
Mi sento di dire che quella di Paolo è una prosa animata da una forte, netta tensione lirica. Il suo brano è un susseguirsi di pensieri malinconici e profondi, e di espressioni particolarmente felici nel renderne il peso, la (ambi)valenza, l’affanno. Il suo è uno sguardo retrospettivo, ma soprattutto intimo, interiore. Non si narra di una coppia, ma ogni riferimento, ogni allusione è invece rivolto a una “famiglia”, di cui la sedia diviene l’icona, il vessillo, il testimone superstite, concreto, materico, nella diaspora del tempo, della vita. Una famiglia vissuta o soltanto desiderata, sognata, una famiglia “costruita”.
Grazie Paolo. Un brano triste, malinconico, coinvolgente. Un brano che si legge da dentro, a occhi chiusi.

La sedia è occasione, incontro.
Le altre sedie che ho la fortuna di aver incontrato:
La sedia (5)
La sedia (4)
La sedia (3)
La sedia (2)
La sedia (1)

Se qualcun altro volesse rendere ancor più interessante e confortevole il mio soggiorno…: paolo.beretta.email@gmail.com]

La sedia (5. fiochelucilontane)

Un umile oggetto per noi si è fatto radice
trasformandoci in rami contorti l’uno attorno all’altro,
ulivi abbarbicati,
rami sudati, perle come foglie
fiato come linfa,
incastro più che perfetto

– più ancora che le tarsie della seduta
o le spinature delle gambe – tu

riempivi le cavità dell’anima
e quelle di un corpo di fame,
nutrivi il silenzio mutandolo
da astrazione a carne,
da desiderio a fatto.

E l’oggetto abituale
il mobile del transito e del nulla,
– l’inutile seduta da lavanderia –
ha assunto la proprietà di luogo,
di avvenimento, di signifcanza
diventando, per sempre,
colore del sangue.

[Luci, fiochelucilontane, 16/10/2017]

[Ricordo bene la volta che lessi il primo scritto di “Luci”. Non potei trattenermi dall’andare avanti a sfogliare le pagine del suo blog e dire ‘che bello, che bello…, non potevi dirlo meglio’, e farmi portare dalla sua prosa intensa, densa, profumata, fatta di avvolgenti, inebrianti descrizioni sensoriali. Ricordo che il pensiero che la mia prosa scarna, a volte ruvida venisse letta da lei mi riempì d’orgoglio.
Il fatto è che Luci si nutre di poesia, di quella che muove i sensi, scuote, desta. Luci scrive poesia. E la grazia della sua scrittura nulla toglie all’impeto e al trasporto, alla carnalità che l’hanno originata.

Grazie del tuo regalo, quindi, Luci. Apprezzatissimo. Che ci riporta a sentire il sangue, il desiderio, il sentimento che, nell’attimo felice in cui “siamo”, percorrono ogni singola fibra, ogni singola venatura di quella… sedia.

La sedia è poesia, è racconto, ma come giustamente ha sottolineato Marta, La sedia può essere anche immagine, teatro, musica, canzone… e molto altro ancora. Sbizzarriamoci come vogliamo, se vogliamo. Nella massima libertà e individualità.

Le sedie che sono onorato di ospitare nel mio umile soggiorno:
La sedia (4)
La sedia (3)
La sedia (2)
La sedia (1)

Se qualcun altro volesse “accomodarsi”, può farlo nei commenti o scrivendomi qui: paolo.beretta.email@gmail.com]