Stare, essere

stasi-equilibrio-sospensione

 

“Sembra che a volte tutto si fermi. Uno dopo l’altro i tuoi mondi smettono di muovere. E tu sei fermo con loro, nel tempo.”

In oscillazione.

Rimanere in quell’attimo di apnea, dove tutto continua ad essere possibile. E la forma di quel che sono è fluida. Libertà potenziale.

O ridare respiro al reale. Quello che c’è. Quello che sono. Quello che posso. In un divenire lento che però mi definisce. Acqua su pietra.

Sto. In questi pluriversi paralleli. E forse, IO SONO, solo nell’equilibrio instabile di questa molteplice appartenenza.

Aurelia

Advertisements

Anatomia dell’amore II – Seni

La pudicizia (seni) - A. Corradini

[“La pudicizia”, Corradini – Fonte: web]

Non sono uguali. Ma ugualmente belli. Uno più sodo e gonfio, il primo, il preferito. L’altro, non più piccolo, ma alleggerito, la pelle morbida che s’incurva appena; giovane e fresca, non fa una grinza. Ho il sospetto che con quello senta di più. In quei giorni, invece, l’altro è teso come un tamburo, è un campanello d’allarme, duole solo a sfiorarlo. Sono belli. Gliel’ha detto anche il dottore. Le ha fatto i complimenti: perfetti, ha detto; ha usato proprio quella parola. E se ne intende lui, ne vede tanti. Sono belli e importanti, in quella figura di bambola e bambina. Li amo. Amo quelle due capocchie rosse e la crusca che le contorna. Amo quelle forme diverse e la loro pelle opalina. Amo il respiro che le anima. Amo quell’asimmetria: all’inizio non l’avevo nemmeno scorta, complice un artificio di spugna. E’ stata lei a rivelarmela, una specie di anticipata confessione. Poi il desiderio, la confidenza. Mi manca. Tutto. Mi manca tutto di lei. La più piccola imperfezione, la più piccola anomalia. Ciò che la rendeva unica. Ciò che la rendeva mia.

Anatomia dell’amore I – Mani

 

Ratto di Proserpina - Bernini - Mani

[“Il ratto di Proserpina”, Bernini – Fonte: web]

Quella cosa delle mani. Mi viene in mente dopo, quando tutto è finito. Son cose che vengono fuori nel poi. In realtà tornano, salgono in superficie. Perché son sempre state lì, dall’inizio. Dal primo giorno, la prima volta. La prima volta che l’hai sfiorata, che l’hai toccata. Lei che apre gli occhi e sussurra una frase, una domanda. “Che mani hai?” Tu che ti fermi e la guardi stupito. Rimani così per un momento, interdetto, cercando qualcosa da dire. La battuta pronta non ce l’hai, così t’interroghi sul senso. Che mani hai? Che razza di domanda è? Fai a tempo a pensare che le tue mani, le tue dita affusolate non hanno proprio niente che non va. Qualcuno le ha pure ammirate, te le ha invidiate. Vorresti alzarne una e contemplarla insieme a lei, adesso. Ecco, adesso la sfili dalle sue mutandine, aspetti che apra gli occhi e gliela fai vedere, le dita divaricate, mentre la giri: prima il palmo, poi il dorso. Le mie mani? Cos’hanno che non va le mie mani? Le chiedi. Che difetto ci trovi?… Ma non lo fai, non è così che va. Il richiamo della sua pelle, sempre più attraente, del suo respiro, sempre più esigente. Così metti via il pensiero e ti immergi di nuovo anche tu. Anche se in un angolo, in alto a destra, nella tua scatola cranica s’annida una piccola bolla d’aria. Lei è lì con te, sta godendo, eppure in quello stesso momento ti sta misurando, ti sta confrontando. Con chi? Ricacci il pensiero e prosegui. Non è un problema, non è successo nulla. Più vai avanti e più non senti niente. Una bolla molto più grande, umida e calda, in grado di contenere il tuo corpo e quello di lei insieme, un’aura avvolgente, assordante, ti isola, ti solleva, ti permea del fruscio della sua bambagia. Sei solo battito e respiro ora. E lei con te. “Non sono mani da uomo.” Di nuovo la sua voce, in un mugolio. Poi ancora, appena più salda: “Non hai nemmeno un callo. Non sono ruvide.” La fissi. Lei schiude appena le palpebre e le serra subito dopo, come per non vederti. Tu le accarezzi le natiche accennando un timido buffetto, le serri un seno senza convinzione, con l’altra mano lasci andare i capelli e la stringi appena sotto la nuca. Infine ti fermi, indeciso sul da farsi. Un timore reverenziale ti impedisce di posare di nuovo le dita sul suo sesso. La sua di mano, però, non si ferma. Anzi, prende a muovere con più forza. Ti chiama. Allora ti insinui di nuovo nel suo umore, aumentato, espanso, che accogli e lasci dilagare dentro te. La baci di gioia, le mordi le labbra, il collo. Lei geme per la paura di non riuscire a trattenersi, di non trattenere il piacere che le dà essere amata da un uomo e una donna simultaneamente. Infine ti ferma, si ferma, respira, e ti chiede: “Che cosa vuoi fare?”

In punto di morte

Letto di morte

Egon Schiele sul letto di morte, 1° Novembre 1918.
Fotografia di Martha Fein

 

C’è chi di morti ne ha viste più d’una. Di morti in casa, intendo. Mia madre, ad esempio, che ha strappato la sua ad aghi e tubi per assisterla in casa, fino alla fine. E l’ha tenuta fra le braccia in quell’ultima notte di lotta, quando la luce dal comodino gliel’ha rivelata di nuovo, da scomparsa che era. Prima un gemito, un cigolio, poi due mani e un corpo, appesi alla croce. Vide prima le dita, artritiche e forti, strette come artigli, alla rete del letto. Poi la testa, occhi serrati, le sopracciglia unite in uno spasmo di repulsione, di visione, di ammissione. I capelli sottili e fragili come crini, ancora severamente raccolti in quella sua lunga treccia ritorta, color del rame. Sul suo volto d’uccello un urlo scolpito. Sul pavimento, sotto il letto, il resto. Le gambe unite in un unico ramo nodoso, cimato e spoglio, il ventre, il bacino, immersi con loro in quel pozzo.

Io non c’ero. Ero all’estero. Non l’ho salutata. Né seppi dire o fare nulla, la mattina di qualche anno prima, quando toccò allo zio. Ero l’unico in casa quel giorno. Mi svegliò la badante, non ricordo che ora fosse, il sole era già alto. “Vieni. Sta morendo”, disse neutra, constatando un’evidenza per me ancora incomprensibile. Non ci fu in quell’adunata né allarme, né compassione. Era il primo passo di un meccanico cerimoniale, cui avrei dovuto essere preparato. Ma non era così e i modi, la voce, la presenza stessa di quella donna mi urtarono. Salii le scale di corsa, accigliato. Entrai nella camera dello zio. La luce del giorno, sfacciata, la denudava senza pudore. Lo zio era ancora vivo. Respirava. La testa reclinata all’indietro, la bocca aperta, scomposta, il busto rannicchiato in una spessa maglia di lana, sostenuto dai cuscini. In testa una berretta irriverente. Le palpebre disseccate non arginavano il vitreo degli occhi. Teneva le mani incrociate sul ventre in una posa imposta. Le carezzai, le sciolsi. Erano rigide e fredde, orrendamente. Non gli appartenevano più. Ma respirava ancora, affannosamente. Non sapevo cosa fare. Dietro di me, vidi quella donna sorridere ostinata. Il suo sguardo diceva che non c’era nulla da fare. Ma come?!, volevo urlare, è ancora vivo. Chiamiamo il dottore, pensai. Fu allora che udii quel suono. Inspiegabile, inumano. Parve venire dalle interiora della casa. Mi voltai. Un rumoroso gorgoglio aveva sostituito il respiro di mio zio. Mi soffermai sul suo volto scavato e ceruleo, posseduto da quel suono sproporzionato e osceno che gli ribolliva in gola. Lo udii affogare in un lungo rantolo indecente, al termine del quale la donna mi si mise davanti. Con una mano gli serrò la bocca, udii sbattere la dentiera. Poi frugò in una tasca e ne trasse una pezza che arrotolò e appoggiò fra mento e sterno, a mo’ di puntello. Mi guardò interrogativa. Indietreggiai di un passo. Non lo toccai. Lei gli passò una mano sugli occhi e mi guardò di nuovo. Mi allontanai, uscii dalla stanza. Mi affacciai a una finestra. Da fuori mi giunse il rumoreggiare del traffico. Era una calda mattina d’inizio dicembre. Mio zio era morto. La vita scorreva liquida.

 

 

Nella stanchezza senza soccorso in cui il povero volto si dovette raccogliere tumefatto, come in un estremo recupero della sua dignità, parve a tutti di leggere la parola terribile della morte e la sovrana coscienza dell’impossibilità di dire: -Io-. L’ausilio dell’arte medica, lenimento e pezzuole, dissimulò in parte l’orrore. Si udiva il residuo d’acqua ed alcool delle pezzuole strizzate, ricadere gocciolando in una bacinella ed alle stecche della persiana già l’alba. Il gallo improvvisamente la suscitò dai monti lontani perentorio ed ignaro come ogni volta. La invitava ad accedere e ad elencare i gelsi, nella solitudine della campagna apparita.

[Carlo Emilio Gadda, “La cognizione del dolore”]