Intrappolati e liberi. La lingua.

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Karl Kraus, 1921

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Io non domino la lingua, ma la lingua mi domina completamente; non è per me la servitrice dei miei pensieri; vivo legato a lei e da questo legame ricevo pensieri, e può fare di me ciò che vuole. Le ubbidisco sulla parola: poiché dalla parola mi balza contro il nuovo pensiero e forma, agendo a ritroso, la lingua che lo ha creato.

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Se siamo e ci incontriamo in questo spazio virtuale, che veicola principalmente parole (non solo, ma soprattutto), una ragione c’è. Espressione, creazione, divulgazione. Certo. Ma forse non si tratta solo di questo.

La lingua è l’unica chimera la cui forza di illusione è senza fine, l’inesauribilità che non viene impoverita dalla vita. Che l’uomo impari a servirla!

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Nel continuare a scrivere e pubblicare ci misuriamo, come è naturale, con la nostra capacità di portare sulla pagina, con la massima precisione possibile, il nostro pensiero, l’intuizione o l’idea originanti, siano essi in forma poetica o narrativa, o in forma di commento, di trattato, di critica o speculazione.

Ammettiamolo, raramente, forse mai, ci possiamo dire veramente soddisfatti. Dico questo, perché ritengo che tutti noi avvertiamo una distanza fra ciò che avremmo voluto comunicare e ciò che le nostre parole di fatto comunicano, fra ciò che avremmo voluto dire e ciò che le nostre parole effettivamente ci portano a dire. Potremmo misurare il nostro appagamento con la sensazione di esserci avvicinati alla verità, la nostra verità. Il che non significa affatto aver dato vita a una rappresentazione della realtà.

Ma che cosa è la realtà, dove risiede? La lingua e la parola che utilizziamo, leggiamo o ascoltiamo, contengono la realtà che ci circonda? Quale il rapporto fra lingua e parola e informazione, verità, realtà? Ovviamente, e a maggior ragione, tale domanda permea anche il qui presente tentativo di esprimere un concetto, in un inevitabile circolo vizioso. Così, non illudendomi di spezzare la catena, ma di ridurne almeno gli avvitamenti su se stessa, riporterò le parole di un altro.

Mi sono imbattuto in un saggio di Ernst Fischer. Un interessantissimo lavoro suddiviso in tre capitoli, ognuno dei quali è dedicato ad uno dei tre autori di cui egli fu un critico esperto e appassionato: Karl Kraus, Robert Musil e Franz Kafka.

Sia chiaro: lo scopo del trattato di Fischer è ben lungi dall’affrontare temi esclusivamente filosofici o filologici, anzi. Nel suo lavoro egli intende soprattutto collocare la ricerca, le visioni e l’opera di tre scrittori quanto mai illuminati all’interno di un preciso e altrettanto complesso e determinante processo di mutazione sociale, culturale e politica che ha interessato il vecchio Continente a partire dall’Austria fra la fine dell’800 e l’inizio del ‘900.

Nel parlare di Karl Kraus, tuttavia, in virtù della specifica sensibilità e dell’inclinazione artistica e intellettuale dell’autore, Fischer pone l’accento su un tema fondamentale e quanto mai attuale per noi che viviamo nell’era della comunicazione e del cosiddetto quarto potere, per noi che quotidianamente navighiamo e ci orientiamo fra molteplici, infinite fonti di informazione, più o meno consapevoli della loro relatività, più o meno attrezzati per discernere criticamente fra le diverse fonti; per noi che quotidianamente assistiamo all’uso infausto, abusato e incontrollato della parola, alla mistificazione delle frasi fatte e degli aforismi piegati al proprio servizio, agli slogan che, nello spazio di un twitt, per così dire, tutto significano e tutto contraddicono o controvertono: la corrispondenza fra realtà e parola.

Faccio una piccolissima premessa, all’unico scopo di definire un po’ meglio il contesto e, quindi, la spinta originante di questa riflessione. Siamo all’inizio del secolo scorso, a Vienna, in un periodo di profonda crisi identitaria, politica e sociale per l’Impero Austroungarico. Un’ormai insostenibile incongruenza manifesta nel nome stesso del sistema Stato: I regni e i Lander rappresentati nel Reichsrat, l’imperial-regio, il Kaiserlich-Königlich, K.K., che al suo tramonto Musil ribattezzò ironicamente in “Kakania“. Una crisi che ognuno dei tre autori sopra citati affronta e descrive a modo suo, portandola a teatro e in letteratura, anticipandone l’esplosività (si pensi all’acuta raffigurazione di questa alienazione nell’opera di Kafka), facendosi così profeta di qualcosa di ben più ampio, di un male esistenziale profondo, che segnerà tutto il ‘900.

Kraus, nella sua vita di intellettuale, giornalista e scrittore non prende una posizione politica netta, isolandosi, ma mantenendo al contempo una visuale autonoma e non allineata. Fu forse un suo limite, ma egli non credette nella politica, bensì ne fece prima di tutto una questione culturale, opponendo il proprio modo di pensare e concepire il bene sociale a quello imperante del progresso capitalista, all’ipocrisia borghese, all’era delle macchine e delle armi e del generale impoverimento intellettuale. Per condurre la propria battaglia, Kraus concentra la propria attenzione su qualcosa che ama intimamente, erigendola a baluardo, votandosi ad essa, pur nella sua ontologica contraddizione: la lingua.

In me – così scriveva nel 1910 – la lingua stessa si ribella, portatrice del più rivoluzionario contenuto della vita, contro questa stessa vita. Si fa scherno di se stessa, urla e trema per il ribrezzo. Lingua e vita si accapigliano l’un l’altra, fin quando non si fanno a pezzi; e la fine è un informe essere l’uno nell’altro, il vero stile di questa epoca.

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Compendia acutamente Fischer:

Karl Kraus ha concepito la lingua in maniera totalmente romantica, come creazione di Dio o della Natura, come l’origine che agisce tutto intorno, come l’unità perduta di cui da lontano percepiamo la fama. “Quanto più da vicino si esamina una parola – ha scritto – tanto più lontano si guarda indietro”. Oppure: “La lingua, come l’amore, va alla ricerca di un prototipo perduto nell’oscurità del mondo”. Una poesia non si fa, si intuisce. Non siamo noi a parlare, si parla attraverso di noi. E tuttavia questo “si” non è la natura, bensì la società originaria, collettiva, la cui opera comune era la lingua. La realtà sociale muta più velocemente della parola. Dal fatto che parola e realtà sociale spesso non coincidono più, risultano complicate contraddizioni.

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Lo avvertite anche voi? Quel senso di fastidio, quest’impulso alla ribellione nei confronti dell’insultante ipocrisia, dell’alienante contraddizione sottese a tanta parola che ogni giorno viene spesa, svenduta, propinata, sbattuta in faccia, in un infernale mercato delle vacche? Frasi e pensieri a vanvera nella quotidiana cacofonia di politici imbonitori, molti dei quali si aggrappano ad un nulla culturale, senza argomenti né approfondimenti; di sedicenti pensatori e promotori di progresso e del bene comune. Per non parlare dell’uso improprio e blasfemo che ogni giorno viene fatto della nostra lingua.

Oggi come ieri, il senso di ripugnanza non è cambiato.

Lo avvertite anche voi quel “romantico” moto di rivolta che Marx stesso legittimò e diede vita a tanta letteratura di denuncia e svelamento? In quegli anni Freud portava alla luce l’inconscio con il suo bagaglio d’imbarazzante erotismo, la psicanalisi e il pensiero romantico sollevavano il velo mettendo a nudo le contraddizioni e l’ipocrisia insite nella borghesia. E nemmeno quindici anni dopo le accorate parole di Kraus assisteremo ai primi colossali show mediatici di Mussolini.

Ritengo che se non avvertissimo quei conati, se non provassimo un nostalgico richiamo alla verità, sia essa racchiusa nei versi di una poesia, molti di noi non sarebbero qui. E se ci siamo, è forse nel tentativo di ripristinare o preservare quell’intimo legame naturale fra lingua e verità. Lo facciamo umilmente, con i nostri mezzi, i nostri pensieri, ma nel rispetto dell’unico strumento che abbiamo: la parola.

Continua Fischer:

La lingua del poeta è ritorno all’origine, evocazione di una magica unità di parola e realtà. La lingua della stampa si impadronisce della parola che non corrisponde più alla realtà, della parola come frase fatta. E questa vuota espressione oscura la nuova realtà come ombra di una vecchia realtà.

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Perché la ricerca della verità, il tentativo di mantenere viva l’essenziale corrispondenza fra parola e realtà, non conduce alla finzione fine a se stessa, quella è appannaggio degli slogan, della retorica che quotidianamente ci viene propinata. La lingua del poeta del vero (come Kraus anelava ad essere), nella sua anche disperata ricerca, rimane ancorata al reale.

Chi dunque si rifiuta di conoscere la nuova realtà perché contraddice i suoi interessi e forse anche solo la sua pigrizia, si sente protetto dalla “frase”. Con la frase allo stesso tempo viene soppressa la realtà.

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E’ significativo rimarcare il glossario: lingua, parola, “frase“.

Nel caos di annunci, notizie, commenti, nel fumo dell’attualità, è scomparsa la realtà. Il lettore credeva di venire informato, e non si accorgeva che il redattore gli rappresentava il mondo così come l’editore voleva che il lettore se lo rappresentasse. Era un “mondo apparente”, reso credibile da fatti e da atti, quello che sopraffaceva la realtà nella coscienza del lettore. Scoprire la mostruosità di questo mondo apparente, era il compito cui si sottopose Karl Kraus. Trovò il vuoto nelle parole, svelò le fantomatiche azioni reciproche con le quali la frase, tolta dalla realtà, rientrava in lei come vincitrice; le azioni che facevano sì che il prototipo dovesse servire alla caricatura. “Il mondo è sordo alla melodia”.

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Voglio precisare che non è mio scopo porre l’accento o prendere di mira esclusivamente il mondo del giornalismo e della stampa, o il cosiddetto quarto potere. Nella nostra epoca, in quella dei social network e dei cosiddetti influencer, ritengo che il discorso sia ancora più ampio. Scriveva Friedrich Hebbel:

Questa Austria è un piccolo mondo dove fa le sue prove il grande.

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E concludo questo estratto, a mio avviso ricchissimo di implicazioni, di cui faccio una sorta di memento, perché anche fare letteratura, e con questo intendo fare vera letteratura o almeno provarci, pur attraverso la rappresentazione di infinite verità soggettive, in qualche modo non può essere scevro, se non da un intento, almeno da una responsabilità di tipo morale e sociale; concludo, dicevo, con una significativa poesia di Robert Musil, ove si nota che il confine fra arte, pensiero, analisi storica e socio-politica è quanto mai sottile, se non del tutto inesistente.

Si agiva in questa terra

e talvolta

fino ai più alti gradi della passione

e delle sue conseguenze

sempre altrimenti di come si pensava

o si pensava diversamente

da come si agiva…

Kakania era animata

da una grande diffidenza,

conquistata

in grandi esperienze storiche

contro ogni o/o

e sempre aveva idea

che nel mondo ci fossero

molte più contraddizioni

di quelle per le quali

alla fine è andata in rovina.

Suo principio fondamentale di governo

era il sia/sia

oppure, ancora meglio

con la più saggia moderazione,

il né/né.

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Tutte le citazioni sono tratte dal volume Karl Kraus, Robert Musil, Franz Kafka di Ernst Fischer, 1962, trad, Salvatore Barone, La nuova Italia editrice.

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Ernst Fischer negli anni ’60

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Immagine di copertina tratta dal web: Karl Kraus, 1921, foto di Charlotte Joel-Heinselmann

Domenica per me

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Non so voi, ma io lavoro come un matto tutta settimana. Giornate da dieci, dodici, quattordici ore. Venti minuti di pausa, forse, passati in piedi accanto alla scrivania, giusto per non guardare il computer, masticando un panino, che adesso col lockdown non si può nemmeno scendere al bar. La sigaretta è un toccasana. E’ una vita di merda, sempre sotto pressione. Scadenze, nuovi lavori da prendere, offerte da chiudere, decine di mail da inviare o cui rispondere. Si vive alla giornata, non giorno per giorno. Solo la sera, o la mattina, prima delle otto, si può ragionare. Sta storia del virus sta peggiorando le cose: siamo meno liberi di prima, più sfruttabili di prima. Un giorno ci attaccheranno un catetere e ci inietteranno la fisiologica, così non ci dovremo più nemmeno alzare dalla sedia. Chissà come faranno con gli escrementi… Ah, ma una soluzione la troveranno di sicuro!

E’ così che la domenica – quelle che non passo in ufficio a recuperare gli arretrati – vengo assalito da un’ansia diversa e altrettanto paradossale. E’ l’ansia di leggere, scoprire, gustare, scrivere, condividere. Apro dieci testi diversi, uno dopo l’altro, passando da uno all’altro compulsivamente: libri, riviste, post, racconti… Metto mano ai miei lavori e alterno lettura e scrittura con bulimica frenesia. Godo, ma fino a un certo punto. Accendo il computer, leggo i blog, guardo il cellulare, ricevo e mando mail e messaggi. Insomma, mi incasino di nuovo. Ammetto che i social, le loro contaminazioni, le loro distrazioni, non sempre mi aiutano a fare ordine, a dare le giuste priorità, né forse ad essere veramente creativo. Mi serve staccare. Scrivo molto meglio mentre cammino in un bosco.

Ieri sera mi viene letta una breve citazione tratta dai diari di Etty Hillesum, che, rapportata ai tempi in cui lei li scriveva, mi ha dato parecchio da pensare. Riflettendo – e approfondendo – però, ho rivalutato la vivida e parossistica curiosità, letteraria e filosofica, della mente dell’Autrice e mi sono dato delle risposte. Non c’erano i social o altre forme di “distrazione”, c’era più tempo per fermarsi a pensare, e tuttavia la fame di conoscenza e l’urgenza di soddisfare il proprio bisogno su molti fronti e da più fonti contemporaneamente, sì. Le parole che seguono ne sono una testimonianza. Sta a noi, soltanto a noi, dunque, imparare a far buon uso degli strumenti che abbiamo e a godere delle possibilità che essi ci danno.

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La scusa è sempre la stessa: non ho tempo, ho troppo da fare. Ma l’unica cosa a cui si approda è l’irrequietezza. Non si può permettere al silenzio di svilupparsi appieno, ma bisognerebbe gioire almeno dei brevi momenti di calma e introspezione che sempre più spesso si insinuano nella mia quotidianità. Per pura impazienza, invece, inciampo di continuo in quei brevi intervalli di silenzio, e mi accontento troppo in fretta illudendomi di riuscire ad ascoltarmi dentro; adesso, però, dopo settimane, non appena mi fermo a riflettere che questa mattina è tutta per me, mi rendo conto di quanta impazienza e quanto “vivere giorno per giorno” ci sia ancora in me.

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La mia pazienza deve crescere ancora. Ne ho già conquistata abbastanza per aspettare quello che verrà, per avere fiducia che qualcosa verrà. Non so se avrò la pazienza di camminare per ore da sola attraverso un paesaggio solitario, di vivere da sola per settimane in un villaggio di pescatori sul mare, paga dei miei pensieri. Non ho ancora abbastanza pazienza per occuparmi di fiori, ascoltare musica, guardare dipinti e leggere la Bibbia. Tutto questo devo ancora impararlo, e va imparato per un’intera vita. Credo però di essere all’inizio. E ogni tanto sopraggiunge una grande pazienza, quella che alla lunga sarà la sorgente interiore da cui potrò attingere per il lavoro creativo. Ma sono sicura che quella pazienza sarà ancora interrotta, sul più bello, da una tensione; devo imparare a raccogliere tutta la pazienza che c’è in me, mettere insieme tutti i frammenti di pazienza per formare un’unica grande pazienza. […]

Santo cielo, questa scrivania somiglia proprio al mondo nel primo giorno della creazione! A parte gli esotici gigli giapponesi, il geranio, le rose tee appassite, le pigne che sono diventate reliquie, e una ragazza marocchina dallo sguardo animalesco e limpido, ci sono in giro sant’Agostino e la Bibbia e le grammatiche russe e i dizionari e Rilke e innumerevoli piccoli taccuini, una bottiglia di surrogato di limone, carta per scrivere a macchina, carta copiativa, Rilke, cioè ancora una raccolta, e Jung. E tutto questo è solo ciò che si trova in giro al momento, ci sono anche gli ospiti fissi della scrivania, appoggiata contro il muro. E la cosa più straordinaria è che c’è ancora spazio per me e per il mio quaderno.

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[Etty Hillesum, Diari 1941-1943]

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Ed eccomi qui a scrivere e trascrivere questo post, interrompendo una lettura che denota un’animosità intellettuale fuori dal comune, farcendola del mio vissuto con l’urgenza di farne presto pagina di un mio anomalo diario, aperto sul mondo, per una possibile condivisione.

Diavolo, son già quasi le sei!…

P.

Joker

(Ridi che ti passa)

 

Joker, il film

J. Phoenix allo specchio in “Joker”,  regia di T. Phillips – web

 

Il funzionamento del nostro organismo si basa su meccanismi talvolta sorprendenti. Beh, il fatto stesso che un essere umano si interroghi e indaghi il proprio corpo, i suoi misteri, arrivando a fare un’affermazione del genere è stupefacente di suo.

Il cervello è un organo che utilizza un sistema biologico estremamente complesso, evoluto e delicato, come il corpo umano, per elaborare ed esprimere ciò che percepisce, la propria reazione agli stimoli esterni, la propria visione della realtà. E nel farlo è perfettamente consapevole del fatto che essa sia inevitabilmente condizionata dal proprio apparato sensoriale.

Il cervello umano è in grado di formulare concetti astratti, è un ammasso di cellule in grado di osservare il mondo esterno così come di studiare se stesso, i propri comportamenti, le proprie pulsioni. Può parlare di sé, comunicare ciò che prova, a livello fisico e psicologico. E’ in grado di descrivere le proprie emozioni, di sondarle e interpretarle fino al punto di darne una rappresentazione figurativa, fino a metterle in musica.

Ogni volta che seguo il filo di questi ragionamenti e, nel farlo, visualizzo il mio encefalo intento nell’elaborarli, in una sorta di uroboro di sinapsi chimiche e millivolt emotivi che, come in questo caso, portano a una pagina scritta, ebbene, mi viene la pelle d’oca. Effetto a sua volta riconducibile a una secrezione ormonale indotta da una piccolissima differenza di potenziale prodottasi nella rete neurale.

Qualche tempo fa ho letto un articolo su una rivista scientifica che parlava dell’effetto che le azioni più semplici che compiamo ogni giorno possono avere sui nostri stati d’animo. In sostanza vi si affermava che il cosiddetto “linguaggio del corpo” può avere un ruolo determinante nella produzione degli ormoni che, presenti nel sangue in diverse concentrazioni, sarebbero responsabili delle sensazioni di benessere o malessere dell’individuo. Una persona, atteggiandosi in un certo modo, aumenterebbe la sintesi di testosterone e cortisolo e, di conseguenza, il proprio senso di sicurezza, fiducia, autorevolezza. Al contrario, un comportamento diverso, altrettanto innocuo e spontaneo, potrebbe agire sulla sensazione di stress, incrementandola, o accentuare uno stato depressivo.

Pare si tratti di un meccanismo molto simile a quello dello stimolo incondizionato, cui però può corrispondere una sensazione di benessere o malessere psicologico.

Sappiamo tutti che se la testa di un martelletto colpisce i tessuti molli sotto il ginocchio, può generare un impulso neurale che provoca la subitanea contrazione della muscolatura della coscia e, se la gamba è a riposo e libera, un calcio.

Sappiamo pure che se durante una conversazione, un colloquio di lavoro, un’intervista o un interrogatorio, ci si siede con le mani incrociate sui genitali, si fornisce al proprio interlocutore un’indicazione, più o meno evidente, più o meno leggibile, di insicurezza o timore. Spalle curve, sguardo abbassato, mani che si stringono nervosamente: stiamo comunicando uno stato di soggezione, di paura. Fronte distesa, sguardo deciso, busto eretto o proteso in avanti, mani che indicano in una direzione precisa: non abbiamo paura di nulla, siamo pronti a tutto. Posa particolarmente rilassata e confidente: siamo a nostro agio e ci godiamo lo spettacolo in attesa di qualche piacevole sorpresa…

La cosa più sorprendente, però, è che se all’inizio la nostra è soltanto una posa, col passar del tempo essa ci aiuta a convincerci che le cose stiano veramente così, sovvertendo il normale rapporto tra causa e effetto. Ti senti sicuro non perché sei rassicurato da ciò che vedi e che sta succedendo, ma perché è il tuo corpo che ti sta convincendo di esserlo.

Si stenta a credere che le cose funzionino proprio così, ma a quanto pare la chimica può confermarlo, è stato provato. L’adozione anche indotta di un determinato comportamento, compiere certi gesti, assumere talune posture indurrebbe secrezioni ghiandolari che per il nostro sistema nervoso centrale si traducono in altrettante sensazioni.

Non è la mente a controllare il corpo, ma viceversa. Osservare il proprio volto, il proprio corpo riflessi in uno specchio, influisce sullo stato emotivo. Attraverso il corpo possiamo manipolare i nostri stati d’animo, condizionare il nostro cervello, convincerlo, ingannarlo. Ne sanno qualcosa gli attori.

In inglese si dice “fake it ‘till you make it”: fingi finché non lo fai davvero, fingi finché non sei convinto che è vero.

Io lo faccio. Fingo, mi illudo, mi condiziono, mi trasformo. Lo faccio ogni giorno, più volte al giorno. Non sto esagerando, la metamorfosi avviene così frequentemente ormai, che non me ne rendo nemmeno conto.

Come? Rido. Spesso, sempre. E’ una cosa che faccio senza controllo.
In principio mi chiedevo perché accadesse, perché ridessi anche senza un motivo apparente. E’ strano, mi dicevo, rido anche quando vorrei essere serio, anche quando sono arrabbiato. Voglio litigare? Rido. Voglio essere duro, scostante, provocatorio? Rido. Voglio essere severo e fare un rimprovero? Magari ci provo, ma alla fine rido. Più sono stressato, imbarazzato, in soggezione, più rido. Rido anche quando mi fanno un complimento, quando si manifesta attaccamento o particolare affezione nei miei confronti. Non è per contentezza, non solo almeno. Rido anche quanto c’è troppo silenzio, quando mi sento al centro dell’attenzione e non so cosa fare, quando la gente aspetta da me delle risposte e io non le so dare.

Rido. Anche solo per riempire il vuoto.

La mia risata è come uno scudo, mi protegge, e allo stesso tempo mi lavora. Ogni mia risata è un invito alla leggerezza, è come un’alzata di spalle, un piccolo esorcismo. Ogni risata è un passo verso l’oblio a fronte di una minima dose di benessere immediato, di una piccola iniezione di serenità. La mia risata mi aiuta, la mia risata mi dà dipendenza.

Mi mancherà la sua risata, disse la mia vicina di casa il giorno in cui le comunicai che mi sarei trasferito. Credo fosse ironica. Agli altri potrà anche dare fastidio, ma a me la mia risata piace, è una medicina. Al lavoro la uso un sacco, forse troppo, sono anche stato richiamato.

Rido e mi convinco di stare un po’ meglio. Rido e forzo il mio organismo a stare un po’ meglio. Faccio tutto da solo, basta un banale trucchetto. Là dove comincia il disagio, io ci infilo una bella risata. E’ cominciato tutto per caso, involontariamente, tanti anni fa. Adesso funziona alla grande.

Sono un irriducibile ottimista. Non sono io, in realtà, è il mio corpo, ma l’effetto è lo stesso. Per quanto mi riguarda, la mia ristata non è spastica, né malata. Solo, non sono io a decidere di ridere, è il mio corpo a farlo. Forse è più intelligente di me e ha deciso di farsi carico delle lacune del mio sistema nervoso centrale. Forse è l’istinto.

Fatto sta che io rido.

Rido quando mi feriscono, rido quando mi offendono, rido quando m’incazzo. Rido quando non capisco, quando sono deluso.

Ridi che ti passa, è così che si dice, no?

Stando all’articolo che ho letto, alcuni psicologi sostengono che lasciar fare al proprio corpo sia in fin dei conti cosa buona. Anzi, invitano a prendersi gioco di sé, manipolando le proprie reazioni con arte, esercitandosi a dovere.

Con gli indici pieghi le labbra all’insù. Stai sorridendo. Tira un po’ di più, vedi i denti? Stai già ridendo.

“Fake it ‘till you make it”.

Prima non lo sapevo, ma questa è la mia vita.

 

[Qualsiasi nozione di carattere scientifico o pseudo-scientifico riportata in questo brano si basa su informazioni derivate da letture o dai media, per poi venir opportunamente riprodotte e distorte dal sistema nervoso centrale del sottoscritto, al solo fine di sortire un qualsiasi effetto di carattere narrativo.]

 

[P.B., 14/11/2019]

La sedia (9. comelapolvere)

… resto qua.

In un angolo.

A chiedere se è solo questo il mio ruolo: fare da gradino per arrivare più in alto, sorreggere culi pronti al cibo.

Una maglioncino avvolge il mio schienale, solo per metà. Scivola di lato. Ho spalle troppo strette per sostenerlo.

Panni usati ai miei piedi. Silenzio intorno.

A volte sono scaldata da coperte appena lavate, profumano di lavanda e vaniglia. Ma restano il poco che serve per essere sistemate in altre stanze, più adatte. Luoghi di calore e sogni, di carezze e compagnia.

E io resto qui.

A ricordare l’unica volta che ho fatto da altare ad un amore improvviso, dirompente, semplice e spudorato, dolce e passionale. Tengo stretta la sensazione delle mie gambe che tremano e gioiscono sotto il peso di quell’improvviso uragano, passato per questa stanza a luce spenta. Lo so io cosa è successo. Nessun’altro.

E resto qua, con quel ricordo impresso nel legno dello schienale ad aspettare che ci sia una cena e sperare che sia almeno un millesimo dolce e profumato come quell’istante.

[Tati, comelapolvere, 24/10/2017]

[Con la sua consueta leggerezza Tati – che sa anche graffiare quando deve o vuole, e ci riesce eccome, ma per farlo usa sempre la piuma – dà voce alla sedia. Al legno, alla corda, allo scricchiolio. Guarda dal basso verso l’alto la sua sedia. E’ umile, ma non è povera, anche se potrebbe sembrarlo. Invece è ricca, di ricordi, di momenti di festa, d’allegria e condivisione… Ma di uno in particolare, irripetibile, sa di essere l’unica depositaria. Perché tante cose, anche molto importanti, le persone tendono a dimenticarle, ma basta un semplice segno, un’immagine messa fuoco e impressa nella memoria, a testimoniare che sono realmente accadute.

“Prima di seguirla in salotto, guardai ancora la sedia, piantata in mezzo alla stanza, spoglia, libera. Intorno a lei, ammucchiati nel buio, c’erano scatole, cumuli di biancheria e lenzuola, giocattoli. Chiusi la porta. No, ripetei, non avevamo giocato.”

“Una sedia, tanti ricordi”, foto di Tati. 

Grazie di cuore, Tati!!

Il nostro album di fotografie:

La sedia (8. pozioni di parole)
La sedia (7. massimolegnani)
La sedia (6. bludinotte)
La sedia (5. fiochelucilontane)
La sedia (4. tramedipensieri)
La sedia (3. melogrande)
La sedia (2. lapoetessarossa)
La sedia (1)

Se qualcun altro volesse arricchire la nostra collezione…: paolo.beretta.email@gmail.com]

Stare, essere

stasi-equilibrio-sospensione

 

“Sembra che a volte tutto si fermi. Uno dopo l’altro i tuoi mondi smettono di muovere. E tu sei fermo con loro, nel tempo.”

In oscillazione.

Rimanere in quell’attimo di apnea, dove tutto continua ad essere possibile. E la forma di quel che sono è fluida. Libertà potenziale.

O ridare respiro al reale. Quello che c’è. Quello che sono. Quello che posso. In un divenire lento che però mi definisce. Acqua su pietra.

Sto. In questi pluriversi paralleli. E forse, IO SONO, solo nell’equilibrio instabile di questa molteplice appartenenza.

Aurelia

Seni

La pudicizia (seni) - A. Corradini

“La pudicizia”, Corradini – web

Non sono uguali. Ma ugualmente belli. Uno più sodo e gonfio, il primo, il preferito. L’altro, non più piccolo, ma alleggerito, la pelle morbida che s’incurva appena; giovane e fresca, non fa una grinza. Ho il sospetto che con quello senta di più. In quei giorni, invece, l’altro è teso come un tamburo, è un campanello d’allarme, duole solo a sfiorarlo. Sono belli. Gliel’ha detto anche il dottore. Le ha fatto i complimenti: perfetti, ha detto; ha usato proprio quella parola. E se ne intende lui, ne vede tanti. Sono belli e importanti, in quella figura di bambola e bambina. Li amo. Amo quelle due capocchie rosse e la crusca che le contorna. Amo quelle forme diverse e la loro pelle opalina. Amo il respiro che le anima. Amo quell’asimmetria: all’inizio non l’avevo nemmeno scorta, complice un artificio di spugna. E’ stata lei a rivelarmela, una specie di anticipata confessione. Poi il desiderio, la confidenza. Mi manca. Tutto. Mi manca tutto di lei. La più piccola imperfezione, la più piccola anomalia. Ciò che la rendeva unica. Ciò che la rendeva mia.

Mani

 

Ratto di Proserpina - Bernini - Mani

“Il ratto di Proserpina”, Bernini – web

Quella cosa delle mani. Strano, mi viene in mente solo adesso, quando è tutto finito. Certe cose la nostra mente ce le propone solo nel poi. In realtà credo che tornino, risalgano in superficie. Perché son sempre state lì, dall’inizio. Dal primo giorno, dalla prima volta. La prima volta che l’hai sfiorata, l’hai toccata, l’hai fatta godere. Lei che a un tratto apre gli occhi e sussurra una frase, una domanda. “Che mani hai?” Tu che ti fermi e la guardi stupito. Rimani così per un momento, interdetto, cercando qualcosa da dire. La battuta pronta non ce l’hai, così t’interroghi sul senso. Che mani hai? Che razza di domanda è? Fai a tempo a pensare che le tue mani, le tue dita affusolate non hanno proprio niente che non va. Qualcuno te le ha pure ammirate, te le ha invidiate. Vorresti alzarne una e contemplarla insieme a lei, proprio in questo momento. Ecco, adesso la sfili dalle sue mutandine, aspetti che lei apra gli occhi e gliela fai vedere, le dita divaricate, mentre la giri: prima il palmo, poi il dorso. Le mie mani? Cos’hanno che non va le mie mani? Le chiedi. Che difetto ci trovi? Ma non lo fai, non è così che vanno le cose. Il richiamo della sua pelle, sempre più attraente, del suo respiro, sempre più esigente. Così metti via il pensiero e ti immergi di nuovo anche tu. Anche se in un angolo da qualche parte nella tua scatola cranica s’annida una piccola bolla d’aria. Lei è lì con te, sta godendo, eppure in quello stesso momento ti sta misurando, ti sta confrontando. Con chi? Ricacci il pensiero e continui. Non è un problema, non è successo niente, ti dici. Più vai avanti e più non senti niente. Una bolla molto più grande, umida e calda, in grado di contenere il tuo corpo e quello di lei insieme, un’aura avvolgente ti isola, ti solleva, ti permea dell’assordante fruscio della sua bambagia. Sei solo battito e respiro ora. E lei con te. “Non sono mani da uomo”. La sua voce, di nuovo, in un mugolio. Poi ancora, appena più salda: “Non hai nemmeno un callo. Sono lisce…”. Ora apri gli occhi e la fissi. Lei schiude appena le palpebre e le serra subito dopo, come per non vederti. Tu le accarezzi le natiche accennando un timido buffetto, le serri un seno senza convinzione, con l’altra mano lasci andare i capelli e la stringi appena sotto la nuca. Infine ti fermi, indeciso sul da farsi. Un timore reverenziale ti impedisce di posare di nuovo le dita sul suo sesso. La sua di mano, però, non si ferma. Anzi, prende a muovere con più forza. Ti chiama. Allora ti insinui di nuovo nel suo umore, aumentato, espanso, che accogli e lasci dilagare dentro te. La baci, le mordi le labbra, il collo. Lei geme per la paura di non riuscire a trattenersi, di non trattenere il piacere che le dà essere amata da un uomo e una donna simultaneamente. Infine ti ferma, si ferma, respira. E ti chiede: “Adesso cosa vuoi fare?”

[P.B., 29/5/2016]

In punto di morte

Letto di morte

Egon Schiele sul letto di morte, 1° Novembre 1918.
Fotografia di Martha Fein

C’è chi di morti ne ha viste più d’una. Di morti in casa, intendo. Mia madre, ad esempio, che ha strappato la sua ad aghi e tubi per assisterla in casa, fino alla fine. E l’ha tenuta fra le braccia in quell’ultima notte di lotta, quando la luce dal comodino gliel’ha rivelata di nuovo, da scomparsa che era. Prima un gemito, un cigolio, poi due mani e un corpo, appesi alla croce. Vide prima le dita, artritiche e forti, strette come artigli, alla rete del letto. Poi la testa, occhi serrati, le sopracciglia unite in uno spasmo di repulsione, di visione, di ammissione. I capelli sottili e fragili come crini, ancora severamente raccolti in quella sua lunga treccia ritorta, color del rame. Sul suo volto d’uccello un urlo scolpito. Sul pavimento, sotto il letto, il resto. Le gambe unite in un unico ramo nodoso, cimato e spoglio, il ventre, il bacino, immersi con loro in quel pozzo.

Io non c’ero. Ero all’estero. Non l’ho salutata. Né seppi dire o fare nulla, la mattina di qualche anno prima, quando toccò allo zio. Ero l’unico in casa quel giorno. Mi svegliò la badante, non ricordo che ora fosse, il sole era già alto. “Vieni. Sta morendo”, disse neutra, constatando un’evidenza per me ancora incomprensibile. Non ci fu in quell’adunata né allarme, né compassione. Era il primo passo di un meccanico cerimoniale, cui avrei dovuto essere preparato. Ma non era così e i modi, la voce, la presenza stessa di quella donna mi urtarono. Salii le scale di corsa, accigliato. Entrai nella camera dello zio. La luce del giorno, sfacciata, la denudava senza pudore. Lo zio era ancora vivo. Respirava. La testa reclinata all’indietro, la bocca aperta, scomposta, il busto rannicchiato in una spessa maglia di lana, sostenuto dai cuscini. In testa una berretta irriverente. Le palpebre disseccate non arginavano il vitreo degli occhi. Teneva le mani incrociate sul ventre in una posa imposta. Le carezzai, le sciolsi. Erano rigide e fredde, orrendamente. Non gli appartenevano più. Ma respirava ancora, affannosamente. Non sapevo cosa fare. Dietro di me, vidi quella donna sorridere ostinata. Il suo sguardo diceva che non c’era nulla da fare. Ma come?!, volevo urlare, è ancora vivo. Chiamiamo il dottore, pensai. Fu allora che udii quel suono. Inspiegabile, inumano. Parve venire dalle interiora della casa. Mi voltai. Un rumoroso gorgoglio aveva sostituito il respiro di mio zio. Mi soffermai sul suo volto scavato e ceruleo, posseduto da quel suono sproporzionato e osceno che gli ribolliva in gola. Lo udii affogare in un lungo rantolo indecente, al termine del quale la donna mi si mise davanti. Con una mano gli serrò la bocca, udii sbattere la dentiera. Poi frugò in una tasca e ne trasse una pezza che arrotolò e appoggiò fra mento e sterno, a mo’ di puntello. Mi guardò interrogativa. Indietreggiai di un passo. Non lo toccai. Lei gli passò una mano sugli occhi e mi guardò di nuovo. Mi allontanai, uscii dalla stanza. Mi affacciai a una finestra. Da fuori mi giunse il rumoreggiare del traffico. Era una calda mattina d’inizio dicembre. Mio zio era morto. La vita scorreva liquida.

Nella stanchezza senza soccorso in cui il povero volto si dovette raccogliere tumefatto, come in un estremo recupero della sua dignità, parve a tutti di leggere la parola terribile della morte e la sovrana coscienza dell’impossibilità di dire: -Io-. L’ausilio dell’arte medica, lenimento e pezzuole, dissimulò in parte l’orrore. Si udiva il residuo d’acqua ed alcool delle pezzuole strizzate, ricadere gocciolando in una bacinella ed alle stecche della persiana già l’alba. Il gallo improvvisamente la suscitò dai monti lontani perentorio ed ignaro come ogni volta. La invitava ad accedere e ad elencare i gelsi, nella solitudine della campagna apparita.

[Carlo Emilio Gadda, “La cognizione del dolore”]