Sogni

Sogni esausti

Sogni esausti

– Una volta, quando andavo ancora al liceo, una delle psicologhe mi ha convocato nel suo ufficio. Lo faceva con tutte le ragazze, una alla volta. “Qual’è il tuo sogno?”, mi ha chiesto. “Che cosa immagini che farai, da qui a dieci anni? O venti?” Allora avrò avuto sedici, diciassette anni. Ero ancora una ragazzina. Non sono riuscita a pensare a una risposta. Sono rimasta seduta là come un sacco di patate. La psicologa aveva suppergiù l’età che ho io adesso. E secondo me era già vecchia. “E’ vecchia”, ho pensato tra me e me. Mi rendevo conto che aveva già vissuto metà della sua vita, lei. E avevo come la sensazione di sapere una cosa che lei non sapeva. E non avrebbe mai saputo. Un segreto. Qualcosa che nessuno doveva sapere e nemmeno parlarne. E così sono rimasta zitta. Mi sono limitata a scuotere la testa. Mi sa che mi avrà classificato come una un po’ tonta. Però, proprio non riuscivo ad aprir bocca. Sa cosa voglio dire? Credevo di sapere cose che lei neanche si immaginava. Se qualcuno mi facesse quella domanda adesso, sui miei sogni e tutto il resto, gli risponderei.
– E cosa gli diresti, tesoro? – Ora le ho preso l’altra mano. Ma non le sto facendo le unghie. Gliela reggo e basta, in attesa di ascoltarla.
Lei si tira avanti sulla poltrona. Cerca di riprendersi la mano.
– Che gli diresti?
Sospira e si appoggia allo schienale. Lascia la mano tra le mie. – Direi: “I sogni, be’, sono le cose da cui ci si risveglia”, ecco che cosa direi -. Si liscia la gonna sulle gambe. – Se qualcuno me lo chiedesse, direi proprio così. Ma nessuno me lo chiederà più.

[R. Carver, da “La briglia”, racconto contenuto in “Cattedrale”, 1983 – Ed. Einaudi Super ET, 2014, Trad. R. Duranti]

Avete presente quel curioso, cabalistico fenomeno – per me assai prezioso, per il quale in un breve lasso di tempo ci si ritrova a leggere più volte, da più parti, per più voci fra loro indipendenti di uno stesso tema, di uno stesso concetto. Il “sogno” in questo caso. Ecco. Oggi ancora, leggendo, mi è balzata agli occhi questa interpretazione. Assolutamente vera. Anche lei. Come tutte le altre.

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Piccole cose

“Durante il giorno era uscito il sole e la neve si era sciolta in acqua sporca. Ora scorreva in rivoletti sulla finestrella ad altezza spalla che dava sul retro. In strada le macchine passavano frusciando nella poltiglia. Si stava facendo sempre più buio, sia dentro che fuori.
Lui era in camera da letto e cacciava dei vestiti in valigia quando lei apparve sulla soglia.
Sono proprio contenta che te ne vai! Sono proprio contenta!, disse. Mi senti?
Lui continuò a mettere le sue cose in valigia.
Brutto figlio di puttana! Sono proprio contenta che te ne vai! Scoppiò a piangere. Non hai nemmeno il coraggio di guardarmi in faccia, vero? Poi notò la foto del bambino poggiata sul letto e la prese.
Lui la guardò e lei si asciugò le lacrime e lo fissò per un po’ prima di voltarsi e di tornare in soggiorno.
Riportala qua, disse lui.
Pigliati la tua roba e levati di torno, disse lei.
Lui non rispose. Chiuse la valigia, si mise la giacca, si guardò intorno in camera da letto prima di spegnere la luce. Poi andò in soggiorno. Lei era in piedi sulla soglia della piccola cucina, con il bambino in braccio.
Voglio il bambino, disse lui.
Ma sei matto?
No, ma voglio il bambino. Farò venire qualcuno a prendere le sue cose.
Tu questa creatura non la tocchi.
Il bambino si mise a piangere e lei gli scostò la copertina dalla testa.
Oh-oh, disse, guardando il bambino.
Lui fece un passo verso di lei.
Per amor di Dio!, esclamò lei, arretrando nella cucina.
Voglio il bambino.
Vattene via!
Si girò e cercò di tenere il bambino riparato in un angolo dietro la stufa, mentre lui s’avvicinava.
Lui allungò le braccia oltre la stufa e afferrò il bambino.
Lascialo andare, disse.
Va’ via, va’ via, strillò lei.
Il bambino s’era fatto tutto rosso in faccia e urlava. Nella lotta fecero cadere un vaso di fiori appeso dietro la stufa.
Lui allora la chiuse contro la parete, cercando di farle mollare la presa. Teneva stretto il bambino e spingeva con tutto il peso sul braccio di lei.
Lascialo, le disse.
Smettila, disse lei. Gli fai male!
Non gli faccio male.
Dalla finestra della cucina non entrava luce. Nella penombra, con una mano cercava di allentare le dita di lei strette a pugno, mentre con l’altra stringeva il bambino urlante per un braccio, vicino alla spalla.
Lei sentiva le proprie dita aprirsi e il bambino scivolarle via. No!, gridò nel momento in cui le sfuggì la presa. L’avrebbe avuto lei, il bambino. Lo afferrò per l’altro braccetto. Riuscì a prenderlo per il polso e si tirò indietro.
Neanche lui voleva cedere. Sentì il bambino scivolargli dalle mani e tirò con molta forza.
E così la questione fu risolta.”

[R. Carver, da “Di cosa parliamo quando parliamo d’amore“, 1981, Ed. Einaudi 2015, Trad. R. Duranti]