Il vecchio e il mare – Note a margine

Hemingway e un marlin, Cuba

[Cuba, E. Hemingway immortalato accanto a un marlin – Fonte: web]

“L’uomo non è granché vicino ai grandi uccelli e alle bestie. Vorrei proprio essere quella bestia laggiù nel buio del mare”.

Queste le parole del vecchio pescatore. Questo il pensiero dell’Autore, in arte pescatore, cacciatore, torero. E pure nella vita, anche se probabilmente afflitto da un irrisolvibile complesso di dilettantismo.
In questa breve citazione – siamo circa a metà del racconto – appare con prepotenza tutta la nostalgia di un’esistenza fondata sulle regole della natura, scevra dall’ipocrisia della morale, dalle invenzioni della mente, dalla penosa giustificazione intellettuale, filosofica e religiosa. Nostalgia per le essenziali e incontrovertibili leggi dell’equilibrio e della lotta fra vita e morte. Per la nobile supremazia della forza, la dignità della bestia. In questa frase il grande bisogno di riportare l’essere umano allo stesso livello. Per confrontarsi ad armi pari, in mare, nella savana, nell’arena. Per capire chi è il più forte, chi è il migliore.
Sappiamo che non è così. L’intelligenza, i mezzi dell’uomo falsano il confronto, truccano il combattimento. L’uomo, affrancato, protetto dai prodigi dell’ingegno e della tecnica, è e resterà sempre inferiore. E di questo senso di inferiorità l’Autore pare soffrire visibilmente. Esso è forse la piaga che da sempre ne mina l’orgoglio, la fiducia, la virilità.
Si può essere disturbati da questo lato della poetica di Hemingway. Perché, è innegabile, nella sua manifestazione vi sono tracce di machismo, di misantropia, di misoginia. Forse è veramente così – non sarò mai in grado di dirlo, ma ciò che mi arriva, leggendo, ciò che a me arriva per primo è qualcosa di diverso. Provo a spiegarlo.
Raccontare la morte in una battuta di caccia, o nel rito cruento dell’arena, il porre preda e cacciatore, toro e matador sullo stesso piano, di fronte a un comune destino, afferisce per me a qualcosa di primordiale, di primigenio. Lo testimonia il modo in cui ciò viene fatto, l’asciuttezza della narrazione, la crudezza del narrato, la ruvida esattezza delle parole cui poco o nulla viene aggiunto. L’artefatto lascia il posto all’essenza, il narrato assume presto l’aura del mito. E nel tentativo di descriverlo, preservarlo, difenderlo, l’ipocrita sovrastruttura del pensiero interpretativo è rifuggita in ogni modo, con l’unico scopo di rimanere rigorosamente ancorati e adesi alla realtà. Di mostrare che esso risiede nella meravigliosa, crudele essenza della natura, di cui l’uomo non può negare di fare parte. Per Hemingway l’essere umano più autentico tende ad agire come un animale, e come tale si batte, si eccita, inferocisce; come una bestia è accecato dal furore, dalla passione, dall’istinto di sopravvivenza. Rifugge la tentazione del pensiero debole, del senso di colpa, la pietà; colpisce, ferisce, uccide, preda, mosso da un atavico ferino egoismo.
A modo suo fa così anche il vecchio solitario in mezzo al mare. Consapevole di essere predatore o preda a seconda dell’animale che si trova di fronte. Della reciproca forza, della reciproca astuzia, della reciproca esperienza. Amo e lenza, un’arma semplice ma letale, come la lama nelle mani del matador a pochi centimetri dall’enorme collo taurino fiaccato, hanno l’effetto di ridurre di molto se non del tutto la distanza fra i due animali, di portarli ad un livello in cui il confronto e la lotta possano avere luogo.
Se il vecchio e la sua strenua forza residua avranno la meglio, egli ucciderà il meraviglioso marlin appeso alla sua lenza, se viceversa col protrarsi della pesca perderà via via l’uso della mano, delle braccia, delle gambe, sentirà cedere e spezzarsi la schiena, se sarà vinto da fame e sete ormai a miglia di distanza dalla costa, allora sarà lui a soccombere. L’uomo ne è perfettamente consapevole, dall’inizio. Sono le regole del gioco, non le teme, non le contesta; se sarà lui a perire nel confronto, non sarà una vittima, ma il più debole, il perdente. Sotteso nel rimuginare del vecchio è il pensiero, il desiderio che la vita abbia e mantenga le regole di un grande gioco (non a caso il vecchio pescatore è un appassionato di baseball), dove ci si impone per delle indiscutibili capacità fisiche e mentali. Dove si ha sempre un’occasione per cimentarsi e provarle.

Faccio ritorno alla scelta stilistica del racconto per sottolinearne alcuni aspetti.

Il protagonista. Un vecchio pescatore che vive in un misero capanno e dorme in un letto di fogli di giornale, il cui orizzonte di conoscenza è racchiuso in quello del mare, la sua religiosità è una superstiziosa forma di credenza, la sua mitologia i campioni del baseball e le imprese di pesca. E’ un uomo povero e vecchio. Un uomo solo, che ancora una volta prende il mare per abitudine, per necessità, ma lo fa come se fosse l’ennesima, forse l’ultima grande occasione per misurarsi con le regole della propria esistenza. Il suo linguaggio è scarno, semplice, le sue parole una litania di solitudine. E’ un uomo allo specchio, quello buio del mare. Un uomo che si confronta con qualcosa che non vede, qualcosa che si trova a decine di metri di profondità sotto di lui. Un uomo che lotta a mani nude. La sua è una condizione ideale per l’Autore, il vecchio pescatore è il protagonista ideale. Ma è reale. E’ un pescatore cubano, conosciuto molti anni prima che “Il vecchio e il mare” venisse pubblicato. Un ideale di uomo, un ideale di umanità cui l’Autore sembra aspirare profondamente.

Il racconto. Da subito prende il registro della fiaba, ma come tutte le fiabe racconta la vita. Non si tratta di un’opera di fantasia, ma di una fiaba del reale, il cui protagonista è un uomo in stretto contatto con la natura. L’umile semplicità e l’apparente povertà del protagonista si riflettono nello stile linguistico e narrativo. La semantica è circoscritta al mondo della pesca, alla vita di mare. Le descrizioni sono essenziali, niente metafore, solo l’asciutta descrizione di ciò che il vecchio pescatore osserva, di ciò che gli accade. E i dialoghi con se stesso e con il pesce, invisibile sotto la superficie dell’oceano.

Infine l’animale, la nobile preda. Il vecchio pescatore (come l’Autore) vi si identifica, lo ama, prova un profondo senso di fratellanza nei confronti del proprio antagonista. Il quale, a un tratto, salendo inaspettatamente in superficie e compiendo un imponente salto, lo omaggia mostrandosi in tutta la sua maestosa virilità.
Preso all’amo, per giorni e notti il marlin va per la sua strada. Nel pieno del proprio vigore non lotta, non avverte il pericolo. Trascina la barca per miglia, esibendo tutta la sua forza, la sua resistenza. Il vecchio pescatore ama e rispetta quella forza, ne ammira la bellezza, la dignità.

“Poi gli dispiacque che il pesce non avesse nulla da mangiare e il dispiacere non indebolì mai la decisione di ucciderlo. A quanta gente farà da cibo, pensò. Ma sono degni di mangiarlo? No, no di certo. Non c’è nessuno degno di mangiarlo, con questo suo nobile contegno e questa sua grande dignità.”

Egli è profondamente grato all’animale, non per ciò che potrà ricavare da quella pesca, ma per l’opportunità che esso gli concede di confrontarsi e dimostrare il proprio valore. Di riscoprire la propria essenza.

Pensandoci, se non si tenesse conto di questo profondissimo processo di identificazione, della sacralità del binomio preda-predatore, del riconoscimento e dell’accettazione dei propri primordiali istinti, seppur imprigionati in una gabbia di regole e convenzioni morali e sociali, non sarebbe possibile affrontare la lettura di un’altra importante, enciclopedica opera di Hemingway, “Morte nel pomeriggio”. Non si sarebbe colpiti e affascinati dall’impeto di passione e devozione che ne hanno ispirato la scrittura. Non si potrebbe quindi scendere nell’arena accanto all’Autore, spettatore e protagonista, ed essere intimoriti, terrorizzati, eccitati, trasfigurati dal combattimento e dal sangue, nell’eterno braccio di ferro fra vita e morte.

Pare che per un’intera esistenza, subito segnata dalla drammatica, devastante esperienza della guerra, Hemingway abbia cercato di definire e comprendere la vera natura dell’uomo. Che per farlo abbia scelto di spogliarlo di ogni ipocrita e illusoria sovrastruttura ideologica e filosofica, fino a provare una nostalgica, ineludibile affinità per il suo lato più istintivo e ferino. Fino a comprendere che, per quanto sappia essere spietata e crudele, in quella sua natura risiede il conforto di regole comportamentali certe e di una biologica, incontrovertibile lealtà.

“Il vecchio e il mare” è stato scritto e riscritto per anni. Nel corso della sua lunga gestazione ha avuto proporzioni diverse, culminando infine nel breve romanzo che conosciamo. Si può pensare che sia una sorta di testamento. Di certo è un inno al rispetto della natura e un auspicio a riconoscere e sperimentare le proprie più autentiche aspirazioni.
Inevitabile per me tornare con la memoria a uno dei celeberrimi 49 racconti, “Le nevi del Kilimangiaro”, in cui il protagonista, alter ego dell’Autore, con una gamba in cancrena per una ferita infetta, in preda al delirio della febbre ripercorre la propria esistenza in un intimo monologo, una sorta di intricata confessione. La narrazione, però, si conclude con una scena dal timbro più lirico ed estremamente commovente, se ricongiunta con l’epigrafe che apre il racconto.
Il protagonista sale finalmente a bordo dell’aereo dei soccorsi, o forse si immerge definitivamente in quella che non è altro che un’ultima, alleviante visione…

“Quindi cominciarono a cabrare, e pareva che andassero a est, e poi fu buio ed erano in mezzo a un temporale, con la pioggia così fitta che sembrava di volare attraverso una cascata, e poi ne uscirono e Compie voltò la testa e sorrise e puntò il dito e là, davanti a loro, tutto quello che lui poté vedere, vasta come il mondo intero, grande, alta e di un bianco incredibile nel sole, era la vetta quadrata del Kilimangiaro. E allora seppe che era là che stava andando”.

Il lettore, allora, fa subito ritorno alla prima pagina…

“Il Kilimangiaro è un monte coperto di neve alto 5895 metri, e si dice che sia la più alta montagna africana. La sua vetta occidentale è chiamata, dai Masai, Ngàje Ngài, la Casa di Dio. Vicino alla vetta occidentale c’è la carcassa rinsecchita e congelata di un leopardo. Nessuno ha saputo spiegare cosa cercasse il leopardo a quell’altitudine.

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Sangue Rappreso – X

 

X

(All’alba)

“Lina, dove sei stata fino adesso? Non sentivi che ti stavo chiamando? Non devi allontanarti troppo, specie in un luogo che non conosci…”. Lina si voltò sorpresa. Non avvertiva alcun pericolo intorno a sé. E poi accanto a lei c’era sua madre, di cosa doveva avere paura? Si guardò intorno: erano sedute su di una panchina di un bel giardino fiorito, oltre la vegetazione avvertiva la presenza del mare. Si ricordò che erano in viaggio, ma non verso dove, non era importante. Non sapeva dire dove si trovassero in quel momento, ma si sentiva al sicuro, a casa. D’istinto, con un sorriso innocente disse: “Mamma, c’è Ester, non devi preoccuparti. Quando sono con lei non hai nulla da temere. E’ tanto buona con me”. “Lo so, bambina mia”, disse Laura, “Ester è una persona meravigliosa, il suo cuore è puro come la corolla del giglio. Potrò sempre fidarmi di lei, per questo l’ho scelta, ricordi? Ricordi il giorno in cui l’incontrammo per la prima volta a casa di zia Adele?”. “Sì, mamma, mi ricordo. Indossava quello strano pastrano, così pesante, e quel buffo nastro bianco fra i capelli. Sembrava una pastorella…”, Lina rise divertita. “Ester è una ragazza semplice”, riprese Laura, seria. “Non se ne vergogna, non si preoccupa del giudizio altrui. Non deve sapere di essere accettata per sentirsi all’altezza. Ma rispettata, quello sì”.
Un raggio di luce illuminò il volto di Laura facendole socchiudere gli occhi, era l’ora del tramonto. Carezzò affettuosamente i capelli di Lina in silenzio. Poi disse: “Quel giorno Ester volle che la conoscessimo per come era: una brava ragazza di campagna, una ragazza semplice, con la testa sulle spalle…”. Tacque di nuovo, assorta nei propri pensieri, poi guardò Lina con un lieve cruccio negli occhi. “E tu, Lina, saprai essere una brava bambina? Saprai comportarti da persona onesta e sincera?”. “Certo mamma!”, rispose sollecita la bambina, ansiosa di fugare ogni dubbio e il fremito che aveva intravisto sulle labbra della mamma. “Mammina, io non ti deluderò!”
Laura trasse un lungo sospiro che parve quasi affaticarla. Fissò un punto oltre le siepi che racchiudevano l’angolo di giardino in cui si trovavano. Senza guardare Lina in viso le disse: “Sei una cara figliola, sei piena d’entusiasmo e di buone intenzioni, ma non puoi assicurarmi che non farai degli sbagli. Non puoi e non devi farlo”. Carezzò la fronte della bambina sorridendole dolcemente. “Tuttavia”, aggiunse, “puoi promettere alla tua mamma che farai sempre del tuo meglio per non cadere in errore, che cercherai di essere una persona generosa e timorata di Dio; che avrai sempre un occhio di riguardo per chi è meno fortunato di te, per chi è nel bisogno e può trarre giovamento anche solo da un piccolo aiuto. Che avrai sempre il coraggio delle tue azioni e dirai ogni giorno una preghiera per le persone infelici e quelle che vivono nell’ombra del peccato”. Lina alzò lo sguardo: alla luce del tramonto il volto di sua madre era di una bellezza ultraterrena. “Lo farai, me lo prometti?”. Lina annuì in silenzio. Non era certa di aver capito il significato di quelle parole, ma sapeva che in quel momento era la cosa più giusta da fare. Poggiò la testa sul fianco di Laura e lasciò che lei le carezzasse morbidamente il capo. In verità, tutta quell’austerità la rattristava. Era così contenta di rivedere la sua mamma, che avrebbe voluto stare tutto il tempo abbracciata a lei senza tante raccomandazioni e ammonimenti. Si guardò intorno in cerca di un motivo di distrazione, ma ciò che notò la turbò ulteriormente: il giardino fiorito stava mutando aspetto. Le aiuole di narcisi e tulipani, i boccioli di rosa, le foglie fresche di primo germoglio stavano perdendo colore. Fiori e piante, raggelati, pietrificati, svanivano progressivamente su di uno sfondo grigio indistinto. La luce del tramonto divenne diafana e bianca, spettrale. Lina guardò sua madre e vide crescere il pallore e la stanchezza sul suo volto; i suoi occhi avevano un’espressione dolente. “Che cos’hai mamma? Non stai bene?”, chiese preoccupata. “Tra poco sarà buio”, disse Laura. “Non ci resta molto tempo”. D’istinto Lina l’abbracciò con impeto: “Ma dove vai mamma, perché non possiamo stare insieme?…”, si lamentò. “Non andartene, ti prego, resta qui con me, mi manchi tanto…”, disse stringendola più forte. Ma la rigida compostezza di Laura la fece desistere dopo un momento. La madre la fissò sorridendo mestamente. “Mamma, dove andrai adesso?…”, singhiozzò Lina. Ma lei non disse nulla, rimase immobile sulla panchina, avvolta dal crescente grigiore che le circondava. Il pensiero che non ci fosse più tempo e di non aver goduto di quello che avevano avuto riempì Lina d’angoscia. Non poteva accettare che la sua povera mamma la salutasse così, con quell’aria di resa; non poteva permettere che se ne andasse col cuore gonfio di tristezza e con tutti quei dubbi su di lei. L’unica cosa che poteva fare, tuttavia, era stringerla forte a sé e farle capire quanto l’amava, quanto desiderava che restasse aderendo con ogni parte del corpo a quello di lei. Ma qualcosa le fece comprendere che non le era più possibile raggiungerla. Laura non reagì alla sua stretta, anzi voltò il capo senza toccarla. Una forza più grande dell’amore di Lina la tratteneva altrove a una distanza ormai incolmabile. “Mamma,… Mamma sei tu?…”, chiese Lina spaventata. “Mamma, dove sei?…”, chiese ancora senza risposta. “Mamma ti voglio tanto bene!…”. Pensando di perderla del tutto, allungò una mano sul suo viso nel disperato tentativo di volgerlo ancora verso di sé. Allora Laura la guardò di nuovo, con clemenza; inclinò il capo e le sorrise amabilmente. Per un istante il suo bel viso riassunse la tenue carnagione di sempre e così pure i suoi capelli corvini brillarono ancora una volta all’ultima luce del giorno. Nei suoi occhi Lina riuscì a ritrovare pace e serenità, sentì come se la madre la carezzasse da dentro. Poi Laura le prese una mano e la portò al viso, così poté toccare la sua pelle, di nuovo calda e viva. Infine disse: “E’ stato molto bello incontrarti, Lina. Posso andare tranquilla. D’ora in poi io sarò lontana, ma non temere, non ti lascerò mai. E ci incontreremo di nuovo, molto più spesso di quanto tu possa immaginare. Ora vai, e tieni sempre vivo il buono che hai nel cuore”.
Il sole finalmente tramontò, scese il buio e il silenzio. Faceva freddo.

Ester riaprì gli occhi che il sole non c’era ancora, ma già un ceruleo chiarore rianimava i cumuli sullo specchio scuro del mare calmo. Manca poco all’alba, pensò, e uno stridere improvviso di gabbiani la scosse dal torpore, restituendola al presente e al luogo in cui si trovava.
Le braccia di Enrico le cingevano le spalle e la vita, le braccia che l’avevano protetta dal freddo e dall’umidità della notte. Enrico. Ascoltò il suo respiro lento, abbandonato. Ne sentiva il calore sul collo, scoprendo ad ogni fiato il significato e la bellezza di quel loro abbraccio. Enrico, l’uomo. Colui che l’aveva cinta e le si era dato interamente, grato, redento; cedendo infine ad un sonno profondo e liberatorio.
Ester si scostò leggermente su un fianco stando attenta a non svegliarlo, doveva muovere gambe e braccia indolenzite, ma per nulla al mondo avrebbe rinunciato all’intimo tepore della loro unione. Lo sapeva, da quella notte niente per lei poteva essere più come prima. Lo sentiva. Sentiva il proprio corpo, quel calore nuovo dentro di sé. Come fremiti, le sensazioni di ciò che aveva provato le affioravano dappertutto. Sulle mani, sui seni. E sulle spalle, le gambe, il ventre, in ogni centimetro della sua pelle. Curiosa, impaziente, voleva comprenderle prima che Enrico si svegliasse. Voleva essere pronta. Allora avrebbe potuto guardarlo con altri occhi, consapevoli e grati, solo allora. In quegli istanti Ester avvertì una forza immensa che non sapeva di possedere e che la conduceva ad una nuova proda, dalla quale si voltava indietro trasformata. Si sentì esposta, indifesa, ma al contempo ricca di una dote nuova, preziosa e sconosciuta.
Prima di quella notte, Ester non aveva mai avuto un uomo, e tanto meno sapeva cosa volesse dire amare. Non era estranea alle pulsioni del sesso, che tristemente conobbe nella sua prima giovinezza, quell’orrenda prima volta, nell’antro buio e maleodorante di una stalla. Da allora, però, non aveva più tolto la corazza in cui, terrorizzata, inferocita, si era rifugiata. Quando lasciò la campagna e giunse in città seppe farsi rispettare. Sapeva come tenere a bada un maschio, anche un esemplare grande e grosso come il cuoco della prima casa dove aveva cominciato a lavorare, il quale quand’era in calore rincorreva tutte le sottane di casa. O l’avvocatino, come i servi chiamavano il figlio del padrone, il quale pensava di poterla trattare come un oggetto di proprietà, di maneggiarla come una brocca o una posata d’argento, anche se di minor valore. Ricordava ancora con ribrezzo i suoi baffetti impomatati, l’insolente profumo di tuberosa che emanava dalla sua camicia, la puzza di sigaro che gli usciva dalla bocca mentre si sporgeva su di lei ghermendola. Sentiva ancora il suo sesso premere attraverso la stoffa dei calzoni mentre, puntandogli le mani sul petto, lei si divincolava minacciandolo con un filo di voce, attenta che nessuno li udisse.
No, non erano uomini quelli. Stesa sulla sabbia a un passo dal mare, mentre vedeva sorgere l’alba da una piccola rena fra gli scogli, Ester capì che fino ad allora non aveva mai incontrato qualcuno che potesse innamorarla. Un uomo con il quale desiderare di assistere a quell’alba meravigliosa e semplice, prodigio di luci intrappolate fra cielo e mare, cangianti ad ogni respiro. Sorrise stringendosi nelle spalle, lasciandosi attraversare dal piacere di un lungo brivido che la fece tremare. Rivisse l’attimo, il primo bacio, le vene che le si scioglievano dentro, come la sua bocca, su quella d’Enrico. Le sue labbra che nutrivano e bagnavano come un unguento quelle ruvide di lui, prosciugate dalle lacrime e dal dolore. Perché Ester quella notte era la cura e la salvezza per un uomo che in fondo conosceva appena, ma sapeva innocente, un uomo che ancora non aveva conosciuto tutto il male della vita, ma scopriva il senso della morte, che l’assolve. E lei gli si era concessa, con generosità e tenerezza. Aveva amato quell’uomo come un bambino e un semidio insieme, riconoscendo il lui quanto di più puro, di più bisognoso. L’aveva accolto dentro di sé senza parole, senza che lo chiedesse. E l’aveva guidato in una discesa che fecero insieme, a occhi chiusi, nel buio di un mistero più grande di loro, in grado di trasformare rabbia e lacrime in un inno alla vita.
Ester seguì la sequenza dei loro gesti muti e concitati, ancora così vividi, reali. Si erano lasciati cadere sulla sabbia senza nemmeno accorgersene, senza disgiungere le loro labbra. Quando Enrico l’avvolse nel suo abbraccio, lei poté sentire il suo odore, sapeva di buono. Affondò le dita nei suoi capelli stringendoli forte, mentre lui le sollevava le vesti frugando goffamente per la fretta di toccare la sua pelle. S’arrestò di colpo, però, Enrico, quando sulla sua sottana riconobbe la macchia scura del sangue di Manlio. Allora Ester la toccò e carezzò quel pegno di sangue rappreso sul cotone della sua veste. Prese in mano un brandello di stoffa pregno, ispessito, tutto ciò che rimaneva di una vita. Senza dire nulla, alzò lo sguardo su Enrico che fissava le sue mani. Gli carezzò il volto e lo trasse al seno premendovelo contro, inebriandolo, stordendolo a quel contatto. Lo baciò di nuovo, generosamente; baciò i suoi capelli, la sua fronte, gli baciò le orecchie, le guance e con una mano guidò quella di lui fra le sue cosce. Enrico, cieco di passione, le aprì il corpetto libandosi ai suoi seni, scaldandoli al soffio concitato del suo respiro. Le percorse il collo più volte solcandolo con labbra fameliche, mentre le sue mani conoscevano il corpo di lei, facendolo suo, esplorandolo e coprendolo a più riprese, come fa l’onda che bagna e si ritira. Poi, trattenendo un gemito, quasi un ringhio di piacere, Enrico fu dentro di lei che, ormai abbandonata alla furia crescente di quel mare, si lasciò trascinare nel suo vortice sempre più agitato e incalzante. La vita faceva il suo corso, non potevano arginarla. Ester si vide nel ventre di quel flutto, sentì la sabbia muoversi sotto di lei. V’immerse allora una mano, abbandonandosi al piacere immenso che ancora cresceva e s’espandeva dentro di lei. Poi non seppe e non vide più nulla, le si annebbiò la vista, i suoi occhi si persero nel nero del cielo, imperlato di stelle, ma forse era il corpo d’Enrico proteso sopra di lei quel firmamento. Gettò il capo all’indietro inarcandosi, mentre sentiva che il suo corpo era unito, cementato a quello di lui, che si muoveva con forza inaudita, travolgente. Infine venne, stringendolo fino a farsi mancare il fiato. E pianse, pianse di piacere, di felicità. Non riusciva né voleva smettere di assecondare quella gioia incontrollata, slegata, libera. Le sue mani s’aggrapparono al legno della schiena contratta di Enrico, graffiandolo, poi furono nuovamente nei suoi capelli e sul suo volto, sollevandolo per un lungo bacio languido, arreso, disfatto. Enrico, incredulo, sorrise alle lacrime che le solcavano il viso, prima di cedere e lasciarsi cadere su di lei ansante, rimanendo così, immerso nell’effluvio della sua pelle ad ascoltare il battito impazzito che le percuoteva il petto. Ester lo strinse forte. Tremava.
Ancora carezzava dolcemente i suoi capelli, quando con la luce dell’alba Enrico riaprì gli occhi. Fu con il sorriso e l’imbarazzo di poche, incerte parole che si rivestirono e decisero di tornare in fretta al dormitorio, prima che le bambine s’accorgessero dell’assenza della balia. Con un’ultima esitazione lasciarono la lingua di sabbia che li aveva accolti al sicuro di un riparo di scogli, lontano dai timori e dalle ombre del presente, fuori dal mondo. A malincuore scrollarono la sabbia dalla pelle e dalle vesti, il letto del loro primo amore.

Quando fecero ritorno allo stanzone e alle brande, Lina e Luciana non si trovavano più lì. Costernati, domandarono a chiunque incontrassero, ripetutamente, ma tutti dissero di non aver visto la piccola Lina allontanarsi con la sorellina. Con il cuore in gola Ester si mise subito alla ricerca, mentre già il porto cominciava già ad animarsi. I camalli scendevano ai moli per riprendere le attività di ogni giorno e di lì a poco anche Enrico doveva andare. Tuttavia, decise di restare accanto a Ester affiancandola in quella ricerca, che in pochi attimi divenne angosciosa e frenetica. Povere bambine, dov’erano?, si chiesero preoccupati. Che fossero con qualcuno? Forse, svegliandosi sola per la paura Lina aveva chiesto aiuto… Ma a chi?
Ester scosse la testa mortificata: “Starà cercando me…”, disse rimproverandosi amaramente. “Come sono stata imprudente! Come ho potuto pensare che dormissero tranquille!…”. Da quando le conosceva, pensò, non le era mai capitato di perdere di vista le bambine, non una volta. Fu assalita da un brutto presentimento: che gli fosse successo qualcosa? Non osava pensarlo.
Fu un grido improvviso a scuoterla: “E’ qui, l’ho trovata! Ester, vieni! L’ho trovata!…”.
Enrico la chiamava dall’ingresso di un magazzino. Ester corse da lui. Raggiuntolo, riconobbe il posto e dopo un momento emise un profondo sospiro di sollievo: Lina era rannicchiata in una coperta, in grembo aveva la piccola Luciana. Dormivano entrambe accanto alla bara della loro povera mamma.

Capitoli precedenti:

PARTE PRIMA
Cap. I (Prologo)
Cap. II (Fotografia)
Cap. III (Ester)
Cap. IV (Trincea)
Cap. V (Esodo)
Cap. VI (Sangue)
Cap. VII (Campo de’ Fiori)

PARTE SECONDA
Cap. VIII (Il porto)
Cap. IX (La morte grande)

La sedia (10. tiZ On the trAin)

C’è una sedia in fondo al corridoio,
È la sedia del silenzio dove mi raccolgo ogni volta che nun me ne fir’ cchiù…
Sedia di melanconia,
Sedia di gioia,
Sedia di me.
È la seduta della catarsi sprofondante,
La sedia della trasformazione, della rinascita,
Sedia e dulore, sedia d’ammore, sedia caruta, seggia peruta.
Sedia d’aScolto, sedia d’o soliloquio, sedia di silenzio che fa ruMmore.
‘A Seggia d’a speranza, che attesa non voglia conoscere domani…
Sedia di pianto e di conforto,
Sedia di giudizio e di esame
Seggia di morte e di preghiera.
Sedia di risa e di vita, sedia di gioco e di tempo speSo,
La sedia dell’esperienza e dell’immaturità, sedia di imparo e mortifico. Sedia d’insegnante.
Sedia che quel giorno se…
Sedia d’errore…
Sedia di treno, di metro affollata, sedia di “Prego si assetti lei“, sedia d’a conferenza tra doje sconosciuti, sedia di sonno, seggia e mare e de sale, di sete, sedia di scorrere lento, sedia di tran tran. ‘A Seggia d’a musica e d’a lettura pendolare. ‘A seggia scomoda e fredda, comoda e calda, ‘a seggia d’a fermata improvvisa: “Qui si scende signora“. Sedia di improvvisazione, sedia vuota in banchina. La sedia del ritardo e della ramanzina. Sedia di quante parole non dette e delle manifestazioni non espresse e tutte le comunicazioni nOn verbali.
Sedia di ma, ma io, sedia di storia di famiglia, di nonna e le sue storie, sedia di guerra e di fame, di povertà e di rivalsa. Sedia di tutte le decisioni non prese e tutte quelle subite, sedia di ma io sono diverso e di siam tutti nella storia…
Sedia che non venga mai la sera…
Sedia sfasciata, sedia usata, sedia di quell’odore… fa sempre “casa”…
La sedia dell’ amore, consacrato in un anello,
Sedia di sesso, sedia di ossesso, sedia di parto e di vita nuova, sedia che senza te è troppo vuota questa stanza…
Sedia di noi… sedia di confido nel domani, perché è nel mio domani che quella sedia la vedo occupata solo di te.

(Ad Ale….)

[tiZ, tiZ On the trAin, 6/12/2017]

[Ecco. Questa è tiZ. Non servono parole, né per presentarla, né per descriverla o commentarla. Sarebbero inutili. Disturberebbero il suono, il sapore, toglierebbero il ritmo che accompagna i suoi versi. Perché nelle sue di parole c’è tutto. C’è una vita di donna, di mamma, di figlia, di bambina… C’è Napoli e Napucalisse… La litania, la commozione, il pianto, il grido… C’è la rincorsa di un treno che qualche volta non arriva, o comunque bisogna saper aspettare, saper incontrare… C’è l’universo di una carrozza, l’umano bestiario, l’umana enciclopedia. La quotidiana battaglia, la quotidiana lezione. Ci sono i simboli e la mitologia di un’esistenza “amplificata” in una “città-teatro” e in un mondo che a volte sembrano fuori da ogni immaginario e dal tempo. Nelle parole di tiZ c’è una saggezza guadagnata a caro prezzo, sudata sulla pelle. Ma soprattutto c’è lei, tiZ, con tutto il suo calore, il suo colore, il suo cuore; il sorriso e la fiducia inesausti con i quali sa affrontare, erodere, scalzare anche i passaggi più faticosi e tristi.

Grazie.

Sedia (by tiZ)

“Sedia”, foto di tiZ. 

Il nostro diario:

La sedia (9. comelapolvere)
La sedia (8. pozioni di parole)
La sedia (7. massimolegnani)
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La sedia (1)

Se qualcun altro volesse arricchire la nostra pagina…:  paolo.beretta.email@gmail.com]