La sedia (7. massimolegnani)

Perché la sedia?, mi chiede lui con una curiosità fresca, impellente, come fosse successo la notte scorsa e non quasi sette anni fa. Gli sorrido, davanti a questo caffè impacciato che rimesto di continuo pur non avendolo zuccherato. È che non ci si dovrebbe mai reincontrare, per caso, dopo che le strade si sono spontaneamente divaricate. Io amo la nebbia in cui mi muovo a mio agio e odio l’attimo in cui una folata di vento più feroce delle altre scoperchia improvvisamente il cielo. Ma questa non è una risposta che gli possa dare, quindi continuo a sorridere muta e a rigirare il cucchiaino nella piaga della domanda. Già, riapre una ferita la sua domanda, i ricordi belli sono ferite esposte alle intemperanze della memoria. Avevamo tutto quella sera, il desiderio nelle mani e la rara possibilità di amarci, avevamo il tepore del plaid sul divano, l’agio di un letto, la morbidezza del tappeto davanti al camino, la soffice accoglienza della poltrona grande, io scelsi la scomodità essenziale della sedia. Non per stravaganza ma per necessità: non mi sarebbe bastato amarlo, fare un amore sontuoso e complice, toccare apici, ardire estrosità, io quella notte volevo la durezza di uno scoglio che ci penetrasse nella carne, avevo fame di simboli e possesso, io donna avrei voluto un cazzo per inchiodare il mio uomo per un istante infinito al legno, io donna quella notte ho fatto il pocotanto che potevo.
Se mai dovessi attraversare un mare, l’Adriatico per esempio, userei una zattera, per il contatto con le onde e la solida precarietà dell’andare.
Questa volta è lui a sorridere perplesso. Smetto di girare il cucchiaino, ma non bevo. Gli passo una mano indulgente sullo smarrimento del volto e mi allontano. La sedia, che bisogno c’era di chiedere? A me era sembrato tutto già così evidente.

[Massimo Legnani, orearovescio, 19/10/2017]

[Uno scatto, un’istantanea, il profumo di un caffè. Amaro.
Un attimo vissuto nella memoria che ha la forza di una deflagrazione. Una cricca che minaccia la più granitica convinzione, si apre e si fa boato sordo, in un istante. Basta una domanda, una parola. Ed ecco, il ricordo. Sepolto. Rievocato e incondivisibile. La distanza, il fallimento. Su quella zattera ne viaggiava uno solo.
Con l’arte che gli conosciamo, in poche righe Massimo ha sezionato un rapporto, un pezzo di vita. 
Rimane l’amaro, non di un caffè non bevuto, ma di una nuova convinzione che, seppur dolorosa, faticosa da accettare, sarà come cemento. Perché la sedia è anche questo. Alzarsi e andare via.

Ringrazio di cuore Massimo per aver condiviso il suo pregevole brano.

Elenco le Sedie, i gesti, i ricordi, i significati, i “viaggi”… che abbiamo condiviso fin qui:
La sedia (6. bludinotte)
La sedia (5. fiochelucilontane)
La sedia (4. tramedipensieri)
La sedia (3. melogrande)
La sedia (2. lapoetessarossa)
La sedia (1)

Se qualcun altro volesse accomodarsi e arricchire questo nostro spazio: paolo.beretta.email@gmail.com]

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10 thoughts on “La sedia (7. massimolegnani)

  1. Bellissima questa lettura, da un punto di vista davvero indovinato.
    Ma è bello anche il fatto che la sedia sia pian piano diventata una vera e propria antologia, questa cosa scalda il cuore !

    • Il tuo brano ha una forza e un nitore incredibili. Mi piace moltissimo.
      Ogni brano ha le sue peculiarità, la sua personalità.
      Sono davvero sorpreso e felice della qualità di ciò che ognuno ha scritto e deciso di condividere. Come dice Francesco, la forza di questa condivisione “scalda il cuore”.

  2. Massimo davvero coinvolgente questo racconto…la sedia come testimone di una storia, di un saluto…
    La sedia accompagna il gesto, alzarsi si fa parola muta d’addio.

    Che bello tutto questo costruire insieme, muove ed unisce.
    Grazie ad ognuno di voi, a Paolo in primis.

    .marta

    • Non è il primo racconto di Massimo in cui noto questa sua spiccata capacità di immedesimazione, di sentire, pensare e esternare emozioni come una donna. I suoi personaggi femminili sono “reali” (o quantomeno io li avverto tali).

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