La sedia (8. pozioni di parole)

L’edificio era grigio, mastodontico, esprimeva una sorta di materialità perenne. Prima, al suo posto, c’era un palazzo razionalista, demolito negli anni Settanta, ma era come fosse radicato lì da sempre. Solo il lettering dell’insegna verticale “ARCHIVIO DI STATO” commemorava il più mondano predecessore, progettato dall’architetto Cetica per la GIL (*). Era immobile negli anni e per i secoli, l’Archivio, con le sue centinaia di scaffali, occupati da migliaia di volumi, contenenti a loro volta milioni di carte. Che ci si trovasse in una struttura istituzionale, lo si avvertiva fin dal principio; un’incarnazione dello Stato in senso tradizionale, quasi freudiano, figura della Legge e del Padre.
In tempi d’incerta “modernità liquida”, varcare quella soglia provocava in Giada sensazioni ambivalenti: stabilità, sicurezza, rigore. Un luogo dove riporre, conservare, ordinare e preservare il mondo dalla sua stessa essenza impermanente. Un luogo paradossale – certo – dove la novità si insinuava a fatica. Questa prima impressione, frequentandolo, si approfondiva. Dopo averne visitato i diversi ambienti – la hall, la stanza degli armadietti e delle macchinette del caffè, i corridoi, i piani intermedi, superiori e sotterranei – le era sembrato di trovarsi all’interno di una cellula unica, una sorta di corpo espanso, che si fosse ramificato senza perciò perdere unicità. I movimenti all’interno erano ritualizzati e regolamentati, in nome della sicurezza ma soprattutto del risparmio energetico-cognitivo, indispensabile forse a mandare avanti un simile colosso.
Gli uomini che lo frequentavano, che lo vivevano e ci lavoravano, seguivano il ritmo della pagina sfogliata con precauzione, dell’accurata decifrazione paleografica; il ritmo paziente della ricerca su guide, inventari, elenchi, sommari, schedari. E tramite terminali ovviamente. Ma la rivoluzione digitale non aveva intaccato quello spirito di fondo. Le richieste di volumi ricevevano risposta con calma e l’utilizzo di guanti rendeva un po’ goffa la loro consultazione live. C’erano anche inerzie e disfunzionalità, di cui tutti si lamentavano e che balzavano all’occhio più delle qualità positive.
Giada si occupava della riproduzione fotografica dei documenti. Era un lavoro come un altro, poco retribuito e tranquillo. La faceva sentire il tramite fra quel mondo chiuso e l’universo esterno, incaricata com’era di rendere accessibile, grazie alle sue fotoriproduzioni, la consultazione delle fonti da un qualunque terminale. La sua stanza, condivisa con un collega, si trovava nel sotterraneo, al termine di una serie di corridoi apparentemente senza sbocco. Stanza 22, l’ultima porta di metallo rosso dopo decine di altre. D’estate era fresca, un luogo da privilegiati rispetto agli uffici dei piani superiori. D’inverno invece era come stare in una grotta ed erano costretti a servirsi di stufette per temperare il gelo.
La sua macchina fotografica scattava raw ad altissima risoluzione: ogni click catturava il “recto” di un “folio” e il “verso” del precedente. Contava mentalmente i numeri di pagina per evitare di saltarne. Era un’occupazione monotona e meccanica, che richiedeva di interrompersi spesso. Si preparava un tè con il bollitore portato da casa e sedeva sulla vecchia sedia verde dai cuscini sagomati. Comoda e accogliente come un piccolo prato. Chiudeva gli occhi e immaginava migliaia di pagine recidere le cuciture e staccarsi dal loro antico ricovero. Vorticare attorno impazzite. Migliaia, milioni di carte che si scrollavano di dosso polvere, preziosi frammenti e tutto ciò che era finito abusivamente dentro il volume: una ciocca di capelli, una mappa, un disegno, uno scampolo di seta. Volteggiavano nella stanza. Troppo fragili e leggere per spalancare porte, erano abbastanza sottili da passarvi sotto. Poi, abilmente, fuoriuscivano nei corridoi e li percorrevano in tutta la loro lunghezza. Edotte forse da tutte le volte che erano state trasportate sui carrelli dai ligi impiegati, sembravano conoscere l’edificio a menadito. Volavano di stanza in stanza fra gli sguardi attoniti di funzionari, studiosi e personale di servizio. Un’invasione di antichi uccelli che si ribellavano alla cattività. Accadeva così da lei, in stanza 22, ma anche nei depositi. Le carte uscivano dai volumi rapide, guizzanti, sempre più confuse fra loro. Una disperazione solo provare a pensare di doverle reinserire ciascuna nel giusto posto e nel proprio fondo! Giada, che negli anni ne aveva fotografati gran parte, era tra i pochi a cui poter demandare una simile impresa. Lei forse avrebbe saputo, almeno in parte, ricongiungere ogni pagina 1 con la 2 e ogni pagina 2 con la 3. Del resto, si diceva ridacchiando, prima di alzarsi dalla sedia dei sogni, l’I Ching lo aveva predetto: il suo destino era ricondurre il disordine all’ordine!

(*) Casa della Gioventù Italiana del Littorio. Tanto interessante l’edificio, purtroppo demolito, quanto esiziale il regime che l’aveva innalzato…

[Caterina, pozioni di parole, 19/10/2017]

[Un vecchio edificio, ormai estinto, un interrato e le sue stanze poco confortevoli. Un mondo obsoleto, immobile e un lavoro certosino e monotono che può imbalsamare. Ma non è così: c’è una vecchia sedia verde, “comoda e accogliente come un piccolo prato”. Una sedia viva. L’appoggio per un sogno ad occhi aperti, il trampolino di lancio per un volo d’uccelli immaginifici e rari. Una via di fuga, verso la libertà.
Perché la sedia di Caterina è diversa dalle altre, ha un potere…

Un felice fil rouge fatto di gambe, traverse e schienali, ci ha portati a leggere anche questa storia, scritta con vera maestria. Una prosa equilibrata, direi raffinata nella sua forma circostanziata e esatta, ci fa accedere al mondo in sé racchiuso e la sensazione che rimane è quella di volerci restare, almeno un altro po’…

Grazie Caterina, del tuo splendido omaggio. E’ stata per me l’occasione di iniziare a conoscerti e scoprire così la bellezza della tua scrittura.

Le Sedie sono zattere, sono partenze e approdi; le Sedie sono sangue, calore, sono ricordo e rimpianto; le Sedie sono ali, sogno e immaginazione…

La sedia (7. massimolegnani)
La sedia (6. bludinotte)
La sedia (5. fiochelucilontane)
La sedia (4. tramedipensieri)
La sedia (3. melogrande)
La sedia (2. lapoetessarossa)
La sedia (1)

Se qualcun altro volesse portarci con sé, sulla sua sedia…: paolo.beretta.email@gmail.com]

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6 thoughts on “La sedia (8. pozioni di parole)

  1. Grazie Paolo, è un confronto molto stimolante. Mi sono formata condividendo temi di scrittura con altri autori e tornare a farlo mi riporta a quelle belle sensazioni di condivisione 🙂

  2. Ho letto con vero piacere tutte le composizioni ed in ultimo quelle di Massimo e di Caterina… quest’ultima da plaudire per il peculiare uso della tecnica “grezza” in fotografia (di cui sono appassionato)!!! Sarà sicuramente un raccolta da “agitare” prima dell’uso!!! :-))

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