Perle d’ironia

.

.

.

Un po’ d’ironia kafkiana.

Due piccole perle.

La seconda forse nota ai più, avendo per tema la letteratura.

.

.

.

[Cartolina di posta pneumatica di Franz Kafka all’amico scrittore Max Brod, inviatagli una domenica mattina dall’ufficio dell’agenzia Assicurazioni Generali Trieste di Praga, dov’era impiegato. Da Un altro scrivere, Trad. Marco Rispoli, Ed. Beat]

.

Praga, il: 29 marzo 1908

Reparto: triste del lavoro di domenica mattina

Mio caro Max,

che iniziale sfavorevole che hai!

Ma dal momento che ho troppo da fare e qui splende il sole, nell’ufficio vuoto ho avuto un’idea quasi perfetta, attuarla è poi cosa quasi economica. Invece della nostra pianificata vita notturna da lunedì a martedì potremmo organizzare una bella vita mattutina, incontrandoci alle 5 e 30 o alle 6 presso la statua della Madonna – con le donne, poi, non può andarci male – e andare al Trocadero o al Kuchelbad o all’Eldorado. Poi, se ci sta bene, possiamo bere caffè nel giardino sulla Moldava, o anche appoggiati alla spalla della Josci. Entrambe le cose sarebbero lodevoli. Al Trocadero infatti non ce la passeremmo male; ci sono milionari e gente ancora più ricca che alle 6 di mattina non ha più un soldo e noi arriveremmo allora, ripuliti da tutte le altre cantine, ormai purtroppo nell’ultima, per bere un minuscolo caffè, visto che ne abbiamo bisogno, e solo per fatto che eravamo milionari – oppure lo siamo ancora, chi lo sa più di mattina? – siamo in grado di pagare una seconda tazzina.

Come si vede, per questa cosa non c’è bisogno di nient’altro che di un portamonete vuoto e io posso prestartelo se vuoi. Ma se per una simile impresa tu dovessi essere troppo poco coraggioso, troppo poco spilorcio, troppo poco energico, allora non c’è bisogno di scrivermi e mi incontrerai lunedì alle 9; ma se lo sei, scrivimi immediatamente una cartolina di posta pneumatica con le tue condizioni.

Ho scoperto in effetti quella principessa montenegrina sulla via per l’Eldorado e allora pensai – tutto si dispone per l’ingresso in questo porto – che potremmo prendere le due ragazze come prima colazione, che a te è tanto cara.

Franz

.

.

.

[Lettera di Franz Kafka a Max Brod, che aveva citato l’amico – e compagno di studi all’università di Legge – in un suo articolo del 9 febbraio 1907, apparso sulla nota rivista letteraria berlinese Die Gegenwart, nel quale paragonava lo stile di Kafka a quello di H. Mann, F. Wedekind e G. Meyrink; articolo del quale Kafka, che fino a quel momento non aveva ancora pubblicato nulla, si fa cinicamente beffa con ironia e compostezza ineguagliabili. Da Un altro scrivere, Trad. Marco Rispoli, Ed. Beat]

.

Praga, 12/2/1907

Caro Max,

ti scrivo volentieri ancora, prima di mettermi a dormire; sono soltanto le quattro.

Ho letto ieri la Gegenwart, tuttavia con un po’ di inquietudine perché ero in compagnia e ciò che è stampato nella Gegenwart vuole essere sussurrato all’orecchio.

Dunque questo è carnevale, proprio carnevale, ma dei più adorabili. – Bene, così anche quest’inverno alla fine ho fatto un passo di danza.

Mi compiaccio particolarmente del fatto che non tutti riconosceranno in questo punto la necessità del mio nome. Infatti si dovrebbe leggere in quest’ottica già il primo capoverso e annotarsi il passo che tratta dell’armonia delle frasi. In quel caso si capirebbe che una lista di nomi che finisce con Meyrink (questo è evidentemente un riccio richiuso su se stesso) risulta impossibile all’inizio di una frase, se le parole seguenti devono avere ancora respiro. Inserire qui un nome con vocale aperta alla fine significa salvare la vita di ogni parola. Il mio merito, in ciò, è cosa da poco.

Triste è soltanto il fatto – so che tu non avevi questa intenzione – che a questo punto pubblicare in seguito qualcosa è diventato per me un’azione indecente, la tenerezza di questo debutto avrebbe un danno completo. E mai troverei un effetto che fosse pari a quello che è concesso al mio nome nella tua frase.

Tuttavia questa è oggi solo una riflessione marginale, sto piuttosto cercando di conoscere con certezza i confini della mia attuale fama, visto che sono un bravo bambino e un amante della geografia. Dalla Germania, credo, posso aspettarmi ben poco al momento. Infatti quanta gente lì legge una critica con attenzione costante fino all’ultimo capoverso? Questa non è fama. Diverso però è per i tedeschi all’estero, per esempio nelle provincie del Baltico, ancor meglio in America o addirittura nelle colonie tedesche, poiché il tedesco abbandonato legge la sua rivista interamente. La mia fama perciò è più salda che mai a Dar-es-Salaam, Ugigi, Windhoek. Ma proprio per tranquillizzare questa gente che si interessa così in fretta (è bello: fattori, soldati), avresti dovuto scrivere ancora tra parentesi: “Questo nome dovrà essere dimenticato”. Ti bacio, dà presto l’esame

Tuo Franz

.

.

.

Curiosità: la posta pneumatica di inizio ‘900 può essere paragonata all’ email di oggi.

.

.

Immagine di copertina: parte di mosaico delle Terme Deciane, conservato presso i Musei Capitolini, raffigurante la maschera teatrale tragica accanto a quella comica.

Venerdì santo

.

.

.

.

Scassinerà la morte, quella
fortezza buia, sposterà il pietrone ridendo
cucirà le ferite senza ago solo andando
in un punto del respiro, vincerà
sulla materia e per questo poi salirà
senza peso. Vincerà la gravità
la consistenza l’odore il nome,
risorgerà non più creato ma creatore, saprà
la formula il contatto fra ovulo e sperma fra
spora e tronco e seme e terra. Saprà
il principio d’ogni cosa la durata
saprà l’eterno il paradiso di Dante
l’avrà a memoria ogni verso e
anche le parole scritte ora
lui le avrà già sapute quella volta
lì nel sepolcro al fresco dove
la morte è uno stecco un niente
un avanzo un imbroglio e il resto
tutto il resto vita solo vita
solo luce e vita niente altro.

.

[da Senza polvere senza peso – So dare ferite perfette, Mariangela Gualtieri, 2006, Ed. Einaudi]

.

.

Immagine di copertina, opera di Laura Salvi

.

La lavanda dei piedi

.

.

.

.

.

Io lo conosco:
ha riempito le mie notti con frastuoni orrendi,
ha accarezzato le mie viscere,
imbiancato i miei capelli per lo stupore.
Mi ha resa giovane e vecchia
a seconda delle stagioni,
mi ha fatta fiorire e morire
un’infinità di volte.
Ma io so che mi ama
E ti dirò, anche se tu non mi credi,
che si preannuncia sempre
con una grande frescura in tutte le membra
come se tu ricominciassi a vivere
e vedessi il mondo per la prima volta.

.

[Da Corpo d’amore, Alda Merini]

.

.

Immagine di copertina, opera di Laura Salvi

.

.

Bozzetti

Prometto che non vi tedierò oltre con proposte dello stesso Autore. Sai com’è, l’entusiasmo che danno certe letture, seppur estemporanee. Tuttavia, vorrei portare la vostra attenzione sulle poche righe che seguono, estratte dai diari di Franz Kafka, stavolta trascritte integralmente, senza ulteriori manipolazioni. Le riporto perché, da scrittore, oltre al senso primario, alla breve annotazione di frammenti di alcune scene, vi ho trovato traccia di un metodo, un metodo che definirei pittorico. Non sono solo appunti, sono schizzi, abbozzati in fretta sulla pagina prima di coricarsi, per poi tornarvi sopra in un secondo momento, forse.

Fate così anche voi?

.

Nuit, E. Munch – web

.

.

26 dicembre. […] Albergo a Kuttemberg Moravetz. Servo ubriaco, cortiletto coperto con lucernario. Un soldato si appoggia, su fondo scuro, alla ringhiera del primo piano verso il cortile. La finestra della stanza che mi offrono dà su un corridoio scuro senza finestre. Divano rosso, luce di candela. Chiesa di S. Giacomo, soldati devoti, voce di fanciulla nel coro. […]

.

[F. Kafka, Diari 1910-1923, Ed. Mondadori, 1977, Trad. Ervino Pocar]

.

.

Annoto, anch’io.

Non solo gli occhi, tutti i sensi sono coinvolti in questa estrema sintesi percettiva e cognitiva. La scrittura di Kafka è notturna, ovvero interiore, uterina, viscerale. Kafka è ciò che scrive, il suo stesso corpo (malato) si materializza e vive attraverso le sue parole, le immagini che riproducono. Il corridoio scuro e cieco potrebbe essere il suo intestino.

Siamo nel 1914, sono trascorsi i primi 5 mesi di guerra; il dettaglio della “voce di fanciulla nel coro” non può che richiamarmi il celeberrimo racconto (uno dei nove) di J.D. Salinger: Per Esmé: con amore e squallore, scritto probabilmente ad anni di distanza, ma ambientato in Europa, in Inghilterra, durante la seconda guerra mondiale. Una geniale, ironica, commovente, orrifica trasposizione dell’atmosfera del fronte, vissuta e trascritta con estrema efficacia, peraltro da posizione defilata, nelle retrovie.

Ecco, penso che su un taccuino di J.D. Salinger (che credo sia stato molto più attento di F.K. nell’impedirne la postuma pubblicazione) si potrebbe trovare un appunto pressoché identico: “voce di fanciulla nel coro“. La registrazione di un piccolo dettaglio, eppure imprescindibile per la sensibilità dello scrittore; uno spunto, un piccolo seme. Fiorito anni dopo in un racconto capolavoro.

.

Insomma, non so se sarò in grado di mantenere la promessa d’apertura; quel che è certo è che ne scriverò più diffusamente (e organicamente) in altra sede.

P.

Fine estate

Un giorno una ragazza indossò un vestito bianco
e poi si innamorò di me.
Era molto infelice per questo e non mi è riuscito di consolarla,
che è sempre una cosa difficile.

Un altro giorno, dopo un breve riposino pomeridiano,
aprii gli occhi non ancora del tutto sicuro della mia vita
sentii mia madre che con tono naturale domandava: “Cosa fate?”
Una donna dal giardino rispose: “Faccio merenda nel verde”.
Mi stupii della saldezza con cui gli uomini sanno sopportare la vita.

Un altro giorno mi rallegrai con un dolore inquieto
dell’eccitazione di un giorno che era nuvoloso.

Poi ci fu una settimana confusa,
o due, o ancora di più.
Poi mi innamorai di una donna.
Poi una volta si ballò all’osteria ed io non ci andai.
Poi fui malinconico e molto stupido,
così che inciampai sui sentieri di campagna
che qui sono parecchio ripidi.

Poi una volta lessi questo passo dei diari di Byron: “Da una settimana non esco di casa.
Da tre giorni faccio boxe con il mio maestro di scherma
per quattro ore al giorno, nella biblioteca, con le finestre aperte
per portare pace al mio spirito.”

E poi,
e poi l’estate è giunta al termine
e io trovo che si stia facendo fresco,
che sia tempo di rispondere alle lettere estive,
che la mia penna sia scivolata un poco,
e che, perciò, potrei deporla.

.

[liberamente tratto e rielaborato da una lettera di Franz Kafka a Max Brod, Praga 28/08/1904]

Il metodo poetico

Un accostamento illuminante. Kleist e Kafka, due incipit.

“A M., una importante città dell’Italia settentrionale, la Marchesa di O., una dama di fama eccellente e madre di molti bambini ben educati, fece sapere attraverso i giornali che a sua insaputa era in stato interessante, che il padre del bambino che avrebbe partorito si doveva far vivo, e che lei per ragioni di famiglia era decisa a sposarlo.”

[La marchesa di O., racconto di Heinrich von Kleist, 1808]

“Allorché Gregor Samsa si svegliò una mattina da sogni inquieti, si trovò nel suo letto trasformato in un mostruoso insetto. Giaceva sul duro dorso corazzato, e, quando alzò un po’ la testa vide il suo ventre bruno e convesso, diviso da costole arcuate, e con la sommità del ventre che riusciva a stento a trattenere la coperta che era sul punto di scivolare giù del tutto.”

[La metamorfosi, racconto di Franz Kafka, 1915]

“Ciò che colpisce nella lettura di questi due incipit è l’intenzionale non concordanza di quello che viene raccontato con il modo in cui viene raccontato, la contraddizione fra l’avvenimento insolito e il tipo di relazione protocollare. […] La prosa di Kleist, l’opera di Stendhal e Mérimée e l’opera di Kafka spinta fino alla tensione estrema, è l’unione contraddittoria dell’essere coinvolto con la distanza conquistata a forza.”

[Ernst Fischer, Karl Krauss, Robert Musil, Franz Kafka, 1962]

Ancora sto qui

Un estratto – con qualche a capo in più – dei Diari di Kafka.

Mi ha colpito molto.

Il sogno, la sensualità, la caduta. Verticale, senza fine.

La modernità di scritti come questo.

Ancora sto qui

nella mia sofferenza

ma già mi viene incontro dietro a me la mostruosa macchina dei miei piani;

la prima piccola piattaforma scivola sotto i miei piedi

ragazze nude

come nei carri di carnevale di terre migliori

mi portano all’indietro su per i gradini

io fluttuo sospeso

visto che le ragazze fanno lo stesso

e sollevo la mano

e ordino la pace.

Cespugli di rose mi stanno accanto

bruciano fiamme di incenso

vengono abbassate corone di alloro

si spargono fiori davanti e sopra di me

due trombettieri, come fossero formati di pietra squadrata

suonano fanfare

piccola gente corre intorno in massa ordinata dietro ai capi

i posti liberi, vuoti, bianchi, tagliati dritti

diventano oscuri, mossi e sovraffollati;

sento i limiti degli sforzi umani e faccio

dalla mia altezza

con sforzo e abilità piombatami improvvisamente addosso

il pezzo di bravura di un uomo serpente ammirato molti anni fa…

E già cinquanta code di diavolo mi spazzano il viso

il terreno diventa molle

affondo con un piede

poi con l’altro

le grida delle ragazze mi inseguono fino in fondo

in cui sprofondo verticalmente

in un pozzo che ha il diametro del mio corpo

ma una profondità senza fine.

[liberamente tratto e rielaborato dai Diari 1910-1923 di Franz Kafka]

L’irreale diventa reale. Un’illusione d’amore.

.

.

E. Schiele, “Abbraccio” – web

.

.

Quando ti si ascolta – interruppe Agathe il fratello con un rimprovero che tradiva la sua partecipazione interiore – allora si dovrebbe pensare che la persona reale non si ama realmente, e la persona irreale, realmente!

Proprio questo ho voluto dire, e qualcosa di simile ho anche sentito da te.

Ma in realtà le due persone sono infine una sola! […] Forse anche la persona reale diventa del tutto reale solo nell’amore? Forse prima non è completa?

[R. Musil, da “L’uomo senza qualità”, romanzo incompiuto]

Musil e la “romantica” ricerca di una soluzione all’eterno dilemma esistenziale, rappresentata nell’amore “impossibile” fra fratello e sorella (Ulrich e Agathe nel romanzo).

Claudia Ruggeri

In questi giorni mi rifugio in qualche breve lettura. Versi, come morsi d’esistenza, di presenza a me stesso. Un breve, ma importante calore, goccia di linfa nella cannula che mi tiene in vita.

P.

.

Amo

del tuo volto

il tenero

versante

di luce

che ho sognato

accennare il mio

nome

contro un giorno

da mettere

al mondo

.

[da Dormire di gioia]

.

Quest’albero

che “tu” hai cresciuto

nel mio seno

duro come un cadavere

in un affanno cosmico

ispessisce

ed è la crudeltà

che tu piantasti

per essere ingannato

mentre io

relativa

t’abbracciavo.

Sento nel mio corpo

quel seme

che piantasti,

farsi albero,

crescere… ispessirsi

dentro un affanno

cosmico.

La crudeltà

mi ha preso

di stringerti

e ingannarti.

.

[da Canto di madre]

.

.

[Claudia Ruggeri, da Canto senza voce, Terra d’ulivi edizioni, 2013]

Questo verbo

.

Trovammo il marmo che fu soglia

e tutto tacque:

a te il grido, la parola

obliqua che pende

dal nome: a te quanto

i cieli crollati nel fiore rivelano.

Che la voce redima le vertigini

tra verso e precipizio, che annunci

la crepa nella sfera che ci strazia.

Accolto da una lingua questo verbo

benedica l’avvenire e lo devasti.

.

.

[Mattia Tarantino, da Fiori estinti, Terra d’ulivi edizioni, 2019]

.

Questo giovane poeta promette grandi cose.

P.

.

Immagine di copertina: Elio Scarciglia