In erba

di Federica Ziarelli

Terra d’ulivi edizioni, 2019

Lo ammetto, per un bel pezzo ho pensato di “avere a che fare” con una giovane donna di … 20 anni? Per il suo aspetto fisico, indubbiamente, ma anche per il “timbro” della sua cifra poetica. Perché in realtà, il tema dell’età del sentire è in qualche modo centrale nell’opera di Federica Ziarelli e lei stessa l’ha sottolineato nel titolare la sua ultima raccolta di poesie.

Poiché non sono un critico letterario, però, né mi reputo in grado di scrivere una recensione, per far intendere quello che avverto leggendo i suoi versi, prendo a prestito le parole, efficaci ed esaustive, di Francesco Palmieri, tratte da un articolo per la rubrica “Stanza critica” della rivista letteraria Menabò (N. 5) di Terra d’ulivi edizioni.

“… una poesia in erba, ma non per ragioni anagrafiche, non per indicare che si tratta di versi scritti da una penna giovane o giovanissima, bensì per la cifra stilistica che la caratterizza. E’ la stessa autrice, nella poesia d’apertura, ad indicare il tempo generico del suo sentimento poetico – ‘Annusai un profumo a quattro anni…’ – un’età in cui sicuramente non è la parola a fotografare quanto della realtà viene percepito, un tempo in cui non c’è sintassi, dialettica, costruzione grammaticale complessa, ma sensazione, emozione, thauma aristotelico, meraviglia e, perché no, anche l’intuizione di un terrore ancestrale, primario, legato non tanto al presentimento del dramma della condizione umana, quanto invece a quell’immensità e assolutezza agorafobica del cosmo la cui percezione, a confronto della nostra infinitesimalità, non può che determinare lo sconcerto dell’io. E nella poesia della Ziarelli li incontriamo entrambi questi due paradigmi psichici; meraviglia e orrore, dove a prevalere però è il primo.”

Con il pastello bianco

tempestavo il buio di stelle.

Invece della noia

cominciai a disegnare

qualcosa:

faceva più chiarore.

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Visto che ho un mucchio di semi dentro

rido

perché sono piccina piccina

e gli anni mi germoglieranno

dalla bocca giardini.

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La morte non è

campo che si secca

ma cervo

che al termine della sua corsa

si ritira dietro il grande cespuglio.

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Continua puntuale Palmieri:

“L’espressione ‘In erba’, qui, non è sinonimo di ingenuità o di linguaggio ancora immaturo, è invece una condensazione semantica i cui costitutivi fondamentali sono, da una parte l’immedesimazione identitaria con una Natura innocente, drammatica eppure rigenerativa, dall’altra la ferma fedeltà ad un linguaggio emozionale che cerca di mantenere integra la comunione sacrale e primigenia fra percezione e parola.”

“… ‘poesia necessaria’, dove la necessità non è determinata dalla penuria di produzione poetica oggi fin troppo sterminata bensì dall’urgenza necessaria di ritrovare e ridare allo sguardo e al sentire umano quella verginità sensoriale ed immaginativa che, oltre alla riscoperta delle percezioni primigenie e in qualche modo ‘infantili’ del mondo, sappia dare – nella loro forma verbale – quella risonanza semantica che solo la poesia riesce a creare.”

Prendi il mio amore

con allegria

come a bocca aperta

la pioggia un ragazzino.

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La costanza è del mare

e tutto quel cielo

sulle sue spalle

all’infinito.

Federica Ziarelli (1980) vive a Perugia. Scrittrice, saggista, poetessa, ha esordito con il romanzo Sono venuto a portare il fuoco (Porzi editoriali, 2010). Ha pubblicato nel 2016 la raccolta di racconti e poesie Aspettando l’aurora (Midgrad Editrice) e nello stesso anno la silloge poetica Gli occhi dei fiori (Premio Midgrad Poesia). E’ del settembre 2019 il saggio Un’oscura capacità di volo, poete e poetiche dell’Umbria di oggi (Edizioni Era Nuova). Coordina eventi artistici. Sue poesie sono apparse su antologie, blog e riviste di letteratura.

Est-ce que ce monde est sérieux?

Dopo tanto tempo, stamattina mi sono tornate alla mente le note di questa meravigliosa canzone. Mentre mi preparavo per uscire e andare al lavoro, i versi si dipanavano alla memoria come brume del mattino… consegnandomi una domanda.

“Je pensais pas qu’on puisse autant
S’amuser autour d’une tombe…”

“Est-ce que ce monde est sérieux?”

La corrida

Depuis le temps que je patiente

Dans cette chambre noire

J’entends qu’on s’amuse et qu’on chante

Au bout du couloir

Quelqu’un a touché le verrou

Et j’ai plongé vers le grand jour

J’ai vu les fanfares, les barrières

Et les gens autour

Dans les premiers moments j’ai cru

Qu’il fallait seulement se défendre

Mais cette place est sans issue

Je commence à comprendre

Ils ont refermé derrière moi

Ils ont eu peur que je recule

Je vais bien finir par l’avoir

Cette danseuse ridicule

Est-ce que ce monde est sérieux?
Est-ce que ce monde est sérieux?

Andalousie je me souviens

Les prairies bordées de cactus

Je ne vais pas trembler devant

Ce pantin, ce minus!

Je vais l’attraper, lui et son chapeau

Les faire tourner comme un soleil

Ce soir la femme du torero

Dormira sur ses deux oreilles

Est-ce que ce monde est sérieux?
Est-ce que ce monde est sérieux?

J’en ai poursuivi des fantômes

Presque touché leurs ballerines

Ils ont frappé fort dans mon cou

Pour que je m’incline

Ils sortent d’où ces acrobates

Avec leurs costumes de papier?

J’ai jamais appris à me battre

Contre des poupées

Sentir le sable sous ma tête

C’est fou comme ça peut faire du bien

J’ai prié pour que tout s’arrête

Andalousie je me souviens

Je les entends rire comme je râle

Je les vois danser comme je succombe

Je pensais pas qu’on puisse autant

S’amuser autour d’une tombe

Est-ce que ce monde est sérieux?
Est-ce que ce monde est sérieux?

Si, si hombre, hombre

Baila, baila

Hay que bailar de nuevo

Y mataremos otros

Otras vidas, otros toros

Y mataremos otros

Venga, venga a bailar

Y mataremos otros

[Francis Cabrel, 1994]

Dello scrittore

[diffidate gente, brutta razza]

 

Scrittore

 

Scrivere è un mestiere per solitari. Ti prosciuga. In un certo senso, uno scrittore non ha una vita propria. Anche quando l’hai di fronte non c’è veramente.

 

[Paul Auster, da Trilogia di New York, Einaudi Ed.]

 

Letto così, fuori dal contesto in cui è incastonato, sembra il classico aforisma. Facile, banale. Il mito dello scrittore, la maschera dietro la quale (ci) si compiace, con la quale (ci) si diverte a giocare, interpretando il personaggio…

Il personaggio, appunto.

Quando ho iniziato a leggere Trilogia di New York, arrivando dall’energia centrifuga e imprevedibile di Singer (Nemici, cfr. alcuni precedenti post), ho pensato più volte di cambiare libro. Ne facevo sì una questione di stile, ritmo, passo, mood, che dir si voglia, ma anche di sostanza. La scrittura piana, il lento, paziente a tratti compiaciuto sviluppo di un pensiero lineare, per niente complesso, e di una psicologia del personaggio altrettanto accessibile, esposta quasi con piglio didattico… L’apparente fragilità della trama, a sua volta troppo chiara e spogliata di qualsiasi orpello e colpo di scena, intenzione questa dichiarata in modo programmatico fin dall’inizio, che fa sì che il lettore percepisca il vuoto e la mano dello scrittore che cerca di colmarlo… Insomma, tutto votava per l’abbandono. Avevo ancora voglia di montagne russe, di colpi di genio, di una scrittura che mi tenesse acceso di pagina in pagina, fatta di adrenalina e rimandi, di personaggi fascinosi, folli, esuberanti o straordinariamente inconcludenti; volevo ancora godere di intuizioni e immagini geniali.

Invece. Ero sceso da una Ferrari per ritrovarmi su un’utilitaria, per di più fermo, immerso nel traffico stagnante della Grande Mela.

Il titolo della Trilogia assegna a New York una responsabilità a mio avviso esagerata. E’ vero, lei c’è sempre. E’ forse l’unico punto fermo. A tratti è percorsa con dovizia di particolari, di indicazioni, che sembra quasi di sentire la voce di un navigatore o l’odore dell’asfalto sotto i piedi. Eppure anche New York è un flop, un buco nell’acqua, un non-luogo. C’è, vive, pulsa, ma – questo viene chiarito quasi subito – è solo uno sfondo. Assume una fisionomia solo quando rifulge della sua stessa storia, della sua memoria…

Un destino che l’accomuna ai protagonisti dei tre romanzi. Anonimi, indefiniti, per certi versi labili e cangianti, in un processo continuo di trasformazione psicologica e fisica, di meta-identificazione; si confondono l’uno con l’altro, uno dentro l’altro, con i loro stessi testimoni, con i loro stessi artefici, in un continuo gioco di specchi. Non a caso si tratta di storie di “investigazione”.

Non fraintendete: giallo, noir stanno di casa qui come certe carte da parati, certe cornici anonime appese alle pareti, come l’impersonale mobilio di un appartamento affittato a settimane, o a ore.

L’investigazione, qui, è un’altra.

Sembra che Auster, che peraltro è stato autore di romanzi gialli sotto pseudonimo…, nei tre romanzi, in uno dei quali inserisce anche se stesso – egomet, Paul Auster in persona, con tanto di famiglia al seguito, in un grazioso cameo essenzialmente dedicato a Cervantes e al suo Don Chisciotte – sembra che Auster – dicevo – abbia scritto i tre romanzi cercando di rispondere (o non riuscendo a rispondere) a un’unica domanda: chi sono io che scrivo, che ti racconto? Chi sei tu che vivi sulla mia pagina, che mi interroghi quotidianamente? Sono io che ti scruto dalla mia finestra o piuttosto tu che fai la stessa cosa con me, o addirittura ti prendi gioco di me, riducendo la mia vita a un continuo, svuotante stare alla finestra, o forse allo specchio.

Finestre, binocoli, specchi, report e missive, incontri più o meno casuali. Travestimenti. L’arte dell’immedesimazione e dell’impersonare che si piega su se stessa. Insomma, un Uno, nessuno, centomila con abiti e strumenti di Alfred Hitchcock. Un’indagine speculativa, al cui centro sta il tentativo di definire un’identità, lo sforzo di fissare sulla pagina scritta qualcosa che vada oltre l’elencazione fedele dei fatti e in qualche modo la fissi. C’è la Letteratura, che a mo’ di contraltare sembra essere il vero caposaldo e dare concreti spunti ed esempi di vita. Non a caso gli unici personaggi che sembrano avere un’identità certa, banalmente un nome e un cognome, sono proprio quelli dei classici letterari. E i loro Autori…

Non aggiungo altro a questa mia indagine, pardon!, a questa mia riflessione scompaginata. Credetemi, non potrebbe essere altrimenti.

Ah!, dimenticavo… Nel libro troverete anche anche Mr. Orange e Mr. Brown, e Mr. Black e Mr. White… Ma questa è tutta un’altra storia.

Soggetto, non oggetto

[una dichiarazione d’amore]

 

Fin dall’inizio, con lei fu tutto diverso. Non finzione stavolta, non qualche proiezione delle tue fantasie interiori, ma una persona reale, e lei impose la sua realtà su di te dall’istante in cui vi metteste a parlare, cioè da un istante dopo quello in cui il comune conoscente vi presentò nell’atrio del centro 92nd Street Y dopo una lettura di poesia, e dato che lei non fu né ritrosa né sfuggente, dato che ti guardò negli occhi e affermò se stessa come una presenza fondatissima, non avesti modo di tramutarla in qualcosa che non era – cioè di inventarla, come avevi fatto nel passato con altre donne, perché si era già inventata da sé. Bella, certo, senza ombra di dubbio una bellezza sublime, una bionda alta più di un metro e ottanta con gambe lunghe, magnifiche, e i polsi esili di una bimba di quattro anni, la personcina più grande che avessi mai visto, o forse la più piccola fra le grandi, eppure non stavi guardando un remoto oggetto di splendore femminile, stavi parlando con un soggetto umano vivo e respirante. Soggetto, non oggetto, perciò non erano consentite illusioni. Non erano possibili inganni. L’intelligenza è l’unica qualità umana che non si può simulare, e quando i tuoi occhi si furono abituati allo splendore della sua bellezza capisti che era una donna geniale, una delle menti migliori che avessi mai incontrato.

 

[Paul Auster, da Diario d’inverno, Einaudi Ed.]

 

Paul Auster, Siri Hustvedt

Paul Auster, Siri Hustvedt – web

Sopravvivenza

[la ricetta di Herman]

 

Sopravvivenza

 

Nella filosofia personale di Herman, a garantire la sopravvivenza era la scaltrezza. Dal microbo all’uomo, da una generazione all’altra, la vita si affermava sottraendosi ai gelosi poteri della distruzione. Proprio come durante la prima guerra mondiale avevano fatto i contrabbandieri di Cywkow, che si riempivano gli stivali e le camice di tabacco, si nascondevano addosso merci di ogni genere, e varcavano clandestinamente il confine, infrangendo la legge e corrompendo i funzionari, così nel corso delle epoche si era fatto furtivamente strada ogni singolo protoplasma. Era andata così quando erano comparsi i primi batteri nel limo ai bordi dell’oceano e sarebbe andata così una volta ridotto il sole in cenere, quando l’ultima creatura ancora viva sulla terra sarebbe morta di freddo o in qualunque altro modo prevedesse il copione del dramma biologico finale. Gli animali avevano accettato la precarietà dell’esistenza e la necessità della fuga e dell’astuzia; solo l’uomo cercava la sicurezza e invece riusciva a causare la propria rovina.

 

[Isaac Bashevis Singer, Nemici – Una storia d’amore, Trad. Marina Morpurgo, Ed. Adelphi, pp. 223-224]

 

Segue un interessante quanto caustica descrizione della “scaltrezza” dimostrata dal popolo Ebreo nel corso della storia, biblica e moderna, “riuscito a passare surrettiziamente attraverso il crimine e la follia” e dell’ulteriore passo avanti compiuto da Herman, protagonista del romanzo e sopravvissuto all’annullamento della Shoah divenendo un irriducibile fatalista e nichilista, in grado, in quanto ebreo, di ingannare tutti e tutto, inclusa la sua stessa fede, quindi se stesso. Ma questa è un’altra storia, o solo una parte.

Herman e la metafisica

[o delle imprese di Maciste nella valle dei farmacisti]

 

Non voglio fare una recensione o roba del genere, non ne sarei mai in grado. Voglio solo prendere qualche appunto e condividerlo con voi. Avete presente quei momenti in cui state leggendo e d’un tratto sorridete, rileggete più volte, assaporando, poi alzate gli occhi in cerca di qualcuno cui citare ad alta voce? Sono momenti preziosi nella lettura di un libro. Ecco, quello che sto leggendo – sono circa a metà – me ne sta regalando parecchi. Ed eccomi qui.

 

Isaac Bashevis Singer

NEMICI
Una storia d’amore

[Adelphi]

Nemici, una storia d'amore

 

Il protagonista della vicenda, Herman, un ebreo scampato alla Shoah e migrato a New York, conduce un’esistenza che, banalizzando brutalmente, definirei “incasinata”. Non credo di fargli un torto enorme usando questo aggettivo. Non è un tipo che si prende troppo sul serio. Meglio, è un fatalista. L’intelligenza non gli manca, tutt’altro, è che non mostra di volerla usare per opporsi o mutare il corso degli eventi. Né gli manca l’ironia nell’interpretarli, o un’invidiabile capacità nel darne un’interpretazione filosofica o metafisica. Religiosa no, quello no. Sia chiaro: Herman è figlio della sua gente, della sua cultura, della sua religione. E’ un ebreo, ma non osservante. Non è un miscredente. E’ un tiepido, uno di quelli che nel giorno del giudizio universale Dio vomiterà dalla propria bocca. Sa, conosce, non rinnega, ma nemmeno promuove. Non interpreta, non vive. La sua visione del mondo non passa attraverso la Bibbia, non di primo acchito quanto meno. Il Libro Sacro è dispensatore di saggezza e verità, ma la definizione di ogni cosa per Herman arriva quasi sempre da un’altra fonte, spesso, e in maniera acuta e puntuale, per bocca di un filosofo occidentale. Non a caso, prima della guerra, il giovane Herman si era iscritto, appunto, a filosofia.

Ed era qui che volevo arrivare. A quelle definizioni, quelle visioni. Così efficaci, incisive. Quelle che leggendo ti vien voglia di sottolineare.
Riporto solo qualche esempio, qualche chicca.

 

Herman e i figli. Ogni donna Herman incontri nella sua vita gli chiede un figlio. Lui, però, i bambini non li ama. Non ne vuole. Tanto da abbandonarli. Siamo ancora in Polonia, prima della guerra.

Tre anni dopo il matrimonio, Tamara diede alla luce una bambina – ovvero secondo Otto Weininger (che all’epoca secondo Herman era il filosofo più coerente) una creatura “priva di senso logico, priva di memoria, amorale, un mero recipiente di sesso”.

Masha. Il mio personaggio preferito. Sfaccettato, energico, affascinante, eccentrico, vulcanico, afflitto, nevrotico. Il suo ritratto dura interi capitoli, riempie spumeggianti dialoghi, si ramifica, avvolge tutto, si spinge in perverse immaginazioni sessuali, addirittura in grado di stuzzicare anche la pelle squamata del nostro Herman. Non basta un solo pensatore per inquadrarla, ma tant’è.

Herman sedeva in silenzio, preoccupato per la complessità della sua situazione. Si era trattenuto nel Bronx per tre giorni. Aveva telefonato a Jadwiga e le aveva detto di essersi dovuto recare a Baltimora dopo Filadelfia, e le aveva promesso che sarebbe rientrato quella sera. Ma non era sicuro che Masha l’avrebbe lasciato andare; avevano parlato di andare al cinema insieme. Lei faceva ricorso a qualunque espediente pur di tenerselo accanto, e si sforzava di rendergli le cose difficili. Il suo odio nei confronti di Jadwiga rasentava la follia. Se Herman aveva una macchia sui vestiti o alla sua giacca mancava un bottone, Masha accusava Jadwiga di trascurarlo, di vivere con lui solo per farsi mantenere. Agli occhi di Herman Masha era il miglior punto a favore della tesi di Schopenhaeur secondo cui l’intelligenza non è altro che una serva della volontà cieca.

Di seguito, invece, una saggia descrizione del “nostro” modus vivendi (siamo a NY negli anni ’60…).

Grazie a Dio, era troppo preso dai propri affari per ricordarsene. Il rabbino prendeva appunti, ma poi non li consultava mai. Nessuno degli antichi filosofi e pensatori avrebbe potuto prevedere un’epoca come quella: l’epoca della frenesia. Lavora in fretta, mangia in fretta, parla in fretta, addirittura muori in fretta. Forse la fretta era uno degli attributi divini. A giudicare dalla velocità del flusso elettromagnetico e dalla rapidità del moto delle galassie che si allontanano dal centro dell’universo,  si potrebbe concludere che Dio è impaziente.

Qui niente filosofia, almeno non in forma diretta, o di citazione. Ma una visione che nell’arte di caratterizzare il personaggio, in questo caso Masha, definirei geniale oltre che divertente.

Herman si riaddormentò. Anche i suoi sogni andavano di fretta, si incalzavano, spazzando via il principio d’identità, negavano le categorie della ragione. Sognò che mentre faceva l’amore con Masha la parte superiore del corpo di lei si era staccata da quella inferiore e di fronte a uno specchio gli rimproverava di fare sesso con una mezza donna. Aprì gli occhi.

Ecco come appare il nostro apatico e abitudinario Herman nel momento in cui viene a conoscenza di un’imprevedibile, ingombrante, imbarazzante novità…

“Vengo subito” ripeté Herman. Cercò di riagganciare, ma la cornetta gli cadde dalle mani e rimase a spenzolare all’estremità del filo. Gli parve di sentire ancora la voce di Abraham Nissen. Aprì la porta della cabina. Fissò il bianco che aveva di fronte, una donna seduta su uno sgabello sorseggiava una bibita con la cannuccia mentre un uomo le serviva dei biscotti. La donna stava civettando con il tizio e tutte le rughe della faccia imbellettata sorridevano imploranti. Herman rimise a posto la cornetta, uscì dalla cabina, e si avviò verso la porta.
Masha lo accusava spesso di essere un “robot” e in quel momento Herman era d’accordo con lei. I suoi sentimenti erano arginati da una diga e la sua mente calcolava con freddezza. L’appuntamento con Masha era alle quattro. A Jadwiga aveva promesso che sarebbe stato di ritorno a casa entro sera. Doveva ancora finire il manoscritto del rabbino. Era fermo sulla porta del drugstore, e i clienti che entravano e uscivano gli finivano addosso. Gli tornò in mente una definizione di meraviglia data da Spinoza: “Quando la mente resta immobile perché l’immaginazione di una singola cosa non ha alcuna connessione con le altre…”

E rieccolo dopo qualche ora, al termine di quella che si definirebbe “una lunga giornata”.

Herman non riusciva a ricordare una giornata estiva lunga come questa. Gli tornò in mente David Hume, secondo il quale non esisteva una prova logica del fatto che il giorno dopo il sole sarebbe sorto. In questo caso mancava la prova logica che il sole sarebbe tramontato.

 

Isaac Bashevis Singer

Isaac Bashevis Singer – web

 

Ecco. Credo che Singer sia stato un vero maestro nel caratterizzare i propri personaggi. Herman, Masha, Tamara… Il suo Nemici, una storia da’more è un libro estremamente ricco in tal senso, un vero forziere. I suoi personaggi sono tridimensionali, dotati di verve, invadono la scena, i loro dialoghi ti incuriosiscono, ti stupiscono, ti prendono. Non a livello di pancia, ma di testa. Una qualche forma di fredda, illuminata razionalità, mista a fatalismo e nichilismo da “sopravvissuti”, pervade i protagonisti del romanzo, dando spazio a stoccate di pungente, aspra ironia.

Leggo Nemici di Singer dopo aver letto Il mio nome è Asher Lev, di Chaim Potok, romanzo che ho amato profondamente. Voglio credere che entrambi siano stati scritti a New York, magari a Brooklyn, nello stesso periodo (uscirono entrambi nel 1972). Impossibile non cadere nella trappola del confronto di come venga descritta e raccontata la vita degli ebrei scampati alla Shoah e fuggiti negli Stati Uniti durante o dopo la seconda guerra mondiale; di come direttamente o indirettamente vengano descritti l’ebraismo, il chassidismo; di come con occhi e sentimenti diversi possano essere trascritte, fatte conoscere e incontrare determinati vissuti, determinate esperienze, apparentemente simili, ma profondamente diverse…
Ma di questo magari parleremo un’altra volta.

Rapidità

[La perfetta essenzialità di un racconto]

 

Ofelia - J. E. Millais

“Ophelia”, di John Everett Millais – web

 

L’imperatore Carlomagno in tarda età si innamorò di una giovane ragazza tedesca. I baroni della corte erano molto preoccupati vedendo che il sovrano, tutto preso dalla brama amorosa, e dimentico della dignità regale trascurava gli affari dell’Impero. Quando improvvisamente la ragazza morì, i dignitari trassero un respiro di sollievo, ma per poco: perché l’amore di Carlomagno non morì con lei. L’imperatore, fatto portare il cadavere imbalsamato nella sua stanza, non voleva staccarsene. L’arcivescovo Turpino, spaventato da questa macabra passione, sospettò un incantesimo e volle esaminare il cadavere. Nascosto sotto la lingua morta, egli trovò un anello con una pietra preziosa. Dal momento in cui l’anello fu nelle mani di Turpino, Carlomagno s’affrettò a far seppelire il cadavere, e riversò il suo amore sulla persona dell’arcivescovo. Turpino, per sfuggire a quella imbarazzante situazione gettò l’anello nel lago di Costanza. Carlomagno si innamorò del lago e non volle più allontanarsi dalle sue rive.

[Da “Lezioni americane – Sei proposte per il prossimo millennio”, di Italo Calvino, Ed. Garzanti, 1988 – Capitolo secondo: “Rapidità”]

“Leggenda” tratta da un quaderno di appunti inedito dello scrittore romantico francese Barbey d’Aurevilly, scelta da Calvino fra tante e diverse versioni della medesima storia, e portata ad esempio per la sua lucente e ineguagliata efficacia narrativa.

Un’apologia

(… ma anche no)

Stamattina ho ricevuto queste righe da Silvia, lapoetessarossa.
Si riferiscono alla sua poesia pubblicata ieri qui sul “cielo vispo”:
per un mattino nella luce di inverno.
Le riporto qui.

Caro Paolo, cari lettori, vi devo delle scuse. Non posso dire di essere stata originale nei miei versi perché c’è qualcuno che, molto prima di me, li ha già scritti. Li avevo imparati a memoria, invero, credo, non tanto tempo fa. Perché mi piacevano, perché è un esercizio che faccio per tenerla allenata. Poi dimentico. Domenica mattina mi sono svegliata con delle parole in testa e i versi son venuti fuori facile. Li ho mandati a Paolo. Ieri insieme abbiamo trovato un titolo, che è un omaggio a una poesia di Prévert (un altro che dell’ amore ha scritto capolavori), e qui ci siamo dimenticati di dirlo [ho posto rimedio – ndr].

Ieri sera stavo stirando, proprio così, e quando stiro la mente vaga, oppure si concentra su qualcosa, un tormento per esempio, quello che avevo addosso e non ne trovavo la genesi. Mi è tornata in mente tutta insieme. Potete leggerla qui sotto.

FUGA

Non altro che questo era il nostro amore
fuggiva, tornava e ci portava
una palpebra china assai distante
un sorriso pietrificato, perso
nell’erba mattutina
una conchiglia strana che l’anima
tentava con insistenza di spiegare.

Non altro che questo era il nostro amore
frugava piano tra le cose intorno a noi
per spiegare perché ci rifiutiamo di morire
tanto appassionatamente.

E se ci reggemmo a lombi, se abbracciammo
altre nuche con tutta la nostra forza,
e confondemmo il respiro
al respiro di quella persona
se chiudemmo gli occhi, non era altro
che questo profondo desiderio di sorreggerci
nella fuga.

[Ghiorgos Seferis]

So che succede di adattare il proprio stile quando si legge tanto un autore, quando il suo sentire si appiccica addosso, quando piace. Qui sono andata un po’ troppo oltre, ma l’ho fatto inconsapevolmente.

Vi chiedo scusa. A tutti voi. Al poeta che l’ha scritta.

Silvia.

Non so. Non sono così d’accordo con lei. Ma ci tenevo a pubblicare la sua lettera. E’ interessante, trovo, questa cosa di essere filtri, depositari, distillatori di ciò che leggiamo. Tanto da esserne interpreti inconsapevoli (e ispirati, direi). Non so definire una linea di demarcazione netta fra una cosa, il leggere, che equivale a contaminarsi, farsi attraversare (se la materia è buona), e il comporre. L’originalità. Cos’è, come si misura? A me la poesia di Silvia piace moltissimo. Per me è sua, non un plagio inconsulto.
Voi che ne pensate?
P.

P.S.
A questo punto, però, scomoderei per intero anche il succitato Prévert, i cui versi rileggo sempre con grande piacere.

IL GIARDINO

Mille anni e poi mille
Non possono bastare
Per dire
La microeternità
Di quando m’hai baciato
Di quando t’ho baciata
Un mattino nella luce dell’inverno
Al Parc Montsouris a Parigi
A Parigi
Sulla terra
Sulla terra che è un astro.

[Jacques Prévert]

Le Jardin

Foto – Silvia Giusti

Non confondere l’amore con la vita

Pier Vittorio Tondelli

Pier Vittorio Tondelli – web

 

Vedere il lato bello, accontentarsi del momento migliore, fidarsi di questo abbraccio e non chiedere altro perché la sua vita è solo sua e per quanto tu voglia, per quanto ti faccia impazzire non gliela cambierai in tuo favore. Fidarsi del suo abbraccio, della sua pelle contro la tua, questo ti deve essere sufficiente, lo vedrai andare via tante volte e poi una volta sarà l’ultima, ma tu dici stasera, non è già l’ultima volta? Vedere il lato bello, accontentarsi del momento migliore, fidarsi di quando ti cerca in mezzo alla folla, fidarsi del suo addio, avere più fiducia nel tuo amore che non gli cambierà la vita, ma che non dannerà la tua perché se tu lo ami, e se soffri e se vai fuori di testa, questi sono problemi solo tuoi; fidarsi dei suoi baci, della sua pelle quando sta con la tua pelle, l’amore è niente di più, sei tu che confondi l’amore con la vita.

[Da “Biglietti agli amici” di Pier Vittorio Tondelli]

Supplica a mia madre

P.P. Pasolini e la madre

pierpaolopasolini.it

 

Tu sei la sola al mondo che sa del mio cuore ciò che è stato sempre, prima di ogni altro amore. Per questo devo dirti ciò che è orrendo conoscere: è dentro la tua grazia che nasce la mia angoscia.
Sei insostituibile. Per questo è dannata alla solitudine la vita che mi hai data. E non voglio essere solo. Ho un’infinita fame d’amore, dell’amore di corpi senza anima. Perché l’anima è in te, sei tu, ma tu sei mia madre e il tuo amore è la mia schiavitù.

[Pier Paolo Pasolini]