Stare, essere

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“Sembra che a volte tutto si fermi. Uno dopo l’altro i tuoi mondi smettono di muovere. E tu sei fermo con loro, nel tempo.”

In oscillazione.

Rimanere in quell’attimo di apnea, dove tutto continua ad essere possibile. E la forma di quel che sono è fluida. Libertà potenziale.

O ridare respiro al reale. Quello che c’è. Quello che sono. Quello che posso. In un divenire lento che però mi definisce. Acqua su pietra.

Sto. In questi pluriversi paralleli. E forse, IO SONO, solo nell’equilibrio instabile di questa molteplice appartenenza.

Aurelia

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La fragilità dei sogni

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Leggendo F. S. Fitzgerald, “Il Grande Gatsby”.
Traduzione a cura di Fernanda Pivano, ed. Einaudi.

 

 

Ho l’impressione che Gatsby stesso non credesse che sarebbe giunto, e forse non gliene importava più. Se era vero, doveva essergli parso di aver perduto il calore del vecchio mondo, di aver pagato un prezzo molto alto per aver vissuto troppo a lungo con un unico sogno. Doveva aver guardato un cielo insolito fra foglie spaventevoli e rabbrividito nello scoprire che cosa grottesca è una rosa e come è cruda la luce del sole su un’erba quasi non ancora creata.

 

 

Gli elementi, che fino a poco fa profumavano un velleitario ottimismo, decoravano un ideale, incorniciavano l’illusione di un amore premeditato, rincorso, nel tempo, sono qui finalmente denudati, resi palesi e freddi, al punto da risultare ostili.

La forza dell’intero romanzo si manifesta nella potente ambivalenza di queste immagini, abituali e rivelatrici; nell’impressionante cambio nella luce e nella percezione del mondo che esse raffigurano.

E’ il brusco, improvviso passaggio in ombra di un cielo primaverile. Quel che rimane, sotto quelle nubi agitate, è un’alba gelida, che, nell’illuminare l’angolo anonimo di uno sfarzoso giardino, porta con sé l’eco e il grigiore di uno schianto interiore, un crollo sordo.

Un mutamento repentino e epocale, in grado di svuotare un uomo dal suo interno.

Tale, la fragile gabbia di un sogno.

Al sopraggiungere dell’ombra

Non è possibile non intendere il fascino della parabola di vita narrata da Terrence Malick. Non è possibile sottrarsi al richiamo atavico della sua poesia.

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Che è fatta di colori, forme, immagini, rumori, cellule, foglie, embrioni, eliche, suoni, falangi…

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Infine sguardi, percezioni…
Parole.
E racconto.

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Come non essere condotto per mano da una così essenziale e potente narrazione?
Attraverso le età e le prese di coscienza.
La formazione dell’essere e del carattere.

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Fino a giungere alla visione.
Retrospettiva. Adulta.
Consapevole.

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Alla soglia dell’ombra.
Laddove lo sguardo non ha più bisogno di occhi per vedere.

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E ricevere.
Verità.
E luce.

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Finché dura il rimorso, dura la colpa

“Abele e Caino s’incontrarono dopo la morte di Abele. Camminavano nel deserto e si riconobbero da lontano, perché erano ambedue molto alti. I fratelli sedettero in terra, accesero un fuoco e mangiarono. Tacevano, come fa la gente stanca quando declina il giorno. Nel cielo spuntava qualche stella, che non aveva ancora ricevuto il suo nome. Alla luce delle fiamme, Caino notò sulla fronte di Abele il segno della pietra e lasciando cadere il pane che stava per portare alla bocca chiese che gli fosse perdonato il suo delitto.
Abele rispose:
– Tu mi hai ucciso, o io ho ucciso te ? Non ricordo più; stiamo qui insieme come prima.
– Ora so che mi hai perdonato davvero, – disse Caino, – perché dimenticare è perdonare. Anch’io cercherò di scordare.
Abele disse lentamente:
– E’ così. Finché dura il rimorso, dura la colpa.”

[J.L. Borges, “Leggenda” da “Elogio dell’ombra”]

Andando dove devi andare, e facendo quello che devi fare, e vedendo quello che devi vedere

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Nel caffè della stazione faceva caldo e c’era una buona luce. Il legno dei tavoli brillava, a furia di essere strofinato, e c’erano dei cestini di ciambelline salate in sacchetti di carta satinata…

Esistono scrittori in grado di aprirti gli occhi.
Di togliere veli e filtri che non sapevi di avere.
Di farti credere che prima di incontrarli non avessi mai letto veramente.
Di aver finalmente imparato a farlo.