Electrified desires

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ELECTRIFIED DESIRES

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we don’t cut the cuticles

that leave their heads in our electrified desires

as ticks do

we don’t even trim the nails

to have them under control behind the bars

of the computer keyboard

we don’t even file them to protect ourselves from scratching

while we write down the passwords

with which we enter

the three gates of our single cell

in which we are keeping our freedom so passionately

just for ourselves

we are alone – in between the automatic electronic messages

whose endings are all the same

and the life that keeps failing to begin

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DESIDERI ELETTRIFICATI

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non tagliamo le cuticole

che lasciano la testa

nei nostri desideri elettrizzati

come fanno le zecche

non tagliamo nemmeno le unghie

per averle sotto controllo

dietro le sbarre della tastiera del computer

non le limiamo nemmeno

per proteggerci dai graffi

mentre annotiamo le password

con cui entriamo nei tre cancelli

della nostra unica cella

in cui custodiamo così appassionatamente

la nostra libertà solo per noi stessi

siamo soli – tra i messaggi elettronici automatici

– i cui esiti sono tutti uguali –

e la vita che continua a non iniziare.

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Traduzione dall’inglese a cura di Claudia Piccinno.

Altri inediti dell’Autrice sono disponibili su menabonline.

Q.B.

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Entra in casa, siedi.

Chanel numero 5 non lo uso

ma ho sangue numero 0 nelle vene,

non porto calze né baci da 30 denari,

Giuda è solo il nome di un vino,

nessun grado di separazione fra la mia testa e il tuo cuore.

Ho apparecchiato la tavola:

1 foulard di seta per tovaglia

2 piatti di ceramica Galvani

2 foglie gialle per pulire le bocche

2 calici che ho scelto tra quelli non amari delle nostre vite

12 bacche rosse più per bellezza che altro

6 grani di pepe scuro

qualche frutto della mia immaginazione (a km 0)

1 uovo come centrotavola.

Dalla finestra odore di pioggia quanto basta (q.b.).

Tutto è giusto adesso,

anche quello che non ho calcolato,

anche le nostre ferite,

anche l’infanzia che è stata,

anche il vento fuori,

anche i cani randagi,

io che ti dico una cosa assurda riguardo all’uovo

e tu che ti commuovi.

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In soccorso: C’è tempo, Ivano Fossati

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[Odette Copat, da Un diario malincomico, sez. Autunno, un libro-diario-prontuario di cui dirò di più in un prossimo post]

farfalla

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Domande

e assenze

e tutti i dov’eri quando

che con le gambe tremanti

sui bordi di precipizi

di baci incerti

avrei voluto

dirti

e scambierei una moneta d’argento

per quell’ultimo mai dato

poi sarei caduta di sotto

nel solco dei nostri due mondi

volando come una farfalla

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[Lei, datazione incerta]

Ode alla madre

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Mariangela Ruggiu ci offre una piccola silloge dal valore inestimabile.

Ode alla madre. Una raccolta di versi nati in momenti, epoche, vissuti diversi; nel corso di un’esistenza e di una costante, immanente meditazione sul rapporto madre-figlia, sull’essere madre e sull’essere figlia, l’una e l’altra in un reciproco darsi, confrontarsi, confondersi, mescolarsi, distinguersi e identificarsi.

E’ un’opera interamente femminile. Un’ode alla madre, alla donna e al femminile. Alla possibilità e alla capacità di partorire e partorirsi in un’esistenza piena, integrale. Non mi avventuro, privo di mezzi adeguati, in un’analisi della profonda e ispirante reciprocità di ruoli e rapporti che anima le poesie raccolte in questa silloge. Mi limito a dire l’immediata commozione che suscita leggere questi versi, di cui mi permetto di fare qualche anticipazione.

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ti guardo che vai, mi cammini davanti

e non so trattenerti

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sento ancora l’odore caldo del pane

e il tepore del letto con la tua impronta

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non so quando verrà il tempo di salutaci

così ti saluto ogni giorno che sei

,

quando sarà conterò le cose che saranno perse

e imparerò l’angoscia di farmele mancare

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quando sarà smetterò di essere figlia

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e solo sarò madre a me stessa

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questo vorrebbero nasconderci della vita

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madre

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quell’assenza negli occhi, questa pelle bianca

e questo ricamo di vene

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il passo inchiodato, il cuore impazzito

e quella porta che si apre e poi si richiude

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ma noi lo sappiamo che sarà

e tutto diventa prezioso, moneta da spendere ora

investimento in sorrisi, fioritura di ricordi

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memoria del dolore presente

questo odore per sempre

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e tutto l’amore non detto

passato attraverso la pelle

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Sull’opera sono già disponibili in rete:

  • Una presentazione/intervista dell’Autrice, condotta da Angela Schiavone, qui
  • Un articolo di Carol Guarascio su Menabò online, qui

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Buone letture,

P.

Kintsugi

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Stefano Colletti fa poesia intima e universale. I suoi versi sono una riproduzione pittorica della natura specchio dell’anima. La luce dà forma, colore, movimento, vita a ogni cosa. La plasma, la definisce, e nel farlo rappresenta il mondo interiore dell’autore.

“L’idea del Kintsugi è che gli oggetti, gli utensili di porcellana che cadono e si spezzano, possano trarre da questa rottura una nuova bellezza: l’artigiano rimette insieme i pezzi grazie a una saldatura in oro fuso. Una cicatrice molto evidente, quindi, che però impreziosisce il piatto, l’urna, la tazza”.

Kintsugi è in qualche modo un racconto in versi, delicato e malinconico. Un percorso introspettivo in un preciso periodo della vita di un uomo, durato sei anni. Niente di straordinario, precisa l’autore:

“… questi sei anni, che hanno visto la crisi e poi la fine del mio matrimonio. Nulla di particolarmente originale, di questi tempi, ma da una parte l’acutezza e la saturazione con cui il dolore si è manifestato, dall’altra il poter scrivere di un’esperienza assai comune e davvero di portata esistenziale, mi hanno spinto a redigere una sorta di cronaca in tre momenti di come un amore appassisca, finisca lasciando il vuoto e lo sgomento, e infine permetta al terreno arso di ritrovare rugiada.”

Nulla di particolarmente originale e tuttavia essenziale, esistenziale, determinate, stravolgente, come solo l’ordinarietà delle cose sa essere. Prezioso come l’oro dei versi che hanno dato vita a questa raccolta.

La separazione genera una nuova persona, una nuova sensibilità. Il processo di rinascita e ricostruzione è lento e faticoso, paziente. Origina da cocci e frammenti di qualcosa che era prima ed è andato in pezzi. Ora è altra cosa, simile solo in apparenza a ciò che era prima. Arricchita, trasfigurata dal lavoro stesso di ricomposizione, “la ferita è risanata nel modo più prezioso” (Giancarlo Sissa).

Il Kintsugi di Stefano è durato anni. Maturato nella parola vissuta, avvicinata e trattata con cura e devozione, fino a farne elegante e avvolgente poesia di luce, armoniosamente attraversata e donata al lettore.

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L’opera di Stefano Colletti si divide in tre parti, che seguono una cronologia. Riporto di seguito solo qualche estratto della prima, dal titolo: “I fogli del libeccio“. Mi ripropongo di proporne altri in futuro, condividendo così qualche frammento di un importante percorso che invito a compiere per intero.

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QUATTRO VITE

1

La semplice luce del sole, l’erba che si fa blu

All’orizzonte e il temporale che è solo

Una vescica di ruggiti – a questo meccanismo

Di precisione mancava solo la tua rotella dentata.

La nocchia bivalve è perfetta, tu sei la perla.

Non lo sarai a lungo, poi non lo sarai più.

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2

Forse c’è vita anche dove si va

Per un motivo. Ieri il motivo era afferrare

La stanchezza per la gola e tenerla ferma

Per farne un ritratto. Non ce l’ho fatta,

Ho navigato il calore per nulla.

Sceso rive su rive per nulla.

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3

Quello che ammazza sono le mattine.

Il ghiaccio fin dentro la terra, il momento

In cui è chiaro che sopravvivrai da solo.

Le siepi non sanno, né tua madre né

Il tuo stesso sangue, che il tuo nome soffoca

E la tua carne è pietra per i licheni.

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4

Canta per il tuo compleanno,

Canta d’agosto, perché non sai più

Le preghiere che ti avevo insegnato.

Quando la neve verrà sul grano

Che sarà, e lustrerai gli sci

E salirai in montagna – canta la canzone

D’agosto che è la migliore che sai.

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FAME DELLA CARNE

Agli angoli di strada sosta

L’umanità che non alza lo sguardo

Per il volo di un airone.

Qui non fa mai

Temporale, al più piove

Pioggia torbida che porta via

Mozziconi di sigarette

E lembi di stoffa bigi,

Strappati di dosso a chissà chi.

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Le voci lasciano cerchi

Graziosi come sassi in un’acqua nera.

Guardo la sera dietro

Le finestre, i cani al parco

Ne imbastiscono l’orlo.

E in tutto questo, io

Non ho capito

Altro: il fluido sparire

Incessante del mondo di uomini

E animali, città e campi dissacrati,

Il vento cieco, il sole

E le stagioni,

Sono solo la fame della carne –

L’episodio elettromagnetico

Che pulsa e tace

E si nasconde,

E torna a pulsare negli aeroporti

O sui boulevard

Come un’infezione.

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ADESSO CHE NON CI SEI

Adesso che non ci sei,

La casa si flette appena come le erbe

Alte dei campi, e io resto seduto

E guardo con occhi di uccello

La pianura di pioggia chiara

E i laghi di silenzio che hai lasciato.

Ma è più di questa casa a galleggiare

Alla deriva, la città intera sta scendendo

A valle e ognuno si porta dietro, alla fine,

Qualche respiro dell’infanzia e pochi

Spiccioli, cani cani senza guinzaglio

E canarini senza gabbia.

Di libri e stivali pareva

Non si potesse fare a meno,

Ma adesso che non ci sei

I posti solitari dove le cose pulsavano

Sono vuoti e il buio ci s’infila,

Entra nelle tasche dei vestiti e li logora.

Adesso è l’ora degli aironi,

Della luce che cresce nelle anse

Del fiume dove pescavano i vecchi

Di quand’ero bambino.

I desideri della sera cadono

In un punto dove i viaggi vanno

sempre a finire.

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CASE IN AFFITTO

Mi chiesero

“E il fantasma della vecchia l’hai visto?

Qui cadono i libri dagli scaffali…”

La vecchia trovata morta,

Appresi, davanti alla tv.

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Avevamo così poco allora.

Una bandiera sbiadita sbatteva al vento

In una stazione di servizio.

Anni trasparenti, il paese amabile.

Il sole di luglio che penetrava

Un minuto alla volta.

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Qui sono stipate montagne di cenere,

Molti colori, nessuno escluso,

Rauchi di onde e d’aria,

Di campi rugosi sotto le scarpe.

Questi muri di rami intrecciati,

Così forti al tatto,

Hanno visto partire chiunque,

E vagare con l’anima in fiamme,

Tornare la sera a coricarsi,

Accontentarsi del sussurro insonne

Di un abat-jour.

Il suono mesto di quelle stanze

Era l’autunno bagnato

Che ho provato a incidere

Sul legno di queste parole.

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[Stefano Colletti, da Kintsugi – I fogli del libeccio, 2020, Terra d’ulivi edizioni]

Perle d’ironia

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Un po’ d’ironia kafkiana.

Due piccole perle.

La seconda forse nota ai più, avendo per tema la letteratura.

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[Cartolina di posta pneumatica di Franz Kafka all’amico scrittore Max Brod, inviatagli una domenica mattina dall’ufficio dell’agenzia Assicurazioni Generali Trieste di Praga, dov’era impiegato. Da Un altro scrivere, Trad. Marco Rispoli, Ed. Beat]

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Praga, il: 29 marzo 1908

Reparto: triste del lavoro di domenica mattina

Mio caro Max,

che iniziale sfavorevole che hai!

Ma dal momento che ho troppo da fare e qui splende il sole, nell’ufficio vuoto ho avuto un’idea quasi perfetta, attuarla è poi cosa quasi economica. Invece della nostra pianificata vita notturna da lunedì a martedì potremmo organizzare una bella vita mattutina, incontrandoci alle 5 e 30 o alle 6 presso la statua della Madonna – con le donne, poi, non può andarci male – e andare al Trocadero o al Kuchelbad o all’Eldorado. Poi, se ci sta bene, possiamo bere caffè nel giardino sulla Moldava, o anche appoggiati alla spalla della Josci. Entrambe le cose sarebbero lodevoli. Al Trocadero infatti non ce la passeremmo male; ci sono milionari e gente ancora più ricca che alle 6 di mattina non ha più un soldo e noi arriveremmo allora, ripuliti da tutte le altre cantine, ormai purtroppo nell’ultima, per bere un minuscolo caffè, visto che ne abbiamo bisogno, e solo per fatto che eravamo milionari – oppure lo siamo ancora, chi lo sa più di mattina? – siamo in grado di pagare una seconda tazzina.

Come si vede, per questa cosa non c’è bisogno di nient’altro che di un portamonete vuoto e io posso prestartelo se vuoi. Ma se per una simile impresa tu dovessi essere troppo poco coraggioso, troppo poco spilorcio, troppo poco energico, allora non c’è bisogno di scrivermi e mi incontrerai lunedì alle 9; ma se lo sei, scrivimi immediatamente una cartolina di posta pneumatica con le tue condizioni.

Ho scoperto in effetti quella principessa montenegrina sulla via per l’Eldorado e allora pensai – tutto si dispone per l’ingresso in questo porto – che potremmo prendere le due ragazze come prima colazione, che a te è tanto cara.

Franz

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[Lettera di Franz Kafka a Max Brod, che aveva citato l’amico – e compagno di studi all’università di Legge – in un suo articolo del 9 febbraio 1907, apparso sulla nota rivista letteraria berlinese Die Gegenwart, nel quale paragonava lo stile di Kafka a quello di H. Mann, F. Wedekind e G. Meyrink; articolo del quale Kafka, che fino a quel momento non aveva ancora pubblicato nulla, si fa cinicamente beffa con ironia e compostezza ineguagliabili. Da Un altro scrivere, Trad. Marco Rispoli, Ed. Beat]

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Praga, 12/2/1907

Caro Max,

ti scrivo volentieri ancora, prima di mettermi a dormire; sono soltanto le quattro.

Ho letto ieri la Gegenwart, tuttavia con un po’ di inquietudine perché ero in compagnia e ciò che è stampato nella Gegenwart vuole essere sussurrato all’orecchio.

Dunque questo è carnevale, proprio carnevale, ma dei più adorabili. – Bene, così anche quest’inverno alla fine ho fatto un passo di danza.

Mi compiaccio particolarmente del fatto che non tutti riconosceranno in questo punto la necessità del mio nome. Infatti si dovrebbe leggere in quest’ottica già il primo capoverso e annotarsi il passo che tratta dell’armonia delle frasi. In quel caso si capirebbe che una lista di nomi che finisce con Meyrink (questo è evidentemente un riccio richiuso su se stesso) risulta impossibile all’inizio di una frase, se le parole seguenti devono avere ancora respiro. Inserire qui un nome con vocale aperta alla fine significa salvare la vita di ogni parola. Il mio merito, in ciò, è cosa da poco.

Triste è soltanto il fatto – so che tu non avevi questa intenzione – che a questo punto pubblicare in seguito qualcosa è diventato per me un’azione indecente, la tenerezza di questo debutto avrebbe un danno completo. E mai troverei un effetto che fosse pari a quello che è concesso al mio nome nella tua frase.

Tuttavia questa è oggi solo una riflessione marginale, sto piuttosto cercando di conoscere con certezza i confini della mia attuale fama, visto che sono un bravo bambino e un amante della geografia. Dalla Germania, credo, posso aspettarmi ben poco al momento. Infatti quanta gente lì legge una critica con attenzione costante fino all’ultimo capoverso? Questa non è fama. Diverso però è per i tedeschi all’estero, per esempio nelle provincie del Baltico, ancor meglio in America o addirittura nelle colonie tedesche, poiché il tedesco abbandonato legge la sua rivista interamente. La mia fama perciò è più salda che mai a Dar-es-Salaam, Ugigi, Windhoek. Ma proprio per tranquillizzare questa gente che si interessa così in fretta (è bello: fattori, soldati), avresti dovuto scrivere ancora tra parentesi: “Questo nome dovrà essere dimenticato”. Ti bacio, dà presto l’esame

Tuo Franz

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Curiosità: la posta pneumatica di inizio ‘900 può essere paragonata all’ email di oggi.

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Immagine di copertina: parte di mosaico delle Terme Deciane, conservato presso i Musei Capitolini, raffigurante la maschera teatrale tragica accanto a quella comica.

Venerdì santo

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Scassinerà la morte, quella
fortezza buia, sposterà il pietrone ridendo
cucirà le ferite senza ago solo andando
in un punto del respiro, vincerà
sulla materia e per questo poi salirà
senza peso. Vincerà la gravità
la consistenza l’odore il nome,
risorgerà non più creato ma creatore, saprà
la formula il contatto fra ovulo e sperma fra
spora e tronco e seme e terra. Saprà
il principio d’ogni cosa la durata
saprà l’eterno il paradiso di Dante
l’avrà a memoria ogni verso e
anche le parole scritte ora
lui le avrà già sapute quella volta
lì nel sepolcro al fresco dove
la morte è uno stecco un niente
un avanzo un imbroglio e il resto
tutto il resto vita solo vita
solo luce e vita niente altro.

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[da Senza polvere senza peso – So dare ferite perfette, Mariangela Gualtieri, 2006, Ed. Einaudi]

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Immagine di copertina, opera di Laura Salvi

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La lavanda dei piedi

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Io lo conosco:
ha riempito le mie notti con frastuoni orrendi,
ha accarezzato le mie viscere,
imbiancato i miei capelli per lo stupore.
Mi ha resa giovane e vecchia
a seconda delle stagioni,
mi ha fatta fiorire e morire
un’infinità di volte.
Ma io so che mi ama
E ti dirò, anche se tu non mi credi,
che si preannuncia sempre
con una grande frescura in tutte le membra
come se tu ricominciassi a vivere
e vedessi il mondo per la prima volta.

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[Da Corpo d’amore, Alda Merini]

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Immagine di copertina, opera di Laura Salvi

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Bozzetti

Prometto che non vi tedierò oltre con proposte dello stesso Autore. Sai com’è, l’entusiasmo che danno certe letture, seppur estemporanee. Tuttavia, vorrei portare la vostra attenzione sulle poche righe che seguono, estratte dai diari di Franz Kafka, stavolta trascritte integralmente, senza ulteriori manipolazioni. Le riporto perché, da scrittore, oltre al senso primario, alla breve annotazione di frammenti di alcune scene, vi ho trovato traccia di un metodo, un metodo che definirei pittorico. Non sono solo appunti, sono schizzi, abbozzati in fretta sulla pagina prima di coricarsi, per poi tornarvi sopra in un secondo momento, forse.

Fate così anche voi?

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Nuit, E. Munch – web

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26 dicembre. […] Albergo a Kuttemberg Moravetz. Servo ubriaco, cortiletto coperto con lucernario. Un soldato si appoggia, su fondo scuro, alla ringhiera del primo piano verso il cortile. La finestra della stanza che mi offrono dà su un corridoio scuro senza finestre. Divano rosso, luce di candela. Chiesa di S. Giacomo, soldati devoti, voce di fanciulla nel coro. […]

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[F. Kafka, Diari 1910-1923, Ed. Mondadori, 1977, Trad. Ervino Pocar]

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Annoto, anch’io.

Non solo gli occhi, tutti i sensi sono coinvolti in questa estrema sintesi percettiva e cognitiva. La scrittura di Kafka è notturna, ovvero interiore, uterina, viscerale. Kafka è ciò che scrive, il suo stesso corpo (malato) si materializza e vive attraverso le sue parole, le immagini che riproducono. Il corridoio scuro e cieco potrebbe essere il suo intestino.

Siamo nel 1914, sono trascorsi i primi 5 mesi di guerra; il dettaglio della “voce di fanciulla nel coro” non può che richiamarmi il celeberrimo racconto (uno dei nove) di J.D. Salinger: Per Esmé: con amore e squallore, scritto probabilmente ad anni di distanza, ma ambientato in Europa, in Inghilterra, durante la seconda guerra mondiale. Una geniale, ironica, commovente, orrifica trasposizione dell’atmosfera del fronte, vissuta e trascritta con estrema efficacia, peraltro da posizione defilata, nelle retrovie.

Ecco, penso che su un taccuino di J.D. Salinger (che credo sia stato molto più attento di F.K. nell’impedirne la postuma pubblicazione) si potrebbe trovare un appunto pressoché identico: “voce di fanciulla nel coro“. La registrazione di un piccolo dettaglio, eppure imprescindibile per la sensibilità dello scrittore; uno spunto, un piccolo seme. Fiorito anni dopo in un racconto capolavoro.

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Insomma, non so se sarò in grado di mantenere la promessa d’apertura; quel che è certo è che ne scriverò più diffusamente (e organicamente) in altra sede.

P.

Fine estate

Un giorno una ragazza indossò un vestito bianco
e poi si innamorò di me.
Era molto infelice per questo e non mi è riuscito di consolarla,
che è sempre una cosa difficile.

Un altro giorno, dopo un breve riposino pomeridiano,
aprii gli occhi non ancora del tutto sicuro della mia vita
sentii mia madre che con tono naturale domandava: “Cosa fate?”
Una donna dal giardino rispose: “Faccio merenda nel verde”.
Mi stupii della saldezza con cui gli uomini sanno sopportare la vita.

Un altro giorno mi rallegrai con un dolore inquieto
dell’eccitazione di un giorno che era nuvoloso.

Poi ci fu una settimana confusa,
o due, o ancora di più.
Poi mi innamorai di una donna.
Poi una volta si ballò all’osteria ed io non ci andai.
Poi fui malinconico e molto stupido,
così che inciampai sui sentieri di campagna
che qui sono parecchio ripidi.

Poi una volta lessi questo passo dei diari di Byron: “Da una settimana non esco di casa.
Da tre giorni faccio boxe con il mio maestro di scherma
per quattro ore al giorno, nella biblioteca, con le finestre aperte
per portare pace al mio spirito.”

E poi,
e poi l’estate è giunta al termine
e io trovo che si stia facendo fresco,
che sia tempo di rispondere alle lettere estive,
che la mia penna sia scivolata un poco,
e che, perciò, potrei deporla.

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[liberamente tratto e rielaborato da una lettera di Franz Kafka a Max Brod, Praga 28/08/1904]