La preda

Bosco di betulle - G. Klimt

[“Bosco di betulle”, G. Klimt – fonte: web]

 

Battista tiene il passo con la sua lunga falcata regolare, Jole s’affretta dietro di lui ruminando la fatica del risveglio anticipato, le mani nei guanti, infilate nelle tasche della giacca imbottita, il viso semi nascosto da una sciarpa di lana. All’ombra della montagna l’aria è così fredda che il fiato non fa a tempo a uscire, ti si appiccica al naso. Briciola, il suo cagnolino, batuffolo di pelo nero, pare non avvedersene, li precede e li attende festoso a ogni piega del sentiero. In cima alla salita, un varco stretto e ombroso, solco scavato nel fianco della montagna. Jole lo supera in fretta, quasi correndo, per via delle parole del nonno: Quella scolpita nella roccia è la sedia del diavolo e, se stai attenta, vedi spuntare la sua coda! Ma la sua paura è presto premiata: oltre quel varco, l’accoglie la dolce visione di una valletta illuminata e la tiepida carezza del sole del mattino. Felice, immerge lo sguardo nei prati tinti d’erica, respirando l’intenso profumo di muschio nell’aria.
“Niente”, borbotta Battista, fermo poco più in là, mentre con un piede smuove le foglie alla base di un tronco, in cerca di un fungo, “il vento ha asciugato il bosco.” In quel momento un rumore di rami spezzati attira la sua attenzione. “Ascolta…”, bisbiglia alla figlia, “Cacciatori…” Le fa segno di rimanere in silenzio. “Hanno i cani, lo senti il richiamo?” Jole tende l’orecchio. Sì, annuisce dopo un momento, lo sente anche lei, un sibilo lungo e sottile, udibile appena, che pulsa nel bosco. Immagina le bestie muoversi a testa bassa, in cerca di una traccia o di un movimento improvviso fra le frasche. Il manto chiazzato di un Setter fa capolino nel verde, il cane si ferma, alza la testa fiutando l’aria, poi scompare di nuovo. L’ha visto davvero? Era così veloce… Lo sguardo immobile e appuntito del padre gliene dà conferma. “Non si è accorto di noi”, sussurra allora la bambina. Un po’ più distanti, i cacciatori: due, anzi tre, ce n’è uno più in basso. Avanzano lentamente con il fucile in spalla, mimetizzati dai vestiti color del bosco, scorgi solo il bianco del volto. Battista scruta le cime degli alberi: non stanno sotto vento, pensa. E’ stato cacciatore anche lui, ma ha smesso da tanto tempo, da prima di sposarsi, da quando quel colpo lo buttò a terra all’improvviso. Ricorda ancora gli aghi roventi che gli attraversarono la giubba. Ci fu il buio, ma durò solo un istante, poi la paura. Erano in quattro quel giorno, amici da sempre, come fratelli, ma non si seppe mai chi di loro premette il grilletto sul bersaglio sbagliato. In realtà, non fu nulla di grave. Fece più lo spavento. A distanza di anni, un dottore, sorridendo, gli fece notare un puntino bianco in una lastra al torace. Sa che cos’è questo? Il pallino bianco appena sotto alla clavicola? Era piombo di fucile. Superstite, non gliel’avevano estratto, né gli dava alcun fastidio, come se fosse sempre stato lì, una cosa sola con lui. Niente di cui preoccuparsi, disse il medico. Il suo porta fortuna. Sovrappensiero, Battista infila due dita sotto la camicia e accarezza la cicatrice alla base del collo. E’ un gesto che ripete spesso, una specie di tic.
“Andiamo.” Dice infine alla figlia. Lancia un fischio al cane e si rimettono in cammino.
Arrivati al confine della proprietà, imboccano un sentiero che scende ripido fra gli alberi. Camminano piano sulle radici, tenendosi per mano. Giunti alla baita, Battista non perde tempo e si mette subito al lavoro. Il sole non rimarrà a lungo sopra le creste, dice tirando fuori gli attrezzi e mettendosi a scavare là dove aveva interrotto l’ultima volta. Jole, nel frattempo, s’inerpica nel bosco in cerca di funghi. “Non andar lontano”, le raccomanda il padre, ma poco dopo la bimba è già di ritorno e gli ronza intorno chiedendo di poter accendere il fuoco. S’annoia, ha voglia di fare. “Quando la legnaia sarà pronta,” le dice “ci staranno anche il carretto e gli attrezzi.” Lei annuisce in silenzio, mentre pensa come sarebbe bello se potesse sollevare i tronchi appuntiti che il papà ha allineato per terra.
“Sono troppo pesanti per te”, la previene lui. “Va’ a prendere un po’ di legnetti”, aggiunge mentre calca il piede sulla vanga, “è ora di accendere la stufa.” Jole corre nel bosco e raccoglie tanti rametti della stessa misura unendoli in un fascio, come ha visto fare al suo papà. Quando torna alla baita, Battista tira fuori la farina dallo zaino e gliela porge, dopo di che le procura quattro ciocchi di legna appena spaccata. Jole riempie il paiolo con l’acqua della cisterna e lo mette sugli anelli della stufa. Le è sempre piaciuto accendere il fuoco e soffiare sulla fiamma per tenerla viva, guardare le scintille ondeggiare e volare verso l’alto: Le anime dei peccatori, e i diavoli che se le portano via.
Nel frattempo, in lontananza, si sente esplodere un primo colpo di fucile, poi un altro, e un altro ancora. Sono scoppi distanti, ma solcano il silenzio della valle, invadendola con la loro eco. Battista raddrizza la schiena e sosta un momento. “Hai messo il sale nell’acqua?” Chiede a Jole sulla porta. Lei fa sì con la testa. “Allora mettici anche la farina e inizia a girarla, mamma sarà qui a momenti.”
Quando arriva, Rita apre la borsa che ha portato con sé e ne tira fuori formaggio di malga e verdura tagliata. “Brava”, dice soddisfatta alla figlia, posando il bastone della polenta. “Hai fame?” Stendono la tovaglia. Battista si lava le mani alla cisterna. Lui e Rita si scambiano qualche parola, mentre un profumo di buono invade la stanza. Si mettono a tavola.
La piccola Jole mangia muovendo la testa al ritmo di una muta melodia, mentre fissa incantata la ghiaia illuminata dal sole oltre la porta spalancata. Più tardi, pensa, darà una mano al papà con la carriola. “C’è ancora un po’ di polenta”, dice mamma. “Chi ne vuole?…”
Hanno appena terminato di mangiare, quando odono un fruscio di frasche e dei sassi rotolare lungo la scarpata. “Buono! Tobia! Vieni qui!!” Tuona e fischia un cacciatore, approdando dal bosco allo spiazzo davanti alla baita. Subito dopo lo raggiungono gli altri due con i loro cani. Battista gli va incontro sulla porta, Jole è subito dietro di lui. “Prendete un caffè?” Chiede con fare che non ammette rifiuto. I tre non si tirano indietro, ma preferiscono non entrare, restano lì fuori, in silenzio, tengono a bada i cani. Il più anziano dei tre scambia qualche parola con il padrone di casa. Jole osserva intimorita i loro fucili. Visti da vicino, sembrano enormi e più pesanti. Ne scopre e ammira il disegno sul calcio intagliato. Poi, la sua attenzione viene attratta dai cani: hanno al collo il richiamo che emette un sibilo a ogni loro movimento.
“Di dove siete?” Chiede Battista, porgendo loro le tazzine con il caffè fumante.
“Del Pian della Corna.” Risponde il più grande.
“Tutti?”
“Sì.”
“Preso qualcosa?”
Il giovane indica la tasca della propria giacca con fare eloquente: “Due starne, un paio di quaglie. Poca roba”, dice con una levata di spalle.
“Porta anche la grappa”, grida Battista alla moglie.
I tre restano in piedi, non vogliono stare a lungo. Due di loro sono fratelli, figli del Gianni delle case sparse, il fratello del postino. Allora conosceranno la Giromina, s’informa Battista. Come no, risponde il più grande, la conoscono tutti in paese…
“Sono andato a scuola con Matteo”, interviene a un tratto il più giovane, che arrossisce subito dopo.
Jole sussulta all’udire il nome di suo fratello, non ha mai visto il ragazzo che l’ha pronunciato, ma istintivamente cerca in lui un segno, un ricordo. Anche lui la scruta, ma poi non ce la fa e si sottrae a quei grandi occhi chiari affamati di risposte, ammutolisce di nuovo, immerge lo sguardo nel fondo della tazzina che tiene in mano. Battista zittisce, esita un istante, sembra voler dire qualcosa, infine decide di far finta di non aver sentito e riprende a parlare con il più grande dei tre giovani cacciatori. Matteo, per lui, è una ferita aperta, il vuoto, motivo delle sue liti con Rita, che dice che lui, in fondo, non l’ha mai voluto accettare.
I cacciatori godono ancora un momento di quell’ospitalità, poi ringraziano, salutano e si rimettono in cammino. Jole rimane sulla soglia a guardarli immergersi e sparire nel folto del bosco. Il flebile fischio del richiamo dei cani, unica traccia della loro presenza.
Poco dopo, Jole sale allo stagno con Briciola. Sulla via del ritorno, sente esplodere i colpi di una doppietta. Sono molto forti stavolta, i cacciatori devono essere vicini. Si guarda intorno in cerca del cagnetto che se l’è già svignata. Lei invece resta dov’è, sorpresa di non provare paura. Un altro sparo: il boato, poi un sibilo e il ticchettio dei proiettili sulle foglie. Istintivamente Jole si china, porta le mani alla testa. L’attimo dopo scatta come una molla e corre a rotta di collo verso il basso. In lontananza la voce di Battista urla il suo nome. Non appena la vede sbucare dal sentiero, le corre incontro. “Stai qui con a me adesso”, dice calmo prendendola in braccio e carezzandole i capelli. “Non sono andati lontano.”
Passato lo spavento, si rimettono al lavoro insieme, uno accanto all’altro. Di tanto in tanto si odono ancora degli spari, sempre più radi e remoti, finché torna di nuovo il silenzio. Poi il sole gira dietro la montagna e il freddo comincia subito a farsi sentire. “Dì alla mamma che tra poco scendiamo”, dice Battista alla piccola, iniziando a radunare gli attrezzi. In quel momento odono un ultimo sparo. E’ tardivo, inatteso, da un pezzo non se ne udivano più. E’ strano, arriva quando l’aria ha già cambiato colore. Arriva da troppo vicino. Poco dopo un latrato: prima una, poi più bestie insieme, che urlano, chiamano. Senza dire una parola, Rita e Battista si avvicinano allo steccato e scrutano fra gli alberi in attesa. Si guardano in silenzio, Battista scuote la testa: è successo qualcosa. Poi un grido. Non c’è dubbio: Battista si getta nel bosco e corre inseguendo grida e latrati. Con le braccia si fa strada fra i rami, mentre le voci si fanno sempre più forti e vicine, disperate.
Giunto a una piccola radura coronata da betulle, ciò che vede è un corpo abbandonato, le gambe piegate in una posa innaturale, un braccio dietro la schiena, l’altro disteso nel verde. Non respira più. Nel folto di quella pozza d’erba squassata dai cani c’è il suo fucile, la canna fuma ancora. Poco più in là, in ginocchio, un ragazzo piange con le mani sul volto. Battista resta immobile, le braccia lungo i fianchi. Non può sfuggire alla visione del corpo spezzato di quel giovane, mentre ascolta in silenzio il continuo, straziante lamento del fratello, interrotto dai singhiozzi. Un alito di vento scuote le fronde più alte degli alberi, foglie gialle cadono attorno e sopra il corpo del ragazzo, che nessuno osa ancora toccare.
La piccola Jole si avvicina piano. Mamma non ha saputo impedirle di raggiungere il papà, e lei è arrivata fin qui. Ora, però, pare non capire. E questo, forse, la rende più forte degli uomini che le stanno accanto, muti di fronte al corpo esanime di un ragazzo. Battista non la trattiene e lei lo supera, addentrandosi nell’erba: vuole rivedere quel volto. E adesso che lo sta fissando, lo sente già familiare. Il ragazzo dall’aria triste e schiva, quello che conosceva suo fratello e non guardava in faccia nessuno, quel ragazzo, ora, ha gli occhi fissi, sbarrati, nessuno ha potuto sfiorarli. Sono immersi nel cielo. Sorridono.

Advertisements

Il “Ghisa”

Monologhi di una sera di mezza estate

 

Soir bleu, E. Hopper (dettaglio, Pierrot)

[“Soir blue”, E. Hopper, dettaglio – fonte: web]

 

Non ha una bella cera. Il volto segnato da solchi verticali, la voce gracchiante come una puntina che salta, fonda, da fumatore, impreziosita da una erre francese, un po’ farsesca a onor del vero. Rotacismo accompagnato dal biascicare della mandibola e dal tendersi delle labbra sugli incisivi, un po’ distanti. E’ seduto a capotavola, parla solo lui, o quasi. La giovane donna seduta alla sua sinistra lo interrompe di tanto in tanto e nel farlo gli si rivolge come chi premonisce il bambino incline alla marachella, sorride affettuosa e lo apostrofa con un curioso nomignolo, familiare per loro, buffo per me che assisto al loro dialogo da esterno. Se interrotto, l’uomo assottiglia lo sguardo puntato sul bell’ovale brunito di lei. Impaziente, non la lascia finire: ha già capito. “Ti spiego io”, dice, “com’è che funziona la storia…” Fa un tiro della sigaretta incollata alle dita, che tiene educatamente sotto il bordo del tavolo. Sfiata da un angolo della bocca, strizza le palpebre e riparte con quella che dev’essere l’ennesima versione di una sua catilinaria, snocciolata fra italiano e dialetto, che è più diretto e ci si capisce meglio. E la fa più di una volta quella cosa di spiegare come funziona ‘la storia‘, perché gli piace ribadire il concetto, non avverte il peso del maglio, vuole assicurarsi che il chiodo sia ben piantato. Dell’uomo alla sua destra, occhi chiari pazienti in un viso largo e stempiato, non si cura un gran che, gli rivolge giusto un’occhiata, di tanto in tanto. Lo tiene dentro. Il suo pubblico, però, il filo del discorso, stanno dall’altra parte del tavolo, sulla bocca luminosa della giovane donna. Tendo l’orecchio senza chiedere il permesso. Lui non si scompone, ha già inteso: uno sguardo e sono il benvenuto alla sua mensa. Allora sorseggio la mia birra e varco la soglia.
“Se tua sorella non vuole uscire con me”, riprende “non c’è problema. Basta che me lo dice, capisci? Non sono mica scemo, capisco quando devo stare nel mio. Ma basterebbe un gesto, una parola… Invece no, la chiami e lei tergiversa, non è chiara, non sa dire di no, prende tempo e alla fine ti tira una balla, una scusa.” Fa schioccare la lingua come se gli si fosse incollata al palato, prende un sorso da un bicchierino di sambuca. “No, perché, non sono scemo. Posso capire…” La giovane sorride e accenna una giustificazione poco convinta. “Cara”, la blocca lui, appoggiandole una mano sull’avambraccio, “lasa sta’. Lo sento lontano un chilometro quando uno ti sta tirando a balle. Dai! Mi dici che non ti senti tanto bene e poi esci col primo pirla che si è fatto la macchina nuova?… E no, se permetti… So’ mia l’oltem bambo me… Ta ghé mia oïa (1), va bene, dillo, e-che-cazzo!…” Uno sguardo alla fronte savia dall’altra parte del tavolo che lo osserva statica, due fossette indulgenti sotto gli occhi. “Ghisaaaa!” Cantilena materna la ragazza, stemperando. Lui capisce che non l’ha ancora convinta. “A la gavrò ciamada a dir poc’ des volte! Ada… (2), vuoi vedere?…” Infila la mano in una tasca dei pantaloni e tira fuori un cellulare. Punta il dito qua e là disegnando cerchi di fumo con la sigaretta. Strizza le palpebre. “Le avevo anche proposto di andare insieme al poligono…”, borbotta, facendo un ulteriore gesto di disapprovazione con la mano. “E’ tanto che non ci vado neanch’io…” Fissa la ragazza espirando fumo dal naso. Lei scuote la testa e aggiunge: “Non è un buon periodo per lei, Ghisa, te l’ho detto…” Poi alza le mani: “Non dico altro.”
Preocupes mia (3)”, fa lui “tanto al poligono non vado più nemmeno io. Da quando chel là al fa dumela menade…(4): ‘E mi pieghi il bersaglio…’, ‘E c’è troppa gente…’, ‘E qui…, E là…’, Du’ cojoni!  Che da quando ha alzato i prezzi, non ci va più nessuno al suo cazzo di poligono. Sono le solite cose all’italiana: gli affari iniziano a girarti bene e tu, stronzo, pensi bene di fregare la gente. Ma va a cagà!” Inveisce come se ce l’avesse di fronte. “Le cose ti vanno bene e tu lo metti in quel posto ai tuoi clienti?! Ma sei scemo?!…” Ingolla un sorso di liquore e s’asciuga le labbra con la lingua. “Sai quand’è stata l’ultima volta che ho tirato?” Dice. “L’altro giorno, a casa mia, nel mio studio.” Passa sopra la sorpresa nei nostri sguardi. “Ho preso il fucile a pompa e ho sparato sul muro di fronte alla mia scrivania… Ü bordel!… E’ ridotto malissimo…” Ridacchia tutto compiaciuto.
“Cosa stai preparando, Ghisa? Gare in vista?” Senza strappi, la morbida voce dell’uomo alla sua destra porta la conversazione su un terreno più congeniale e incredibilmente fertile. “Sto lavorando parecchio in questo periodo.” Risponde subito il Ghisa. “Ho sistemato un paio di moto settimana scorsa, roba che ho preso per rivenderla. Ho ritirato dieci moto negli ultimi due mesi. Anche un paio di BMW anni ottanta, e una KTM del settantasei. E poi ne sto preparando una da gara, sì, ma non per me. E’ per un amico. Sto mettendo il motore della mia KTM 400 da gara sotto a un Gilera 125 . Spettacolo, una bomba: si ritrova 40 cavalli in più, come niente. Vallo a riprendere poi! Non so se ce la fa a tenerla…” Schiocco e sorsata soddisfatta, di vino rosso stavolta. “Ghisaaaa!” Risuona d’amorevole riprovazione la voce al mio fianco. Lui alza le spalle e sorride, passa vistosamente la lingua sulle labbra, sembra un rettile. Ingurgita un altro sorso guardando nel vuoto davanti a sé. Faccio caso al numero e alle diverse taglie dei bicchieri, vuoti e pieni, che gli stanno davanti. Birra, vino, liquore. Ma non sono troppi e lui non è ubriaco, anzi. Si gode il fresco e la compagnia.
“Ne ho già preparata un’altra come quella”, riprende. “Una uguale, stess laùr (5). Per il mio amico Kurt… Ti ho mai raccontato di Kurt, il mio amico di Monaco?” Continue reading

Orrido

 

Orrido_01

 

Imbocco la strada di notte, quando i contorni sono oscuri e indefiniti, e sento un peso calcarmi le spalle, una mano sulla nuca che m’induce ad abbassare la testa. Sono in auto, ma è come se trattenessi il respiro prima di immergermi, come se mi affacciassi sul vuoto dal bordo di un pozzo.
Accelero, lancio l’auto nel buio, conosco bene quelle curve. Corro in salita, ma è come se stessi affondando, retrocedendo. Dentro di me.
E’ così, ogni volta.

In fondo alla valle c’è una frattura di roccia. La strada s’affrettata sulle anse di un rivolo d’acqua, una lama affondata lentamente nel granito fino ad aprirlo in due. Schianto silenzioso, durato millenni. E’ lì, al termine del suo tragitto, che il rigagnolo ha trovato l’ostacolo più grande. Prima di scivolare in una piana e consegnarsi infine al fiume, già largo, per essere voce di un coro. L’arrivo, lo sbocco, il termine di un cammino.
L’inizio del mio.

Un rettilineo e, in fondo, un imbuto, una forca, una penitenza. E io faccio attenzione, porto riverenza. Prima di levare lo sguardo al profilo selvaggio dell’oltre, chino il capo ubbidiente. E’ un gesto appreso nel tempo, a fatica. Ogni volta che affronto quel varco rivedo me stesso: essere inquieto, irrisolto. Uomo in fuga, senza speranza né desiderio. Irraggiungibile. Lo sguardo cieco su ciò che m’attendeva.

Non mi riconosco, rinnego: quello che ero, quello che è stato. Trattengo il respiro. Per un istante avverto l’istinto di gettare ogni cosa al di là della pietra che cinge la strada, di arrendermi al vuoto. Poi capisco, abbasso la testa e capisco. L’acqua, nel tempo, ha fatto con me il suo lavoro. Ha insinuato la cricca, pazientemente ha scavato la falla. Ho conosciuto la mia fragilità, la mia debolezza. E la paura più grande, quella di perdere. Ho resistito, ho lottato. Inutilmente. Infine ho ceduto, mi sono infranto, ho assunto sembianze umane. E ho trovato infine la forza. Di farmi oltrepassare, di lasciare andare.

Questo significa per me quella soglia, questo il dazio da pagare, grato, a ogni passaggio. Viene la curva, i fari sulla pietra. Sterzo, affondo. La roccia mi preclude il cielo. Ma è solo un momento. Una stretta del cuore, un ricordo. E io, lo so, sono già oltre.