La Moldava

Di questi tempi la sento suonare spesso.

La Moldava, il mio primo racconto

di musica e parole.

Un pomeriggio d’autunno

le dita sui tasti di un magnetofono

carta e penna

il tavolo di cucina

la schiena di mia madre.

Ho cercato invano un quaderno

nella polvere

impresa ardua, forse impossibile

trovare ciò che si cerca.

Oggi più che mai

avrei voluto rileggere di quel fiume

delle sorgenti, i chiari di luna

le ninfe danzanti

la caccia, la festa

il maestoso approdo.

Forse avevo fatto un disegno.

Idea di un professore di musica

uomo gentile.

C’era passione nella sua voce

e nel giudizio. Farà il critico musicale!

Gli occhi di mia madre.

E invece.

La musica, le parole.

Al più scrivo ciò che vedo

ciò che ricordo.

Meglio di niente.

[P.B., 24/5/2020]

Dello scrittore

[diffidate gente, brutta razza]

 

Scrittore

 

Scrivere è un mestiere per solitari. Ti prosciuga. In un certo senso, uno scrittore non ha una vita propria. Anche quando l’hai di fronte non c’è veramente.

 

[Paul Auster, da Trilogia di New York, Einaudi Ed.]

 

Letto così, fuori dal contesto in cui è incastonato, sembra il classico aforisma. Facile, banale. Il mito dello scrittore, la maschera dietro la quale (ci) si compiace, con la quale (ci) si diverte a giocare, interpretando il personaggio…

Il personaggio, appunto.

Quando ho iniziato a leggere Trilogia di New York, arrivando dall’energia centrifuga e imprevedibile di Singer (Nemici, cfr. alcuni precedenti post), ho pensato più volte di cambiare libro. Ne facevo sì una questione di stile, ritmo, passo, mood, che dir si voglia, ma anche di sostanza. La scrittura piana, il lento, paziente a tratti compiaciuto sviluppo di un pensiero lineare, per niente complesso, e di una psicologia del personaggio altrettanto accessibile, esposta quasi con piglio didattico… L’apparente fragilità della trama, a sua volta troppo chiara e spogliata di qualsiasi orpello e colpo di scena, intenzione questa dichiarata in modo programmatico fin dall’inizio, che fa sì che il lettore percepisca il vuoto e la mano dello scrittore che cerca di colmarlo… Insomma, tutto votava per l’abbandono. Avevo ancora voglia di montagne russe, di colpi di genio, di una scrittura che mi tenesse acceso di pagina in pagina, fatta di adrenalina e rimandi, di personaggi fascinosi, folli, esuberanti o straordinariamente inconcludenti; volevo ancora godere di intuizioni e immagini geniali.

Invece. Ero sceso da una Ferrari per ritrovarmi su un’utilitaria, per di più fermo, immerso nel traffico stagnante della Grande Mela.

Il titolo della Trilogia assegna a New York una responsabilità a mio avviso esagerata. E’ vero, lei c’è sempre. E’ forse l’unico punto fermo. A tratti è percorsa con dovizia di particolari, di indicazioni, che sembra quasi di sentire la voce di un navigatore o l’odore dell’asfalto sotto i piedi. Eppure anche New York è un flop, un buco nell’acqua, un non-luogo. C’è, vive, pulsa, ma – questo viene chiarito quasi subito – è solo uno sfondo. Assume una fisionomia solo quando rifulge della sua stessa storia, della sua memoria…

Un destino che l’accomuna ai protagonisti dei tre romanzi. Anonimi, indefiniti, per certi versi labili e cangianti, in un processo continuo di trasformazione psicologica e fisica, di meta-identificazione; si confondono l’uno con l’altro, uno dentro l’altro, con i loro stessi testimoni, con i loro stessi artefici, in un continuo gioco di specchi. Non a caso si tratta di storie di “investigazione”.

Non fraintendete: giallo, noir stanno di casa qui come certe carte da parati, certe cornici anonime appese alle pareti, come l’impersonale mobilio di un appartamento affittato a settimane, o a ore.

L’investigazione, qui, è un’altra.

Sembra che Auster, che peraltro è stato autore di romanzi gialli sotto pseudonimo…, nei tre romanzi, in uno dei quali inserisce anche se stesso – egomet, Paul Auster in persona, con tanto di famiglia al seguito, in un grazioso cameo essenzialmente dedicato a Cervantes e al suo Don Chisciotte – sembra che Auster – dicevo – abbia scritto i tre romanzi cercando di rispondere (o non riuscendo a rispondere) a un’unica domanda: chi sono io che scrivo, che ti racconto? Chi sei tu che vivi sulla mia pagina, che mi interroghi quotidianamente? Sono io che ti scruto dalla mia finestra o piuttosto tu che fai la stessa cosa con me, o addirittura ti prendi gioco di me, riducendo la mia vita a un continuo, svuotante stare alla finestra, o forse allo specchio.

Finestre, binocoli, specchi, report e missive, incontri più o meno casuali. Travestimenti. L’arte dell’immedesimazione e dell’impersonare che si piega su se stessa. Insomma, un Uno, nessuno, centomila con abiti e strumenti di Alfred Hitchcock. Un’indagine speculativa, al cui centro sta il tentativo di definire un’identità, lo sforzo di fissare sulla pagina scritta qualcosa che vada oltre l’elencazione fedele dei fatti e in qualche modo la fissi. C’è la Letteratura, che a mo’ di contraltare sembra essere il vero caposaldo e dare concreti spunti ed esempi di vita. Non a caso gli unici personaggi che sembrano avere un’identità certa, banalmente un nome e un cognome, sono proprio quelli dei classici letterari. E i loro Autori…

Non aggiungo altro a questa mia indagine, pardon!, a questa mia riflessione scompaginata. Credetemi, non potrebbe essere altrimenti.

Ah!, dimenticavo… Nel libro troverete anche anche Mr. Orange e Mr. Brown, e Mr. Black e Mr. White… Ma questa è tutta un’altra storia.

Senza anestesia

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Mi appello inutilmente
ad un passato che ancora scava
lacrime.

Farei fuori conti in sospeso
che passeggiano sulle mie notti
insonni.
Ma freddi e amari i sogni
si presentano al mio capezzale.
Succulenti
alla mia insufficienza.

È un azzardo,
una partita persa in partenza.
Un due di picche.

I giorni che stanno dopo
sono l’eco di un lagnoso rimpianto.

Ci vorrebbe un punto di sutura.
Uno di quelli senza anestesia.
Sostituirei il dolore vecchio
con uno nuovo.

 

[I.P., 2/5/2020]

Soggetto, non oggetto

[una dichiarazione d’amore]

 

Fin dall’inizio, con lei fu tutto diverso. Non finzione stavolta, non qualche proiezione delle tue fantasie interiori, ma una persona reale, e lei impose la sua realtà su di te dall’istante in cui vi metteste a parlare, cioè da un istante dopo quello in cui il comune conoscente vi presentò nell’atrio del centro 92nd Street Y dopo una lettura di poesia, e dato che lei non fu né ritrosa né sfuggente, dato che ti guardò negli occhi e affermò se stessa come una presenza fondatissima, non avesti modo di tramutarla in qualcosa che non era – cioè di inventarla, come avevi fatto nel passato con altre donne, perché si era già inventata da sé. Bella, certo, senza ombra di dubbio una bellezza sublime, una bionda alta più di un metro e ottanta con gambe lunghe, magnifiche, e i polsi esili di una bimba di quattro anni, la personcina più grande che avessi mai visto, o forse la più piccola fra le grandi, eppure non stavi guardando un remoto oggetto di splendore femminile, stavi parlando con un soggetto umano vivo e respirante. Soggetto, non oggetto, perciò non erano consentite illusioni. Non erano possibili inganni. L’intelligenza è l’unica qualità umana che non si può simulare, e quando i tuoi occhi si furono abituati allo splendore della sua bellezza capisti che era una donna geniale, una delle menti migliori che avessi mai incontrato.

 

[Paul Auster, da Diario d’inverno, Einaudi Ed.]

 

Paul Auster, Siri Hustvedt

Paul Auster, Siri Hustvedt – web

Qualcosa che comunichi

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Allungo le braccia, mi distendo sul pavimento freddo.
Se volessi definire i miei movimenti: nascono pigri e muoiono pesanti. Fuori la primavera chiama e siamo tutti dentro. Lo spazio è arbitrario. Quello che io abito fuori, mi sembra abbia un confine più o meno rassicurante. Quello dentro ha le sue barriere. La rabbia di dover adottare una resilienza che il corpo rifiuta di incarnare, è racchiusa nel mio bisogno di trasgredire. La paura dell’oltre è la paura di perdersi. È la paura di dover andare oltre la perdita degli affetti. Il desiderio che il corpo manchi a questa sofferenza diventa una scappatoia estemporanea. Prima o poi i conti con i morti dovranno essere fatti. Anche con i miei.

Raccolgo le gambe, ripeto i gesti. Dal pavimento mi alzo e mi ritrovo in posizione eretta. Le piante dei piedi definiscono uno degli spazi che mi sono indispensabili. Mi accorgo che non oso movimenti ampi, sono legata da corde immaginarie.
Invento un ritmo, seguo la mia musica interna per riuscire a muovermi. Improvviso una danza che mi richiama le origini, batto i piedi e lo spazio che mi definiva prima si allarga e modifica.

La superficie per danzare si allarga. Ora mi sento in un rito. Il pensiero che niente sia mai abbastanza, che non faccia mai abbastanza, è l’elemento di disturbo che mi accompagna dall’inizio e ritorna nel gesto.

Se non posso fare abbastanza scelgo almeno come farlo. I piedi sono ben piantati nel pavimento, le ginocchia un po’ flesse, è una posizione comoda e stabile che mi permette di muovere agevolmente le braccia. Mentre mi sperimento, sento che sono alla ricerca dell’esattezza. Rinuncio alla perfezione, cerco un ordine, qualcosa di netto, che comunichi.

Il pollice e l’indice delle due mani si toccano. Le altre dita sono estese.
Il compito che mi sono data è che le due mani si incontrino.
L’aria fra loro è spessa.
In questo strano mudra mi ritrovo.
Ad occhi chiusi il mio cuore, tra tanto dolore, si diverte.

 

[I.P., 1/5/2020]