Diagonal

Sezione, spaccato
linea trasversale
obliqua.
Pullulante formicaio
di vite incrociate, sfiorate
sovrapposte.
Impresse in effimere tracce.
Luce e ombra
riflesse e capovolte
in negativo
una sull’altra.
Un prima e un dopo
senza capo né coda.
Forse il tempo di un’attesa.
Che è già movimento.

Un nuovo “brano”, un estemporaneo e spontaneo insieme di parole (da prendersi come tale in tutta la sua genuina freschezza), originato nella sua versione originale da una bellissima fotografia scattata da Claudio Turri – che nuovamente ringrazio per la gentile eco offertagli. E’ sempre un piacere perdersi in queste vibrazioni (“web echoes”) che, come antenne, riceviamo e a nostra volta immettiamo nello spazio e nelle infinite possibilità e connessioni della rete.
Onda originante: Diagonal di Claudio Turri.

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Orrido

 

Orrido_01

 

Imbocco la strada di notte, quando i contorni sono oscuri e indefiniti, e sento un peso calcarmi le spalle, una mano sulla nuca che m’induce ad abbassare la testa. Sono in auto, ma è come se trattenessi il respiro prima di immergermi, come se mi affacciassi sul vuoto dal bordo di un pozzo.
Accelero, lancio l’auto nel buio, conosco bene quelle curve. Corro in salita, ma è come se stessi affondando, retrocedendo. Dentro di me.
E’ così, ogni volta.

In fondo alla valle c’è una frattura di roccia. La strada s’affrettata sulle anse di un rivolo d’acqua, una lama affondata lentamente nel granito fino ad aprirlo in due. Schianto silenzioso, durato millenni. E’ lì, al termine del suo tragitto, che il rigagnolo ha trovato l’ostacolo più grande. Prima di scivolare in una piana e consegnarsi infine al fiume, già largo, per essere voce di un coro. L’arrivo, lo sbocco, il termine di un cammino.
L’inizio del mio.

Un rettilineo e, in fondo, un imbuto, una forca, una penitenza. E io faccio attenzione, porto riverenza. Prima di levare lo sguardo al profilo selvaggio dell’oltre, chino il capo ubbidiente. E’ un gesto appreso nel tempo, a fatica. Ogni volta che affronto quel varco rivedo me stesso: essere inquieto, irrisolto. Uomo in fuga, senza speranza né desiderio. Irraggiungibile. Lo sguardo cieco su ciò che m’attendeva.

Non mi riconosco, rinnego: quello che ero, quello che è stato. Trattengo il respiro. Per un istante avverto l’istinto di gettare ogni cosa al di là della pietra che cinge la strada, di arrendermi al vuoto. Poi capisco, abbasso la testa e capisco. L’acqua, nel tempo, ha fatto con me il suo lavoro. Ha insinuato la cricca, pazientemente ha scavato la falla. Ho conosciuto la mia fragilità, la mia debolezza. E la paura più grande, quella di perdere. Ho resistito, ho lottato. Inutilmente. Infine ho ceduto, mi sono infranto, ho assunto sembianze umane. E ho trovato infine la forza. Di farmi oltrepassare, di lasciare andare.

Questo significa per me quella soglia, questo il dazio da pagare, grato, a ogni passaggio. Viene la curva, i fari sulla pietra. Sterzo, affondo. La roccia mi preclude il cielo. Ma è solo un momento. Una stretta del cuore, un ricordo. E io, lo so, sono già oltre.