Meeting

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Gli si concesse subito. Ne aveva voglia. Forse anche più di lui.
Avrebbero potuto farlo in spiaggia, tanta era l’urgenza. Ma fu lei a chiedere di tornare in albergo, mentre le sue mani la frugavano ovunque.
– Che ne dici di andare in camera? Sussurrò più volte baciandolo sul collo.
Finché anche lui si convinse che non sarebbe più tornato indietro.

Lui era sposato. Lei infelice, ma al sicuro.
Una relazione in crisi, un cuore spezzato.
Erano entrambi ubriachi, ma sapevano bene quello che stavano facendo.
Ne avevano voglia, entrambi, che male c’era?
Fecero un chilometro a piedi abbracciati. Ridendo in continuazione, increduli. Risero anche in faccia al concierge, presero la chiave e si avviarono all’ascensore. Qualcuno aspettava prima di loro, non ci pensarono due volte e si avviarono per le scale.
Siamo sportivi, dissero sghignazzando.
Approdarono alla stanza 105.
In tutto, quel viaggio durò forse un minuto.

Fecero una doccia, prima lui, poi lei. Mentre l’acqua scrosciava, lui regolò le luci e l’aspettò steso sul letto. Lei uscì dal bagno avvolta in un asciugamano di spugna bianco, stretto sul seno. Gli si stese accanto. Parlarono un po’.
– Togliamo questo coso, disse lei a un certo punto, slacciandogli l’accappatoio.
Lui lasciò che lo guardasse. Poi la tirò a sé senza fatica e la fece sdraiare sopra.
Si baciarono di nuovo. Lui la spogliò. Ora erano pelle.
Le sue mani scivolarono sulle sue natiche piccole e rotonde, poi sulla schiena. Lei si sollevò e lo guidò dentro sé con naturalezza, poi prese a oscillare leggera. Continuò per un po’ sollevandosi e ricadendo a occhi chiusi.
– Che ne dici se mi giro? Chiese a un tratto.
Lui annuì felice.
Continuarono così per un po’, poi lei si sdraiò di schiena e lui fu fra le sue cosce. Infine sopra di lei, con impeto, fra sospiri, risate, e mani che si aggrappavano alla sua schiena, battendo al ritmo del piacere.
Fecero una pausa.

Parlarono ancora un po’, placati.
Lei tirò fuori il cellulare e gli mostrò alcune fotografie. Parlarono di conoscenze comuni, del direttore commerciale che aveva dato le dimissioni in diretta. Si sorpresero a scoprire i rispettivi punti di vista sulle cose. Indugiarono in quella straniante forma di confidenza, finché ripresero a scopare. Lui venne fuori, appena in tempo.

Si addormentarono esausti, stesi uno accanto all’altro, le braccia intrecciate.

Bussarono alla porta, erano quasi le tre.
Lei trovò quindici chiamate perse. Riconobbero la voce della collega dell’ufficio marketing, la sua compagna di stanza.
Lui aprì la porta con un asciugamano in vita.
– Dammi un minuto, disse lei alle sue spalle.
La collega fece qualche passo indietro sbirciando l’interno della stanza.
– Le dica che l’aspetto in camera.
Lei raccolse in fretta le sue cose e se ne andò avvolta nella spugna.
A metà corridoio si voltò, si salutarono appena.

Lui chiuse la porta. Andò in bagno. Si scrutò allo specchio, si sedette sulla tazza. E’ successo, pensò. Non riusciva a farsene una colpa.

– Ho parlato tutta sera con uno, disse la collega dell’ufficio marketing. Mi ha fatto star bene.
– Non so perché l’ho fatto, disse lei.
Erano entrambe sdraiate sul letto, supine, parlavano a una placca di plastica grigia in mezzo al soffitto.
– Avrei voluto baciarlo. Da tanto non mi sentivo più così, capisci?… Voluta, coccolata…, disse la collega in un singhiozzo.
Lei le prese la mano e la strinse forte.
– Ti meriti di più.
– Non voglio…
Chiusero gli occhi in silenzio.
– Mi manca tanto, sai?… disse lei tra le lacrime.
– E’ che lo amo…
– … da morire.

[P.B., 25/6/2019]

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Brevi viaggi della mente

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 Belgrado

Quella volta, all’aeroporto Isaac non prese il taxi, ma noleggiò un’auto e si diresse con calma verso il centro. Aveva tutto il pomeriggio per sé. Passeggiò a lungo sul fiume e quando fu l’ora di chiusura, passò davanti alla biblioteca. Uscendo con le colleghe, Mirna lo riconobbe subito, sul marciapiede opposto, vicino alla fermata dell’autobus. Sorrise incredula. Non lo vedeva da settimane, né pensava che sarebbe successo ancora.
Fecero l’amore in macchina, a pochi isolati da lì. In quell’anonimo spazio sconfinato. Lo fecero con gesti rapidi e risoluti. Famelici, implacabili. Come le dita di lei, esigenti artigli vellutati. E il soffio crescente di quel suo piacere ostinato, consumato e offerto. Il celebrarlo muto di lui, rilasciato e teso come una corda all’ormeggio. Crepitante, sotto di lei, respirando l’alito caldo del suo ventre disvelato.
Lo fecero in silenzio, senza parole, ché non ne avevano in comune.
Si trovarono a occhi chiusi, scrutandosi da dentro.
Più tardi, sulla terrazza di un bistrot, guardarono la città luccicare.
Non avevano parole su cui volare, né una ragione per cercarne.
 
 
 

Lost in Translation

Nel buio delle ultime file, i primi baci, le prime carezze. Il film, lento, ovattato, stentava a decollare, né poteva schermare l’attrazione che ci univa. Le nostre labbra si fusero in un silenzioso canto di desiderio, mentre le mani, temerarie, penetravano al buio fra giacche e maglioni. Nella sala gremita, inno alla trasgressione, ci rifugiammo in un abbraccio che mascherasse quei gesti, sempre più precisi. Aggrappati a quello scoglio, intuivamo l’uno il piacere dell’altro dai pochi sussulti concessi e subito lo soffocavamo, mordendoci le labbra. Trattenemmo il fiato, emergendo solo a tratti da quell’apnea incondizionata. E continuammo così, assorti, fino all’approdo.
Quando riaprimmo gli occhi, ci fissammo spaesati. Le nostre iridi dilatate riflettevano la luminosità diffusa dello schermo. Dov’eravamo? Mi giunsero le note di un piano, ora potevo udirle. Mi voltai e mi immersi nella luce soffusa di una sala d’albergo. Un occidentale in abito da sera sedeva di schiena al bancone del bar. Solo, spaesato, pareva perso. Come noi. Rilasciai gradualmente la presa, sfuggendo alla stretta di quel nostro abbraccio che, esauritosi, diventava scomodo. Rinfilai la camicia bagnata nei pantaloni. Incredulo, girai uno sguardo timoroso sulla sala. I volti delle persone mi apparivano solo a tratti, illuminati da spot di luce riflessa. Per un momento fissai le loro espressioni esanimi, intenti a guardare il film. Sembravano teste di terracotta. Poi mi voltai verso di lei: percepii il calore sul suo volto, il suo respiro. La fissai finché non incrociò il mio sguardo. Sorridemmo sollevati, quasi fossimo gli unici sopravvissuti in quel deserto d’inumani. Non resistemmo, cominciammo a ridere, isterici, a labbra tese. Restammo così a lungo, sospesi, persi, fra imbarazzo e un innegabile senso d’appagamento.