Con gli Arditi

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Gli Arditi

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Non avevo ancora finito il turno di riposo che mi arrivò l’ordine di trasferimento al corpo degli Arditi, per cui avevo fatto domanda dieci mesi prima. Fui inviato in un reparto di trasferimento, in attesa della destinazione definitiva. Ero in un paese della provincia di Padova, chiamato Vo, di cui ho pochi ricordi.

Gli arditi fino ad allora erano impiegati al fronte soltanto per azioni offensive e cedevano le posizioni ad altri corpi, risparmiandosi così la vita grama e logorante di trincea. Non fu così per me, che dovetti sperimentare la vita di trincea proprio nel corpo degli arditi.

E veniamo subito a questa vita di trincea, perché delle lunghe permanenze in una paese o nell’altro non c’è materia di interesse da ricordare. Così da giugno facciamo un salto ad ottobre.

Gli arditi, costituiti inizialmente come reparti indipendenti, sono cresciuti fino a costituire addirittura due divisioni, ma il corpo ha mantenuto le sue originarie caratteristiche. Il mio reparto, il 5°, faceva parte della 1° Divisione d’Assalto, la quale ai primi di ottobre fu mandata a presidiare le posizioni dei Monti Grappa, Asolone, Pertice ed altri.

Una vita infernale. Ci avevano buttati sulle cime di queste montagne, dove non erano mai esistite trincee, ma camminamenti scavati nei sassi, stretti, aperti al cielo, dove marcivamo di giorno e di notte. Ricordo che dormivo in uno scavo a cielo aperto che era stato in parte coperto da lastroni di pietra, sostenuti da pali di ferro che si usavano per i reticolati. Per non dormire nel fango avevo sotto di me una grata di legno. Le lastre disposte a mo’ di tetto servivano tutt’al più a nascondermi le stelle. Di giorno stavamo pigiati negli stretti camminamenti, senza possibilità di uscirne. E’ il ricordo peggiore che ho della guerra.

Ci dissero che avremmo dovuto fare delle azioni di sorpresa per rettificare la linea in vista della prossima grande offensiva, ma restammo a marcire in trincea tutto il tempo.

Una mattina, unico di tutto il reparto, mi svegliai con un principio di congelamento ad un piede. Il dottore mi ordinò una lunga camminata, così scesi a valle; sapevo che c’era una cantina dei soldati del genio e mi ci rifugiai, godendo del tepore di una stufa per mezza giornata… Il periodo di tempo passato sui monti rappresenta ancor oggi il più brutto ricordo che abbia della guerra.

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Trincee sul Monte Grappa

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(Continua)

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[dal memoire sulla Grande Guerra di Virgilio Giorgi]

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Immagini tratte dal web

4 thoughts on “Con gli Arditi

  1. racconto importante! è sicuramente una ricchezza questo diario, soprattutto per chi se lo porta dentro come parte della propria famiglia. Io ricordo invece scarni racconti di mio nonno che, contadino padano, fu inviato giovanissimo in nave da Agrigento fino a Salonicco per combattere contro l’Impero Ottomano….

    • Sono felice di avere avuto la possibilità di leggere il diario, perché non ho memoria dei racconti del nonno. L’altro mio nonno, paterno, fu fatto prigioniero in Grecia (qui dipendo da un racconto di papà). Mi sa che ne farò una versione romanzata un giorno…
      Grazie dell’attenzione e del commento, Nadia.
      A presto.
      P.

  2. Questa cronaca di un vissuto, fa piano piano emergere tutto il lato emotivo, che inevitabilmente sollecitato dagli eventi viene alla luce. La mente lavora come uno scalpello. Più passa quel tempo sulla terra intrisa di guerra, più diventa pesante il fardello emotivo. Nasce quella sorta di nudità, la paura sottile, che fa tremare dentro.
    Guerra fuori, ma la guerra di resistenza è anche dentro. Ciao Paolo, buona giornata.

    • Soprattutto dentro, mi vien da dire. E in questo senso la trincea dev’essere stata la prova più dura. Resistenza allo stato puro: di nervi, di ossa, di sentimento… In pochissime righe il nonno ne dà evidenza. Si sente lo scarto: dalla cronaca di un’azione si passa ad una tensione interiore che si cerca addirittura di scordare.
      Faccio un accostamento di certo non pertinente o azzardato, ma ripensando all’esperienza del lockdown di marzo-maggio 2020, all’esperienza di una seppur “confortevole” prigionia, vissuta all’interno delle proprie abitazioni, sostanzialmente incentrata sulla resistenza (psicologica) a un male, a un nemico oscuro, nuovo e inconfinabile, ecco, mi pare di intuire (da molto lontano, sia chiaro) cosa possa aver voluto dire. un’esperienza del genere. Non a caso, allora, parlando della minaccia del virus, in molti – indubbiamente scioccati – usavamo la parola “guerra”, o il suo linguaggio…
      Un buon pomeriggio a te, Catia.
      P.

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