Acqua

 

uomini e donne
di carta e di cera
di aliti ventosi
rivoli di fortuna.
ma cari miei
solo acqua che fugge via!

(I. Pedretti)

“Certo che ha un bell’odore il tuo coso, lì”, disse senza distogliere lo sguardo dalla tv.
Lui si voltò. Sorrideva divertita. Continuava a fissare lo schermo, in attesa.
Aveva capito, ma fece finta di no, non disse nulla. Lo faceva spesso, prendeva tempo. Lei lo sapeva. E lo aspettava.
Erano seduti sul divano, vicino alla stufa. Si erano tolti le scarpe e poggiavano entrambi i piedi su una sedia.
“Non dici niente?”, lo spronò. Fece un cenno col mento e mosse gli indici delle mani, che teneva intrecciate sul grembo. Lui guardò nella direzione che aveva indicato, dritto su di sé. Si sporse verso di lei e fece finta di annusare l’aria. “Ma cosa fai, stupido?!”, esclamò lei, mettendosi a ridere. “Smettila, che già mi mette abbastanza imbarazzo”. L’odore, era vero, si sentiva bene.
“In effetti si sente bene”, disse lui. “Sicura che non sono io?”
“Ma va!”
“Sai, non ho nemmeno fatto una doccia”.
“Nemmeno io. Mi sono sciacquata, ma non ho tolto tutto. Ne era rimasto un po’. E adesso è sceso”. Lui la fissò, poi la baciò sulla fronte. La fissò nuovamente.
“Perché mi guardi così?”, chiese lei. “Sorridi, sembri quasi contento”, si ritrasse un poco nel suo angolo di divano. Faceva sempre così. Si scostava e lo guardava da un po’ più lontano. Lo faceva per vedere meglio. Per capire. Per capire se quello che sentiva era vero. I suoi occhi guizzavano in cerca di una conferma.
A lui sembrava che gli leggesse dentro. Non era sempre facile lasciarsi guardare così. Né rispondere alle domande che normalmente seguivano. Era come se lo trapassasse.
“Vieni qui”, disse lei.
Lui l’abbracciò. In realtà lasciò che fosse lei ad abbracciarlo. Non desiderava altro. Si stese su di lei e le poggiò il capo in grembo. Lei lo strinse a sé. Sapeva che ne aveva bisogno. Lei sapeva ogni cosa. E a lui andava bene che le cose stessero così. Potersi fidare.
“Mi spiace che tu non possa averne”, gli aveva detto il giorno prima.
Era tanto che non ne parlavano più. Stavano bevendo un caffè al tavolino di un bar prima di andare al lavoro, quando lei aveva pronunciato quelle parole come se non avessero alcun peso. L’attimo dopo sembrava che stesse già pensando ad altro. E invece pesavano quelle parole, eccome se pesavano. Anche per lei. Ma trattarle così era meglio. Per entrambi. Lei sapeva anche questo.
“Spiace anche a me”, le aveva risposto lui.
Stare con lei era come essere nudi. Sempre. Lo faceva stare bene. Per questo motivo oggi non diceva niente. Perché non ce n’era bisogno. Lei sapeva la risposta prima ancora che lui riuscisse a formularla. E allora rimase in silenzio.
Chiuse gli occhi e pensò a lei che lo chiama sul balcone per salutare la luna. Alle lacrime che le increspano gli occhi, per un ricordo. Al suo ventre. A quel calore. A quell’odore. A quel rivolo.
Riaprì gli occhi. “Sarebbe bello potesse venirne fuori qualcosa”.

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23 thoughts on “Acqua

  1. questi due parlano solo per il lettore, che non potrebbe capire da una pagina bianca, ma loro delle parole non avrebbero bisogno, loro s’intendono al primo cenno, gli occhi luccicanti alla luna, i movimenti dei pollici, uno sguardo. eh, la sintonia!
    ml

  2. E vabeh! Mi sento un pusillanime quando riesci a creare in un breve racconto la complicità, l’armonia, l’erotismo, la sensualità nel battere di poche parole, nello scambio fatto di parole e gesti essenziali. Non ho il cappello, ma se lo avessi, me lo toglierei in segno di riverenza e rispetto. Io annaspo in un fiume di parole e vortici di sensazioni, tu fai un tuffo e te ne risali a riva, stendendoti sulla battigia a prendere il sole con le braccia incrociate dietro la testa, sprofondato nella sabbia come nello schienale di una comoda poltrona. Ok, vado a prendermi una birra al chiosco, tu che vuoi? 😉

    • Red!! Esagerato!!
      [Però mi vedrei bene ora là dove mi hai collocato tu. Anche nella posa. Ahhhh, sì! Sì, sì, sì! Una birra fresca anche per me!… – Prossimo giro tocca a me!… Poi, all’ombra del chiringuito facciamo un po’ di tattica per la partita coi messicani… Volevo ingaggiare Tati, quello scricciolino timido timido che si siede sempre nel tavolino d’angolo al El Bavon… Che dici, potrebbe cavarsela in difesa, come libero? Piccola e timida, ma sotto sotto mi dà l’idea di essere un furetto…]

      • E c’è pure da chiedermelo! FaTati – come la chiamo io – è un must! È come lo scudetto metallizzato nell’albume delle figurine!
        Esagerato pure, ma volevo rendere l’idea della mia meraviglia e rispetto. Ora vado a prendere le birre…(ah come mi ci vedrei pure io su quella spiaggia…)

      • Bene, bene…
        Inizio a pensare alle convocazioni…
        Sarà un sestetto misto, maschi e femmine (un fritto misto, diciamo)… Molto ben assortito…


  3. Hai fatto sentire tutta la sintonia che può esistere tra un uomo e una donna al di là delle parole che non sono più necessarie.
    Credimi, ho i brividi (e non è perché sono malata ora).
    Quella tua chiusa…
    E apprezzo molto i versi iniziali anche.
    Grazie, Paolo.
    A.
    Neppure questa volta ho resistito al piacere di leggerti

    • Grazie ancora Anna!
      Mi fa molto piacere passi qualcosa di ciò che mi arriva, di ciò che a tratti la vita mi ispira. Più di tutto mi piace la condivisione. Ragione di vita.
      L’intesa profonda fra due persone non passa attraverso le parole. Ha altri linguaggi. Ho vissuto condivisioni eccitanti, interessanti, ricche, ma… in qualche modo superficiali. Per arrivare a capire, infine, che quella roba là, le lunghe ore trascorse a parlare di interessi comuni, di viaggi, di letture, esperienze, o anche solo di un film, erano tutte cose bellissime, sì, ma in più. Ciò che col passar degli anni ho imparato a apprezzare in un rapporto è proprio la presenza di quel muto, sotterraneo linguaggio. Le fondamenta, l’intesa. Il sapere di essere capito e che per l’altro è lo stesso. L’esserci, sentire che l’altro c’è. Che basta uno sguardo. A volte si è addirittura troppo vicini per capire. Si diventa miopi, non si mette a fuoco. Rispettare certe distanze, il respiro e la libertà dell’altro è ciò che permette di “sentirlo”, di ascoltarlo, di provare a capirne le esigenze, i moti…
      Se ne potrebbe parlare a lungo.
      Sono cose che sappiamo.
      E tante parole non servono, in fondo.
      Ancora un grazie e un abbraccio.
      A presto,
      P.

      • “Rispettare certe distanze, il respiro e la libertà dell’altro è ciò che permette di “sentirlo”, di ascoltarlo, di provare a capirne le esigenze, i moti…”
        Oh sì, è così. 🙂
        Paolo, non sto bene e non riesco a leggere come piace a me.
        Ecco perché non sto commentando i tuoi scritti.
        Spero a presto.
        Un abbraccio e grazie ancora
        Anna

    • E’ proprio quello che volevo trasmettere.
      Qui non c’è erotismo. C’è umanità – anche fisiologica, se vuoi, ma è “solo” umanità, concreta, solidale, fondata sulla complicità e la capacità di “leggersi” di cui parli tu.

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