Anatomia dell’amore IV – Acqua


Uomini e donne
di carta e di cera.
Di aliti ventosi.
Un piccolo rivolo di fortuna.
Ma cari miei
solo acqua che fugge via!

[I.P., 9/4/2017]


“Certo che ha un bell’odore il tuo coso, lì”, disse senza distogliere lo sguardo dalla tv.
Si voltò a guardarla. Sorrideva divertita continuando a fissare lo schermo, in attesa.
Non aprì bocca, non disse nulla. Aveva capito, ma fece finta di no. Lo faceva spesso, prendeva tempo.
Lei lo sapeva. E lo aspettava.

Erano seduti sul divano, vicino alla stufa. Si erano tolti le scarpe e poggiavano entrambi i piedi su una sedia.
“Non dici niente?”, lo spronò lei. Fece un cenno col mento e mosse gli indici delle mani che teneva intrecciate in grembo.
Lui guardò là dove lei gli aveva indicato, poi dritto su di sé. Infine fece finta di annusare l’aria sporgendosi prima verso di lei poi piegandosi su se stesso.
“Ma cosa fai, stupido?!” Esclamò lei, mettendosi a ridere. “Smettila, che già mi mette abbastanza imbarazzo.”

L’odore, era vero, si sentiva bene.
“In effetti si sente bene”, disse lui.
“Sicura che non sono io?”
“Ma va!”
“Sai, non ho nemmeno fatto una doccia.”
“Nemmeno io. Mi sono sciacquata, ma non ho tolto tutto. Ne era rimasto un po’. E’ sceso.”
Lui la fissò un momento. Poi la baciò sulla fronte.
La fissò nuovamente.

“Perché mi guardi così?”, disse lei. “Sorridi, sembri quasi contento.”
Rise, poi si ritrasse un poco verso il suo angolo di divano.
Faceva sempre così. Si scostava e lo guardava da un po’ più lontano.
Lo faceva per vedere meglio. Per capire. Per capire se quello che sentiva era vero.
Gli occhi interrogativi di lei guizzavano di lato, ora qui ora là, senza incrociare i suoi. Cercava una comprova. La conferma che qualcosa tornasse.
A lui sembrava che gli leggesse dentro.
Non era sempre facile lasciarsi guardare così. Né rispondere alle domande che normalmente seguivano. Era come se quel suo sguardo lo trapassasse, come essere trasparente ai suoi occhi.

Adesso ridevano.
Gli piaceva.
Gli piaceva lei, gli piaceva come parlava.
Di tutto, anche di quello.
Di come voleva farlo, di come voleva essere sfiorata.
Dell’odore che rimaneva. Addosso a lei, a lui, sulle lenzuola.

“Vieni qui”, gli disse.
Lui l’abbracciò. Non desiderava fare altro.
In realtà lasciò che fosse lei ad abbracciarlo.
Si stese su di lei e poggiò il capo sul suo seno.
Lei lo strinse a sé. Sapeva che ne aveva bisogno.
Lei sapeva ogni cosa.
E a lui piaceva che le cose stessero così.
Potersi fidare.

“Mi spiace che tu non possa averne”, gli aveva detto il giorno prima.
Era tanto che non ne parlavano. Stavano bevendo un caffè al tavolino di un bar, prima di andare al lavoro, e lei aveva pronunciato quelle parole come se non avessero alcun peso. L’attimo dopo sembrava già pensare ad altro.
E invece pesavano quelle parole, eccome se pesavano. Anche per lei.
Ma trattarle così era meglio. Per entrambi.
Lei sapeva anche questo.

“Spiace anche a me”, le aveva risposto.

Stare con lei era come essere nudi. Sempre. Lo faceva stare bene.
Per questo non aveva detto niente. Lei sapeva la risposta prima che lui riuscisse ad articolarla. Aveva sorriso. Non poteva fare altro.

Ripensò a loro due seduti sul divano a guardare la tv.
A lei che lo chiama sul balcone per salutare la luna.
Alle lacrime che le increspano gli occhi, nel bosco, al ricordo.
Al suo ventre.
Alle sue cosce.
A quel calore.
A quell’odore.
A quel rivolo.

“Perché mi piacerebbe potesse venirne fuori qualcosa.”

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21 thoughts on “Anatomia dell’amore IV – Acqua

  1. Erotismo e complicità, tenuti assieme da un velo di amara consapevolezza. Non era facile ma hai bilanciato tutto quanto, nessun elemento prevale sull’altro, ciascuno ha ricevuto il giusto peso.

  2. questi due parlano solo per il lettore, che non potrebbe capire da una pagina bianca, ma loro delle parole non avrebbero bisogno, loro s’intendono al primo cenno, gli occhi luccicanti alla luna, i movimenti dei pollici, uno sguardo. eh, la sintonia!
    ml

    • Sì. Tante inutili, false parole. Sceniche, funzionali. Nemmeno una bella poesia, alle volte… Quella roba là, la sintonia… è… tutta un’altra cosa!

  3. E vabeh! Mi sento un pusillanime quando riesci a creare in un breve racconto la complicità, l’armonia, l’erotismo, la sensualità nel battere di poche parole, nello scambio fatto di parole e gesti essenziali. Non ho il cappello, ma se lo avessi, me lo toglierei in segno di riverenza e rispetto. Io annaspo in un fiume di parole e vortici di sensazioni, tu fai un tuffo e te ne risali a riva, stendendoti sulla battigia a prendere il sole con le braccia incrociate dietro la testa, sprofondato nella sabbia come nello schienale di una comoda poltrona. Ok, vado a prendermi una birra al chiosco, tu che vuoi? 😉

    • Red!! Esagerato!!
      [Però mi vedrei bene ora là dove mi hai collocato tu. Anche nella posa. Ahhhh, sì! Sì, sì, sì! Una birra fresca anche per me!… – Prossimo giro tocca a me!… Poi, all’ombra del chiringuito facciamo un po’ di tattica per la partita coi messicani… Volevo ingaggiare Tati, quello scricciolino timido timido che si siede sempre nel tavolino d’angolo al El Bavon… Che dici, potrebbe cavarsela in difesa, come libero? Piccola e timida, ma sotto sotto mi dà l’idea di essere un furetto…]

      • E c’è pure da chiedermelo! FaTati – come la chiamo io – è un must! È come lo scudetto metallizzato nell’albume delle figurine!
        Esagerato pure, ma volevo rendere l’idea della mia meraviglia e rispetto. Ora vado a prendere le birre…(ah come mi ci vedrei pure io su quella spiaggia…)

      • Bene, bene…
        Inizio a pensare alle convocazioni…
        Sarà un sestetto misto, maschi e femmine (un fritto misto, diciamo)… Molto ben assortito…


  4. Hai fatto sentire tutta la sintonia che può esistere tra un uomo e una donna al di là delle parole che non sono più necessarie.
    Credimi, ho i brividi (e non è perché sono malata ora).
    Quella tua chiusa…
    E apprezzo molto i versi iniziali anche.
    Grazie, Paolo.
    A.
    Neppure questa volta ho resistito al piacere di leggerti

    • Grazie ancora Anna!
      Mi fa molto piacere passi qualcosa di ciò che mi arriva, di ciò che a tratti la vita mi ispira. Più di tutto mi piace la condivisione. Ragione di vita.
      L’intesa profonda fra due persone non passa attraverso le parole. Ha altri linguaggi. Ho vissuto condivisioni eccitanti, interessanti, ricche, ma… in qualche modo superficiali. Per arrivare a capire, infine, che quella roba là, le lunghe ore trascorse a parlare di interessi comuni, di viaggi, di letture, esperienze, o anche solo di un film, erano tutte cose bellissime, sì, ma in più. Ciò che col passar degli anni ho imparato a apprezzare in un rapporto è proprio la presenza di quel muto, sotterraneo linguaggio. Le fondamenta, l’intesa. Il sapere di essere capito e che per l’altro è lo stesso. L’esserci, sentire che l’altro c’è. Che basta uno sguardo. A volte si è addirittura troppo vicini per capire. Si diventa miopi, non si mette a fuoco. Rispettare certe distanze, il respiro e la libertà dell’altro è ciò che permette di “sentirlo”, di ascoltarlo, di provare a capirne le esigenze, i moti…
      Se ne potrebbe parlare a lungo.
      Sono cose che sappiamo.
      E tante parole non servono, in fondo.
      Ancora un grazie e un abbraccio.
      A presto,
      P.

      • “Rispettare certe distanze, il respiro e la libertà dell’altro è ciò che permette di “sentirlo”, di ascoltarlo, di provare a capirne le esigenze, i moti…”
        Oh sì, è così. 🙂
        Paolo, non sto bene e non riesco a leggere come piace a me.
        Ecco perché non sto commentando i tuoi scritti.
        Spero a presto.
        Un abbraccio e grazie ancora
        Anna

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