Accident

Origine di un’ossessione

steer away fron this rocks

 

 

Just because you feel it / Doesn’t mean it’s there

Ho acceso lo stereo, attendo l’arrivo di quella canzone.
Il suo ritmo tribale, costante.
Il suo crescere irrisolto in eco trattenute e distorte.
Il punto in cui frasi e domande diventano litania senza orizzonte.

L’ho tradotta a modo mio, portandola sotto pelle.
Ho provato a condividerla, a farla nostra; inutilmente.
Non si produce un’ombra senza una sorgente.

 

In pitch dark / I go walking in / Your landscape

La sussurrai su di un sentiero di montagna.
Passo dopo passo, quelle parole presero forma, impregnando il mio respiro.
Lentamente salivo.
Ritmo e suono si facevano strada dentro me.
Istintivamente, diedi inizio a un intimo cantilenare.

Poi, a un tratto, accelerai, ruppi il respiro.
Anticipai il crescendo di un lamento senza fuga.
Percorsi la scia del mio destino, tracciando il tuo profilo.

 

We are accidents waiting / Waiting / Waiting to happen
We are accidents waiting / Waiting / Waiting to happen
We are …

Dal nulla giunse il presentimento.
Dal nulla mi colse l’ossessione.
Ripetei quelle parole infinite volte.
Lasciai che rimbombassero dentro me.

Feci l’ultima salita di corsa.
Energia e vita battevano all’unisono in me, mentre avanzavo verso il baratro.
Nessun paradosso in questo, nessun contrasto.
Ero vigile e accecato.
Non conoscevo la mia fine, la stavo concependo.

 

Why so green and lonely? / Heaven sent you to me

La mia anima si sarebbe riversata su di te, rivelandoti in proiezioni di desiderio.
Un’incolmabile distanza mi avrebbe permesso di toccarti.
Ero certo, ti avrei riconosciuta.
Il tuo nome era già scritto.

 

 

 

Figurazioni liberamente ispirate alla canzone “There, there“, dei Radiohead.

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22 thoughts on “Accident

  1. Accident…i
    ‘On Paolo caro, guardate che così mi provocate. Voi mi fate cosa assai gradita nel porgermi questa forma così ibrida di scrittura e lettura, che usa la musica per riempire gli spazi tra le righe e tra le parole. Il cervello non ce la fa, la favella non ce la fa, le dita non tengono dietro, tutti si sforzano, ma solo il cuore e le viscere aiutano a fare capire quando ci sei vicino. A tanto così.
    ‘On Paolo bello, voi solo riuscite a illustrare la scena come ci riuscivano certi grandi a teatro delle mie parti. A portare lo spettatore con la mano fino a sotto la scena e poi lasciarlo libero…libero di viaggiare con la sua immaginazione. Un circolo virtuoso, perché dalla grande creatività di uno, ne dipartono tante altre e forse una di questa diventerà grande come la sua prima.
    Evito di fare spam, sì insomma “munnezza”, segnalandoti alcune quisquilie e pinzillachere dalle mie parti. Tanto la strada la conosci. ‘On Paolo bello ‘o sapite ‘sta casa aspetta a vuje.
    Signurì, quando passa ‘On Paolo nuosto, o’ccafè…’ncopp’ o’cunto mio.

  2. In effetti, caro Red, ho già avuto modo di attingere alle leccornie di cui parli e penso proprio che correrò il rischio di risultare invadente e maleducato nell’approfittare ancora senza mezze misure dell’ospitalità di casa tua… Nel tuo essere eclettico e accorto collezionista di esperienze (anche musicali ovviamente) sei e sarai ricca fonte di contaminazione e lieta ispirazione.

    • Grazie! Il brano è ascoltabile in calce. Risale al 2003 ormai. Fu brano d’apertura di un concerto dei Radiohead cui ebbi la fortuna assistere (“Hail to the Thief” Tour, 2003 appunto). E’ un brano molto coinvolgente, a mio avviso. In primis per la parte ritmica e per il fatto che è un continuo crescendo senza via d’uscita, che va a sbattere inevitabilmente contro un muro di nuvole irrisolto. E’ domanda ossessiva e ricorsiva, senza soluzione, dal timbro vagamente epico, di certo lirico. La disperazione è accettata fatalmente, come parte del gioco, dell’esistenza. Credo siano temi e tinte comuni nei brani e nella poetica dei Radiohead…

      • Caspita quanta enfasi nello spiegare un brano! Devono piacerti molto!
        Eh ma ora neanche c’è bisogo che io lo senta: me lo hai fatto ascoltare tu con le tue parole!
        E ma neancje c’erano dubbi vista infatti l’interpretazione dei versi che hai fatto su questo post!

  3. Me lo dovrò rileggere con calma. Per il momento mi resta appiccicata “.we are accident waiting to happen”. Io mi sento molto così. E gli ultimi tuoi versi, una frustata (scusa). Ero certa anch’io di questo, ma. Punto. Ma.

    • Quella frase, ripetuta, sempre più forte. Batte forte. All’inizio appare come una sentenza che cade dall’alto, una condanna cui non è possibile sottrarsi. Poi, cresce, entra dentro di te con l’incalzare insistente di un martello che batte sul chiodo. Alla fine, da dentro, di nuovo sgorga. E’ un urlo. Da constatazione, domanda, a affermazione, accettazione (?). Quell’urlo mi evoca un po’ quello di chi – non potendo diversamente – si getta infine nella mischia, con impeto e violenza, armato di coltello o baionetta. Come se non ci fosse altro destino possibile. [ho acceso lo stereo, ho riascoltato la canzone]
      I miei ultimi versi. I miei ultimi versi scrivono una condanna. La tatuano sulla mia stessa pelle. C’è un insindacabile giudizio in questo, un giudizio unilaterale e unidirezionale. Non tiene conto di un’altra individualità. Non più. In quella lettura, a posteriori, di ciò che ancora deve avvenire e sta per avvenire, non lascio spazio ad altro, se non a quel senso di fatalismo e all’incombente del disastro.
      “There’s always a siren singing you to shipwreck / Stay away from these rocks we’d be a walking disaster”

      “Ma.”
      Avverti forse la mancanza di qualcosa?

      “(scusa)”
      E perché? E’ frusta anche per me.

  4. Hai ragione, l’ho ascoltata ora. Più che accettazione, quello struggente scivolare di voce all’ultima affermazione sembra una dolcissima resa. No, non c’è altro destino possibile. Non sono una che si getta armata di coltello e baionetta, sono più indifesa ancora. Mi getto senza armi, perché non so fare altro. Cerco di scappare, ma poi mi giro e le sirene mi attirano, inevitabilmente, perché cantano la canzone che voglio sentire…

    Ma. (Certo che sento la mancanza di qualcosa. Tu no? Tutti la sentiamo. Il mio “ma” era proprio per dire quel che dici tu, non tener conto di un’altra individualità. Io lo chiamo “non saper leggere le persone” o “disabilità dei sentimenti” – sono così, disabile dei sentimenti. Eppure tutto sta in quei tuoi versi ultimi, quel “ti riconoscerei”, “ti riconosco”, perché è quello che desideriamo e speriamo. Ma. Ma ci credo lo stesso)

    E mi dispiace sia frusta anche per te. Oppure mi piace. Vuol dire che sei ancora uomo (nel senso di umano). Mi fanno ridere (e mi faccio ridere da sola pure io quando lo faccio) quelli/e che dicono sentenze ciniche. Che le sirene mi chiamino, io come Ulisse mi schianterò di nuovo sulla scogliera per vedere cosa c’è in quel canto.

    • Resa incondizionata e disarmata. Hai centrato perfettamente il senso e me l’hai rivelato di nuovo. La foto evoca la caduta nel vuoto, anche solo il rischio di cadere. Qui si tratta di gettarvisi, deliberatamente, seppur avvisati. Queste sono le sirene, l’eco del nostro desiderio, dei nostri sogni. Starne lontani vuol dire non rischiare; vuol dire rinunciare, forse a sentirsi vivi, veramente. Lasciarsi avvolgere, abbandonarsi al loro richiamo, può voler dire perdersi. “Ma.” Non c’è altra via per sentirsi vivi e liberi.

      • Sì. Ancora umani e vivi, nonostante tutto. Disarmati, ma consapevoli.
        Le cicatrici sono creste da ripercorrere in punta di dita; puoi sentire ancora il vuoto.
        Grazie a te, per la tua voglia di leggere attraverso, perché sei qui. Ogni volta che accade qualcosa di simile (condivisione, comprensione, comune/reciproca lettura) una luce, seppur lontana (o “fioca”), s’accende nel buio, infondendo calore e speranza.

  5. Ecco il ritmo che arriva, questa volta di una musica che entra e fa parte del battito e fa scorrere ancora più veloce la linfa, tra pensieri, cuore e piedi…
    Camminare, musica e sentire, sentirsi … Una delle cose più potenti.

    • Hai ragione. Hai estratto il brano giusto. Pensa: scrissi quella cosa parecchi anni fa ormai. Ha l’età di quella canzone. Mi era rimasta dentro. L’apertura di un bellissimo concerto. Il suo ritmo tribale (i due chitarristi attaccarono percuotendo due enormi tamburi ai lati del palco, mentre il riverbero distorto della chitarra elettrica echeggiava e si espandeva nell’aria umida e densa del prato pieno di persone. Era metà giugno). Ero calamitato da quei suoni. Li avevo ascoltati, più volte, avevo il disco. Ma in quel momento… mi stavano toccando. Non era parola, che ancora non comprendevo, né avevo concepito, dentro di me. Era suono, ritmo, battito. E precognizione. Qualcosa che mi scendeva per la spina dorsale.
      E quando, qualche settimana dopo, mi ritrovai su quel sentiero di montagna, a duemila metri, in una landa desolata e lunare, in ascesa. E più su, alzando lo sguardo, intravedevo il dorso della cresta erbosa, spazzata, piegata dal vento. Lì, mentre le brume si dipanavano e il mio fiato non aveva più resistenze, allora la litania prese a pulsare, di più, a battere, a percuotermi da dentro. E con essa il lamento, il grido che chiedeva di uscire, di sgorgare. Un grido che è insieme affermazione e domanda. Accettazione e presa di coscienza. Di un destino, di uno stato. Che non è lontano dal sentimento, dall’amore, dalla voglia, dalla necessità di essere e di dare. Anzi. Ne è l’espressione, per quanto drammatica possa sembrare. E allora accelerai il passo. “We are accident, accident, accident, waiting…” sussurravo, ma forse gridavo, da solo, nel vento, mentre quasi correvo verso l’alto, verso una meta, un confine, apparente, come apparente è il limite posto da un ciglio, da un baratro.
      Ero sudato e stremato, mentre guardavo verso il basso. Il mio petto esplodeva. E mi sentivo vivo…

      • Porcapalettasecchielloetutteleformineinfila ! Mi fai venire voglia di tornare in montagna questo fine settimana!
        Se si ha fortuna di percorrere strade semi deserte, ci sono momenti che il battito e il fiato si fanno musica, richiamano note sentite che amplificano la percezione del mondo intorno… E non senti altro che il pensiero di andare, nonostante la fatica… Andare e basta…
        A me è successo ( ma avevo proprio musica nelle orecchie )… Quando devo fare chiarezza cammino, anche solo per le strade intorno a casa, tra i campi… Non so come ma mi sono ritrovata al paese vicino, non così distante alla fine ma di sicuro, per il mio scarso allenamento era tantissimo , eppure solo per il mio ritmo… Ci sono arrivata.

  6. Speed of sound dei Coldplay mi fa più o meno lo stesso effetto. Anzi gli stessi effetti.ci ritorno si questo post. Sono a display ridotto.

    • Bene. Risonanze. Di più direi. Climax e salita, quinte selvagge e ruvide, costole di montagna. Fatica, respiro, battito. Sudore, anche. E vigoria, adrenalina. Cuore che gonfia e pulsa. E mente che naviga, ovunque, nel pensiero ricorsivo e battente, nel ricordo, nella precognizione, nel desiderio. Sulla cresta di un destino già scritto, già scelto…
      Attendo le tue esperienze, le tue parole.
      A presto!
      Paolo

  7. If you never try then you’ll never know
    la prima legge
    è stato una specie di mantra per un tempo lunghissimo
    la sfida, ma non solo
    la sete di conoscenza
    la giustificazione

    Every chance that you get is a chance you seize
    la seconda legge
    non serve dormire
    a volte non serve nemmeno respirare
    quando tutto quello che fai ti toglie il fiato
    (ma l’assenza di ossigeno, l’aria troppo rarefatta, appanna la mente, distorce la percezione delle cose, è la controindicazione non scritta)

    Birds came flying from the underground
    if you could see it then you’d understand
    la terza legge
    nessuno mi capisce
    nessuno capisce niente
    nessuno vede niente
    tutti chiusi in consolatorie banalità, la famiglia, la tv, le vacanze nel villaggio, i vestiti nuovi (quelli di trainspotting avevano detto più o meno lo stesso fatti di eroina…)

    All those signs, I knew what they meant
    Some things you can’t invent
    Some get made and some get sent
    le conseguenze nel breve termine
    le conseguenze nel lungo termine
    raccogli quello che semini
    (se hai seminato)
    se hai affidato al vento non sai dove troverai i tuoi frutti

    • Davvero molto interessante questa tua personalissima, intensa parafrasi. E’ intrisa di vissuto. Negli anni, nei passaggi epocali, direi, delle prese di coscienza, dell’ingresso nell’età adulta del fare i conti con i propri desideri, i propri limiti, l’importanza dell’esperienza e dell’umiltà nel farne tesoro. La capacità di saperne fare tesoro.
      [curioso: ho rivisto Trainspotting poco tempo fa, in tv, dopo tanto tempo dalla prima volta, direi 20 anni, e mi ha fatto ancora molto effetto; comprese le frasi finali, sì, appena prima dei titoli di coda, sullo sfuocare e sfumare del sorriso tronfio del protagonista, che cammina allegro con le tasche piene di soldi verso un “felice” futuro conformista, fuori dal tunnel dell’indefinito e della vita di espedienti al limite della legalità e della perdizione-malattia-morte…, verso, però, il possibile “oscuramento” della percezione, della brama di vita, dell’inquietudine, motore di ricerca e conoscenza…]
      Bello. Bello credere e confidare nelle proprie potenzialità, nella possibilità di cogliere un giorno i frutti della semina di oggi. Della ricerca, dell’inquietudine, dell’instancabile bisogno di senso… (mai domito, mai sopito, mai giunto)

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