“Mille anni ancora”

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[Ricordando Fabrizio De André, Bergamo, Teatro Donizetti, 15/04/2014]

 

Non ho conosciuto Fabrizio De André, anche se avrei potuto, non sono un giovincello. A dire il vero, quando ascolto le sue canzoni e rileggo i suoi testi – e non è cosa frequente – non lo ripasso, né lo riscopro. Per me Fabrizio, “Faber”, ha ancora il gusto della scoperta. Lui non c’è più, certo, se n’è andato troppo presto. Ma c’è chi ancora ce lo fa incontrare. Come se fosse ancora qui, tra noi. Mi viene in mente un paragone che, seppur sentito e vero, risulterebbe un po’ scontato, mentre quello che vorrei dire qui è tutto fuorché banale, anche se corre l’inevitabile rischio di esserlo.
Ciò che si è manifestato ieri sera non è un miracolo, né la mistificazione di un gruppo di nostalgici. E’ umanità, tanta semplice, nuda umanità. Niente più di questo. Quanto basta per vedere lassù, sul palco, il volto solcato di un uomo ormai vecchio, che grida alla vita, le urla in faccia con voce che taglia, tuona e quasi si schianta come legno spezzato. Nel tempo, sul tempo. Il suo, il nostro. Gli anni che sono passati e non sai dove sono finiti, gli anni di cui inizi a sentire l’amaro sapore e quelli che iniziano forse ad averne uno. Eravamo tanti e diversi, ieri sera, e per ognuno di noi c’era una voce da ascoltare. E c’era chi in questo ti poteva aiutare. Un gruppo di vecchi compagni di viaggio, conosciutisi lungo un cammino iniziato tanti anni fa, che non è ancora finito. E non finirà mai. C’era la voce dell’uomo che sa raccontare, la voce dell’amico, la voce del ricordo, che mentre l’ascolti diventa anche tuo. C’erano le voci di un coro e mani che si trovavano, si riunivano. C’era l’abbraccio, spontaneo, fraterno, c’era il passo di quella danza che è festa e espiazione insieme. E c’era anche il tempo, sì, che è volato via, è tornato da dove era venuto. Mentre lì, a luci accese, restavamo noi. Con un po’ meno paura.

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2 thoughts on ““Mille anni ancora”

  1. Ho molto amato Fabrizio e ho pianto tanto quando è partito verso un orizzonte indefinito… Diceva che Dio era un invenzione dell’uomo, chissà se aveva ragione…ora lo saprà. La sua arte, la sua poetica, capace di descrivere le anime dell’uomo, sempre priva di giudizio, resterà in eterno. Ciao.

  2. Parlo da “profano”, come sai. E come tale, ma soprattutto come uomo, non posso tacere il senso di umana solidarietà che mi arriva ogni volta che ascolto le sue parole. Anche le più accese. Ma ciò che ancor più mi ha colpito e mi colpisce è il sentimento che unisce le persone che si radunano, si ritrovano, si accettano nell’ascoltarle e condividerle. Nel perdurare, nel divenire del tempo. Non vorrei passare per blasfemo o banale, né urtare la sensibilità di nessuno, credente e non, ma è un’esperienza che definirei “evangelica” il ritrovarsi in nome di una parola di conforto, d’amore, di tolleranza. D’accettazione e perdono. Parola umana, certo, che origina dal sangue, dalle pulsioni e dagli umori della terra. Parola che nel suo essere onesta e reale diviene poesia e sentimento universali, universalmente riconosciuti. Ed è lecita e giusta la domanda: esisterebbe un dio senza l’uomo? Credo che mai come oggi la risposta racchiusa nella figura di un Cristo, a noi così vicina, sia confortante e vera. E se è vero che un qualsiasi dio umano o uomo divino si manifesti nel buono di cui è capace ognuno di noi, Fabrizio era e sarà sempre un suo grande testimone.

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