La sedia (10. tiZ On the trAin)

C’è una sedia in fondo al corridoio,
È la sedia del silenzio dove mi raccolgo ogni volta che nun me ne fir’ cchiù…
Sedia di melanconia,
Sedia di gioia,
Sedia di me.
È la seduta della catarsi sprofondante,
La sedia della trasformazione, della rinascita,
Sedia e dulore, sedia d’ammore, sedia caruta, seggia peruta.
Sedia d’aScolto, sedia d’o soliloquio, sedia di silenzio che fa ruMmore.
‘A Seggia d’a speranza, che attesa non voglia conoscere domani…
Sedia di pianto e di conforto,
Sedia di giudizio e di esame
Seggia di morte e di preghiera.
Sedia di risa e di vita, sedia di gioco e di tempo speSo,
La sedia dell’esperienza e dell’immaturità, sedia di imparo e mortifico. Sedia d’insegnante.
Sedia che quel giorno se…
Sedia d’errore…
Sedia di treno, di metro affollata, sedia di “Prego si assetti lei“, sedia d’a conferenza tra doje sconosciuti, sedia di sonno, seggia e mare e de sale, di sete, sedia di scorrere lento, sedia di tran tran. ‘A Seggia d’a musica e d’a lettura pendolare. ‘A seggia scomoda e fredda, comoda e calda, ‘a seggia d’a fermata improvvisa: “Qui si scende signora“. Sedia di improvvisazione, sedia vuota in banchina. La sedia del ritardo e della ramanzina. Sedia di quante parole non dette e delle manifestazioni non espresse e tutte le comunicazioni nOn verbali.
Sedia di ma, ma io, sedia di storia di famiglia, di nonna e le sue storie, sedia di guerra e di fame, di povertà e di rivalsa. Sedia di tutte le decisioni non prese e tutte quelle subite, sedia di ma io sono diverso e di siam tutti nella storia…
Sedia che non venga mai la sera…
Sedia sfasciata, sedia usata, sedia di quell’odore… fa sempre “casa”…
La sedia dell’ amore, consacrato in un anello,
Sedia di sesso, sedia di ossesso, sedia di parto e di vita nuova, sedia che senza te è troppo vuota questa stanza…
Sedia di noi… sedia di confido nel domani, perché è nel mio domani che quella sedia la vedo occupata solo di te.

(Ad Ale….)

[tiZ, tiZ On the trAin, 6/12/2017]

[Ecco. Questa è tiZ. Non servono parole, né per presentarla, né per descriverla o commentarla. Sarebbero inutili. Disturberebbero il suono, il sapore, toglierebbero il ritmo che accompagna i suoi versi. Perché nelle sue di parole c’è tutto. C’è una vita di donna, di mamma, di figlia, di bambina… C’è Napoli e Napucalisse… La litania, la commozione, il pianto, il grido… C’è la rincorsa di un treno che qualche volta non arriva, o comunque bisogna saper aspettare, saper incontrare… C’è l’universo di una carrozza, l’umano bestiario, l’umana enciclopedia. La quotidiana battaglia, la quotidiana lezione. Ci sono i simboli e la mitologia di un’esistenza “amplificata” in una “città-teatro” e in un mondo che a volte sembrano fuori da ogni immaginario e dal tempo. Nelle parole di tiZ c’è una saggezza guadagnata a caro prezzo, sudata sulla pelle. Ma soprattutto c’è lei, tiZ, con tutto il suo calore, il suo colore, il suo cuore; il sorriso e la fiducia inesausti con i quali sa affrontare, erodere, scalzare anche i passaggi più faticosi e tristi.

Grazie.

Sedia (by tiZ)

“Sedia”, foto di tiZ. 

Il nostro diario:

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La sedia (1)

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La sedia (9. comelapolvere)

… resto qua.

In un angolo.

A chiedere se è solo questo il mio ruolo: fare da gradino per arrivare più in alto, sorreggere culi pronti al cibo.

Una maglioncino avvolge il mio schienale, solo per metà. Scivola di lato. Ho spalle troppo strette per sostenerlo.

Panni usati ai miei piedi. Silenzio intorno.

A volte sono scaldata da coperte appena lavate, profumano di lavanda e vaniglia. Ma restano il poco che serve per essere sistemate in altre stanze, più adatte. Luoghi di calore e sogni, di carezze e compagnia.

E io resto qui.

A ricordare l’unica volta che ho fatto da altare ad un amore improvviso, dirompente, semplice e spudorato, dolce e passionale. Tengo stretta la sensazione delle mie gambe che tremano e gioiscono sotto il peso di quell’improvviso uragano, passato per questa stanza a luce spenta. Lo so io cosa è successo. Nessun’altro.

E resto qua, con quel ricordo impresso nel legno dello schienale ad aspettare che ci sia una cena e sperare che sia almeno un millesimo dolce e profumato come quell’istante.

[Tati, comelapolvere, 24/10/2017]

[Con la sua consueta leggerezza Tati – che sa anche graffiare quando deve o vuole, e ci riesce eccome, ma per farlo usa sempre la piuma – dà voce alla sedia. Al legno, alla corda, allo scricchiolio. Guarda dal basso verso l’alto la sua sedia. E’ umile, ma non è povera, anche se potrebbe sembrarlo. Invece è ricca, di ricordi, di momenti di festa, d’allegria e condivisione… Ma di uno in particolare, irripetibile, sa di essere l’unica depositaria. Perché tante cose, anche molto importanti, le persone tendono a dimenticarle, ma basta un semplice segno, un’immagine messa fuoco e impressa nella memoria, a testimoniare che sono realmente accadute.

“Prima di seguirla in salotto, guardai ancora la sedia, piantata in mezzo alla stanza, spoglia, libera. Intorno a lei, ammucchiati nel buio, c’erano scatole, cumuli di biancheria e lenzuola, giocattoli. Chiusi la porta. No, ripetei, non avevamo giocato.”

“Una sedia, tanti ricordi”, foto di Tati. 

Grazie di cuore, Tati!!

Il nostro album di fotografie:

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La sedia (8. pozioni di parole)

L’edificio era grigio, mastodontico, esprimeva una sorta di materialità perenne. Prima, al suo posto, c’era un palazzo razionalista, demolito negli anni Settanta, ma era come fosse radicato lì da sempre. Solo il lettering dell’insegna verticale “ARCHIVIO DI STATO” commemorava il più mondano predecessore, progettato dall’architetto Cetica per la GIL (*). Era immobile negli anni e per i secoli, l’Archivio, con le sue centinaia di scaffali, occupati da migliaia di volumi, contenenti a loro volta milioni di carte. Che ci si trovasse in una struttura istituzionale, lo si avvertiva fin dal principio; un’incarnazione dello Stato in senso tradizionale, quasi freudiano, figura della Legge e del Padre.
In tempi d’incerta “modernità liquida”, varcare quella soglia provocava in Giada sensazioni ambivalenti: stabilità, sicurezza, rigore. Un luogo dove riporre, conservare, ordinare e preservare il mondo dalla sua stessa essenza impermanente. Un luogo paradossale – certo – dove la novità si insinuava a fatica. Questa prima impressione, frequentandolo, si approfondiva. Dopo averne visitato i diversi ambienti – la hall, la stanza degli armadietti e delle macchinette del caffè, i corridoi, i piani intermedi, superiori e sotterranei – le era sembrato di trovarsi all’interno di una cellula unica, una sorta di corpo espanso, che si fosse ramificato senza perciò perdere unicità. I movimenti all’interno erano ritualizzati e regolamentati, in nome della sicurezza ma soprattutto del risparmio energetico-cognitivo, indispensabile forse a mandare avanti un simile colosso.
Gli uomini che lo frequentavano, che lo vivevano e ci lavoravano, seguivano il ritmo della pagina sfogliata con precauzione, dell’accurata decifrazione paleografica; il ritmo paziente della ricerca su guide, inventari, elenchi, sommari, schedari. E tramite terminali ovviamente. Ma la rivoluzione digitale non aveva intaccato quello spirito di fondo. Le richieste di volumi ricevevano risposta con calma e l’utilizzo di guanti rendeva un po’ goffa la loro consultazione live. C’erano anche inerzie e disfunzionalità, di cui tutti si lamentavano e che balzavano all’occhio più delle qualità positive.
Giada si occupava della riproduzione fotografica dei documenti. Era un lavoro come un altro, poco retribuito e tranquillo. La faceva sentire il tramite fra quel mondo chiuso e l’universo esterno, incaricata com’era di rendere accessibile, grazie alle sue fotoriproduzioni, la consultazione delle fonti da un qualunque terminale. La sua stanza, condivisa con un collega, si trovava nel sotterraneo, al termine di una serie di corridoi apparentemente senza sbocco. Stanza 22, l’ultima porta di metallo rosso dopo decine di altre. D’estate era fresca, un luogo da privilegiati rispetto agli uffici dei piani superiori. D’inverno invece era come stare in una grotta ed erano costretti a servirsi di stufette per temperare il gelo.
La sua macchina fotografica scattava raw ad altissima risoluzione: ogni click catturava il “recto” di un “folio” e il “verso” del precedente. Contava mentalmente i numeri di pagina per evitare di saltarne. Era un’occupazione monotona e meccanica, che richiedeva di interrompersi spesso. Si preparava un tè con il bollitore portato da casa e sedeva sulla vecchia sedia verde dai cuscini sagomati. Comoda e accogliente come un piccolo prato. Chiudeva gli occhi e immaginava migliaia di pagine recidere le cuciture e staccarsi dal loro antico ricovero. Vorticare attorno impazzite. Migliaia, milioni di carte che si scrollavano di dosso polvere, preziosi frammenti e tutto ciò che era finito abusivamente dentro il volume: una ciocca di capelli, una mappa, un disegno, uno scampolo di seta. Volteggiavano nella stanza. Troppo fragili e leggere per spalancare porte, erano abbastanza sottili da passarvi sotto. Poi, abilmente, fuoriuscivano nei corridoi e li percorrevano in tutta la loro lunghezza. Edotte forse da tutte le volte che erano state trasportate sui carrelli dai ligi impiegati, sembravano conoscere l’edificio a menadito. Volavano di stanza in stanza fra gli sguardi attoniti di funzionari, studiosi e personale di servizio. Un’invasione di antichi uccelli che si ribellavano alla cattività. Accadeva così da lei, in stanza 22, ma anche nei depositi. Le carte uscivano dai volumi rapide, guizzanti, sempre più confuse fra loro. Una disperazione solo provare a pensare di doverle reinserire ciascuna nel giusto posto e nel proprio fondo! Giada, che negli anni ne aveva fotografati gran parte, era tra i pochi a cui poter demandare una simile impresa. Lei forse avrebbe saputo, almeno in parte, ricongiungere ogni pagina 1 con la 2 e ogni pagina 2 con la 3. Del resto, si diceva ridacchiando, prima di alzarsi dalla sedia dei sogni, l’I Ching lo aveva predetto: il suo destino era ricondurre il disordine all’ordine!

(*) Casa della Gioventù Italiana del Littorio. Tanto interessante l’edificio, purtroppo demolito, quanto esiziale il regime che l’aveva innalzato…

[Caterina, pozioni di parole, 19/10/2017]

[Un vecchio edificio, ormai estinto, un interrato e le sue stanze poco confortevoli. Un mondo obsoleto, immobile e un lavoro certosino e monotono che può imbalsamare. Ma non è così: c’è una vecchia sedia verde, “comoda e accogliente come un piccolo prato”. Una sedia viva. L’appoggio per un sogno ad occhi aperti, il trampolino di lancio per un volo d’uccelli immaginifici e rari. Una via di fuga, verso la libertà.
Perché la sedia di Caterina è diversa dalle altre, ha un potere…

Un felice fil rouge fatto di gambe, traverse e schienali, ci ha portati a leggere anche questa storia, scritta con vera maestria. Una prosa equilibrata, direi raffinata nella sua forma circostanziata e esatta, ci fa accedere al mondo in sé racchiuso e la sensazione che rimane è quella di volerci restare, almeno un altro po’…

Grazie Caterina, del tuo splendido omaggio. E’ stata per me l’occasione di iniziare a conoscerti e scoprire così la bellezza della tua scrittura.

Le Sedie sono zattere, sono partenze e approdi; le Sedie sono sangue, calore, sono ricordo e rimpianto; le Sedie sono ali, sogno e immaginazione…

La sedia (7. massimolegnani)
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La sedia (7. massimolegnani)

Perché la sedia?, mi chiede lui con una curiosità fresca, impellente, come fosse successo la notte scorsa e non quasi sette anni fa. Gli sorrido, davanti a questo caffè impacciato che rimesto di continuo pur non avendolo zuccherato. È che non ci si dovrebbe mai reincontrare, per caso, dopo che le strade si sono spontaneamente divaricate. Io amo la nebbia in cui mi muovo a mio agio e odio l’attimo in cui una folata di vento più feroce delle altre scoperchia improvvisamente il cielo. Ma questa non è una risposta che gli possa dare, quindi continuo a sorridere muta e a rigirare il cucchiaino nella piaga della domanda. Già, riapre una ferita la sua domanda, i ricordi belli sono ferite esposte alle intemperanze della memoria. Avevamo tutto quella sera, il desiderio nelle mani e la rara possibilità di amarci, avevamo il tepore del plaid sul divano, l’agio di un letto, la morbidezza del tappeto davanti al camino, la soffice accoglienza della poltrona grande, io scelsi la scomodità essenziale della sedia. Non per stravaganza ma per necessità: non mi sarebbe bastato amarlo, fare un amore sontuoso e complice, toccare apici, ardire estrosità, io quella notte volevo la durezza di uno scoglio che ci penetrasse nella carne, avevo fame di simboli e possesso, io donna avrei voluto un cazzo per inchiodare il mio uomo per un istante infinito al legno, io donna quella notte ho fatto il pocotanto che potevo.
Se mai dovessi attraversare un mare, l’Adriatico per esempio, userei una zattera, per il contatto con le onde e la solida precarietà dell’andare.
Questa volta è lui a sorridere perplesso. Smetto di girare il cucchiaino, ma non bevo. Gli passo una mano indulgente sullo smarrimento del volto e mi allontano. La sedia, che bisogno c’era di chiedere? A me era sembrato tutto già così evidente.

[Massimo Legnani, orearovescio, 19/10/2017]

[Uno scatto, un’istantanea, il profumo di un caffè. Amaro.
Un attimo vissuto nella memoria che ha la forza di una deflagrazione. Una cricca che minaccia la più granitica convinzione, si apre e si fa boato sordo, in un istante. Basta una domanda, una parola. Ed ecco, il ricordo. Sepolto. Rievocato e incondivisibile. La distanza, il fallimento. Su quella zattera ne viaggiava uno solo.
Con l’arte che gli conosciamo, in poche righe Massimo ha sezionato un rapporto, un pezzo di vita. 
Rimane l’amaro, non di un caffè non bevuto, ma di una nuova convinzione che, seppur dolorosa, faticosa da accettare, sarà come cemento. Perché la sedia è anche questo. Alzarsi e andare via.

Ringrazio di cuore Massimo per aver condiviso il suo pregevole brano.

Elenco le Sedie, i gesti, i ricordi, i significati, i “viaggi”… che abbiamo condiviso fin qui:
La sedia (6. bludinotte)
La sedia (5. fiochelucilontane)
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La sedia (2. lapoetessarossa)
La sedia (1)

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La sedia (6. bludinotte)

Quattrogambe lei, nell’angolo cieco della cucina, a far da guardia ad un tempo che non è più eguale a prima. Quando era giovane di linfa… sorella di più sfortunate quattrogambe. Lei, unica sopravvissuta, alle turbolenze delle famiglie che implodono e poi si sparigliano portando qua e là pezzi di storia comune a fare da strapiombo al tempo. Non più un inutile oggetto, non è un mobile, soprammobile, o masserizia. E’ un’icona sensibile del mio nostalgico ricordo di quando la famiglia, la domenica, si ritrovava tutta unita intorno al grande tavolo e ci vedeva raccontare ai nonni della scuola, degli sport, delle inclinazioni e predisposizioni che cambiavano col crescere di noi ultimi arrivati. La giornata finiva con una fetta di ciambellone della nonna e una moneta “grande” del nonno, per le figurine. Quattrogambe è un luogo caro per me, un rifugio accogliente dove sentirmi ancora a casa come una volta, od una volta ancora… uno schienale sicuro alla mia voglia d’abbandono quando tutto non fa che girarmi attorno come vorticosa giostra dalla quale non vedi l’ora di scendere. In quell’istante, con la testa reclinata all’indietro, il respiro si fa lungo e sembra viaggiarti dentro con la forza di un vento benevolo che ha il dono di ripulirti fino in fondo e sgonfiare il cuore dalle pesantezze. Riacquisti poi la posizione eretta, che ti è dovuta, con gli occhi lucidi e la giusta contezza dell’essere adulto. Quattrogambe lei, io la metà. Per lei il tempo non è trascorso ancora tutto. Non ha il fiato grosso delle mie parole… non ha le vertigini dei miei pensieri… non tentenna quanto me quando provo ad alzami all’improvviso e sento le cose dentro cercare di riprender posto a fatica. Ma gli anni sono un dono ed alla sera non le faccio mai mancare l’ultimo riguardo di un sorriso grato con lo sguardo. Quattrogambe sarà, fino alla mia fine, la famiglia che son stato, quella che mi sono costruito, quella che avrei voluto e magari non vi son riuscito!

[Paolo, bludinotte, 17/10/2017]

[Non conoscevo Paolo prima di oggi. Mi perdevo qualcosa, come si suol dire semplicisticamente, sminuendo. E ancora lo devo conoscere. Ma questa è l’opportunità che questo bel gioco-esperimento-iniziativa spontanea… offre, della quale devo ringraziare lapoetessarossa: fare nuovi incontri. Incontrare e condividere pensieri, visioni. Parteciparli. Conoscere talenti in grado di toccare e mostrare qualcosa di veramente bello.
Mi sento di dire che quella di Paolo è una prosa animata da una forte, netta tensione lirica. Il suo brano è un susseguirsi di pensieri malinconici e profondi, e di espressioni particolarmente felici nel renderne il peso, la (ambi)valenza, l’affanno. Il suo è uno sguardo retrospettivo, ma soprattutto intimo, interiore. Non si narra di una coppia, ma ogni riferimento, ogni allusione è invece rivolto a una “famiglia”, di cui la sedia diviene l’icona, il vessillo, il testimone superstite, concreto, materico, nella diaspora del tempo, della vita. Una famiglia vissuta o soltanto desiderata, sognata, una famiglia “costruita”.
Grazie Paolo. Un brano triste, malinconico, coinvolgente. Un brano che si legge da dentro, a occhi chiusi.

La sedia è occasione, incontro.
Le altre sedie che ho la fortuna di aver incontrato:
La sedia (5)
La sedia (4)
La sedia (3)
La sedia (2)
La sedia (1)

Se qualcun altro volesse rendere ancor più interessante e confortevole il mio soggiorno…: paolo.beretta.email@gmail.com]

La sedia (5. fiochelucilontane)

Un umile oggetto per noi si è fatto radice
trasformandoci in rami contorti l’uno attorno all’altro,
ulivi abbarbicati,
rami sudati, perle come foglie
fiato come linfa,
incastro più che perfetto

– più ancora che le tarsie della seduta
o le spinature delle gambe – tu

riempivi le cavità dell’anima
e quelle di un corpo di fame,
nutrivi il silenzio mutandolo
da astrazione a carne,
da desiderio a fatto.

E l’oggetto abituale
il mobile del transito e del nulla,
– l’inutile seduta da lavanderia –
ha assunto la proprietà di luogo,
di avvenimento, di signifcanza
diventando, per sempre,
colore del sangue.

[Luci, fiochelucilontane, 16/10/2017]

[Ricordo bene la volta che lessi il primo scritto di “Luci”. Non potei trattenermi dall’andare avanti a sfogliare le pagine del suo blog e dire ‘che bello, che bello…, non potevi dirlo meglio’, e farmi portare dalla sua prosa intensa, densa, profumata, fatta di avvolgenti, inebrianti descrizioni sensoriali. Ricordo che il pensiero che la mia prosa scarna, a volte ruvida venisse letta da lei mi riempì d’orgoglio.
Il fatto è che Luci si nutre di poesia, di quella che muove i sensi, scuote, desta. Luci scrive poesia. E la grazia della sua scrittura nulla toglie all’impeto e al trasporto, alla carnalità che l’hanno originata.

Grazie del tuo regalo, quindi, Luci. Apprezzatissimo. Che ci riporta a sentire il sangue, il desiderio, il sentimento che, nell’attimo felice in cui “siamo”, percorrono ogni singola fibra, ogni singola venatura di quella… sedia.

La sedia è poesia, è racconto, ma come giustamente ha sottolineato Marta, La sedia può essere anche immagine, teatro, musica, canzone… e molto altro ancora. Sbizzarriamoci come vogliamo, se vogliamo. Nella massima libertà e individualità.

Le sedie che sono onorato di ospitare nel mio umile soggiorno:
La sedia (4)
La sedia (3)
La sedia (2)
La sedia (1)

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La sedia (4. tramedipensieri)

Ci fu una sedia
e dei ragazzi aggrovigliati
sopra
giovani
con in mano
bicchieri pieni di
luna e stelle

Ci fu una sedia
nel silenzio
pieno
di sentimento
di nude parole
di pose sciolte
_sedute_
sopra
il fluire delle ore

C’è ancora
nei cerchi concentrici
del paradiso
una sedia

[Marta, tramedipensieri, 12/10/2017]

[Grazie Marta, per averci portati in una sfera evocativa, piena di sentimento, di “sentire”… Un abbraccio.

Altre sedie: La sedia (3)La sedia (2), La sedia (1).

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La sedia (3. melogrande)

Io so tutto.
I grandi pensano che I bambini siano stupidi, che non si accorgano di nulla, che non vedano e non sentano. Eppure sono stati piccoli anche loro, e dunque se un bambino non sa com’è essere adulti, un adulto lo dovrebbe sapere sì, com’era essere bambino. Ma si vede che ci si dimentica.

E dunque, che tra la mamma e quel certo signore ci fossero delle tenerezze io l’avevo capito da un pezzo, bastava vedere come lo guardava lei e come si imbarazzava lui quando eravamo presenti mia sorella ed io.
Non era nemmeno antipatico, quel signore, neanche un po’, solo faceva effetto vedere un adulto così imbranato e allora un po’ facevamo apposta ad entrare in sala quando lui non se lo aspettava, con qualche scusa, e ci godevamo l’effetto due volte, sul momento e poi più tardi, a letto, quando Sandra ed io gli facevamo il verso soffocando le risa per non farci sentire.

Non che quei due sentissero un gran che, a dire il vero, se ne stavano sempre lì accoccolati sul divano a guardare la televisione, col plaid tirato fino al collo pure se non faceva tanto freddo, e mi sa che lui si divertiva sempre a farle il solletico, perché la mamma ridacchiava, diceva smettila ma mica si spostava sulla poltrona che stava giusto lì di fianco, forse non aveva un altro plaid.

Quella sera però fu diverso.
Me ne stavo come al solito accucciato sotto le coperte, facendo finta di dormire, mentre Sandra si era addormentata davvero, mi pare, e sentivo le solite risatine soffocate venire dalla sala, ma ad un certo punto ci fu silenzio, un silenzio che durò un po’, e dopo sentii che si alzavano, facendo piano per non svegliarci, solo che io ero già sveglio e sentivo tutto, camminare piano lungo il corridoio, aprire la porta dello stanzino, così ho pensato che forse volevano cambiare gioco, magari giocare a nascondino, però non è che ci siano tanti posti per nascondersi nello stanzino, molto meglio andare in giardino se non fosse che era buio.
Così li sentii un po’ tramestare di là, poi lui doveva averla acchiappata e tenuta stretta stretta, tanto che la mamma ansimava, i ragazzi grandi non si rendono conto di quanto forte stringono quando ti abbracciano, anche lui però aveva un po’ di fiatone, lo sentivo attraverso la parete, poi lui finalmente la lasciò andare, e la mamma fece un gridolino di sollievo.

Quella volta fu diverso, dicevo, ed anche se dopo quella volta non tornarono più a giocare nello stanzino, tutto era cambiato, persino il modo in cui si guardavano o stavano in silenzio, uno accanto all’altra, e forse anche per quello, o non so per quale altro motivo, Sandra ed io non lo prendemmo più in giro e cominciammo a volergli anche un po’ bene.

Certo che l’indomani mi venne subito voglia di andare a vedere lo stanzino, ma era proprio il solito stanzino, piccolo ed ingombro, con lo stendino da una parte e la grande sedia rossa dove la mamma ammucchiava i panni che doveva stirare, solo che la sedia era vuota, ed i panni per terra, ed allora capii che col gioco che avevano fatto la sera prima doveva entrarci per forza, quella sedia.

[Francesco, melogrande, 12/10/2017]

[Ringrazio tantissimo Francesco di aver aderito e risposto alla proposta di dare nuove differenti versioni dello stesso breve racconto. Un piccolo gioco-esperimento che può rivelarsi un’interessante mescola di creatività, tecnica e personalità.

Versioni precedenti: La sedia (2), La sedia (1).

Se qualcun altro volesse farmi felice partecipando con la propria originale visione e inventiva: paolo.beretta.email@gmail.com]