Vecchi racconti

 

DEJEUNER SUR L’HERBE

Da sempre Oswald osservava le cose e la gente. Un tempo era stato molto bravo in questo, tanto da vedersene riconosciuto il merito. Dicevano che difficilmente gli sfuggiva qualcosa, che non perdeva un dettaglio. La cura con la quale osservava, poi, era pari all’attenzione che usava per non essere scorto. Deformazione professionale: Oswald era un fotografo, uno di quelli che lo fanno di mestiere, con la sua Leica aveva girato il mondo. Ma è più corretto dire che lo era stato. Da anni non viaggiava e non fotografava più, da anni si era ritirato in una cittadina di provincia e campava riproducendo il lavoro di altri. Pareva avesse perso la passione, e forse era vero, ma di certo non aveva perso il talento, solo non usava più la macchina fotografica.
Una mattina, Oswald si trovava al solito bar, quando la sua attenzione venne attratta da una ragazza in piedi al banco. Indossava una blusa di cotone, di qualche taglia più grande, un paio di jeans lisi e delle scarpe da lavoro con la punta di ferro, nel complesso dava l’impressione di essere troppo giovane e inadeguata per quegli indumenti. Non era bella, era un virgulto cresciuto di slancio, privo di sinuosità. Spalle angolose, braccia sottili e nerborute che avanzavano dalla manica risvoltata della blusa, dita affusolate e forti, dai movimenti precisi. I gesti taglienti e sbrigativi davano l’idea di una bambina un po’ ribelle, cresciuta in fretta. L’esilità in quella figura non era indice di fragilità, ma di una qualche forma di caparbia ostinazione. Aveva un viso affilato e asciutto, segnato dall’adolescenza. Le labbra erano solo un’umida ferita inferta alla scorza di un frutto acerbo, ma gli occhi, due grandissimi occhi blu incastonati in un volto privo d’armonia, avevano il potere di riscattarlo. La ragazza bevve un caffè al banco e sostò ancora un poco in silenzio. Parve inquieta. Poco dopo, s’avviò all’uscita, ma sulla porta si voltò di scatto come se rispondesse a un richiamo. A quel punto Oswald abbassò lo sguardo sul giornale che aveva aperto sul tavolino davanti a sé.
Da quella volta la rivide quasi tutti i giorni. Si presentava in tenuta da lavoro e ordinava sempre e soltanto un caffè. Finché un giorno, Oswald la vide prendere posto al tavolino di due eleganti uomini d’affari sulla terrazza. I due continuarono a parlare fra loro, mentre la ragazza rimase in silenzio, annuendo di tanto in tanto. Oswald la vedeva di spalle, sulle quali ricadevano i folti capelli castani, liberi dal consueto legaccio. A gambe accavallate, faceva oscillare il piede libero, buffamente ingigantito dalla calzatura da lavoro. Sembrava a proprio agio fra quei signori dagli abiti curati e i modi un po’ leziosi. Oswald conosceva uno di loro, antiquario, persona in vista del quartiere, l’altro invece doveva essere un cliente venuto da fuori. La tenuta della ragazza contrastava vistosamente con l’abbigliamento e il portamento dei due, eppure questo dettaglio pareva non turbare nessuno. Nemmeno Oswald, che, rendendosene conto, cercò di ricordare il titolo di un famoso quadro impressionista. In quell’istante, però, senza preavviso, la ragazza si voltò verso di lui e, scorgendolo, gli sorrise amabilmente. Oswald sussultò, ma non poté fare a meno di rimarcare l’unicità di quel volto, i cui difetti erano tenuti insieme da uno sguardo. Provò l’irresistibile desiderio di fotografarlo. Meravigliato da ciò che gli passava per la testa, pensò di invitare la ragazza nel proprio studio, l’istinto gli diceva che avrebbe acconsentito. La ragazza si alzò, raccolse un posacenere da un tavolo e lo passò all’antiquario che la ringraziò con un sorriso. Una giovane restauratrice in compagnia di facoltosi mercanti d’arte, pensò Oswald. E s’abbandonò a qualche fantasticheria, immaginandola nel laboratorio, alle prese con la levigatura e la verniciatura del legno, le mani sottili e forti che ne carezzavano le venature prima di rimuoverne strati d’incuria nel tentativo di rendergli il lustro originale.
Invece fu proprio lei, la giovane restauratrice, a prender per prima l’iniziativa. E scelse uno strano modo per farlo: un biglietto scritto di suo pugno, recapitato proprio lì, al solito bar. Col rischio di venir intercettata da qualcuno, riuscì a far sì che Oswald lo trovasse fra le pagine del proprio giornale. Sul biglietto egli lesse solo poche parole che, proprio per questo, gli risultarono alquanto enigmatiche. Sul momento, ricevere quell’insolita missiva gli diede il brivido della sorpresa, ma si trattò solo di un attimo. Il suo sguardo andò istintivamente al bancone del bar, deserto, poi vagò interrogativo per la sala e fuori, sulla terrazza. Uno scambio di battute indifferenti fra il barista e il ragazzo che puliva i tavoli fu l’unica risposta al suo sconcerto: la ragazza conosceva nei dettagli le sue abitudini, i suoi movimenti. Che altro poteva sapere di lui, da quanto tempo lo curava? Era stata molto accorta, pensò, constatando di essere stato notato ben prima che lo facesse lui. Lei, d’altronde, non si faceva certo notare: metteva piede ogni giorno nel bar senza lasciare traccia. Per un tempo indefinito, prima di provarglielo lei stessa, era stata invisibile ai suoi occhi. Brava, brava davvero. Ora, però, nulla era più come prima. Affermando la propria esistenza, la ragazza rivelava al mondo quella di lui. E Oswald non avrebbe mai voluto che questo accadesse.
Per tutto il giorno fu preda dell’opprimente sensazione d’essere stato scoperto. Tornato al suo studio, non riuscendo a separarsene, infilò il biglietto in una tasca del camice. Lo tastava di tanto in tanto, come per verificare che fosse ancora lì, che esistesse davvero. L’apriva lontano dalla vista del suo assistente e lo studiava con simulato distacco, provando a interpretarne la grafia e a indovinare il nome che si nascondeva dietro quella S puntata. Nonostante non gli riconoscesse alcun valore, né stimasse la mente che l’aveva concepito o il modo infantile con il quale si esprimeva, il semplice fatto di avere in mano quel pezzo di carta gli dava una specie di prurito. Dovette ammetterlo: era curioso. Non succedeva da molto tempo.
Licenziato il suo assistente, Oswald continuò a lavorare fino a tardi. Stette diverse ore in camera oscura; quando ne uscì, lo studio era invaso dalle ombre. Prima di chiudere, si soffermò a osservare alcuni ingrandimenti alla luce bicromatica di un quarto di luna. Arrivato a casa, decise di andare a dormire senza cenare: non aveva fame, ma non era nemmeno stanco. Stette a lungo immobile nel letto, fumando e fissando il soffitto. Sul comodino, di fianco al posacenere, c’era il biglietto. Lo lesse ancora una volta, ma dovette riconoscere che quelle scarne parole non avevano più niente da dire. Si chiese se fosse il caso di parlare con la ragazza, ma ci ripensò subito. Gli balenò allora l’idea di partire per un lungo viaggio, di chiuder bottega per un po’ e lasciare la città, la gente del quartiere, il solito bar. Ma sì, pensò, andare via per un po’, oppure, perché no, abbandonare tutto, cambiare di nuovo vita, ricominciare da capo. Ma anche questo fu solo il pensiero di un momento.
“Per una ragazzina!” Sospirò.
Ripose il biglietto e spense la luce. L’indomani, pensò, l’avrebbe buttato via. Ma non lo fece. Andò a finire che cambiò soltanto bar.

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8 thoughts on “Vecchi racconti

  1. adoro le descrizioni di donne o ragazze non canonicamente belle ma che la descrizione stessa e un dettaglio sapientemente infilato (l’unicità di quel volto, i cui difetti erano tenuti insieme da uno sguardo.) rendono desiderabili. Ben condotto il racconto che è dettagliato eppure avvolto in una patina di mistero (perchè il protagonista non vuole essere scoperto? solo per scontrosità del carattere o ha un passato da nascondere? che cosa ha scritto S. nel biglietto).
    sono domande che è giusto stiano senza risposta, ne guadagna la tensione narrativa. Azzeccato il finale che però, lo confesso, mi ha deluso sul piano emotivo 🙂
    ml

    • Grazie Massimo. Apprezzo tantissimo il tuo giudizio. E pure il gusto. Da tanto tempo non rileggevo il racconto e mi hai fatto riscoprire le sue origini. I ritratto di quella giovane donna, acerba e caratterizzata dai suoi lineamenti un po’ spigolosi, di certo non canonicamente belli. Ricordo che al tempo fui a un tratto ispirato da un ritratto di donna di E. Schiele (proverò a recuperarlo…). Grazie ancora dell’attenzione e della visita. A presto, spero.

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