La sedia (8. pozioni di parole)

L’edificio era grigio, mastodontico, esprimeva una sorta di materialità perenne. Prima, al suo posto, c’era un palazzo razionalista, demolito negli anni Settanta, ma era come fosse radicato lì da sempre. Solo il lettering dell’insegna verticale “ARCHIVIO DI STATO” commemorava il più mondano predecessore, progettato dall’architetto Cetica per la GIL (*). Era immobile negli anni e per i secoli, l’Archivio, con le sue centinaia di scaffali, occupati da migliaia di volumi, contenenti a loro volta milioni di carte. Che ci si trovasse in una struttura istituzionale, lo si avvertiva fin dal principio; un’incarnazione dello Stato in senso tradizionale, quasi freudiano, figura della Legge e del Padre.
In tempi d’incerta “modernità liquida”, varcare quella soglia provocava in Giada sensazioni ambivalenti: stabilità, sicurezza, rigore. Un luogo dove riporre, conservare, ordinare e preservare il mondo dalla sua stessa essenza impermanente. Un luogo paradossale – certo – dove la novità si insinuava a fatica. Questa prima impressione, frequentandolo, si approfondiva. Dopo averne visitato i diversi ambienti – la hall, la stanza degli armadietti e delle macchinette del caffè, i corridoi, i piani intermedi, superiori e sotterranei – le era sembrato di trovarsi all’interno di una cellula unica, una sorta di corpo espanso, che si fosse ramificato senza perciò perdere unicità. I movimenti all’interno erano ritualizzati e regolamentati, in nome della sicurezza ma soprattutto del risparmio energetico-cognitivo, indispensabile forse a mandare avanti un simile colosso.
Gli uomini che lo frequentavano, che lo vivevano e ci lavoravano, seguivano il ritmo della pagina sfogliata con precauzione, dell’accurata decifrazione paleografica; il ritmo paziente della ricerca su guide, inventari, elenchi, sommari, schedari. E tramite terminali ovviamente. Ma la rivoluzione digitale non aveva intaccato quello spirito di fondo. Le richieste di volumi ricevevano risposta con calma e l’utilizzo di guanti rendeva un po’ goffa la loro consultazione live. C’erano anche inerzie e disfunzionalità, di cui tutti si lamentavano e che balzavano all’occhio più delle qualità positive.
Giada si occupava della riproduzione fotografica dei documenti. Era un lavoro come un altro, poco retribuito e tranquillo. La faceva sentire il tramite fra quel mondo chiuso e l’universo esterno, incaricata com’era di rendere accessibile, grazie alle sue fotoriproduzioni, la consultazione delle fonti da un qualunque terminale. La sua stanza, condivisa con un collega, si trovava nel sotterraneo, al termine di una serie di corridoi apparentemente senza sbocco. Stanza 22, l’ultima porta di metallo rosso dopo decine di altre. D’estate era fresca, un luogo da privilegiati rispetto agli uffici dei piani superiori. D’inverno invece era come stare in una grotta ed erano costretti a servirsi di stufette per temperare il gelo.
La sua macchina fotografica scattava raw ad altissima risoluzione: ogni click catturava il “recto” di un “folio” e il “verso” del precedente. Contava mentalmente i numeri di pagina per evitare di saltarne. Era un’occupazione monotona e meccanica, che richiedeva di interrompersi spesso. Si preparava un tè con il bollitore portato da casa e sedeva sulla vecchia sedia verde dai cuscini sagomati. Comoda e accogliente come un piccolo prato. Chiudeva gli occhi e immaginava migliaia di pagine recidere le cuciture e staccarsi dal loro antico ricovero. Vorticare attorno impazzite. Migliaia, milioni di carte che si scrollavano di dosso polvere, preziosi frammenti e tutto ciò che era finito abusivamente dentro il volume: una ciocca di capelli, una mappa, un disegno, uno scampolo di seta. Volteggiavano nella stanza. Troppo fragili e leggere per spalancare porte, erano abbastanza sottili da passarvi sotto. Poi, abilmente, fuoriuscivano nei corridoi e li percorrevano in tutta la loro lunghezza. Edotte forse da tutte le volte che erano state trasportate sui carrelli dai ligi impiegati, sembravano conoscere l’edificio a menadito. Volavano di stanza in stanza fra gli sguardi attoniti di funzionari, studiosi e personale di servizio. Un’invasione di antichi uccelli che si ribellavano alla cattività. Accadeva così da lei, in stanza 22, ma anche nei depositi. Le carte uscivano dai volumi rapide, guizzanti, sempre più confuse fra loro. Una disperazione solo provare a pensare di doverle reinserire ciascuna nel giusto posto e nel proprio fondo! Giada, che negli anni ne aveva fotografati gran parte, era tra i pochi a cui poter demandare una simile impresa. Lei forse avrebbe saputo, almeno in parte, ricongiungere ogni pagina 1 con la 2 e ogni pagina 2 con la 3. Del resto, si diceva ridacchiando, prima di alzarsi dalla sedia dei sogni, l’I Ching lo aveva predetto: il suo destino era ricondurre il disordine all’ordine!

(*) Casa della Gioventù Italiana del Littorio. Tanto interessante l’edificio, purtroppo demolito, quanto esiziale il regime che l’aveva innalzato…

[Caterina, pozioni di parole, 19/10/2017]

[Un vecchio edificio, ormai estinto, un interrato e le sue stanze poco confortevoli. Un mondo obsoleto, immobile e un lavoro certosino e monotono che può imbalsamare. Ma non è così: c’è una vecchia sedia verde, “comoda e accogliente come un piccolo prato”. Una sedia viva. L’appoggio per un sogno ad occhi aperti, il trampolino di lancio per un volo d’uccelli immaginifici e rari. Una via di fuga, verso la libertà.
Perché la sedia di Caterina è diversa dalle altre, ha un potere…

Un felice fil rouge fatto di gambe, traverse e schienali, ci ha portati a leggere anche questa storia, scritta con vera maestria. Una prosa equilibrata, direi raffinata nella sua forma circostanziata e esatta, ci fa accedere al mondo in sé racchiuso e la sensazione che rimane è quella di volerci restare, almeno un altro po’…

Grazie Caterina, del tuo splendido omaggio. E’ stata per me l’occasione di iniziare a conoscerti e scoprire così la bellezza della tua scrittura.

Le Sedie sono zattere, sono partenze e approdi; le Sedie sono sangue, calore, sono ricordo e rimpianto; le Sedie sono ali, sogno e immaginazione…

La sedia (7. massimolegnani)
La sedia (6. bludinotte)
La sedia (5. fiochelucilontane)
La sedia (4. tramedipensieri)
La sedia (3. melogrande)
La sedia (2. lapoetessarossa)
La sedia (1)

Se qualcun altro volesse portarci con sé, sulla sua sedia…: paolo.beretta.email@gmail.com]

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La sedia (7. massimolegnani)

Perché la sedia?, mi chiede lui con una curiosità fresca, impellente, come fosse successo la notte scorsa e non quasi sette anni fa. Gli sorrido, davanti a questo caffè impacciato che rimesto di continuo pur non avendolo zuccherato. È che non ci si dovrebbe mai reincontrare, per caso, dopo che le strade si sono spontaneamente divaricate. Io amo la nebbia in cui mi muovo a mio agio e odio l’attimo in cui una folata di vento più feroce delle altre scoperchia improvvisamente il cielo. Ma questa non è una risposta che gli possa dare, quindi continuo a sorridere muta e a rigirare il cucchiaino nella piaga della domanda. Già, riapre una ferita la sua domanda, i ricordi belli sono ferite esposte alle intemperanze della memoria. Avevamo tutto quella sera, il desiderio nelle mani e la rara possibilità di amarci, avevamo il tepore del plaid sul divano, l’agio di un letto, la morbidezza del tappeto davanti al camino, la soffice accoglienza della poltrona grande, io scelsi la scomodità essenziale della sedia. Non per stravaganza ma per necessità: non mi sarebbe bastato amarlo, fare un amore sontuoso e complice, toccare apici, ardire estrosità, io quella notte volevo la durezza di uno scoglio che ci penetrasse nella carne, avevo fame di simboli e possesso, io donna avrei voluto un cazzo per inchiodare il mio uomo per un istante infinito al legno, io donna quella notte ho fatto il pocotanto che potevo.
Se mai dovessi attraversare un mare, l’Adriatico per esempio, userei una zattera, per il contatto con le onde e la solida precarietà dell’andare.
Questa volta è lui a sorridere perplesso. Smetto di girare il cucchiaino, ma non bevo. Gli passo una mano indulgente sullo smarrimento del volto e mi allontano. La sedia, che bisogno c’era di chiedere? A me era sembrato tutto già così evidente.

[Massimo Legnani, orearovescio, 19/10/2017]

[Uno scatto, un’istantanea, il profumo di un caffè. Amaro.
Un attimo vissuto nella memoria che ha la forza di una deflagrazione. Una cricca che minaccia la più granitica convinzione, si apre e si fa boato sordo, in un istante. Basta una domanda, una parola. Ed ecco, il ricordo. Sepolto. Rievocato e incondivisibile. La distanza, il fallimento. Su quella zattera ne viaggiava uno solo.
Con l’arte che gli conosciamo, in poche righe Massimo ha sezionato un rapporto, un pezzo di vita. 
Rimane l’amaro, non di un caffè non bevuto, ma di una nuova convinzione che, seppur dolorosa, faticosa da accettare, sarà come cemento. Perché la sedia è anche questo. Alzarsi e andare via.

Ringrazio di cuore Massimo per aver condiviso il suo pregevole brano.

Elenco le Sedie, i gesti, i ricordi, i significati, i “viaggi”… che abbiamo condiviso fin qui:
La sedia (6. bludinotte)
La sedia (5. fiochelucilontane)
La sedia (4. tramedipensieri)
La sedia (3. melogrande)
La sedia (2. lapoetessarossa)
La sedia (1)

Se qualcun altro volesse accomodarsi e arricchire questo nostro spazio: paolo.beretta.email@gmail.com]

La sedia (6. bludinotte)

Quattrogambe lei, nell’angolo cieco della cucina, a far da guardia ad un tempo che non è più eguale a prima. Quando era giovane di linfa… sorella di più sfortunate quattrogambe. Lei, unica sopravvissuta, alle turbolenze delle famiglie che implodono e poi si sparigliano portando qua e là pezzi di storia comune a fare da strapiombo al tempo. Non più un inutile oggetto, non è un mobile, soprammobile, o masserizia. E’ un’icona sensibile del mio nostalgico ricordo di quando la famiglia, la domenica, si ritrovava tutta unita intorno al grande tavolo e ci vedeva raccontare ai nonni della scuola, degli sport, delle inclinazioni e predisposizioni che cambiavano col crescere di noi ultimi arrivati. La giornata finiva con una fetta di ciambellone della nonna e una moneta “grande” del nonno, per le figurine. Quattrogambe è un luogo caro per me, un rifugio accogliente dove sentirmi ancora a casa come una volta, od una volta ancora… uno schienale sicuro alla mia voglia d’abbandono quando tutto non fa che girarmi attorno come vorticosa giostra dalla quale non vedi l’ora di scendere. In quell’istante, con la testa reclinata all’indietro, il respiro si fa lungo e sembra viaggiarti dentro con la forza di un vento benevolo che ha il dono di ripulirti fino in fondo e sgonfiare il cuore dalle pesantezze. Riacquisti poi la posizione eretta, che ti è dovuta, con gli occhi lucidi e la giusta contezza dell’essere adulto. Quattrogambe lei, io la metà. Per lei il tempo non è trascorso ancora tutto. Non ha il fiato grosso delle mie parole… non ha le vertigini dei miei pensieri… non tentenna quanto me quando provo ad alzami all’improvviso e sento le cose dentro cercare di riprender posto a fatica. Ma gli anni sono un dono ed alla sera non le faccio mai mancare l’ultimo riguardo di un sorriso grato con lo sguardo. Quattrogambe sarà, fino alla mia fine, la famiglia che son stato, quella che mi sono costruito, quella che avrei voluto e magari non vi son riuscito!

[Paolo, bludinotte, 17/10/2017]

[Non conoscevo Paolo prima di oggi. Mi perdevo qualcosa, come si suol dire semplicisticamente, sminuendo. E ancora lo devo conoscere. Ma questa è l’opportunità che questo bel gioco-esperimento-iniziativa spontanea… offre, della quale devo ringraziare lapoetessarossa: fare nuovi incontri. Incontrare e condividere pensieri, visioni. Parteciparli. Conoscere talenti in grado di toccare e mostrare qualcosa di veramente bello.
Mi sento di dire che quella di Paolo è una prosa animata da una forte, netta tensione lirica. Il suo brano è un susseguirsi di pensieri malinconici e profondi, e di espressioni particolarmente felici nel renderne il peso, la (ambi)valenza, l’affanno. Il suo è uno sguardo retrospettivo, ma soprattutto intimo, interiore. Non si narra di una coppia, ma ogni riferimento, ogni allusione è invece rivolto a una “famiglia”, di cui la sedia diviene l’icona, il vessillo, il testimone superstite, concreto, materico, nella diaspora del tempo, della vita. Una famiglia vissuta o soltanto desiderata, sognata, una famiglia “costruita”.
Grazie Paolo. Un brano triste, malinconico, coinvolgente. Un brano che si legge da dentro, a occhi chiusi.

La sedia è occasione, incontro.
Le altre sedie che ho la fortuna di aver incontrato:
La sedia (5)
La sedia (4)
La sedia (3)
La sedia (2)
La sedia (1)

Se qualcun altro volesse rendere ancor più interessante e confortevole il mio soggiorno…: paolo.beretta.email@gmail.com]

La sedia (5. fiochelucilontane)

Un umile oggetto per noi si è fatto radice
trasformandoci in rami contorti l’uno attorno all’altro,
ulivi abbarbicati,
rami sudati, perle come foglie
fiato come linfa,
incastro più che perfetto

– più ancora che le tarsie della seduta
o le spinature delle gambe – tu

riempivi le cavità dell’anima
e quelle di un corpo di fame,
nutrivi il silenzio mutandolo
da astrazione a carne,
da desiderio a fatto.

E l’oggetto abituale
il mobile del transito e del nulla,
– l’inutile seduta da lavanderia –
ha assunto la proprietà di luogo,
di avvenimento, di signifcanza
diventando, per sempre,
colore del sangue.

[Luci, fiochelucilontane, 16/10/2017]

[Ricordo bene la volta che lessi il primo scritto di “Luci”. Non potei trattenermi dall’andare avanti a sfogliare le pagine del suo blog e dire ‘che bello, che bello…, non potevi dirlo meglio’, e farmi portare dalla sua prosa intensa, densa, profumata, fatta di avvolgenti, inebrianti descrizioni sensoriali. Ricordo che il pensiero che la mia prosa scarna, a volte ruvida venisse letta da lei mi riempì d’orgoglio.
Il fatto è che Luci si nutre di poesia, di quella che muove i sensi, scuote, desta. Luci scrive poesia. E la grazia della sua scrittura nulla toglie all’impeto e al trasporto, alla carnalità che l’hanno originata.

Grazie del tuo regalo, quindi, Luci. Apprezzatissimo. Che ci riporta a sentire il sangue, il desiderio, il sentimento che, nell’attimo felice in cui “siamo”, percorrono ogni singola fibra, ogni singola venatura di quella… sedia.

La sedia è poesia, è racconto, ma come giustamente ha sottolineato Marta, La sedia può essere anche immagine, teatro, musica, canzone… e molto altro ancora. Sbizzarriamoci come vogliamo, se vogliamo. Nella massima libertà e individualità.

Le sedie che sono onorato di ospitare nel mio umile soggiorno:
La sedia (4)
La sedia (3)
La sedia (2)
La sedia (1)

Se qualcun altro volesse “accomodarsi”, può farlo nei commenti o scrivendomi qui: paolo.beretta.email@gmail.com]

SANGUE RAPPRESO – VIII

 

SECONDA PARTE

«Se ne stava a capo chino, intenta a contemplarsi le unghie.
Una di esse era macchiata da un’incrostazione di sangue rappreso, ormai color ruggine.
Avvicinò istintivamente l’unghia alle labbra.»

[Yukio Mishima, “Sete d’amore”]

VIII

(Il porto)

Abbandonata ogni speranza di convincere la ragazza, il cocchiere frustò i cavalli e diresse la carrozza verso il porto. Ester rimase accanto al ferito, steso sul carro di fianco alla bara; gli teneva in grembo la testa tamponando la ferita con la propria veste. Lina, sulla cassetta, aggrappata al conducente, le rivolgeva sguardi di terrore per ciò cui stava assistendo e ciò che doveva ancora affrontare. Stringeva in braccio la sorellina che urlava piangendo, terrorizzata dalle urla e da tutta quell’agitazione.
Sul tragitto verso il porto incontrarono dei soldati che presidiavano una piazza, i quali però li lasciarono sfilare distrattamente. Le strade erano completamente deserte. C’era un che di spettrale in quella totale assenza di persone. Le abitazioni silenti, oscurate, parevano vuote, abbandonate; gli improvvisi clamori che di tanto in tanto giungevano da lontano, erano gli unici segni di vita, tutt’altro che rassicuranti.
Ma rimaneva il profumo del mare, che un vento crescente soffiava testardamente verso il centro, nell’intrico di vicoli e piazzette e lungo i viali, agitando le fronde di pini e palme, indifferenti al clima di immobilità e attesa che soggiogava la città.

La loro corsa s’interruppe all’ingresso del porto, dove alcuni gendarmi sbarrarono loro la strada interrogandoli. Il conducente non fece a tempo a rispondere, che un soldato lanciò l’allarme. “C’è un ferito qui!”, gridò, portando istintivamente la mano al moschetto. “Tenente, un ferito sul carro!”, e ordinò a Ester di non muoversi, mentre lei cercava di placare gli spasmi improvvisi del giovane che respirava a fatica emettendo profondi sospiri, simili a singulti. Forse voleva parlare, dire qualcosa, ma aveva perso molto sangue ormai e i suoi gesti, privi di forza, sfuggivano al suo controllo.
L’ufficiale si avvicinò lentamente.
“Che cosa ci fate qui?”, chiese scandendo lentamente le parole. Con il dorso della mano indicò le bambine sul carro senza distogliere lo sguardo dal volto dell’uomo, stretto nelle mani di Ester. Il sangue le aveva inzuppato la veste e colava sul pianale del carro dove il legno lo assorbiva mutando colore.
Ester non rispondeva, non alzava nemmeno lo sguardo. Non sapeva nemmeno perché si trovasse lì, lontano dal suo ambiente, dalla sua vita, in una città sconosciuta. Aveva obbedito a un ordine non scritto, aveva seguito l’istinto. Ed esso ancora le diceva che quel ragazzo non doveva morire per strada, abbandonato, lontano da chi fino a quel giorno aveva condiviso con lui sforzi e fatiche, da chi lo aveva affiancato nella sofferenza e nella lotta della sua esistenza.
“E’ un uomo del porto, l’abbiamo raccolto…”, Ester articolò pensieri e parole, “… E’ stato un incidente… Sta morendo…”, ingoiò un singhiozzo. “Devo portarlo dai suoi compagni”, aggiunse infine, fissando il tenente negli occhi.
I soldati guardarono il loro superiore in attesa di una decisione e di un ordine.
Anche Lina scrutava il volto di quel giovanotto azzimato, impettito nella sua uniforme. Aveva gli occhi azzurri, i capelli dorati e dei curiosi baffetti castani, estremamente sottili.
Un urlo di pianto della piccola Luciana infranse il silenzio.
“Quest’uomo ha il cranio spaccato”, disse l’ufficiale con parole piatte, distanti. “Ha perso conoscenza, non gli resta molto tempo”.
Proprio in quell’istante il ferito ebbe un fremito e contrasse i muscoli in uno spasmo violento. Una mano si sollevò e strinse i polsi di Ester incrociati sotto il suo mento. Digrignò i denti a occhi chiusi.
“Lasciateli passare”, ordinò il tenente. “Se ne occuperanno i camalli. E’ uno di loro”.
Il vetturino, che fino a quel momento non era intervenuto per paura di incorrere in guai ancor più seri, diede uno schiocco di frusta e incitò i cavalli a riprendere la marcia. Mai in vita sua avrebbe pensato di raccogliere in un giorno due cadaveri…

Passato il posto di blocco e il varco d’ingresso, ciò che le viaggiatrici si trovarono di fronte fu qualcosa di mai visto che non poté lasciarle indifferenti. Il porto, immenso. Dalla cornice delle antiche mura, che percorsero al passo, godettero di una visione per certi versi impareggiabile. Nella luce del pomeriggio la superficie del mare del bacino delle Grazie, solcata qua e là dal passaggio di alcune imbarcazioni, riempiva gli occhi di un verde striato. Dalla parte opposta della baia, di fronte a loro svettava la torre della Lanterna sulla collina di San Benigno e sotto, nell’ampio seno del golfo, si snodava una serie di bianchi pontili con una moltitudine di piccoli bastimenti, sormontati a levante da un maestoso tre alberi. Dei mercantili erano ormeggiati ai moli e molti altri battelli di più modeste dimensioni popolavano la rada, colorandola inaspettatamente.
Quello del porto di Genova era uno scenario che non aveva nulla a che vedere con quello della città di terra. Su quei ponti, sui moli e le banchine ingombri di casse e reti accatastate, viveva un’altra città, con la sua toponomastica, i suoi accessi, i suoi crocevia. Una comunità, con le sue regole, i suoi riti. Una città nella città, al di là di una cinta di mura, racchiusa e al contempo liberata dal mare, il cui odore, i cui riflessi colmavano i sensi.
C’era una quiete apparente in quel giorno di festa e astensione dal lavoro. Ai sili, nei depositi di grano, cotone e carbone, sui moli e sui pontili si lavorava a ritmo ridotto. Non aveva luogo il consueto formicolare e avvicendarsi di persone, né il frenetico, affannoso sbracciare e sacramentare di tutti gli altri santi giorni. Molti uomini erano a casa dalle loro donne, altri in un bordello, altri ancora a pesca o a cercar fortuna altrove, in attesa di un viaggio che li portasse lontano o li rendesse agli affetti lasciati sul confine di un’alba anni addietro.
Alcuni di loro erano usciti dal porto in nome di un ideale, di un impeto di ribellione. Ma i più erano rimasti nelle camerate dei dormitori, in attesa di una nuova chiamata che prima o dopo sarebbe comunque arrivata. Non tutti avevano aderito all’appello del sindacato, anzi alcuni di loro si rifiutavano anche solo di ascoltare quegli uomini con gli occhiali e la carta stampata in mano, dalle loro bocche uscivano parole troppo difficili da condividere, proclami pericolosi, irrealistici, talvolta incomprensibili.
Quando alla rena di porta Cibaria si accalcarono intorno al carro su cui viaggiavano una donna con due bambine con un uomo gravemente ferito, Enrico non era fra quelli, ma fu lui che mandarono a chiamare quando riconobbero nel volto coperto di sangue dello sventurato quello di suo fratello.
“E’ Manlio! E’ Manlio!…”, urlarono prima di sollevarlo.
Ester fece fatica a lasciare la presa, a lasciarlo andare. Ma non era la sola: le mani di Manlio, ancor più delle sue, s’ostinavano nella loro stretta incontrollata. Ma braccia forti e risolute, cingendolo da più parti, sollevarono il suo corpo dal pianale e lo trasferirono su un letto di muscoli tesi.
I camalli accorrevano rispondendo al richiamo e sotto gli occhi di tutti Manlio tornò a casa, per l’ultima volta.
Non era stato un incidente, una caduta, un cedimento improvviso; non un urto, una soma o il peso della sua sfortunata esistenza a gettare a terra quel corpo, a spargerne il sangue. Non era stata una rissa di vino, uno sgarbo pagato caro, una vendetta o un regolamento di conti. Non una collera ferina, né l’intolleranza fra razze, no, niente di tutto questo. La sciabola che aveva aperto il cranio di quel ragazzo era il freddo, implacabile sigillo del suo amaro destino. Questo pensiero trascinò gli sguardi di tutti sulla lapide di un comune senso d’impotenza. Prima che potessero aprir bocca e reagire, prima dell’urlo di rabbia e disperazione, furono orrore e sgomento.
Eppure, ciò che toglieva la vita a uno di loro non era un simbolo astratto, ma il braccio di un uomo, tangibile, reale. Ciò che colpiva era ineluttabile solo se tollerato e subito passivamente. Come il potere nelle mani di pochi, le istituzioni e la legge piegate a loro vantaggio. Ma quella logica di privilegi e diseguaglianza aveva una forma, una consistenza. Era forza di repressione, era violenza. Erano armi e sangue versato.
Furono i volti scoraggiati e rabbiosi dei suoi compagni ad accogliere l’ultimo sguardo di Manlio quando assunse lo stesso colore del mare sotto un cielo di pioggia. Lo salutarono in silenzio, a pugni stretti. Stettero con la loro sofferenza, quella che maledicevano ogni giorno sulle banchine, spaccandosi la schiena sotto i cassoni, bestemmiando il mare in burrasca, il vento e l’arsura che trasformavano in cuoio la loro pelle. Stettero con la sofferenza che cancellavano ogni notte fra sorsi di vino e acquavite, fra canti e lamenti, o nelle braccia di una femmina, amante e madre allo stesso tempo.

Enrico quel giorno era andato a pescare. Erano usciti all’alba, lui e altri due, non erano ancora tornati. Giunsero con il temporale che s’abbatté improvvisamente, poco prima del tramonto.
Enrico e Manlio erano fratelli e venivano da lontano. Come tanti, avevano lasciato il paese in cerca di fortuna ed erano arrivati al porto. Venivano dall’entroterra, dalla Lunigiana. Erano benvoluti e rispettati da tutti. Infaticabili lavoratori, forti ma mansueti, si erano sempre mostrati ligi al dovere, su di loro potevi sempre contare. Erano della corporazione del cotone, cotonari, come altri loro conterranei. Era una delle regole del porto: i compaesani nella stessa corporazione. Facevano squadra, si aiutavano a vicenda e si riducevano liti e guerre intestine.
Per i due fratelli il porto era la nuova casa, il nuovo orizzonte. Forse a Manlio era divenuto stretto. Enrico non sospettava fin dove potessero spingersi il coraggio e l’intraprendenza di suo fratello. Erano cresciuti troppo in fretta, come lui.
“Ma che ci vai a fare? Il nostro futuro è qui, al porto, nella Compagnia. Non sono cose per noi queste…”, gli aveva detto, riferendosi alle iniziative del sindacato. “Siamo gente semplice. Non spetterà mai a quelli come noi, alla povera gente, decidere…”.
Manlio invece credeva in quello che diceva chi aveva studiato e decideva di stare dalla loro parte. Era un’occasione: se c’era un modo per far valere i propri diritti, poteva essere quello. Perché non tentare?
Enrico non gli aveva dato peso, non aveva considerato cosa sarebbe potuto accadere quel giorno. Da una settimana aspettava solo di andare a pescare al largo di Pegli. Al ritorno, poi, come ogni volta, sarebbe andato alla chiesa del Carmine a rendere grazie a Dio e a pregare per sé e per i propri cari. Lui e Manlio erano cresciuti da bravi cristiani.
Quella sera, invece, fu il prete a venire, lo mandarono a chiamare. Arrivò al porto che Manlio era già morto. Lo unse e lo benedì, poi disse di portarlo in chiesa la sera stessa, nella giusta dimora, che l’indomani avrebbe celebrato il funerale. Conosceva Manlio, sapeva che era un bravo ragazzo.
“Gliel’avevo detto di non andare!”, piangeva Enrico, “Non sapeva quello che stava facendo!… Manlio, Manlio!… Gliel’avevo detto!…”, continuava a ripetere, mentre cercavano di calmarlo.
“Il Signore avrà pietà di lui”, disse il prete, “e del disgraziato che porterà il peso di una vita spezzata”. Bisognava perdonare, predicò su quel pianto disperato, perché dell’altro era la condanna peggiore.

Ester partecipò in silenzio a quello strazio. Le chiesero da dove venisse, delle bambine. “Non sono mie”, disse, “Io sono la balia…”. Raccontò del loro viaggio. Quando si seppe che nella bara c’era il corpo della sua povera mamma, nessuno osò più rivolgersi a Lina. Sembravano temere lo sguardo di una bambina che conosceva la morte.
Enrico ascoltò le parole di Ester dal fondo del proprio dolore, il suono di quella voce era l’unica cosa in grado di tenerlo ancorato alla realtà.
Cenarono insieme nel refettorio, immersi nel silenzio, mentre all’esterno s’esauriva la foga del temporale. Lina rifiutò più volte, ma infine accettò un piatto caldo di minestra offertogli da un camallo. Ne riconobbe le rughe profonde, il volto profondamente segnato, simile a quello del cocchiere che in quel momento se ne stava con altri appartato in un angolo parlando a mezza voce nel loro dialetto oscuro e lamentoso. Era uno di loro.
Anche Ester avvertiva qualcosa di obliquo nella loro cadenza, un che di remissivo e triste, come contenesse la chiave della loro triste esistenza.
Passata la tempesta, gli uomini si rianimarono e si radunarono nella sala della chiamata, dove la mattina ricevevano le consegne per la giornata di lavoro e la sera si ritrovavano per un po’ di svago. Ester li ascoltò discutere degli accadimenti del giorno e seppe così di altri tumulti: c’erano stati diversi feriti e forse anche altri morti, ma non c’erano informazioni certe. Un uomo però la rassicurò: dall’indomani le manifestazioni sarebbero cessate, e con esse gli scontri.
Con le bambine, cercò un po’ di sollievo accanto al fuoco di un camino, nella speranza che quel giorno avesse finalmente esaurito il proprio carico di emozioni e di dolore.
Lina e Luciana, sfinite, le dormivano addosso. La piccola stretta al seno in una fascia di cotone che Ester era solita usare per allattarla, Lina seduta su una sedia accanto a lei. Le braccia e il capo abbandonati sulle sue ginocchia, rassicurata da quel contatto, era scivolata in un sonno profondo e liberatorio.
Anche Ester a poco a poco fu sopraffatta dalla stanchezza. Ebbe un sussulto, però, quando si trovò davanti Enrico nell’atto di porgerle una coperta. “Vi proteggerà dal freddo e dall’umidità della notte”, le disse. Ester non riuscì a dire nulla, gli strinse forte la mano. La sua pelle era ancora giovane e piana, non raggrinzita e ruvida come la corda da cui gli operai del porto prendevano il nome. Avrà avuto vent’anni, anche se la vita gliene dava di più, sulle spalle e negli occhi. Ester ebbe un fremito: rivide Manlio, il suo ultimo respiro, sentì bruciare la macchia di sangue che le scuriva la veste. Per nulla al mondo l’avrebbe lavata. Incrociò lo sguardo di Enrico, scuro, irraggiungibile. Sentì che era buono.
Fu il loro primo saluto, non l’avrebbe dimenticato.

Quella notte in sogno rivide la ferrovia, una coppia di binari dritti e isolati che morivano in mare, in acque torbide e nere. Era notte, una notte opaca, senza luna. Il treno era fermo e non c’era nessuno, Ester stava allattando e scese dalla carrozza con Luciana ancora attaccata, che succhiava avidamente. Cercò Lina, ma si era allontanata, la scorse più avanti, sulla spiaggia, mentre si avvicinava a una barchetta a pochi metri da riva e la tirava a sé con una corda. Osservando meglio, Ester notò qualcosa di strano in quel mare scuro, opaco, che si perdeva nello sfondo della notte. Si avvicinò all’acqua. Era ferma, stagnante. S’accovacciò e ne sfiorò la superficie con le dita: sembrò farsi ancor più densa e scura. Viva. Ritrasse la mano spaventata. Chiamò Lina, le disse di avvicinarsi, che quel mare non era normale, era pericoloso. Ma con suo grande stupore non udì la propria voce, e più si sforzava più il silenzio intorno le sembrava impenetrabile. Disperata, guardò Lina che saliva sulla barca, agitò le mani, provò a raggiungerla. Ma ciò che accadde la spiazzò ulteriormente: nel vederla Lina le sorrise placidamente e vista la sua angoscia cominciò a ridere, rideva di lei. Sembrava dicesse: “Ma come, ancora non hai ancora capito?!…”. E cosa avrebbe dovuto capire? Si domandò Ester, mentre la bambina la fissava seduta a cavalcioni di… una bara! Proprio così, quello che da lontano le era sembrato il legno di una barca si rivelava essere una bara, la bara di Laura, che galleggiava placidamente in quelle torbide acque.
Sconcertata, Ester si portò una mano alla fronte, era sudata, si guardò il palmo e con orrore vide che era coperto di un liquido denso e appiccicaticcio, come il sangue. Urlò dallo spavento, ma quello che udì non fu la sua voce, ma il gemito di un bambino… Si ricordò allora di Luciana, ancora attaccata al suo seno, fece per staccarla, ma il capezzolo adesso era stretto fra le labbra di un uomo, il quale a sua volta succhiava, succhiava senza sosta, come volesse estrarle dal corpo tutto il latte, tutta la vita che aveva.
Fu in quel momento che qualcosa in lei cambiò. Allo smarrimento e alla repulsione iniziali, succedette l’intima consapevolezza che non vi fosse nulla di male in ciò che stava accadendo attorno a lei e in lei, che fosse tutto naturale. Con la mano insanguinata sfiorò i capelli di quel giovane e cominciò lentamente a carezzargli la testa…

Si svegliò di soprassalto, sudata, eccitata. Levatasi a sedere, si passò istintivamente una mano sul ventre e fra le cosce. Il cuore le batteva forte, si sentì soffocare nello stanzone buio in cui si trovava. Doveva uscire fuori di lì, all’aria aperta, respirare.
Si guardò intorno, alla luce dell’ultima fiamma del camino distingueva a fatica i corpi degli uomini coricati a pochi metri da lei, nel buio udiva il soffio pesante del loro respiro. Osservò le bambine, stese accanto a lei su di un giaciglio improvvisato: dormivano; si alzò lentamente, senza far rumore.
Uscita fuori, ciò che vide la commosse. La luna piena splendeva alta rivelando il porto in una meravigliosa visione di lucori e ombre. La sua luce fredda s’infrangeva nello specchio liquido del mare moltiplicandosi in infiniti riflessi capaci di far impallidire la lanterna del faro. Ester s’incamminò lungo un molo immergendosi in quel paesaggio sottratto alle tenebre che appariva via via sempre più nitido e ricco alla sua vista. Osservò i profili delle imbarcazioni silenziose nella notte, ascoltò lo sciabordio calmo dell’acqua sulla banchina e il sordo cozzare degli scafi nel gioco delle corde tese.
All’estremità del molo, la pietra tagliata e ammassata cedeva il passo alla roccia plasmata dalla forza del mare. Lì fu avvolta da un vento gentile ma penetrante e sentì freddo. S’accovacciò stringendosi nella mantella e lasciò che il respiro regolare delle onde le restituisse la calma. Chiuse gli occhi e per un istante si fece cullare nel silenzio del cuore.
“Anche a me piace stare qui nelle notti di luna”.
La voce di un uomo la fece trasalire.
“Non abbiate paura…”, disse, “Scusatemi. Non volevo spaventarvi…”
Ester cercava invano il suo sguardo, dello stesso colore della notte.
“Posso restare un momento qui con voi?”

Capitoli precedenti:

PRIMA PARTE
Cap. I (Prologo)
Cap. II (Fotografia)
Cap. III (Ester)
Cap. IV (Trincea)
Cap. V (Esodo)
Cap. VI (Sangue)
Cap. VII (Campo de’ Fiori)

La sedia (4. tramedipensieri)

Ci fu una sedia
e dei ragazzi aggrovigliati
sopra
giovani
con in mano
bicchieri pieni di
luna e stelle

Ci fu una sedia
nel silenzio
pieno
di sentimento
di nude parole
di pose sciolte
_sedute_
sopra
il fluire delle ore

C’è ancora
nei cerchi concentrici
del paradiso
una sedia

[Marta, tramedipensieri, 12/10/2017]

[Grazie Marta, per averci portati in una sfera evocativa, piena di sentimento, di “sentire”… Un abbraccio.

Altre sedie: La sedia (3)La sedia (2), La sedia (1).

Se qualcun altro volesse “accomodarsi”, può farlo nei commenti o qui: paolo.beretta.email@gmail.com]

La sedia (3. melogrande)

Io so tutto.
I grandi pensano che I bambini siano stupidi, che non si accorgano di nulla, che non vedano e non sentano. Eppure sono stati piccoli anche loro, e dunque se un bambino non sa com’è essere adulti, un adulto lo dovrebbe sapere sì, com’era essere bambino. Ma si vede che ci si dimentica.

E dunque, che tra la mamma e quel certo signore ci fossero delle tenerezze io l’avevo capito da un pezzo, bastava vedere come lo guardava lei e come si imbarazzava lui quando eravamo presenti mia sorella ed io.
Non era nemmeno antipatico, quel signore, neanche un po’, solo faceva effetto vedere un adulto così imbranato e allora un po’ facevamo apposta ad entrare in sala quando lui non se lo aspettava, con qualche scusa, e ci godevamo l’effetto due volte, sul momento e poi più tardi, a letto, quando Sandra ed io gli facevamo il verso soffocando le risa per non farci sentire.

Non che quei due sentissero un gran che, a dire il vero, se ne stavano sempre lì accoccolati sul divano a guardare la televisione, col plaid tirato fino al collo pure se non faceva tanto freddo, e mi sa che lui si divertiva sempre a farle il solletico, perché la mamma ridacchiava, diceva smettila ma mica si spostava sulla poltrona che stava giusto lì di fianco, forse non aveva un altro plaid.

Quella sera però fu diverso.
Me ne stavo come al solito accucciato sotto le coperte, facendo finta di dormire, mentre Sandra si era addormentata davvero, mi pare, e sentivo le solite risatine soffocate venire dalla sala, ma ad un certo punto ci fu silenzio, un silenzio che durò un po’, e dopo sentii che si alzavano, facendo piano per non svegliarci, solo che io ero già sveglio e sentivo tutto, camminare piano lungo il corridoio, aprire la porta dello stanzino, così ho pensato che forse volevano cambiare gioco, magari giocare a nascondino, però non è che ci siano tanti posti per nascondersi nello stanzino, molto meglio andare in giardino se non fosse che era buio.
Così li sentii un po’ tramestare di là, poi lui doveva averla acchiappata e tenuta stretta stretta, tanto che la mamma ansimava, i ragazzi grandi non si rendono conto di quanto forte stringono quando ti abbracciano, anche lui però aveva un po’ di fiatone, lo sentivo attraverso la parete, poi lui finalmente la lasciò andare, e la mamma fece un gridolino di sollievo.

Quella volta fu diverso, dicevo, ed anche se dopo quella volta non tornarono più a giocare nello stanzino, tutto era cambiato, persino il modo in cui si guardavano o stavano in silenzio, uno accanto all’altra, e forse anche per quello, o non so per quale altro motivo, Sandra ed io non lo prendemmo più in giro e cominciammo a volergli anche un po’ bene.

Certo che l’indomani mi venne subito voglia di andare a vedere lo stanzino, ma era proprio il solito stanzino, piccolo ed ingombro, con lo stendino da una parte e la grande sedia rossa dove la mamma ammucchiava i panni che doveva stirare, solo che la sedia era vuota, ed i panni per terra, ed allora capii che col gioco che avevano fatto la sera prima doveva entrarci per forza, quella sedia.

[Francesco, melogrande, 12/10/2017]

[Ringrazio tantissimo Francesco di aver aderito e risposto alla proposta di dare nuove differenti versioni dello stesso breve racconto. Un piccolo gioco-esperimento che può rivelarsi un’interessante mescola di creatività, tecnica e personalità.

Versioni precedenti: La sedia (2), La sedia (1).

Se qualcun altro volesse farmi felice partecipando con la propria originale visione e inventiva: paolo.beretta.email@gmail.com]