La Maschera

Ringraziando per la gentile attenzione accodatami da Caterina di Biblioprecaria, ri-pubblico un mio brevissimo (titolato anche “Supplicium”).
Paolo Beretta

Biblioprecaria

Piazza Galvani.jpg

1. Sono tutti in fila, seduti sulle panchine. L’istitutrice, in piedi di fronte a loro, continua a parlare. Non uno che ascolti. Aspettano solo il cambio nel tono della sua voce, il segnale per gettarsi in cortile. Tutti tranne loro, che la fissano in continuazione. Il Santo è dietro di lei, devono fare attenzione. Il che rende il loro gioco ancora più divertente. Ogni volta che suor Letizia distoglie lo sguardo, scocca una freccia. Ora tu, poi io. Vengono trafitti a turno. Prima a una gamba, poi a un braccio, per ultimo alla pancia e al petto. A quel punto alzano la maglietta e ci infilano una mano contorcendosi nello spasmo. Nel farlo si guardano ridendo. E’ piacevole essere colpiti. Ancor di più l’attimo che precede, quando la freccia arriva e tu sai che non mancherà il bersaglio. E’ struggente sapere di non avere scampo. Né tu, né l’amico che…

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Finis Terrae

Finis Terrae - Muxia

Il confine
del silenzio
affogato
nel ricordo,
via lastricata
di parole
mai dette.
Un monumento.
Pietre impilate
e fenditure,
come tombe,
per intenzioni
e memorie.
Le tue labbra
fredde
asciutte.
Un amore sepolto.
Il capolinea
l’attesa.
Ma il tramonto
per noi
non giungerà mai.

Foto – web

Amarone

Amarone

Al mio caro amico W.

1.

Sono andati via tutti. Da un po’.
W. gira a vuoto per casa con un bicchiere in mano e una sigaretta incollata alle labbra. Va avanti e indietro dalla sala alla camera da letto come in cerca di qualcosa, poi esce sul balcone. Accende la sigaretta e inspira una boccata vorace. Poi un’altra, più calma. Ancora una, che gusta lentamente.
Adesso va meglio. Si sta bene fuori, non fa nemmeno freddo.
La notte è una mamma dal ventre enorme, pensa.

Dentro la musica finisce. W. torna in casa e fa ripartire lo stesso disco, sarà la quarta volta. Si rolla un’altra sigaretta canticchiando a bocca chiusa e torna sul balcone.
Si sta proprio bene all’aria aperta, ripete rilassandosi. Ha la sensazione che la serata in compagnia dei suoi amici sia stata solo un pretesto, un lungo preambolo a questo momento di riconciliazione nella quiete della notte.
E come ogni notte, puntuale alla stessa ora, un vento freddo comincia a soffiare dal fondo valle agitando le fronde degli alberi. W. prende posto in quell’abbraccio, stringe un poco le spalle e i lembi del colletto della camicia, senza abbottonarla. Espira piano una boccata di fumo che scompare nel buio.

La vita non è poi così male, pensa. In fondo, è stato fortunato.
Guardati, dice, non ti manca nulla. Sei padrone di te stesso e della tua vita, lo sei sempre stato. E dire che solo un paio di giorni fa credevi di aver toccato il fondo.
Accenna una piroetta sul ritornello di The Passenger e gli vien voglia di ascoltare Lou Reed. Torna in casa a cercare un disco, che trova dopo un po’, sopra uno scaffale. Lo mette sul piatto, alza il volume. La musica di Vicious invade chiassosamente la casa.
Non ha paura di disturbare, sono lui e la notte adesso, e qualche luce che brilla in lontananza, oltre le colline. Nient’altro, nemmeno il ragliare di un asino in calore o lo scampanio notturno di un ruminante. Dormono tutti, oppure stanno tutti lì ad ascoltare.
“Uh-uh-uuuh!!”, ulula soddisfatto svuotando il bicchiere di vino, mentre il vento sembra allontanare ancora di più l’eco luminosa della città all’orizzonte.

Il fruscio delle foglie riempie le pause fra una canzone e l’altra. Sembra che la natura intorno partecipi alla sua festa. W. ama i suoi alberi, si prende cura di loro come fratelli. Come dei frutti dell’orto, che accudisce e nutre ogni giorno come desideri.
Carezza l’un l’altra le proprie mani: sono belle, irruvidite dalla terra, dalla legna. Sentire le cose attraverso la pelle ispessita dai calli è qualcosa di meraviglioso.
Si versa l’ultimo bicchiere di Amarone e allinea la bottiglia vuota alle altre. E’ buono, una bella annata, i suoi amici sono stati generosi, sanno che è uno dei suoi vini preferiti. Alza il calice in loro onore. E il volume dello stereo. Adesso è il turno dei Queen.

Si rolla una canna. A. gli ha lasciato un po’ della sua erba, lui se n’è procurato un sacchetto intero. W. non è riuscito a dirgli di no, si sarebbe offeso. E’ una vita che non si fa uno spinello. E’ buffo questo ritorno agli antichi riti. Nostalgico e buffo.
Il fumo, però, gli ha sempre fatto lo strano effetto di eccitarlo. Sicché si trova a saltellare euforico fuori e dentro casa, girando come una trottola con il bicchiere di vino ancora semi pieno.
Da quel momento il tempo si ferma, o forse torna indietro cancellando tutto, come una spugna col gesso della lavagna. Perché di quello che è accaduto, prima e dopo, W. ricorderà gran poco, quasi nulla.

Potrebbe essere andato avanti a ballare per ore, dando voce al suo repertorio in vinile.
Potrebbe esser sceso in giardino a dar da mangiare ai gatti o innaffiare le rose, oppure aver preso la macchina ed essersi messo in viaggio senza una meta. Gli è già capitato, una volta si è ritrovato fermo in autostrada all’altezza di Parma, in piena notte, senza sapere dove stesse andando.
O quella notte che all’improvviso si è sentito soffocare. Stava male, stava male davvero, gli mancava l’aria. Allora si è spogliato e ha spalancato tutte le finestre. Ed è uscito a camminare così, nudo, nel bosco.
Tutto è possibile. Tutto lo è stato. Tutto lo sarà.

Crolla sul letto stremato. Mentre affonda la faccia nel terriccio umido del piumino, ha la sensazione che la musica penetri in lui attraverso i pori della pelle, permeandolo. E con lui tutta la casa, la riempie pian piano fino a tracimare fuori, riversandosi in giardino e poi giù a valle, per lo sterrato. E’ un’onda liquida e cheta, un inno pacato e inarrestabile, un urlo sordo di libertà, rivolto al mondo intero.

W. giace dov’è, privo di sensi, cullato dalle corde vocali di Leonard Cohen. Nulla può turbare il sonno macigno che gli rallenta il respiro. Sorride un’ultima volta. Il pensiero al suo impianto stereo, assemblato raccogliendo pezzi ai mercatini dell’usato: elettrovalvole, connettori, roba d’antiquariato che non si trova più. Un po’ di soldi, non troppi e spesi bene, ripete spesso. Anche stavolta.

2.

“Signor W., esattamente lei cosa ricorda di ieri sera?”, domanda di nuovo il brigadiere.
W. lo fissa senza rispondere. Vorrebbe farlo, ma non ci riesce.
Vorrebbe dire la verità, ma a questo punto non sa più quale sia la verità.
“Allora?”
Le pause in quella conversazione sono diventate imbarazzanti.
“Cosa ricordo….”, ripete W. massaggiandosi le tempie.
“Faccio un po’ fatica…. Sa, abbiamo bevuto un po’…”
“Abbiamo?”
“Sì, abbiamo bevuto qualche bottiglia di vino”.
“Qualche bottiglia di vino…”, fa eco il sottufficiale.
“Quale vino?” chiede sollevando una mano.
W. lo fissa allibito.
“E’ così importante?”
“Risponda alla domanda, signor W. Che vino ha bevuto?”
“Amarone”, risponde W.
“Amarone, bene”, fa il brigadiere, un po’ più rilassato, incrociando le dita davanti alla bocca. Alla sua destra una macchina da scrivere riprende disciplinatamente a ticchettare.
“Lei e chi?”
W. lo fissa con aria contrariata.
Quello rimane immobile, non muove neppure un sopracciglio.
W. è colto da una fitta di sconforto.

“Ricordo solo qualche frammento…”, riprende W. masticando a fatica le proprie parole.
Prova a immaginare la compagnia di amici seduti a tavola, le discussioni, i passaggi a vuoto, le risate, l’allentarsi dei freni inibitori, lo scivolare graduale nello stato di allegra incoscienza in cui si è ritrovato questa mattina.
Non ricorda nulla di ciò che è accaduto dopo che i suoi amici sono andati via; cosa ha fatto, a che ora è andato a dormire; se prima di coricarsi si è messo al computer, oppure è sceso nel seminterrato, nel suo piccolo laboratorio di falegnameria, se è andato avanti a lavorare alla lanterna di legno…
Niente di niente, buio totale.
“Non ricordo, mi scusi…”, sussurra.
“Signor W., lei così non ci aiuta a trovare la sua compagna”, dice il gendarme con disappunto.
W. lo fissa preoccupato. Sono passate più di ventiquattro ore dall’ultima volta che l’ha vista. Doveva rientrare ieri sera, sul tardi. Dopo il lavoro andava direttamente al cinema con le amiche, doveva rientrare verso mezzanotte, magari in tempo per salutare i suoi amici. Ma lui non l’ha più vista. Stamattina, quando si è svegliato, vestito sul letto, lei non c’era.
Per questo si trova qui.
Anche se invece di trovare aiuto gli sembra di essere sotto processo.

“Cosa mi dice di quel messaggio?”, chiede il brigadiere con l’aria di volergli dare un aiutino.
“Quale messaggio?”, chiede W.
“Non se lo ricorda…”
“No…”
“In giardino”, sospira il brigadiere, “più precisamente nell’orto, abbiamo trovato il suo cellulare. Era acceso e sul display c’era la bozza di un messaggio. Vediamo… Grazie, mi sono proprio divertito“.
Fa una pausa fissandolo a lungo, attentamente.
“A chi voleva inviarlo?”
W. sorride imbarazzato. Ecco dov’era il suo cellulare… Davvero non ha memoria di quel tentato sms, tanto meno di come il suo cellulare sia finito nell’orto. Anche se un’idea, conoscendosi, ce l’avrebbe anche…
“Beh, presumo stessi scrivendo ai miei amici…”, dice aggrappandosi a quanto gli hanno appena raccontato.
Agli amici oggi direbbe: Grazie. Non ricordo cosa ho detto, se ho offeso qualcuno, spero di no, perché per me è proprio stata una bella serata…
Ma a quanto pare è costretto a ricostruire le ultime ore della sua esistenza dagli indizi che si è lasciato alle spalle.

“Quindi siete stati a casa mia”, aggiunge.
Casa di W. non ha le porte, quelle interne, né gli scuri alle finestre. Il cancello è sempre aperto. Non è un problema se si trova un paio di testimoni di Geova sulla soglia. Gli ha offerto il caffè più di una volta a quelli. Quando se ne vanno è certo che non l’abbiano convinto, non del contrario. Tornate quando volete, è un piacere far due chiacchiere con voi.
Su una parete della cucina, vicino alla stufa, c’è la foto di una madonna di non sa più quale santuario, un regalo di sua madre. Ogni volta che la guarda, gli tornano in mente quei due incravattati vestiti di grigio, chissà perché si presentano sempre in coppia. Un po’ gli mancano quelle chiacchierate…

Ma questo era prima di conoscere S., la sua compagna.
Prima dell’analisi, degli psicofarmaci.
Ma anche questa è acqua passata.
Ora sta bene. Ha appreso l’arte dell’autocritica, dell’accettazione di sé, l’abitudine a confessarsi in pubblico. Sta in piedi sulle sue gambe, se la cava da solo. Di tanto in tanto si affida a qualche cura omeopatica e al solido sostegno della propria compagna.
Che W. stia bene così e non abbia bisogno dell’aiuto di nessuno lo conferma il fatto che gli amici non si preoccupano affatto dei suoi problemi. Salute, ansia, lavoro. Per non parlare dell’eterna diatriba sull’opportunità di avere dei figli che da anni tiene lui e S. chiusi in un vicolo cieco…

“Sì, siamo stati a casa sua, signor W., e ci sono alcune cose che ci deve chiarire”, lo richiama la voce del sottoufficiale.
Ora il suo sguardo è risoluto, severo.
“Ha lavorato nell’orto negli ultimi giorni?”
“Dove credete che sia?”, chiede W. con un’ombra di disperazione nella voce.
Ma forse è paura. La stessa che ha provato stamattina, davanti alla spia accesa della lavatrice. Perché non ricordava quando, ieri notte, avesse deciso di fare il bucato. Ed è stato ancora più sorpreso quando, svuotando il cestello, sono caduti a terra frammenti di ceramica e vetro, e ha visto la tovaglia piena di macchie di vino.
Sembravano sangue.

“Immagine di copertina” – web

 

L’aquila

Tornasti in un sogno.
Ma non tu, un’idea di te, con un odore e un sapore precisi.

L’aquila dell’ispirazione stanotte ha ripreso a librarsi nei cieli elevati degli altipiani del mio cuore. Tutti i contenuti, grandi e piccini, si sono rintanati ancora all’eco dell’atavico richiamo dei pastori i quali, radunando le greggi per rientrare celeri negli ovili, gridavano – In cielo! In cielo! – e il tempo fu silenzio.

Dopo essersi alzata sopra la valle in giri muti e senza tempo, d’improvviso l’aquila ha raccolto le ali e si è buttata in picchiata; desiderava prendere, possedere, fagocitare; era in preda ad un delirio lucido di vita e morte mentre fissava la preda ingrandirsi a terra sotto il suo cadente volo mortifero e regale.

Continuava a puntare, dentro il sibilo di quella rotta, l’animale scuro che si allargava al suolo; la smania del sangue sul rostro era più forte di dubbi o di pensieri, era consapevolmente ubriaca, vedeva con occhi perfetti che non parlavano col tempo, le passate stagioni, le cacce, gli agguati, ma solo col vuoto del ventre e col desiderio d’essere di nuovo Dio nell’atto del possesso.

All’ultimo dispiegò le ali tendendo ogni muscolo per attutire lo schianto sulla preda e, con un magistrale colpo di reni, avanzando le zampe artigliate all’altezza del becco, ghermì la polvere dell’erbaio disseccato non lontano dal villaggio.

In cuor loro, seppur sollevati per le greggi e le figliolanze, i pastori, i contadini e tutti gli animali ebbero un sussulto di sconforto nel vedere il volo dominatore della vita discendere dal cielo per lottare con la propria ombra, senza poterla riconoscere, né accettare.

[A. De Martino, 2008]

Kouros

Kuros

Kouros, Metropolitan Museum of New York – web

Uomo
posto in fronte a te stesso
ammiri
l’impareggiabile fattura
dell’incisione
lineare
imponente.
Parli con l’artefice
a tu per tu.

Infante
avvolto in fasce di lino
fosti libero di creare
alcunché vedessi
ogni tua immaginazione
per farne segno
grafema
pura teoria.

Non ti mancava nulla
tranne – fu doloroso
l’essere immortale.
Generasti allora
un dio
cui affidare
la tua eternità.

Pubblico una mia vecchia poesia, rivista, ispirata nuovamente dalla apprezzatissima lettura di Homo sapiens di Cipriano Gentilino.

Quando sarò morto

Quando sarò morto
e verrete al mio funerale
fate che sia per voi
un’occasione d’incontro.
Non vi lascerò molto
niente figli,
tronchi cresciuti
fra i sassi
in cerca di luce.
Niente lacerazioni
ragioni d’ansia
di rivendicazione.
Non sarà una liberazione
non c’è stata invasione.
Che sia almeno un’occasione, sì
anche solo un momento
in cui
magari dopo tanto tempo
parlerete fra voi
esseri umani curiosi
felici di conoscervi
una volta ancora.
Ma se davvero non avrò lasciato nulla
non un segno, un ricordo
una parola, un lamento
un dolore
allora questo non potrà mai accadere.
Non verrete
non vedrete la mia tomba
il mio volto da estinto.
Non vi darete la mano
non vi abbraccerete.
Non saprete
perché non ve lo diranno.
Se è così che andranno le cose
sarà stato tutto inutile.