Onde

Onde

(come amici d’infanzia)

Onde anomale, feroci
attraversano il mio cuore
e si riversano nella mia anima
preda
di un umore incostante.

Penso al mio scrivere.
Lettera infinita
ad un solo corrispondente.

Ti prego
sii sempre per me
come l’amico d’infanzia.

[I.P., 12/9/2017]

ivanna onda

(I.P., onde)

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Capo Bianco

Capo Bianco

Acqua fragile, leggera
una risata sovrasta la risacca.
Eco gioiosa dell’infanzia
giocata, scagliata a ciottoli bianchi.
E’ aperto il libro svogliato
e vana freme la pagina
mentre rivedo e rincorro
quel flutto salato.
Fastidiosi granelli, abbarbicati alle braccia
fanno disegno: un contorno.
Dal cielo, l’accento di un’ombra
cade sulla riva.
Il tramonto scolora e lascia
sulla sua corsa, una perla
in tutto simile alla mia nostalgia.

[I.P., 9/9/2017]

 

 

ivanna a Capo Bianco

(I.P., le onde fragili e i sassolini bianchi)

Scrivimi

Scrivimi

(complemento oggetto)

Mi hai scritto.

E io mi leggo
attraverso le tue parole.
Esattamente come sono, sono stata, avrei voluto essere.

Questo processo
che è molto più di una identificazione,
ha qualcosa di epidermico.
Lascia il segno.

E’ una calligrafia.
E mentre ti-mi leggo, percepisco il fluire del corsivo,
la pressione del tratto,
la rapidità che non conosce incertezze.

E’ una violazione.

Dolcissima.

[S.G., 4/9/2017]

ὕλη

ὕλη

il bosco ha foglie secche
di cento anni
la terra morbida profuma
di funghi e pioggia di ieri

il cielo è l’azzurro
spaccato dai contorni dei rami
il corpo sulla terra
una lumaca sulla foglia

dentro riposa una specie di amore
e qualche ortica
come la vita
che ha nelle screpolature di oggi
l’imperfezione viva
dei sogni avverati

[S.G., 9/8/2017]

Quelli che scrivono

Quelli che scrivono

Quelli che scrivono anche a occhi chiusi.

Quelli che quando si sentono vivi la prima cosa è trovare parole nuove per raccontare.

Quelli che scrivono quando sono disperati, distillando le parole con l’alambicco del dolore.

Quelli che scrivono le nostalgie come se stessero facendo l’amore.

Quelli che quando non scrivono non è perché basta fare piovere parole per raccontare la pioggia.

Quelli che scrivono sono un po’ come i ragazzi che si amano, non ci sono per nessuno.

Quelli che scrivono, quando si scrivono, vivono le pagine non scritte dei libri.

Sono tutto quello che succede dopo l’ultima pagina.

[S.G., “La poetessa rossa”, http://www.lapoetessarossa.it]

Mi piace avere un blog. Una pagina di quaderno che può essere letta. Un po’ in brutta, un po’ in bella. Una bella goffa e timida che, per quanto, esce comunque di casa. Mi piace pensare che qualcuno possa apprezzare ciò che scrivo, come lo scrivo. Scrivo anche per questo, ovvio. Ma non solo per questo. E comunque non a caso.
A volte ho proprio voglia di raccontare. A volte non riesco a trattenere. Altre non ho parole. E allora aspetto. Di solito leggo. Mi piace leggere le pagine degli altri. Gustarne l’arte e l’inventiva. E quando leggo scopro, imparo, mi meraviglio, invidio. E poi di più: bramo, attendo. Attendo ancora, sì, ma in un modo diverso.
Ma c’è dell’altro. Leggendo, io conosco. E ciò che più amo è l’incontro. Perché siamo persone, prima delle parole. Siamo, anche nelle nostre parole. Ed è questo che finisce sulla pagina. Questo quello che trovo.
Ogni volta un ritratto diverso. Per gioco, per impulso, per necessità. A volte siamo allo specchio. Nudi o in comodi vestiti, i nostri preferiti. Oppure prestati e pure stretti.
“Sono io” – diciamo. Non so se sia proprio così, il fatto è che ci proviamo.
Ci sono volte, invece, che ci riconosci appena, solo dagli occhi, da un gesto della mano. Allora è tutto più confuso, complicato. Lo è dall’inizio, da quando hai deciso di scriverlo. Non sai più nemmeno perché l’hai fatto, ma alla fine l’hai fatto, e basta. Doveva andare così.
Capirai forse un giorno, quando qualcuno ti leggerà. Quando qualcuno lo farà veramente. E capita. E quando capita, non ti senti più solo.

Ecco. Volevo scrivere qualche parola per introdurre e commentare i bellissimi versi di Silvia e… è uscito questo. Non c’entra forse molto. O forse sì. Volevo solo dire che Silvia mi legge. Ed io leggo lei. E quando questa “corrispondenza” avviene è qualcosa di incredibilmente bello. Incontro, scambio. Ritrovamento, scoperta. Emozione, respiro, rinascita. Qualcosa di profondamente umano. E’ sentirsi vivi. In contatto. Sentirsi ancora capaci di un contatto.
Sì, è bello ritrovarsi nelle parole di Omero, di Marai, di Montale e Pirandello (…). E’ bello farsi guidare. E’ bello capire. E’ bello avere un ideale. Qualcosa che non si possa incrinare. Già. Ma quando scopri che di là dal vetro c’è qualcuno in carne e ossa che ti ascolta, perché ti sa leggere, perché ti sa vedere. Qualcuno che ti parla, perché sa trovare le parole giuste per te, che sono le tue, e pure le sue. Allora il calore è un altro. Allora il cuore batte ancora più forte. La tua pelle cambia colore. Ti senti vivo. Vivo fra i vivi. E riprendi a sognare.

SANGUE RAPPRESO – VI

VI

(Sangue)

A Quarto il treno rallentò progressivamente e si fermò del tutto.
Nel tragitto Ester e le bambine avevano avuto modo di svagarsi, complice la vista da un finestrino in corsa di uno splendido paesaggio primaverile. Il mare, la Maremma. Pisa. Infine l’Appennino e l’alternarsi di buio e luce nelle gallerie. Le montagne liguri che si gettano a mare e grappoli di case che resistono, abbarbicate al loro dorso.
Nonostante tutto, quello che non era altro che un triste trasferimento assumeva a tratti il sapore del viaggio.
Per qualche ora Lina riuscì a dimenticare le spoglie della sua povera mamma, stivate in una cassa in coda al treno. Incuriosita, interpellava di continuo la balia, e non contenta si rivolgeva alle persone dello scompartimento. A suo modo anche Ester riuscì a estraniarsi dalle sensazioni, ancora vivide e opprimenti, del lutto e dell’agonia di Laura. Si volle convincere che, da dove si trovava ora, lo spirito della povera donna non le avrebbe abbandonate, ma anzi le avrebbe accompagnate e protette nel viaggio.

Giunti alle porte di Genova, però, il rallentamento improvviso del treno, seguito da una lunga sosta sui binari a pochi metri dal mare; infine la notizia che il convoglio avrebbe concluso il tragitto nella stazione di Genova Brignole anziché in Porta Principe. Ignari, i passeggeri si interrogavano sulle possibili ragioni di quel cambiamento, reso noto solo all’ultimo.
Nel frattempo il treno riprese a muoversi e percorse la tratta restante a marcia ridotta. Solo quando stavano entrando in stazione, con cautela, il personale del treno informò i passeggeri di quanto stava accadendo in città.
“Disordini, sì”, confermarono alle domande attonite e concitate dei viaggiatori. “Sono cominciati in piazza Annunziata, quando un corteo di scioperanti si è mosso in direzione del Municipio. Ma pare che si stiano propagando anche in altre zone della città.” Usarono il condizionale, erano informazioni frammentarie e incerte, telegrafate poco prima. “A Quarto ci è stato ordinato di non far proseguire oltre il convoglio. Stanno occupando i binari. Porta Principe non è sicura.”
I viaggiatori si scambiarono le stesse notizie nella speranza di cavarne qualcosa di certo. Alcuni ebbero paura. Non erano giorni sereni quelli, era noto a tutti.
Ester non capì un gran ché di quel che si diceva stesse accadendo in città. A volte nemmeno il significato delle parole che udiva, rese oscure dall’accento o dal dialetto. Intese però che il loro viaggio era compromesso: a quell’ora lei e le bambine avrebbero dovuto trovarsi in Stazione Principe su un treno in partenza per Milano. Come avrebbero potuto attraversare la città in quelle condizioni? E per di più con una bara!
Lina lesse l’inquietudine nel suo sguardo, preoccupata volle capire cosa stesse accadendo. “Siamo quasi arrivate. Prepariamoci a scendere”, minimizzò Ester. “Dai, da brava, prendi la borsa con le cose di Luciana…”

Attraversarono la stazione immerse in un vociare animato. Dei facchini si occupavano del bagaglio, Ester stringeva forte la mano di Lina chiedendole di affrettare il passo. Dovevano trovare una carrozza al più presto e non sarebbe stato facile.
Fuori dalla stazione la gente occupò in fretta le ultime carrozze rimaste e nessuno sembrava curarsi di Ester e le bambine, né della loro richiesta d’aiuto. Tutti sembravano rispondere a un unico comando in virtù del quale non davano più ascolto a nessuno. Per la prima volta Ester ebbe paura.
In quel trambusto, fu uno dei facchini che le aveva scortate fin lì a trovar loro un mezzo di trasporto. Caricata la bara, Ester lo ringraziò di cuore e gli sorrise franca, guardandolo dritto negli occhi, senza falsi pudori. Lui senza volerlo abbassò lo sguardo. In quel giovane viso incorniciato da robusti riccioli neri gli parve di riconoscere qualcosa di atavico, forte, sano. Ammirò il coraggio e la determinazione di quella ragazza, avrebbe voluto poter fare qualcosa di più per lei.

“Andiamo a Porta Principe”, disse Ester al cocchiere che la fissava dall’alto della cassetta.
“Voi siete matta!”, ribatté quello senza mezzi termini. “Non se ne parla, non c’è modo di attraversare la città oggi.”
“Dobbiamo. Vi pagherò il disturbo…”
“Non si può, è vietato. Ci sono i soldati, la polizia a cavallo.”
L’uomo sputò per terra e si voltò. “Porta Principe…”, sogghignò.
Ester insistette, ma il vetturino non sentiva ragioni, né pareva commuoversi di fronte alle condizioni delle viaggiatrici.
Lina lo osservava in silenzio, certa di non essere notata. La sua condizione di bambina talvolta l’avvantaggiava: gli adulti pensavano che non fosse in grado di capire e non le facevano caso. E lei, che conosceva bene il ruolo della bambina educata, sapeva esattamente quando non disturbare. In realtà agivano in lei quella sicurezza e calma interiori che i bambini traggono da una forma innata e incorrotta di saggezza. Quella che solitamente gli adulti definiscono incoscienza.
Fatto è che, dal quel suo privilegiato punto d’osservazione, Lina non coglieva forse appieno il senso della discussione in corso fra la sua nutrice e il signore seduto sul carro, ma di certo non si perdeva il minimo dettaglio del fare e dell’aspetto di quello. Il suo viso era una maschera scrostata e posticcia. Tutta la sua figura, nell’insieme, appariva trasandata, consunta e vecchia. Ma ciò che più la incuriosiva erano le rughe, brutalmente incise sulla sua pelle riarsa e spessa. Sul collo, poi, divenivano ancor più larghe, profonde e contorte, un vero e proprio reticolo in parte coperto dal fazzoletto che teneva annodato sulla camicia aperta.

Ester, nel frattempo, dovette cambiare atteggiamento e abbandonare per un momento la determinazione con la quale era solita affrontare le difficoltà. Fin da bambina era stata abituata a badare a se stessa, a non fidarsi di nessuno. Non la si convinceva facilmente e quella sua manifesta sicurezza, in barba all’età e all’aspetto che la faceva ancora più simile a una ragazzina, veniva a volte scambiata per arroganza.
“Vi prego, siate gentile, non possiamo perdere quel treno. Non abbiamo molto tempo. Vedete, la bara…”
L’insensibile vetturino parve non gradire che gli venisse rammentato l’entità del carico che trasportava e fece uno scaramantico gesto d’insofferenza.
“Non posso farci niente”, disse seccamente.
Diede un’occhiata alla bara blaterando qualcosa in dialetto. Sputò di nuovo.
Ester capì di non poter toccare le ruvide corde di quell’uomo e senza sprecare altre parole, né mancar di rispetto alla salma, che di certo non meritava d’esser trattata a quel modo, mise mano alla borsa.
Trattarono il prezzo finché giunsero a un compromesso.
Messi in tasca i soldi, il cocchiere fece segno a lei e alla bambina di salire a cassetta. Non perse tempo ad aiutarle.
“Non vi garantisco nulla”, disse. “Eviteremo la via del Municipio, le strade da quella parte sono chiuse. Passeremo per i vicoli.”

Si inoltrarono in un fitto di viottoli e slarghi, procedendo piano. A ogni crocevia il vetturino si fermava a controllare le strade in ogni direzione. La sua circospezione impose a tutti il silenzio.
Il viaggio attraverso la città assunse un che di spettrale. Oltre lo scalpiccio dei cavalli, di tanto in tanto, in lontananza, si avvertivano dei clamori, cui l’uomo faceva subito eco salmodiando nervosamente parole incomprensibili a fil di voce.
Ester avvertiva la sua preoccupazione e di riflesso stringeva più forte a sé la piccola Luciana, che fortunatamente sembrava non accorgersi di nulla.
Gli occhi neri di Lina sostennero lo sguardo apprensivo della balia. Le braccia lungo i fianchi, le mani ben strette al legno su cui era seduta, la bambina non si muoveva di un centimetro, né mostrava di aver paura.

Nel cuore della città le strade erano deserte. Attraversarono via Giulia senza incontrare nessuno. La gente si era rifugiata in casa, in ascolto, dietro persiane e portoni serrati.
Nell’avvicinarsi a un temibile crocevia udirono distintamente delle voci inneggiare in coro. Furono interrotte da un boato, forse uno sparo, ma dopo poco ripresero di nuovo. Poi ci fu un altro frastuono, più forte, seguito stavolta da urla scomposte.
Ester si sentì stringere il cuore: non sembravano umane. Voci e rumori si stavano avvicinando come un fronte solido, minaccioso, invisibile, quindi ancor più inquietante. Non aveva mai assistito a una sollevazione di piazza, ne aveva udito parlare, le aveva immaginate dai racconti degli altri. Ma improvvisamente ricordò una scena cui assistette da bambina, quando viveva ancora al paese, un frammento sepolto che pensava rimosso e che invece tornò alla sua memoria come uno squarcio.
Accorrevano tutti, uomini donne, anche i bambini. Le urla erano tremende, inumane. I loro volti deformati da smorfie irriconoscibili.
Avevano preso un uomo, uno straniero, l’avevano picchiato e trascinato in centro al villaggio. Ladro! Assassino! Ripetevano, mentre si facevano giustizia da soli. Non c’era bisogno di un tribunale: negli occhi feroci degli uomini e in quelli asciutti delle donne era già scritta la condanna. Ester li udì latrare come bestie, mentre lo colpivano e lo trascinavano per le braccia che già non si muoveva più.
Non seppe mai chi fosse e da dove venisse. Che lingua parlasse, che voce avesse. Era un uomo dalla carnagione e i lineamenti diversi dai loro. Che non reagì, non si lamentò. Non aprì bocca. Il suo sguardo non tradì paura, né pentimento. Non abbassò gli occhi di fronte al proprio destino.

Ester era solo una bambina, ma questo se lo ricordava bene.
Non era nessuno, le dissero. Aveva ucciso i cani e rubato il bestiame. Doveva pagare.
Il ricordo di quella torma di uomini e donne imbestialiti la turbò profondamente. L’idea che qualcosa di simile potesse perpetrarsi sotto gli occhi delle bambine le fece orrore. Sperò, pregò che tutto finisse al più presto.

Si affacciarono su via Carlo Felice. Il tempo di attraversarla e si sarebbero immersi in un reticolo di vicoli stretti, al sicuro da movimenti di folla. Ma furono il ringhio e la bestemmia del vetturino a farle capire che qualcosa d’inevitabile sarebbe accaduto comunque. Si voltò. Da destra un folto d’uomini correva verso di loro. Alle loro spalle, soldati a piedi e a cavallo.
“Una carica!…”, ruggì il cocchiere incitando i cavalli.
Imboccarono il vicolo di fronte a loro. Senza fermarsi, scartarono un paio di volte e si infilarono in una parallela di via della Maddalena. A metà altezza, l’uomo tirò le redini e muggì forte un oh-oh alle bestie, placando la loro corsa. Si fermarono.
L’uomo si voltò a controllare il carico, poi fissò Ester maledicendo il momento in cui aveva deciso di darle retta. Biascicò qualche parola, riflettendo sul da farsi.
Si trovavano a un centinaio di metri dal porto e dal mare. Si poteva sentire un’aria densa e salmastra risalire verso il cuore della città. Il suo respiro umido, il suo alito malato.
Di nuovo, da un vicolo sbucò improvvisamente un manipolo di uomini che correva verso di loro in direzione del porto. Alcuni avevano dei bastoni. Lina notò uno di loro, giovane, che, correndo a perdi fiato, portò una mano sul capo nel vano tentativo di trattenere un piccolo cappello di stoffa nero. Lo seguì con lo sguardo mentre superava il carro, scansando il muso dei cavalli.
Fu un attimo, un’irrimediabile quantità di tempo. Il cappello si staccò dalla sua testa e cadde a terra. Quando toccò il suolo il giovane era già diversi metri più avanti. Senza nemmeno fermarsi girò su se stesso, scivolò e quasi cadde a terra. Ma tornò indietro e raccolse ciò che aveva perduto. Alzò gli occhi, o forse si guardò semplicemente le spalle, ma allora Lina credette di incrociare il suo sguardo e di leggervi un fugace sorriso. In quel momento s’udì lo scalpitio dei cavalli che dal nulla irrompevano sulla strada e gli furono subito addosso. Nemmeno il tempo di capire, di urlare Attento!, che un tremendo colpo di sciabola calava dall’alto colpendolo il giovane alla testa.
Ester emise un grido disperato, Lina le si gettò in grembo affondandovi il volto.
Il cocchiere assistette alla scena impietrito. Il cavallo impennato, trattenuto a stento, il colpo sordo della lama. Il sangue che sgorga rapido dalla fronte e cola sulla guancia, sul mento, sulla camicia.
I soldati non si curarono di lui e del carro, intenti com’erano nel continuare la loro caccia. Ripresero tutti la corsa, senza voltarsi, né degnarono di uno sguardo il ferito che, lentamente, piegò le ginocchia e s’accasciò a terra.
“Oh, oh!! Leviamoci da qui, presto!…”, urlò il vetturino in preda al panico, agitando le redini.
“Ma quel poveretto!!” gridò Ester, fermandogli il braccio con la frusta. “Non possiamo lasciarlo qui, è ferito!!…” e senza aspettare risposta, scese dal carro a soccorrerlo. Il cocchiere bestemmiò.
“Salite, presto!! I soldati torneranno! Ne arriveranno degli altri!..”
In fondo alla strada ripresero i clamori.
“Per l’amor del cielo, signorina, non v’intromettete, non è affar nostro!” la spergiurò l’uomo. “Tornate su, o ne andremo di mezzo tutti!…”
Inutile tentar di dissuaderla, la vista del sangue per Ester fu come un ordine. Senza paura, strinse le mani del poveretto che, sconvolto, cercava di portarle al volto.
“Signorina! Tornate indietro!…”, insisté il vecchio.
A meno di cento metri, in S. Siro, aveva luogo un vero e proprio scontro. Uomini in abiti civili armati di bastoni contro le baionette dei soldati. Erano nell’occhio del ciclone.
Tamponando la ferita con un brandello della propria veste, con la forza della disperazione Ester aiutò il ferito a rialzarsi.
“Cosa fate?! E’ una follia!!…”, urlò l’uomo alla cassetta. Poi, non avendo alternativa, si decise finalmente a scendere.
Insieme issarono sul carro il ragazzo ormai privo di sensi e lo fecero stendere vicino alla bara.
“Siete pazza. Non riusciremo nemmeno a raggiungere l’ospedale…”, disse il vecchio. “Possiamo solo cercare di tornare indietro e levarci al più presto da questo inferno!…”
“Al porto…, al porto…”, gemette il ferito con un filo di voce, gli occhi chiusi e metà del volto coperta di sangue.
“Al porto! Portateci al porto!” ordinò Ester al cocchiere con il fuoco negli occhi.

Capitoli precedenti:

PRIMA PARTE
Cap. I (Prologo)
Cap. II (Fotografia)
Cap. III (Ester)
Cap. IV (Trincea)
Cap. V (Esodo)