Incontri

L’ARIA E’ OTTIMA (QUANDO RIESCE A PASSARE) – IO, ATTORE, FINE PENA MAI“, di Aniello Arena

Un messaggio di speranza

Quando in un libro si trascrive la vita in presa diretta non servono giri di parole, trucchi, frasi a effetto. Chi la scrive, immagino lo faccia dosando a fatica le proprie emozioni, cercando di leggere nelle parole, che da sole si imprimono con urto sulla carta, una direzione, interrogandosi prima di tutto sul perché lo stia facendo. Non faccio fatica a vedere la riluttanza iniziale di Aniello Arena davanti alla richiesta di raccontarsi, al foglio bianco, al progetto editoriale legato alla sua biografia. Lui che dalla vita è stato travolto, schiacciato, estraniato; lui che della vita si è infatuato da subito, che da subito, non appena ha avuto la coscienza e le capacità di farlo, ne ha sentito il canto, la seducente bellezza; lui che con le proprie mani o per mani altrui, o della malasorte, ne è stato privato e allontanato, esiliato.
La storia raccontata da Arena è un’Odissea durata quarant’anni. Partenza e approdo coincidono: l’amore per la vita e la sua espressione di bellezza, l’arte. Nel mezzo: una lunga pericolosa, disastrosa navigazione. Pesantissimi, devastanti naufragi. Il carcere, le
carceri, le peggiori. L’allontanamento dalla vita onesta, la misura della sottilissima, labile soglia fra bene e male. L’istigazione a delinquere perpetrata dal cosiddetto sistema contentivo e correttivo dei penitenziari.
La storia di Arena è testimonianza. Prima di tutto del fatto che nell’uomo il buono, se c’è, non muore mai, nonostante tutto. Nonostante egli possa perdere ogni riferimento, ogni luce, ogni sostegno. Nonostante possa credere di aver perso non solo la fiducia nel proprio simile, la fede in un dio e in un giudice incorruttibile e infallibile, ma anche il lume stesso della propria ragione, di aver definitivamente perso la speranza. Arena ci dice che il buono e l’amore per la vita sopravvivono a qualsiasi dolore, a qualsiasi sopruso.
Ciò che commuove e sfiora le corde più sensibili del lettore che lo segue nel suo itinerario di condannato al buio progressivo e sconfinato (“fine pena mai” significa ergastolo), è il fatto, però, che la salvezza arrivi sulle ali della parola recitata, cantata, danzata, interpretata e vissuta; attraverso la poesia, la musica e l’abbandono incondizionato al loro abbraccio; attraverso l’immedesimazione in un personaggio appreso o improvvisato; attraverso l’arte innata e spregiudicata di trasformarsi e trasformare la realtà a proprio piacimento. No, questa non è follia, non è sragionamento e nemmeno illusione, né banale finzione; questo è il più grande potere concesso all’essere umano: il sogno. E’ il potere di rifondare il mondo in ogni momento, di mettere in scena la vita, di attraversarla, trasformarla e infine riviverla, amplificata; di fare di una cella un palco scenico e dell’invenzione la porta d’accesso a un universo d’emozioni, alla conoscenza, al pathos, al sentimento.
Aniello Arena ci racconta la sua vita faticosa, complicata, mutilata, sacrificata. Nel farlo, però, descrive l’origine e la scoperta della sua più grande e intima vocazione, lasciandoci un commovente, potentissimo messaggio di speranza: la bellezza e l’arte ci liberano.

ZANO’ CHE CAMMINAVA NEL BOSCO“, di Claudio Midulla

All’ombra del ricordo, un mondo sospeso fra mito e rivelazione

Chi non hai mai provato l’ebbrezza di perdersi fra i riflessi e gli squarci di luce che si accendono varcando la soglia di un bosco; chi non ha mai scoperto quanta vita pullula e muove all’ombra delle sue fronde; chi non si è mai ritrovato a parlare a se stesso, magari a cantilenare una vecchia filastrocca, seguendo le pieghe di un sentiero fra i tronchi; chi non ha raccolto risposte, muovendo lo sguardo fra muschi, rocce e radici; chi non ha mai affidato il passo al molle fruscio di una manto di foglie secche che pudicamente riveste e colora la terra infreddolita e ritratta sulla soglia di un lungo inverno?… Solo chi non sapesse nulla di tutto ciò, potrebbe non capire la poesia di Claudio Midulla e del suo Zanò.
Un romanzo interessante, denso, scritto con uno stile libero e ricco. Ispirato alla vita di un paesino di montagna, descritta con grande sapienza e dovizia di particolari, raggiunge a tratti dei notevoli picchi di poesia. Claudio Midulla conosce bene la parola, ci gioca, la plasma, ne fa strumento per creare immagini ricche, potenti, pregnanti, dense di sapori, profumi, umori. Vi dipinge preziosi scorci e ispirati paesaggi. Uno stile avvolgente e pieno il suo, a tratti sensuale, che accompagna il lettore in un’esperienza filosofica e tribale al tempo stesso, alla riscoperta delle proprie origini.
Il romanzo di Claudio Midulla è costruito sugli elementi e le stagioni, è un insieme di immagini, storie, sogni, pulsioni e illusioni, cullato dal vento che scuote e anima il bosco, in seno alla montagna, nel ventre della terra. E ci riconduce a toccarla, la terra umida, a sentirne gli umori, gli odori. Ci riporta alle origini. Alle origini di esseri umani, uomini e animali, frutti di quell’unico grembo, Madre Natura.
Un insieme di potenti e poetiche suggestioni compongono una narrazione apparentemente sospesa, onirica, senza tempo, né direzione. Solo percezione. Zanò non fa domande, non cerca risposte. Zanò sente. E vive, così, di ciò che percepisce e muove dentro di sé, facendo inevitabilmente leva sul ricordo. Vive nella speranza di non mentire a se stesso. Non c’è posto, né bisogno di un dio nella vita di Zanò, che cammina nel bosco come un Diogene, armato della propria lampada alla ricerca dell’esperienza più naturale, sincera e vera. Ostinato Zanò, che s’addentra all’ombra delle fronde e di una caverna in cerca della conferma della verità, che – ne è convinto – dovrà essere semplice, istintiva e pura, come il sapore dell’acqua di fonte, la forma di un uovo, il profumo di un fiore… Ma anche lì, ben prima della parola, del racconto, di un bacio, di un amore, nel gusto e nella forma più semplici, nell’esperienza più atavica e remota, nel primo vagito, il primo sentire… Anche lì, prima di ogni cosa, fra le foglie bagnate dalla pioggia, s’insinua il dubbio di non essere che il frutto del proprio pensiero.

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IL COEFFICIENTE D’ELASTICITA’ DELL’ANIMA“, di Maura Pecchini

La rivoluzione interiore

Il romanzo di Maura Pecchini colpisce subito per il suo nitore, la precisione, direi quasi l'”esattezza” descrittiva e comunicativa. Uno stile estremamente curato, sempre limpido e bilanciato, che rende la narrazione leggera, godibile, dalla prima all’ultima pagina. Cui si aggiungono il tocco di una giocosa fantasia e un’arte narrativa tutt’altro che improvvisate. Insomma, l’autrice convince in breve il lettore di avere le capacità di guidarlo nell’architettura narrativa del proprio romanzo, senza inciampi, né ripensamenti o indecisioni di sorta. E ben presto quest’ultimo s’accorgerà di aver fatto bene a varcare la soglia. Perché Maura Pecchini non solo scrive bene, ma ha qualcosa da dire, che dell’arte di scrivere rimane sempre la cosa più importante.
“Il coefficiente d’elasticità dell’anima” è un romanzo che ha il sapore della fiaba impiantata nel nostro tempo, nella nostra terra, nella nostra provincia, nel bel mezzo dei luoghi comuni e del modo di vivere di molti di noi. E da lì, senza tante invenzioni o alchimie, ma una storia semplice e ben narrata, ci apre gli occhi. Su noi stessi, sul modo in cui ci sentiamo, ci riconosciamo, ci vediamo, ci ascoltiamo. Questo il grande pregio di una narrativa che ha in sé il ricordo e l’arte di quella di grandi maestri come Calvino: il mostrare con parole e immagini semplici e accessibili a tutti, il grande mistero dell’Io, delle sue sofferenti involuzioni, delle sue travolgenti rinascite e rivoluzioni. E non solo. Il provare a dare una risposta. Se l’Io porta in sé un interrogativo (“Io?”), l’autrice ci ricorda che per ogni domanda esiste almeno una risposta. La sua è convincente e ben detta. Bisogna avere delle doti per leggere e interpretare la vita, e infine scriverla come ha saputo fare Maura Pecchini.
Da non perdere di vista.

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E’ UNA VITA CHE TI ASPETTO”, di Fabio Volo

La voce del saggio

Erano anni che questo libro mi aspettava su uno scaffale della libreria. Non che non mi attirasse, anzi, ma il destino, anche quando si parla di letture, segue una sua strada. Così è stato, e dopo mesi, anni di ammiccamenti, alla fine ho incontrato Fabio Volo. E’ il mio primo Volo, già. Non sarà l’ultimo. “E’ una vita che ti aspetto” è un libro che merita di essere letto. Faccio fatica a definirlo romanzo per diversi motivi. Il primo è che manca una storia, quando invece sono abituato ad associare una narrazione articolata, se non complessa, a quel genere di scrittura. Ne faccio molta di meno ad usare il termine “saggio”. Perché di questo, per me, in fondo, si tratta. Ritengo che Volo, ormai nei primi 2000, abbia sentito il bisogno di dire, più che di raccontare. Di testimoniare. Sì, sono sincero: ho letto il libro d’un fiato, ma la voce che sentivo, quella voce simpatica, vivace, un po’ roca e acuta al contempo, che tutti noi conosciamo, non era quella del narratore di una storia, ma di colui che racconta la propria esperienza, che la rielabora mettendola in bella, che non ce la fa a tenerla tutta per sé, la vuol condividere. Perché merita, è importante. E’ soggettiva, certo, ma è comunque vera, bella e piena di speranza. Leggendo le pagine di Volo, che dovrebbe avere all’incirca la mia età, sentivo la voce rassicurante di un fratello maggiore. Di un amico. Di quello che c’è già passato, che ne ha viste e fatte tante e, dopo, può dirti com’è che va, com’è che funziona. Com’è che per lui ha funzionato. Perché i trentenni che non sanno ancora chi sono nella vita, che non sanno prendersi cura di sé, del proprio cuore, sono tanti. Eravamo tanti. Da parte dell’autore, o di Francesco, il suo alter ego, non c’è alcuna pretesa di possedere una verità, né di dare particolari dritte o insegnamenti, di indicare la via; ciononostante, la voce di Volo diventa naturalmente quella di un saggio. Di quelli all’antica, con i loro proverbi e le loro frasi fatte, intrise di sapienza popolare. Solo che, se non l’hai già fatto, cominci a capire che ci vuole una bella fetta della tua vita, prima di arrivare a intenderne il senso. E’ bello pensare che ci sia qualcuno che l’ha fatto, che ha capito. E che non sia un vecchio con la barba bianca. Non ha la bacchetta magica, non sa fare yoga e non è un maestro di kung fu, ma anche se, come si dice, non ha le fisique du role, anzi proprio per quello, la sua retorica non perde senso, né efficacia. Va dritta al bersaglio. E’ bello convincersi che anche i panda possano vincere la loro grande battaglia. E’ bello poter credere che ognuno di noi può farcela. A credere in se stessi e provare a cambiare qualcosa nella propria vita in nome della felicità. La propria e quella dell’altro. E grazie a Fabio Volo che ha sentito il bisogno di dirci come cominciare a farlo.

L’ETA’ DEI SOGNI”, di Anna Gavalda

Umana realizzazione

Una riflessione direi quasi “necessaria”, a valle della lettura di uno splendido libro. Splendido, sì. Sparkly, si potrebbe dire, a buon diritto. “L’età dei sogni” è una lettura che va oltre la letteratura, a mio modo di vedere. Certo, l’arte e la tecnica espressiva sono strumenti che permettono di raggiungere, di creare sintonia, comunicazione, effetto. Ma non è quello che più conta. E con ciò non voglio togliere nulla, ma proprio nulla, alla sapienza poetica e espressiva della Gavalda, che, con toni sempre attuali, vivaci, pungenti, courant e raffinati allo stesso tempo, raggiunge sempre con estrema precisione, sensibilità e sagacia il bersaglio. No, non voglio farne questione di stile. Anna Gavalda ha scritto un libro che parla al cuore. Vi arriva attraverso la descrizione anche estremamente dettagliata dell’ahimè normale, consueto, incontrastato e supino degrado che la vita di molti di noi – persone che hanno raggiunto quell’età in cui si comincia a tirare qualche somma – , può aver ormai raggiunto. Uomini, donne, professionisti, impiegati, borghesi, middle class, abitanti di città e di provincia, istruiti e non, gente d’usi e costumi più o meno eleganti, più o meno stereotipati, tristemente stereotipati, più o meno consapevoli, inesorabilmente pecorecci… Vi arriva contrapponendo a tutto ciò un seme di umana follia, un seme di umana coscienza, di ricerca, di cosciente, disperata ricerca, un seme gettato in un’infanzia ormai lontana, ma fortunatamente non dimenticata, né persa. Un seme che – e ci illudiamo che non sia favola, né miracolo -, forse, non muore mai. Dipende da noi. “L’età dei sogni” è l’originale, frizzante, spinoso, doloroso e comico racconto di come un uomo di quarantasette anni rompa gli schemi, i suoi, e con essi l’abitudine, le sue stesse catene, e pure le ossa, per “riesumare” (non potrei trovare termine più appropriato) la propria dignità di uomo, di padre, compagno, fratello, amante, artista… bambino. Confortante. Confortante e bello sapere che qualcuno ce l’abbia fatta. Figo, sì. E’ proprio il caso di dirlo.

IO SONO L’ALTRA”, di Anna M. Crudo

Tutto fuorché uncomfortable

Attraversare, vivere i racconti di Anna M. Crudo è un piacevolissimo viaggio nell’analisi e trasposizione del sentimento. L’autrice dichiara da subito di aver scelto un punto di vista scomodo. Uncomfortable, per definizione. Il punto di vista di chi non ha casa, né dignità di un nome, di un ruolo, come recitano i sottotitoli. Ma la lettura dei racconti di Anna M. Crudo, che possono essere considerati un’opera unica, declinata in episodi diversi con diversi modalità, stili, voci, ambientazioni, è tutto fuorché uncomfortable. La scrittrice dimostra infatti elevatissime capacità narrative, contrappuntate e impreziosite da pregevoli passaggi lirici, posti a mo’ di evocativi intermezzi, delicate, raffinate parentesi fra un narrato e l’altro, vellutati sipari, eleganti chiose, che in qualche modo riassumono e condensano, quanto sapientemente diffuso nelle pagine del racconto. Il lettore può godere di altrettante evidenti, a tratti entusiasmanti, capacità tecniche e stilistiche che fanno di Anna M. Crudo un’autrice esperta, oltre che sensibilissima indagatrice degli strati dell’anima e delle radici del tanto declamato, confuso, interrogato senso dell’amore. Per scelta dichiarata, quindi, il punto di vista dell’autrice si consolida e specializza in quello dell’altra o dell’altro, facendosi portavoce della disperata potenza dell’amore impossibile, dell’amore extraconiugale, dell’amore per definizione moralmente inaccettabile, ma altrettanto, e a maggior ragione – parrebbe – ineludibile e imprescindibile. Tuttavia, per un momento, con il centrale “Statistica sentimentale”, esso cambia e, con pregevole acrobazia, Anna M. Crudo si porta proprio dall’altra parte della barricata, per quello che risulta essere al mio gusto il racconto forse più riuscito. Cambia il registro, cambia la psicologia, l’ironia e la caratterizzazione dei personaggi, cambia il linguaggio. Cambia la tecnica narrativa (l’autrice, peraltro, passa con facilità dalla narrazione in prima a quella in seconda e terza persona) e tutto riesce con naturalezza a Anna M. Crudo, che riesce così a spostare gli accenti narrativi, a differenziare le introspezioni, le analisi psicologiche, i moti di coscienza; a animare e caratterizzare il racconto, a rendercelo sempre fresco e diverso, ma costantemente curato e potente, a tratti ricercato; a consegnarcelo addirittura per voce di un protagonista maschile (impresa assolutamente non facile, ma giudicherei nel complesso ben riuscita). Pregevoli il dialogo, la forza e la vitalità proprie che esso infonde ai singoli personaggi, toccando un apice nel tratteggio delle dinamiche familiari e del rapporto fra padre e figli. Ma è del tutto inutile elencare qui le arti, più o meno visibili all’occhio umano di un modesto lettore, di un’autrice che non possiamo che definire ‘matura’, nel tentativo di comprenderne le doti e la sensibilità. Resta invece l’invito, forte e sentito, alla lettura del suo lavoro.

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COSA CHE TENDE AL VOLO“, di Alba Napolitani

L’acesa verso il bello

L’opera di Alba Napolitani si rivela, nel tempo, come il progressivo avvicinarsi a uno stile votato all’essenzialità, alla purezza e alla potenza dell’immagine, tanto nitida, quanto profondamente evocatrice. La parola è colta sul principio nella sua piena freschezza, poi plasmata e vissuta nelle sue più svariate dimensioni e valenze. A volte, – è successo in passato -, essa si fa glifo, disegno, provocazione, burlesque. Ma solo apparentemente. L’elegante ironia sottesa al gioco di parole, il loro stesso movimento all’interno della pagina scritta, fan presto accedere a ben altro. Puntuale giunge infatti il richiamo a profondi moti dell’anima. Tutta l’opera di Alba Napolitani percorre la via della ricerca di un’estetica accessibile e assoluta al tempo stesso. La leggerezza e la quotidianità del verso non ne turbano mai l’eleganza e la tensione, che avvertiamo innata e sincera, ad innalzarsi. In questa raccolta, “Cosa che tende al volo”, la parola arriva alla pagina dopo un processo di distillazione. Matura, sedimenta nei giorni di un vissuto, in epoche interiori, per tornare infine libera a vibrare, a risuonare come legno stagionato e lavorato amorevolmente sotto gli occhi del lettore. E dalla pagina, poi, essa tende a spiccare di nuovo il volo, attraverso l’attenta, coscienziosa creazione di immagini e suggestioni cristalline, quotidiane e universali al contempo, immortalate in tanti piccoli camei. Perché nell’opera di Alba Napolitani la parola è tempio e strumento, mai un inutile orpello. E ancora una volta con “Cosa che tende al volo” l’autrice la spoglia, ripulendola, levigandola fino a farla tornare alla sua più pura essenza, per rendercela, incisiva, in raffinati bagliori d’espressività nel campo bianco del silenzio [“Cerco una sintonia”]. Il canto, certo, si fa rimando a commoventi stati d’animo, a velati ricordi, al personale sperimentare l’incontro, la perdita, il distacco, la barriera dell’incomunicabilità… Ma questa è, sempre e comunque, un’altra storia, e ogni esistenza ne ha una propria da raccontare. A ognuno, quindi, è messo in mano lo specchio, la chiave d’accesso alla ricerca di qualcosa di sé. Ed Alba Napolitani, con le note leggere della sua lirica, è in grado di dare al lettore la libertà e lo strumento per farlo nel migliore dei modi. E seppure si ritragga e rifugga in ogni modo la pretesa e la ‘presunzione’ di un narrato [“Non chiedermi di spiegare / Non insegno nulla”], raccomandando anzi al lettore di vivere soltanto per sé l’esperienza di attraversare i suoi versi, non è possibile non unirsi a lei nel cantato anelito a immortalare l’attimo, nell’umile ricerca del bello.

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VITE SPANNATE“, di Tita Canta

Tutto d’un fiato nel flusso della vita

Ho incontrato “Vite spannate”, di Tita Canta, per caso, come deve essere. Era evidentemente giunto il momento. Ha bussato timidamente alla porta della mia curiosità, mostrando solo un gradevole sorriso, vagamente infantile. Nell’aprirla, la porta, avevo un vago presentimento: sapevo che di lì a poco ne avrei aperte molte altre. Senza la benché minima fatica, né incertezza, né ritegno. Tita Canta afferma di scrivere con “leggerezza”. Terminato il suo ultimo romanzo, ho preso a meditare su questa parola e sulla valenza di alcune abusate espressioni: vivere con leggerezza, la leggerezza dell’essere (più o meno sostenibile…), e credo che continuerò a farlo ancora per un po’. Sarà il mio privatissimo mantra. Non voglio nemmeno provare a svelare i contenuti, rischiando in qualche modo di sgualcire la freschezza e i profumi racchiusi fra le scorrevolissime, amabilissime pagine di questa scrittrice. A ognuno le proprie fragranze. Posso solo dire qui che me ne sono giunte moltissime, fra loro anche molto diverse, talvolta antitetiche: dagli umori e le nebbie della continentale provincia padana, dagli odori di stalle misti a fumi di fucine, alle stagionatrici brezze transappenniniche e l’inattesa eco dispersa di un’aria verdiana – forse un grammofono rimasto acceso chissà dove -, agli incensi e ai variopinti petali d’oriente, passando per una intensa, salmastra brezza isolana e la salubre carezza di un sole mediterraneo, i colori accesi di un ricco guardaroba e, perché no, l’aromatico sapore di una canna… E non solo. Il pulsare e il muovere dei sensi, l’umido fluire del piacere, l’incontenibile istinto di coglierlo, seguirlo, rincorrerlo, goderlo. L’analisi costante, precisa, disinvolta, degli inquieti moti interiori e delle pulsioni di Ida, la protagonista del romanzo. L’attenta e obiettiva speculazione sulle origini della sua aspirazione a approdare nel placido porto di una relazione in grado di completarla e colmarla, riconciliarla con se stessa, con le sue più vere esigenze, con la sua grande, ma fraintesa e abusata generosità di sentimento e compiacenza (“l’incapacità di essere richiedente”). E non solo. Un passaggio attraverso le età e le epoche dai connotati sempre netti, frizzanti, rapidi e incisivi come lame sottili e ben affilate. Un racconto tanto ironico, a tratti caustico (emblematica l’immagine della coscienza dispersa del bisnonno del coprotagonista Raul, infermo, smemorato, riavutasi improvvisamente di fronte all’etichetta dell’amata bottiglia di rhum…), quanto toccante e inesorabilmente sincero. Nell’ironia e nella forza delle metafore, a volte anche inaspettatamente evocative – sola indulgenza a un lirismo mai ostentato, né celebrato, sinceramente gradito, ancorché inatteso -, risiede una delle più ammirevoli peculiarità delle capacità narrative e stilistiche dell’autrice. Le immagini e i raffronti giungono con puntualità e potenza davvero degni nota, insaporiti da un sense of humour e un’ironia altrettanto invidiabili. Leggendo “Vite spannate” di Tita Canta ci si ritrova a sorridere divertiti, a annuire di profonda compartecipazione, a ritrovare e rivivere parti di sé e delle proprie esperienze, come se tutt’a un tratto risultassero più chiare, a sporgersi curiosamente sulla pagina, grati del generoso dono di un nuovo spunto, o di un nuovo punto di vista sulle cose, a provare un altrettanto curioso e piacevole calore nel basso ventre perché, ebbene sì, fortunatamente non siamo immuni alle carezze del piacere. Insomma, Vite Spannate è un romanzo dai più volti (anche nitidamente ben delineati dall’autrice), cui non manca nulla, certo non la voglia di farsi leggere tutto d’un fiato.

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