Sangue Rappreso – XIII

 

XIII

(Epilogo)

Un telefono vibra rumorosamente, strappando un lamento nel buio. Una pausa, poi ricomincia più forte di prima, non sembra aver intenzione di smettere. Un fruscio di lenzuola e una muta protesta precedono l’issarsi di due gambe e una serie di movimenti dettati dall’urgenza di porre fine a quella tortura. Mirto recupera il cellulare su una mensola del bagno. E’ sua madre.
“Pronto?”, dice, dopo un’esitazione.
“Ciao Mirto, sono io”, attacca lei con un tono che le conosce fin troppo bene. Quello di chi sa di disturbare, ma se ne frega, pensa.
“Ciao Mia… Hai visto che ora è? Sono le tre e mezzo del mattino qui…”.
“Scusami Mirto, ma non avrei potuto chiamarti più tardi, volevo che sapessi subito…”.
Carol, di là, si gira rumorosamente nel letto.
“Che è successo?”, sussurra Mirto.
“Zia Lina è morta”.
“Cazzo…”
Una serie di immagini e di ricordi gli scorre rapidamente davanti agli occhi.
“È tutto quello che hai da dire?”, fa Mia. “Mi sembra che un tempo tu fossi abbastanza legato alla zia. Era l’ultima persona che ancora ci legava a tua nonna…”.
Mirto sospira, ogni occasione è buona per la ramanzina, pensa. Si siede sul bordo della vasca.
“Ma non era in Francia?…”, chiede. “Quando è successo?”
“Ieri pomeriggio, l’ho appena saputo. Mi ha telefonato il parroco di Sarnico. Non sapeva come dirmelo… E pensare che la zia ci teneva così tanto a quel viaggio!”
“Già,… Ma com’è successo?”
“Ma chi è?!”, protesta Carol, accendendo la luce.
E’ M-i-a, mima Mirto, facendole segno di girarsi e rimettersi a dormire. Chiude la porta.
“Si era appena immersa nell’acqua della sorgente…”, continua Mia, commuovendosi. “Dicono che non si sia accorta di nulla… che era felice…”, le si incrina la voce. “L’hanno tirata fuori e… si è spenta, semplicemente…”.
“Mi spiace…”, fa Mirto, serio.
“Non ha sofferto… Dicono che non ha sofferto…”.
“Sì…”.
“Il corpo partirà da Lourdes in treno. Il funerale verrà celebrato a Sarnico dopodomani. Io parto appena finito il montaggio delle ultime riprese…”, Mia emette un lungo sospiro. “E’ stato un lavoraccio, Mirto. E’ tutto molto urgente. Spero di finire entro la mattinata di domani. In caso, prenderò un volo da Fiumicino. Vorrei essere a Sarnico il giorno prima, per organizzare il funerale”.
“Certo”, fa lui.
“Ci sono un sacco di cose da fare, Mirto. L’eredità, la casa di Montaretto da svuotare, la badante da liquidare… E poi c’è l’appartamento di Sarnico, sarà ancora come l’ha lasciato zia Lina. Al pensiero di entrarci, mi vien male…”. Mirto cerca qualcosa da dire.
“A Montaretto, una volta portate via le cose della zia, potremmo fare i lavori di cui abbiamo parlato con Anselmo, ricordi?”, prosegue Mia. “La stanza grande del primo piano va divisa per ricavarne due più piccole e il secondo bagno va sistemato, ma non c’è molto altro da fare. Certo, oggi la casa somiglia più a un ospedale che a un’abitazione, però entro primavera potremmo aver sistemato tutto per il Bed&Breakfast…”
“Mia…”, Mirto prova a interromperla.
“La posizione è invidiabile, in collina, a pochi chilometri dal mare e da Lerici. Sarà richiestissimo…”.
“Mia…,” interviene Mirto, “zia Lina è morta solo qualche ora fa…”.
“Hai ragione”, dice lei dopo una pausa. “Scusa…”.
Poi aggiunge: “Tu riesci a venire? Eri così legato alla zia! E lei ti voleva tanto bene… Eri all’estero anche quando morì tua nonna Luciana, ricordi?… E poi avrei tanto bisogno dell’aiuto di qualcuno…”.
“Capisco benissimo, Mia, ma sono ancora preso dal lavoro qui”, risponde Mirto. “Sono clienti importanti e si aspettano di vedere un’anteprima entro la fine del mese… E poi con Carol avevamo programmato di andare qualche settimana da lei, una volta finito. Lei non ha più niente da fare, A San Francisco hanno finito, la prossima sfilata ce l’ha fra un mese, a Parigi. Aspetta solo ch’io finisca…”.
“Ah”, dice Mia, qualcosa a metà fra un sospiro di disappunto e la manifestazione del più totale distacco. “Fai come credi…”, aggiunge.

Al termine della telefonata Mirto va in cucina a prendere qualcosa da bere. A San Jose non fa più così caldo, ma qualcosa gli si è fermato all’altezza dello stomaco. Mentre scruta i ripiani del frigo, capisce che non riuscirà più a dormire. Quanto tempo è passato dall’ultima volta che ha visto zia Lina? E’ stato ben prima del suo ultimo rientro in Italia. Saranno due o tre anni, ormai. Almeno non ha sofferto, si dice.
Sorseggia un succo d’ananas guardando fuori dalla finestra. La striscia d’asfalto sotto di lui sembra un serpente giallo. Poi la luce del frigo invade la finestra, obbligandolo a guardare il riflesso dell’interno della cucina. Senza voltarsi, Mirto osserva la silhouette di Carol muoversi silenziosamente alle sua spalle. E’ sexy anche nei pantaloni del mio pigiama, pensa. Sente il suo sguardo sulla schiena. La muta forma di rancore che nel tempo gliel’ha reso sempre più ostile.
Da qualche tempo le cose non vanno più fra di loro. Ma Mirto sente di non aver più voglia di lottare. Un divorzio e un figlio dall’altra parte del mondo gli hanno fatto prendere distanza da molte cose. Non bisognerebbe sposarsi, pensa. In quanti ci siamo passati? Mia madre due volte, e prima di lei la nonna. Ma nonna Luciana non fu nemmeno la prima a separarsi dal marito, riflette. Sua madre Laura, fu lei ad aprire le danze. Nonna, però, fu la prima donna moderna della famiglia. Ricorda ancora il suo sguardo ironico, disilluso, il suo fare elegante e smaliziato. Aveva una battuta per ogni situazione, che pronunciava sogghignando, una sigaretta sempre accesa fra le sue dita sottili. Era una bella donna, gli uomini non le facevano paura. Il cancro se la portò via quando avrebbe avuto ancora molto da dire.
Sua figlia, invece, predica bene e razzola male, pensa con livore. La vittima, la donna in carriera, quella che non ha tempo, immolata al lavoro. Certo, nessuno può aver sofferto come lei, all’ombra di un marito influente e autoritario. Un uomo che però l’ha mantenuta per anni, permettendole di arrivare dove è arrivata. Questo sembra non ricordarlo la donna che ha subito il torto di non veder le proprie ambizioni anteposte a quelle di tutti gli altri, sussurra stizzito.
Quando si volta, Carol è già tornata in camera da letto. Mirto sa che per lei non è mai il caso di fare scenate, di discutere, alzare la voce, di sprecare parole per rinfacciargli apertamente di aver perso il sonno per colpa di quell’egocentrica invadente di sua madre. Non merita nemmeno di essere nominata, quella. Ci sarà molto più gusto a freddo, domattina, nel vendicarsi con uno sguardo o una frase buttata là ad arte.

“Cosa voleva tua madre stanotte?”, chiede Carol, entrando in bagno.
“Niente”, risponde Mirto.
S’infila l’accappatoio, ci pensa un po’, poi dice: “E’ morta sua zia. Era molto anziana ormai, da anni viveva sulla sedia a rotelle…”
“Allora forse è meglio così, no?”, fa Carol, sbadigliando.
Mirto la guarda abbassare le mutandine e sedersi sul water. Esce dal bagno.
La sera dopo è in aeroporto. Volo per Milano Malpensa con scalo a New York e Francoforte. Arriva a Sarnico appena in tempo per il funerale.

Dopo la funzione, un breve corteo funebre accompagna la defunta al cimitero. Zia Lina viene sepolta con la sorella Luciana. Due vite così diverse fra loro, pensa Mirto. Una donna di mondo, che ha vissuto intensamente fino alla fine, l’altra timorata di Dio, morta zitella.
“Dobbiamo chiudere casa”, dice Mia quando anche i becchini, sigillato il loculo, raccolgono i loro attrezzi e se ne vanno. La cornice accanto al nome di zia Lina è ancora vuota. Sopra di lei, nonna Luciana veglia con quel suo sorriso contagioso.
“Ne troveremo una adatta”, dice Mia.
“Povera zia…”, aggiunge sistemandosi gli occhiali da sole.
Poi lei e Mirto si avviano lungo il vialetto di ghiaia, verso l’uscita.

Casa di zia Lina è immersa nel disordine più totale. Scatoloni, libri, effetti personali e scorte di viveri sono disseminati un po’ ovunque. Il tavolo della sala da pranzo è coperto da stoviglie, cornici e ceramiche che Mia ha cominciato a inventariare. Ha radunato gli argenti da una parte.
In camera gli armadi sono aperti, il materasso è nudo e sopra ci sono alcune borse piene di biancheria e lenzuola.
“Continuerò domani”, dice Mia da un’altra stanza. “Sono stanca adesso, non ci voglio pensare”. Mirto non dice nulla. Osserva la polvere che ricopre la sponda del letto di noce. Quella casa è stata chiusa per mesi.
Mirto apre la finestra ed esce sul balconcino che dà sulla piazza. Il giornalaio sull’angolo è ancora al suo posto. E pure il negozio di dischi e il panettiere sono là dove Mirto li aveva lasciati. Una vita fa. In pochi istanti fa ritorno agli anni della sua giovinezza. Rivede la piazza coperta dai teli del mercato, la fiumana di gente e l’odore diffuso di pesce fritto. E’ giovedì e nella tasca dei pantaloncini ha la mancetta della zia da spendere in caramelle e giornalini. Indugia un po’ sul balcone ascoltando il brusio della folla, infine tira le imposte, immergendo la stanza nel buio.

Mirto e Mia trascorrono la notte in quella che per generazioni è stata la residenza di campagna della loro famiglia. Si trova appena fuori dal paese, immersa nel verde delle colline che un tempo venivano sfruttate come cave. Conserva il nome di un tempo, derivato dai vitigni coltivati sulle balze retrostanti, Moscatello.
Mia parcheggia in uno spiazzo d’erba a metà della salita. Giunti sulla terrazza, mentre cerca le chiavi nella borsa, informa Mirto di aver ricevuto una notifica di esproprio.
“Solo qualche settimana fa”, dice. “Se diventerà esecutivo, ci toglieranno buona parte dei terreni che circondano la casa.”
Mirto prova un moto di sconforto a quella notizia. Durante l’infanzia quella casa è stata un punto di ritrovo per lui e i suoi cugini, il luogo dove trascorrevano una parte dell’estate lontano dalla città, fra passeggiate, uscite in barca, letture e compiti delle vacanze. Sentendosi a casa.
“Andrò per le vie legali ovviamente”, continua Mia spingendo rumorosamente una porta di ferro sotto il primo arco della vetrata. “Ma mi hanno detto che non ho molte speranze. Sai, i terreni sono incolti da anni, questo posto è abbandonato ormai”, aggiunge inoltrandosi nella selva di vasi e piante che invadono la veranda.
Prima di seguirla, Mirto sosta sulla terrazza. Raggiunge la balaustra e getta un’occhiata al grande orto sottostante, semi abbandonato. Più in là, oltre un filare di alberi di cachi, si estende un vasto prato piantumato qua e là con alberi da frutta. Sullo sfondo s’intravede la strada comunale. Sulla destra invece l’orizzonte è circoscritto da un piccolo bosco di cedri e magnolie secolari.
In casa, Mirto ha l’impressione di sollevare un telo su ogni dettaglio, riscoprendolo dopo tanto tempo. L’irta scala in pietra che porta al primo piano e alle camere da letto, l’enorme tavolo di pino nero al centro della veranda dove si stava anche in venti, gli scuri tendaggi sulle vetrate, l’odore di muffa che emana dai tanti volumi conservati sugli scaffali, la collezione de la Domenica del Corriere con la cronaca illustrata di un secolo di storia…

Lui e Mia mangiano un boccone in cucina. Mirto si offre di lavare piatti, li appoggia sul gocciolatoio di marmo e si asciuga le mani con uno straccio appeso sul frigorifero staccato. Nel farlo rivede i gesti semplici di sua zia Lina, la colazione con le uova fresche, le regole e le raccomandazioni. Tutto a un tratto riconosce la bellezza senza tempo di quel vivere frugale. Per la prima volta si commuove.

L’indomani decide di fare il giro della casa prima che sua madre si svegli. A distanza di anni quel luogo è diventato uno scrigno di ricordi e lui sente l’esigenza di aprirlo per toccarne e annusarne il contenuto. A cominciare dalla soffitta, dove da ragazzi un’infaticabile curiosità gli permise di riesumare armi e munizioni nascoste dai tempi della prima guerra; o la cantina infestata dai pipistrelli, la galleria tenebrosa in cui a turno si avventuravano per dimostrare di avere coraggio.
Mirto sente che una parte di lui abita ancora quei luoghi. Ha bisogno di rincontrarla.
Vestitosi, lascia la stanza muovendosi piano. Fa un balzo di vent’anni al ricordo di dove mettere i piedi per non far cigolare l’assito. In cima alla scala esita un momento, chiedendosi se proseguire verso la soffitta, ma poi opta per uscire all’aria aperta. Percorre il vialetto di fianco alla casa e va sul retro. Passa sotto il fienile, supera la porcilaia e s’affaccia al piccolo casolare dove una volta vivevano i mezzadri. E’ incredibile come quella misera stamberga possa aver ospitato un’intera famiglia. E ancor più il fatto che il camino e l’odore di fumo e polenta che ancora impregna le pareti annerite riescano a farla sentire ancora abitata.
Poco più avanti, Mirto è colto dal profumo zuccherino dell’uva americana. Sui filari ce ne sono ancora molti grappoli, Mario non li ha ancora raccolti, pensa. Mario, un’istituzione. “Avete mangiato?”, chiedeva dalla finestra della cucina, ogni giorno alle due in punto, come un orologio. E lo era, in fondo, un orologio. Segnava l’ora. Gettava una rapida occhiata sull’interno e proseguiva per la sua strada senza attendere risposta. Per i ragazzi significava che era l’ora di mettersi a fare i compiti.
Mirto ricorda di aver provato soggezione nei confronti di quell’uomo dalla pelle bruciata, le mani callose e la voce stridula, incredibilmente acuta, che parlava un dialetto pressoché incomprensibile. Ascoltava i dialoghi fra lui e la zia, che gli rispondeva sempre in italiano, chiedendosi come facesse a capirlo.
Mario, uno dei figli di Ester, la governante del bisnonno, Mirto, di cui ha ereditato il nome. E’ lui che nonostante l’età bada alla casa e agli orti, per quel che da solo riesce ancora a fare.

Giunto al prato antistante la casa, Mirto ricorda le tante partite di pallone che ai tempi vi sono state disputate. Da quando non ci son più gli animali, osserva, l’erba è alta e trascurata, Mario allora la tagliava sempre per il loro arrivo. Procedendo, raggiunge il cancello di ferro battuto che dà sull’orto sottostante la terrazza. Strattona pazientemente il chiavistello finché cede di schianto in uno stridio di cardini. Allora imbocca il vialetto fra le aiuole, ormai quasi completamente incolte. A metà strada, di lato, vede la breve rampa di scale che conduce alla cantina. Ne osserva l’ingresso dall’alto. In quel momento capisce che era lì che voleva arrivare, dall’inizio. Allora sposta una porticina di legno e scende i gradini rivestiti da un sottile strato di muschio. Appoggiato a una parete rivede lo scafo dissestato di una barca, abbandonato lì da tempo immemore e, sparse qua e là, diverse casse piene di bottiglie vuote. Il mosto, la pigiatura, l’imbottigliamento!, esclama disseppellendo un frammento di memoria ancora più remoto. Era solo un bambino quando assistette per la prima volta a quel rito: ricorda ancora la luce gialla delle lampadine, la macina, i raspi che sgusciavano fuori schizzando di rosso ogni cosa; i fasci umidi dei tini e, infine, i fiotti di vino novello, denso e spumoso, che colavano nelle dame.
Riapre gli occhi sui mattoni della volta coperti di muffa e l’imbocco del lungo corridoio della cantina, cieca e buia. Una galleria nelle fondamenta di quella casa e della sua stessa memoria.
Una volta la percorse fino in fondo, in compagnia di un gruppo di adulti armati di torce, fu una sorta di processione. Scoprì allora che, sul fondo, la galleria si biforcava in due brevi tratti contrapposti, un transetto che le conferiva la forma di una croce monca. Rabbrividì, s’aggrappò alla mano di qualcuno, quando le fiaccole illuminarono un nugolo di pipistrelli appesi sopra le loro teste. Rammenta ancora le parole di zia Lina, quando raccontava di quella volta che gliene si era aggrappato uno ai capelli e non riuscivano più a staccarlo.
Mirto sorride, poi avanza verso l’imbocco del corridoio. Muove qualche passo nel braccio lungo della croce. Sa benissimo che, superata la curva linea d’ombra, la luce lo abbandonerà. Allora saranno solo lui e il buio.
Sulla sinistra vede i pioli: staffe di ferro conficcate nella parete a un metro l’una dall’altra; servivano ad appendere gli alimenti per la conserva. Quando da ragazzi avanzavano nel cunicolo gareggiando, li battevano uno a uno contando ad alta voce, sempre più forte, per la sensazione di immergersi nell’abisso.
Mirto avanza piano, vuol vincere il ricordo di quella paura. Sa di non essere mai riuscito ad arrivare in fondo. Sa di essere lì per quel motivo.
Lentamente procede.
Uno, due, tre…, comincia a contare.
… otto, nove, dieci… La sua voce lo accompagna nell’oscurità.
Ora non vede più nulla, muove istintivamente le mani di fronte a sé. Avverte lo spazio, la sua stessa voce cadergli addosso.
… undici, dodici, tredici…, continua in silenzio.
Il battito del suo cuore, ormai, è l’unico rumore che riesce a sentire.

“C’è qualcuno?…”, una voce femminile irrompe nel buco in cui è sprofondato.
Mirto si volta di scatto e vede due gambe stagliarsi nella luce all’entrata della grotta.
“Ho trovato il cancello aperto…”, continua la voce, incoraggiata dallo scalpiccio dei suoi passi.
Riaffiorando alla luce, Mirto protegge gli occhi con una mano.
“Buongiorno. Cerca qualcuno?”, chiede mettendo a fuoco la sagoma di una giovane donna. Il suo sguardo si posa involontariamente sulla gonna sopra il ginocchio.
“Sì…”, risponde lei. “Cercavo mio nonno…”.
Mirto sale gli ultimi gradini. “Mirto”, dice, porgendole la mano. “Il figlio di Mia… Tu devi essere…”.
“Francesca”, completa lei.
Ora sono uno in fronte all’altro. Mirto sente la piacevole carezza del sole lungo la schiena. Francesca lo fissa sorridendo. La sua bocca è un fiore bianco. Nei suoi occhi Mirto ritrova un po’ dell’ironia di Mario, suo nonno. Ma prima di riuscire a dire qualcos’altro, si sofferma sui suoi capelli ricci e scuri, che splendono al sole. Lei lo lascia fare, nello sguardo una piccola rivincita.
“E’ una vita che non ci vediamo”, fa lui alla fine. “L’ultima volta che ti ho vista eri alta più o meno così…”, porta una mano all’altezza del bacino.
“Sei cresciuta”, aggiunge sentendosi ridicolo.
“Anche tu”, ribatte lei.
Mirto ride. Anche lei. E’ felice di piacergli.
“Non ho ancora visto tuo nonno stamattina”, fa lui. “Avevi bisogno di qualcosa?”.
“No, son passata a salutare. Torno oggi da uno stage a Londra, ma domani parto per una breve vacanza…”.
“Mi spiace tanto per tua zia…”, aggiunge dopo un momento.
“Già…”, dice lui. “Era a Lourdes quando è morta. Sai, lei ci credeva in quelle cose. Era tanto che voleva andarci, era molto malata. E finalmente…”
“Dicono che sia morta felice”, aggiunge abbassando lo sguardo.
“Mi ricordo di te e lei che giocavate a carte, qui, sulla terrazza. Adorava i suoi nipotini, ma per te aveva un debole”.
“Sì, hai ragione. Te n’eri accorta anche tu…”.
“Lina era una persona molto buona, un’anima pura. E’ bello pensare che sia morta realizzando il suo desiderio”, dice lei.
“Sì, lo penso anch’io”.
A Mirto fanno bene quelle parole. Si chiede quante volte gli sia capitato di pensarlo. Forse mai.
“E’ una splendida giornata”, dice guardandosi intorno sollevato.
S’avviano entrambi per il vialetto, scambiandosi ricordi legati a quella casa.
“Bisognerebbe ristrutturarla…”, fa lui. “C’è tanta storia della mia famiglia, c’è tanto di me”.
“Dove vai di bello in vacanza?”, chiede.
“In Sardegna, da amici… Non sto via molto, una settimana soltanto”, risponde Francesca.
“Ti trovo al ritorno?”, domanda fissandolo con occhi che sembrano pozzi luminosi racchiusi in un ovale d’ambra.
Mirto distoglie lo sguardo. Improvvisamente avrebbe voglia di piangere.
Poi compie uno strano gesto, nemmeno lui sa perché. Si china e raccoglie una zolla di terra che sgretola nella mano, spargendola sugli steli rinsecchiti di un’aiuola. Trattiene solo la parte più fine, che sfrega sull’altra mano finché diventa uno strato di polvere sottile fra le sue dita.
“Sì”, dice.

FINE

Moscatello

[P.B., 15/1/2018]

Capitoli precedenti:

PARTE PRIMA
Cap. I (Prologo)
Cap. II (Fotografia)
Cap. III (Ester)
Cap. IV (Trincea)
Cap. V (Esodo)
Cap. VI (Sangue)
Cap. VII (Campo de’ Fiori)

PARTE SECONDA
Cap. VIII (Il porto)
Cap. IX (La morte grande)
Cap. X (All’alba)
Cap. XI (Riconciliazione)
Cap. XII (Α e Ω)

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Sangue Rappreso – XII

 

XII

(Α e Ω)

Al binario numero due di Stazione Principe il treno per Milano era pronto a partire. Ester con Lina e la piccola Luciana presero posto sulla loro carrozza, Enrico le accompagnò fino allo scompartimento. Sotto lo sguardo incuriosito di Lina, lui e Ester controllavano i loro gesti. I minuti che li separavano dall’addio scivolavano veloci fra le loro dita trasmettendogli un senso d’impotenza. Se avesse potuto, Enrico avrebbe detto a Ester un’infinità di cose. Ma forse non avrebbe saputo da dove cominciare, non avrebbe trovato le parole. L’unico pensiero che gli dava forza in quel momento era sapere che Ester e le bambine erano in viaggio verso casa, verso un luogo sicuro. E lui avrebbe tanto voluto essere là ad accoglierla. Ma l’avrebbe fatto, prima o dopo: sarebbe partito da Genova, l’avrebbe raggiunta. Glielo disse con le dita delle mani, che non scioglievano la stretta. Glielo promise con lo sguardo al momento del commiato, trattenendosi dallo stringerla e baciarla. Non poteva, non doveva essere un addio quello. Egli sarebbe andato a Bergamo, l’avrebbe cercata, l’avrebbe ritrovata. Avrebbe trovato un lavoro, poteva riprendere a lavorare la terra, avrebbero fatto una famiglia. L’amava, voleva sposarla.
Ma quando venne il momento di separarsi, non disse nulla, non fece giuramenti. Lui e Ester si scambiarono un semplice arrivederci. Nei loro occhi in quel momento c’era molto più di una promessa.
Il treno partì ed Ester, le bambine e la bara ripresero infine la loro marcia verso Milano, all’incontro con Mirto.

L’uomo che le accolse in Stazione Centrale era diverso da come Ester se l’aspettava. La curiosità di conoscerlo era cresciuta nel tempo insieme al fascino e l’affetto ispiratole dalla sua povera moglie, Laura. Ester voleva capire chi fosse l’uomo che l’aveva fatta innamorare.
A dispetto di ogni aspettativa, dal primo istante Mirto non le suscitò timore o soggezione, ma un’indefinibile empatia. Aveva sofferto e si vedeva. Le bastò uno sguardo per capire che era caduto e che si stava rialzando. Stando al ritratto ispiratole dai racconti di Lina, le rare frasi e i sospiri di Laura o le aspre parole della sorella, Ester si aspettava di incontrare un uomo arcigno, severo, tutto d’un pezzo. Un uomo che non accettava critiche o obiezioni e che volente o nolente imponeva sempre il proprio volere, a prescindere dalle convinzioni altrui. Un uomo che non sapeva ascoltare. Eppure, quello che si trovò di fronte era sì un uomo solido e forte, ma non in virtù di una rigidezza, bensì della capacità di mettersi in discussione.

Era alto, robusto, imponente, ma buono. Un uomo in grado di farsi rispettare, istruito, ma non raffinato, un uomo concreto. Un uomo che conosceva le leggi della fisica e dell’arte del costruire, i segreti della pietra, della terra da lavorare. Ma era anche colui che non aveva saputo ritrovare la via per raggiungere il cuore di una donna, la sua, amata, desiderata, la propria compagna di vita, la madre dei suoi figli.
Ma non erano quelli di un cieco gli occhi che dalla banchina si posarono su di lei e Lina, affacciate al finestrino di un treno in arrivo. Né gli occhi freddi e severi che si aspettava di incontrare, pieni d’orgoglio o superbia. Erano specchi umidi, vulnerabili e vivi. Finestre aperte su un mondo interiore, un paesaggio in movimento.
Le mani di Mirto tremavano mentre sfioravano il viso di sua figlia Lina, carezzandola, prima di prendere coraggio e abbracciarla, stringerla a sé sollevandola da terra. Furono gesti muti, Mirto non riusciva a parlare, sulle sue labbra una smorfia di dolore.
“Luciana… sei tu?…”, disse infine, divorando con gli occhi il fagottino fra le braccia di Ester. “Come ta se’ ‘gnida granda!…(1), aggiunse prendendola fra le sue. Le parlò in dialetto. Inconsciamente stabiliva un contatto, nuovo ed esclusivo, fra sé e la piccina, ancora sconosciuta. La prendeva con sé, la riconosceva. Nel farlo, usava una lingua che sarebbe stata sua, ma era incomprensibile alla sua balia. Istintivamente si frapponeva al potere di lei, al legame uterino e di dipendenza fisiologica che l’univa alla bambina. Ma fu solo un momento, un istinto, una barriera rimossa l’attimo dopo. Quando, restituendo goffamente la bambina alla nutrice, disse: “Starà meglio con voi…”. E commosso aggiunse: “E’ bellissima…”.
Poi, si chinò su Lina: “Vuoi ancora bene al tuo papà?…”.
Con le lacrime agli occhi prese le mani di Ester: “Grazie per avermele riportate”.

Mirto condusse con calma il barroccio sulla strada verso casa. Durante il viaggio lui e la balia si scambiarono poche parole. Ascoltato il resoconto del loro tormentato viaggio, Mirto si raccolse in un progressivo silenzio di cui sentivano tutti il bisogno. Quando si rivolgeva a Ester o a Lina, lo faceva con estrema delicatezza, quasi sottovoce; era la presenza delle spoglie di Laura alle loro spalle a imporgli di farlo. Non si era ancora abituato alla muta compagnia della bara. Aveva sottovalutato l’effetto che gli avrebbe fatto vederla, toccarla, sentirne la spoglia consistenza e la sua forza giudicatrice. Doveva ancora accettare. Nel cammino verso casa, finalmente si compiva anche per lui il lutto.

Arrivarono a Sarnico all’imbrunire, stanchi e provati dalle infinite emozioni del loro lungo viaggio. Lina dormiva, il capo abbandonato in grembo alla balia. All’arrivo venne loro incontro Luigi con un garzone che, senza fare domande, si occuparono della salma. Luigi e Mirto si scambiarono brevi occhiate esaustive. Non era tempo per le parole e non ce n’era bisogno.
Misero a letto le bambine. Mirto accompagnò Ester fin sulla soglia della stanza che le era stata destinata. Prima di accomiatarsi, le prese una mano nelle sue, sentì il bisogno di dare voce a qualcosa che però gli rimase in gola. Con gli occhi lucidi le strinse forte la mano. “Grazie”, disse in un singhiozzo. Ester abbassò lo sguardo sulle sue mani forti e gentili. “Le mie condoglianze”, disse. “Di cuore”.

Il giorno seguente fu celebrato il funerale. Al termine delle esequie un folto corteo accompagnò la defunta dalla chiesa parrocchiale al cimitero, dove venne tumulata nella cappella di famiglia, a lato dell’altare centrale. In molti accompagnarono Laura in quel tragitto. Chi la conosceva e chi conosceva soltanto Mirto e la sua famiglia. Alcuni parteciparono al cerimoniale per curiosità o per l’esigenza di pregare per una morta.
La morte era sulle bocche di tutti, ormai. Ogni giorno la carta stampata parlava di guerra e di caduti. Ma quella era un’altra cosa. Un fenomeno sociopolitico collettivo, un evento devastante e distruttivo, eppure universalmente riconosciuto. Un evento imminente, e tuttavia ancora al di là dei confini. Quella morte fatta di cronache e numeri, quella morte lontana, estranea, non faceva ancora paura. Non abbastanza. E allora si continuava a parlare di politica, di scelte di governo, di confini e possibili conquiste. Si contavano uomini, navi e cannoni, si leggeva di sfondamenti e avanzate. Ma poco si sapeva, ancora, della morte, quella vera, quella che amputa e annienta una famiglia, quella delle lettere al fronte senza risposta, quella lenta dei soldati immersi nel fango e nella neve, a marcire in trincea, che muoiono sognando il giorno in cui torneranno a casa.
Si enumeravano i caduti su un fronte straniero. Si diceva che era una necessità, un dovere, un onore. Il senso di un’esistenza, dell’amore per la patria. Una croce d’argento su un cuscinetto di raso.
Laura, invece, era lì. In un guscio di mogano e fiori, irrorati da un velo di pioggia. La sua era una morte vicina, tangibile. Era la morte di una mamma. Una fatalità, una malattia, una vita spezzata da un inspiegabile, infausto destino.
In quel giorno di pioggia a Sarnico si piangeva la scomparsa di una donna. Entro l’estate il Regno d’Italia avrebbe aderito a un conflitto mondiale, imboccando irreversibilmente una via senza ritorno. Dopo, nulla sarebbe più stato come prima.

Il pomeriggio piovoso del funerale di Laura rimase indelebilmente impresso nella memoria dei congiunti che avrebbero ricordato quegli istanti infinite volte, anche a distanza di anni, seppur dandogli significati diversi. Per ognuno di loro esso rappresentava una svolta, una tappa, una fine e un nuovo inizio.
Per Lina quel lascito affettivo fu il doloroso ingresso nella sua vita da grande, la prima pietra di quella che sarebbe stata una lunga e faticosa esistenza, lastricata di difficoltà e rinunce.
Il ricordo di quella mesta giornata, l’immagine del feretro di sua moglie, deposto sulla ghiaia. La massa scura di persone raccolte intorno a lui, lungo il viale e fra le lapidi, chine in preghiera. L’ultimo saluto. Per Mirto finiva un’era della propria esistenza, un’intera epoca. Quello per lui fu l’inizio di una fine più grande, del crollo di un mondo al quale, pur non sentendolo più completamente suo, era ancora legato.
Ester, invece, bagnò all’acqua di quella pioggia le radici di una nuova vita, pulsante, forte. Una vita la sua, e quella di un’intera popolazione, che sarebbe andata avanti, nonostante tutto, traendo linfa e nutrimento dall’esperienza del dolore e del distacco, dall’humus di innumerevoli foglie che, morte, sarebbero cadute a terra.

Note:
(1) “Come sei diventata grande!”

Capitoli precedenti:

PARTE PRIMA
Cap. I (Prologo)
Cap. II (Fotografia)
Cap. III (Ester)
Cap. IV (Trincea)
Cap. V (Esodo)
Cap. VI (Sangue)
Cap. VII (Campo de’ Fiori)

PARTE SECONDA
Cap. VIII (Il porto)
Cap. IX (La morte grande)
Cap. X (All’alba)
Cap. XI (Riconciliazione)

Sangue Rappreso – XI

 

XI

(Riconciliazione)

Mirto vide un’ombra muoversi nella luce che penetrava fra le fessure del tendaggio. Aprì gli occhi, ma passò qualche momento prima che potesse rendersi conto di dove fosse. Una serie di sensazioni scosse i suoi nervi stanchi che si riattivavano uno alla volta. Udì delle voci, voci di donna. Prese tempo. Mentre cercava di mettere a fuoco i pensieri, un dolore acuto alle tempie lo costrinse a desistere, strappandogli un lamento. Fu in quel momento che vide due piedi.
“Non può rimanere qui, se ne deve andare”, disse asciutta una voce di donna sopra di lui. Mirto la fissò muto, cercando disperatamente un appiglio per ricordare cosa fosse successo la sera prima. “Se ne deve andare, sloggiare, via…”, riprese lei di fronte al suo sguardo disorientato. Più che dall’aggressività delle sue parole, Mirto venne colpito dal puzzo proveniente dal contenitore di peltro in cui la donna stava svuotando le ceneriere sparse per la casa. Tiratosi a sedere sul divano sul quale doveva aver trascorso la notte, prese la testa fra le mani fronteggiando il bruciore dell’acquavite e l’acredine nauseabonda del tabacco. Con fastidio si accorse di essere parzialmente svestito. Che diavolo?!, sospirò, non poteva credere di essersi ridotto in quello stato. Dondolò la testa sotto le occhiate insistenti della donna: sì, sì, levo il disturbo. Si alzò.
“Il signore se ne sta andando”, blaterò la donna all’indirizzo di qualcuno nella stanza accanto. Dall’ingresso s’udì la voce della matrona: “Nella stanza dei velluti, vai…”. Sotto un arco chiuso da un pesante drappeggio s’affacciò una ragazza con un fagotto in mano. L’altra spalancò le tende, la luce impietosa del giorno invase la stanza. Mirto schermò gli occhi e si guardò intorno in cerca dei propri vestiti.
“Li avete lasciati nella mia stanza”, disse una voce da ragazzina. Mirto la riconobbe. Alzò incerto lo sguardo sul volto di chi gli stava porgendo i suoi indumenti e rivide gli occhi verdi, il viso coperto di efelidi e la folta chioma rossiccia della giovane donna che in quel luogo rispondeva al nome di Viola. Ebbe un fremito di vergogna mista a timore. Non sapeva dire cosa avesse fatto la notte precedente e aveva paura di trovare la risposta negli occhi di quella ragazza. Non disse nulla, abbassò lo sguardo. Indossò la camicia in fretta e furia, prese la giacca e sfuggendo lo sguardo di chi si trovava in quella stanza, andò in bagno a sciacquarsi.
Erano le dieci del mattino. Di Ettore non c’era traccia.
“Ha lasciato questa per voi”, disse donna Sofia, prendendo una busta dallo scrittoio e porgendogliela. Al suo interno Mirto trovò dei soldi e una lettera con delle indicazioni per raggiungere la Stazione Centrale. Non era molto distante, ma era bene che Mirto si mettesse subito in marcia se voleva raggiungerla in tempo per veder arrivare i primi treni da Genova. Nel biglietto Ettore aggiungeva che, se Mirto avesse voluto, avrebbe potuto raggiungerlo in Piazza Duomo a mezzogiorno per unirsi a lui nell’alba di una nuova rivoluzione.
“E’ tutto a posto, ingegnere”, soggiunse donna Sofia. “A posto così”. Mirto la fissò in silenzio, piegò il biglietto e, non senza imbarazzo, s’avviò alla porta. Ogni singolo gesto di quell’impacciato commiato fu per lui estremamente faticoso. Non riusciva ad eludere la vergogna e l’ancora più riprovevole, inconscio senso di gratitudine che ammorbidì le sue parole all’indirizzo della matrona. Le avrebbe volute distaccate, inflessibili. Ma non poteva essere così, non più. Sulla porta incrociò di nuovo Viola con in mano il suo soprabito e il cappello. Grazie, pensò. Ma non disse nulla.
“Tornate presto a trovarci”, disse alle sue spalle donna Sofia aprendo un ventaglio di pizzo. “Ogni vostra nuova visita al Giardino Fiorito sarà estremamente gradita”, aggiunse mimando un inchino. Mirto non si voltò. “Addio”, sussurrò alla ragazza, e s’avviò frettolosamente per la via, per l’urgenza di frapporre una distanza fra lui, quella casa e i ricordi di quella notte.
Ma lungo il cammino pensieri e interrogativi si addensarono nella sua testa come nubi gonfie di pioggia contro il dorso di una montagna. Era un tuffo al cuore ogni volta che un ricordo più nitido o la lama puntuta di un dettaglio lo trafiggevano insinuandogli il dubbio e lasciandolo sospeso fra incredulità e smarrimento. A ondate veniva colto dalla tentazione di abbandonarsi al desiderio lascivo e liberatorio di rivivere le fantasie di una notte di piacere di cui non aveva memoria; una debolezza che ricacciava subito, quasi con rabbia. Tutto, poi, si mescolava al rigurgito sovversivo dei farraginosi discorsi che aveva sentito fare a Ettore, uomo controverso e inconcludente, eppure stimato, amato, colui che in sole ventiquattro ore era stato in grado di condizionare Mirto al punto da indurlo nello stato di confusione e disorientamento nel quale si era svegliato. Questa era la cosa che lo infastidiva più di ogni altra. E poi Laura. Evocato, di riflesso, tornava prepotentemente il pensiero di sua moglie e di tutto ciò che aveva significato per la sua vita fino a pochi mesi prima. Il ricordo di lei minava ulteriormente il fragile equilibrio dello stato d’animo di Mirto. “Perdonami!..”, disse fermandosi. Come aveva potuto fare ciò che aveva fatto? Com’era potuto accadere tutto in una sola notte? Si portò una mano al viso. Aveva tradito. Il fatto che Laura fosse morta non cambiava nulla, anzi. Mirto aveva tradito la moglie e la sua memoria. E con essa i propri principi. E’ stato solo un errore, si disse. Non sono cambiato, nulla è cambiato veramente. La verità era che Mirto non ci stava a prendere su di sé la responsabilità di quanto era accaduto, non voleva infliggersi anche quella colpa.
S’appoggiò alla balaustra che lo separava dalla roggia che scorreva in fianco alla strada. Si sentì fiaccato, stanco. Guardò in basso e riconobbe la propria ombra in trasparenza sulla superficie dell’acqua. Tolse il cappello, si passò una mano fra i capelli fissando quell’immagine incerta, mossa appena dall’increspatura della corrente. Era attraversata da una rosa di raggi di luce concentrici che sembravano provenire da un piccolo sole depositatosi sul fondo del canale. Avrebbe anche potuto non essere la sua la figura che stava osservando, pensò. Ne distingueva a mala pena il profilo. A quella distanza vi intravedeva qualcosa di estraneo, era come se si guardasse da fuori. Improvvisamente provò il desiderio di immergersi nell’acqua, di raggiungere e sfiorare i bagliori che emergevano dal fondo del canale. Finché, ripresosi, si rimise lentamente in cammino.

Alla stazione gli dissero che il primo treno da Principe era previsto per le tre del pomeriggio e che la situazione a Genova sembrava essere stata ricondotta alla normalità. I camalli del porto, gente che ha poco da perdere. Raccontarono degli scontri del giorno prima, dell’intervento della polizia a cavallo; c’erano stati anche dei feriti, ma in serata anche gli ultimi tafferugli erano stati soffocati.
“Mi domando: di questo passo dove andremo a finire?!…”, esclamò un passante. “Dico, avete visto qua fuori? Siamo presidiati! Tira una brutta aria, c’è da avere paura… Ma che protesta a fare quella gente?”, insistette l’uomo. “Il governo ha già deciso, il Re si pronuncerà a giorni. E’ guerra, è inevitabile. Non credete anche voi?…”, domandò. Ma Mirto si era già allontanato.
All’esterno trovò un facchino e lo pagò affinché badasse a carro e cavalli ancora per qualche ora. Vide i gendarmi, era evidente che temessero un’iniziativa sovversiva, forse un attentato. Scrutò l’orologio, mancava poco a mezzogiorno. Senza pensarci due volte si diresse verso il centro. Quando s’affacciò su Piazza Duomo, era già gremita di persone. In centro, accanto alla statua equestre del primo re d’Italia, era stato eretto un palco rivestito di bandiere tricolori. Molti altri vessilli pendevano dalle finestre dei palazzi che s’affacciavano sulla piazza. Sulla sinistra, in posizione sopraelevata di qualche metro rispetto al resto della piazza, una schiera di gendarmi la controllava dall’alto. Mirto decise di raggiungerli per godere di quella visuale privilegiata, mantenendosi a distanza dalla ressa che si era accalcata in prossimità del palco.
In quel momento, le campane della cattedrale batterono l’ora sesta e intonarono l’Ave Maria. Mirto accolse con piacere quel suono, memoria di una Pasqua appena celebrata ma già infinitamente distante. Quei rintocchi furono in grado d’infondergli un senso di pace annullando, almeno per qualche attimo, ogni pensiero, ogni tormento. Vi ritrovava l’indissolubile legame fra umano e divino, l’eterna coesistenza fra ragione e spirito che risiede nell’innato e pur faticoso bisogno di credere e d’affidarsi. Per qualche istante, finché non ebbe fine, Mirto si lasciò cullare da quell’eco avvolgente. Quando le campane smisero di suonare, s’udì un sibilo e lo strepito di una voce amplificata: “Cittadini!…”. Cittadini!, ripeterono più volte. Nella piazza scese il silenzio e tutti si volsero verso il palco. “Italiani!…”, ripeté la voce con più enfasi. “E’ con sommo onore, con gratitudine, che accogliamo fra noi, qui, in Piazza Duomo a Milano, il sommo poeta, Gabriele D’Annunzio!…”. Ed ecco l’uomo prendere posto sotto il baldacchino tricolore e offrirsi al suo pubblico. Sorrideva. Mentre il sindaco proseguiva nella sua accalorata presentazione, lui, l’alta fronte un po’ all’indietro, sorrideva calmo. Aveva un fiore bianco di dimensioni esagerate appuntato sulla giacca, forse un’ortensia.
Il primo cittadino dipinse il suo illustre ospite come il precursore e l’attore protagonista dell’avvento di una nuova era; parlò di lui come di un reduce vincitore da svariate importanti battaglie, politiche e ideologiche, principe del foro, riferimento culturale nel Paese e oltre confine. Un uomo d’audacia e coraggio impareggiabili…. Quel lungo sproloquio fu seguito da un intenso clamore d’applausi, rotto qua e là da grida isolate e incitazioni d’incoraggiamento. D’Annunzio prese la parola. Mentre le prime parole del Vate cadevano sulla folla, Mirto si distrasse osservando due bambini, un maschio e una femmina, vestiti alla marinara, radunati al fianco dei loro genitori, avranno avuto al più sette o otto anni. Composti, immobili, attendevano pazientemente che il cerimoniale avesse luogo. Mirto fissò le loro folte chiome ricciute, la bambina aveva i cappelli legati in un vivace fiocco rosa. Avrebbe potuto essere Lina, sua figlia. Provò l’impellente desiderio di sentirsi chiamare papà.
Rialzò svogliatamente lo sguardo sul palco. D’Annunzio declamava agitando le braccia: “… In nome dell’amore per il nostro Paese, di un sentimento rivitalizzato, sincero. In nome di un’unità fortificata, dell’inesauribile bacino di risorse di questo Paese…”, fu interrotto dagli applausi. “In nome di un popolo e di una stirpe ineguagliabili al mondo, di un futuro di gloria e di rinascita, in cui non vi saranno più tensioni, né incertezze, ma impegno, lavoro, fecondità per ognuno di noi. In nome di tutto questo, che non è un sogno, né un ideale, ma pura realtà, un atto di volontà e autodeterminazione… E’ dovere morale del Re e del Governo impegnarsi nel patto con gli Stati Occidentali e con la Grande Russia, per entrare a pieno titolo nel processo di liberazione dei territori che da sempre ci appartengono e che oggi più che mai chiedono di poterlo essere di nuovo!…”.
La folla acclamò. Cori di Bravo!, Bravo! e applausi risuonarono da molti punti della piazza. Dopodiché, il poeta riprese la parola: “E non si tratterà di un patto fra uomini di potere, fra politici. No, sarà un patto sacro, sancito fra ognuno di voi, concittadini, anime della Nazione. Un Paese che da sempre è culla della storia e che anche oggi è chiamata a compiere il proprio mandato con coraggio e brama di gloria!…”. Seguì un nuovo intenso clamore che costrinse il Vate ad una lunga pausa. Il plauso si propagò da sotto il palco fino alla scalinata e al sagrato dove si trovava Mirto. La portata e l’effetto di quelle parole dimostravano che il dado era tratto; non v’era più dubbio, né possibilità di tornare indietro: la guerra era vicina, giungeva l’ultima ora. L’ora della rivoluzione, pensò Mirto.
E proprio in quell’istante, mentre D’Annunzio riprendeva l’arringa, s’udì uno stridore insolito seguito da un violento colpo sordo. Sul lato sinistro della piazza, un po’ decentrata rispetto alla posizione del palco, ma non molto distante dalla statua equestre, si levò una nuvola di fumo bianca. Contemporaneamente, in un angolo della piazza, sventolarono delle bandiere rosse. Già si moltiplicavano le grida di sorpresa e di paura, mentre bastoni e drappi venivano agitati furiosamente. Una macchia scarlatta che risaltava sulla massa indistinta di persone come un fiotto di sangue palpitante.
“Una bomba!”, gridarono. Seguirono altri botti, forse degli spari. In pochi attimi la folla s’aprì e ruppe in una corsa dissennata in ogni direzione. I militari che presidiavano la piazza si mossero simultaneamente verso l’origine di quell’onda concentrica. Mirto vide scattare quelli che si trovavano dietro di lui come se rispondessero ad un tacito comando. Ne giunsero anche altri richiamati dallo scoppio, mentre nel vuoto creatosi intorno a loro adesso si distinguevano chiaramente gli uomini che brandivano aste e bastoni. Mirto fu costretto a retrocedere sul sagrato per non essere travolto dalla in fuga riversatasi in direzione del Duomo e della Galleria. Nessuno ormai, nemmeno lui, si curava di cosa stesse accadendo sotto il baldacchino tricolore, che peraltro venne subito evacuato. Era un altro ora, lo scenario che, atterrendolo, carpiva l’attenzione di chi ancora restava sul posto. La moltitudine di persone che da via Torino si era raccolta in fondo alla piazza mescolandosi alla folla rapita esibiva con forza la propria appartenenza ideologica, così come la chiara intenzione di rovesciare ciò cui aveva assistito e di resistere duramente a qualsiasi forma repressione nei propri confronti.
Mirto osservò ammutolito quanto stava accadendo per pochi, interminabili minuti. C’erano delle persone a terra, quasi sicuramente dei feriti, ma ancora nessuno si prendeva cura di loro. Diverse persone gli passarono accanto urtandolo. Un anziano signore cadde, finendo lungo disteso sugli scalini, a pochi metri da lui. Mirto l’aiutò a rialzarsi sollevandolo da sotto le spalle, ma non riusciva a camminare, zoppicava, si reggeva a stento sulle gambe. Nel frattempo, nella spianata infuriava lo scontro. I manifestanti inferociti brandivano bastoni e spranghe di ferro, anche le aste delle bandiere erano diventate armi improvvisate da opporre alle baionette dei soldati. I quali, in inferiorità numerica, retrocedevano e cercavano di organizzare una linea di sbarramento. Non potevano avere la meglio, né riuscire a disarmarli senza sparare o correre il rischio di venir travolti. Così gli avversari, forti della loro superiorità numerica, ebbero modo di lanciare delle bottiglie incendiarie contro il palco del comizio. Drappi e bandiere presero subito fuoco, in breve la fiamma si trasmise al castello di legno. Galvanizzati dall’effetto sortito, presero ancora più coraggio, levando cori inneggianti alla libertà del popolo operaio: “Viva il popolo!”, urlavano. “A morte la monarchia!”. “Potere al popolo! Libertà!…”. Poi, la voce di uno di loro, forse un capo, superò quella di tutti: “Al municipio! Avanti! Stiamo uniti! Al municipio! Oggi ci dovranno ascoltare!…”.
I gendarmi cercarono di ostacolarli minacciandoli con le baionette, non era ancora stato sparato un colpo. Tuttavia, dovettero indietreggiare, arretrando sempre più la loro posizione. Prima che riuscissero a formare una nuova linea di contrasto, un nuovo focolaio di sommossa s’accese in via dei Mercanti, da dove s’udì giungere un rumore di vetri infranti e urla indistinte da sotto la loggia. Le forze dell’ordine avevano sottovalutato l’entità e la violenza della possibile contestazione. Un fronte imponente di persone si muoveva ormai quasi indisturbato in direzione della Galleria sventolando i propri stendardi.
Sorreggendo il vecchio, Mirto si mosse faticosamente verso il lato opposto della piazza, ma prima di riuscire a abbandonare il sagrato, udì un improvviso squillo di tromba e un inconfondibile clamore di zoccoli sul selciato. “La cavalleria!”, gridarono. Arrivarono da entrambi i lati del Duomo, avvolgendo la piazza in una morsa.
Mirto avrebbe ricordato quegli attimi per tutta la vita. I manifestanti furono colti dal panico; i cavalleggeri, le sciabole sguainate, gli tolsero il tempo di reagire, tagliandogli la fuga. In pochi istanti da tanti che erano vennero sbaragliati, dispersi. Non potevano fronteggiare quell’urto e la violenza delle lame sopra le loro teste. Molti di loro cercarono la ritirata ma, intrappolati fra i cavalli o minacciati dalle baionette dei soldati a terra, depositate le mani, s’arrendevano. Altri, invece, opposero una strenua e folle resistenza, attaccarono senza guardare in faccia il nemico, senza temere la morte, rimanendo a terra feriti.
Mirto tornò indietro e, non trovando altre vie d’uscita, cercò all’ultimo un riparo nella cattedrale. Con un grappolo di altre persone si ritrovò a battere disperatamente alle porte sbarrate, gridando come animali in trappola. Finché dall’interno una voce precedette lo schianto della serratura. Mirto e gli altri vennero fatti entrare d’urgenza, il portale venne subito richiuso alle loro spalle. Da fuori giungeva l’eco delle urla e lo scalpiccio dei cavalli nell’infuriare di una battaglia dall’epilogo ormai certo. I rifugiati, sconvolti, si radunarono sul fondo della navata centrale ringraziando chi aveva concesso loro asilo sottraendoli appena in tempo a quell’inferno. Le loro voci concitate si sovrapponevano confusamente: “E’ incredibile! Avete visto?!…”. “Bisogna prepararsi al peggio…”. “Siete ferito?”. “Quest’uomo ha bisogno di cure!…”. “Ma, dico, avete visto?!… Stavano marciando sul municipio! Mio Dio, – perdonate padre – è la rivoluzione!…”. “Che il Signore ci scampi!…”. “Vi saranno certo dei feriti là fuori, forse dei morti!”. “Sono tempi bui per le nostre città, per il Paese intero! Entreremo in guerra anche noi, è vero? Ma è proprio inevitabile?”. “Giolitti ci avrebbe tenuti lontani dal conflitto!…”. Passato lo spavento, fra loro scese improvvisamente il silenzio, rotto di tanto in tanto dai lamenti del vecchio. Le sue condizioni non erano preoccupanti, ma era frastornato, terrorizzato. Mirto si sedette accanto a lui. Per un momento lasciò vagare lo sguardo per la navata e più su, fra le alte fronde del colonnato, dove le volte convergevano in punti oscuri, infinitamente lontani. Oltre quel buio, forse, il cielo, ma non se ne aveva la certezza. Non vi era altra luce se non quella policroma che filtrava dalle vetrate, conferendo a quel luogo un’atmosfera di mistero. Unico segno della presenza di Dio, unica speranza di resurrezione. Ma dov’era Dio in quel momento? Quale speranza, se fuori infuriava una battaglia fratricida? Come poteva un Dio padre degli uomini rimanere chiuso fra le mura fortificate di una chiesa quando fuori i suoi figli erano disposti a togliersi la vita a vicenda?
Mirto immaginò il corpo di sua moglie chiuso in una bara e fu assalito dal rimorso. Laura era l’amore, la vita, l’occasione perduta. Gli rimanevano le bambine. Avrebbe saputo dare loro anche solo un po’ dell’amore che aveva nutrito per la loro mamma? E con quale esito, se nemmeno a lei, finché era stata in vita, aveva saputo dimostrare la portata del proprio sentimento?
Da fuori non giungevano più clamori. Alcuni dei rifugiati si avvicinarono al portale d’ingresso scambiandosi sguardi interrogativi, cercando di capire cosa stesse accadendo fuori di lì. Il chierico che li aveva accolti tornò dicendo che i manifestanti erano stati dispersi e molti di loro erano stati arrestati. Le forze dell’ordine controllavano la piazza; il centro della città era completamente presidiato.
Quando aprirono le porte, i gendarmi sbarrarono loro la strada. Non fecero uscire nessuno prima di aver verificato le generalità di ognuno. Fra di loro c’erano dei poliziotti in borghese che facevano molte domande ma rispondevano elusivamente a chi li interrogava sull’accaduto.
Mirto si trattenne fra i banchi in attesa che qualcuno si prendesse cura dell’anziano seduto accanto a lui. Ad un tratto udì un rumore simile a uno scricchiolio, uno schianto nel legno proveniente da un punto imprecisato di una navata laterale. Voltatosi da quella parte, non vide nessuno. Sul fondo intravide un altare dominato da un grande quadro di santo raffigurato in posa estatica. Di lato, sulla sinistra, un imponente porta candele, sulla destra un confessionale. Mirto ebbe l’impressione che il velluto sopra la portina del confessore si muovesse. Senza perderlo di vista, si alzò e si diresse verso il confessionale. Attraversò la chiesa in silenzio, mentre dall’ingresso giungevano le voci tese e perentorie dei poliziotti e quelle querule dei civili. A un passo di distanza udì di nuovo lo scricchiolio. Rimase immobile. Chi mai potrebbe nascondersi lì dentro?, pensò. Senza dire nulla, scostò la tendina. Sotto di lui apparve la schiena di un uomo rannicchiato. Indossava una giacca marrone lacera. Pur sapendo di essere visto, non si mosse, tanto che Mirto per un momento pensò a un cadavere. Poi, lentamente, senza fiatare l’uomo si raddrizzò e sollevò la testa. Mirto allora poté vederlo in faccia: aveva la fronte coperta di sudore e un taglio sotto l’occhio destro. Visibilmente sconvolto, lo fissava con un’espressione a metà fra paura e minaccia. Asciugò la ferita con un fazzoletto, senza distogliere lo sguardo da quello di Mirto. Il quale, nel frattempo, l’aveva riconosciuto e seppe sostenerlo. In quello scambio i due si capirono. Allora il fuggiasco portò un indice alle labbra suggellando l’intesa. In quell’istante Mirto scorse un’ombra a pochi metri da loro e ritrasse la mano con la quale teneva sollevato il velo. Voltatosi, vide un chierico.
“Prego…”, disse invitandolo a dirigersi verso l’uscita. “Rimanete solo voi”, aggiunse sorridendo amabilmente. Mirto lo seguì fino alla porta.
Ai poliziotti Mirto non poté mostrare alcun documento e rispose seccamente alle loro domande. Veniva da Bergamo, da Sarnico, sul Sebino; doveva recarsi al più presto alla Stazione Centrale, dove si sarebbe ricongiunto – ebbe una piccola esitazione, con la propria famiglia, la moglie e due bambine. Non aggiunse altro, né c’era altro da dire. Il suo aspetto, i suoi modi fecero sì che lo lasciassero andare.

Sul sagrato Mirto si immerse nella luce del giorno. Guardò la piazza, i segni evidenti dei disordini. Il palco era quasi completamente distrutto dal fuoco e s’ergeva a fianco della statua del Re come un macabro simulacro. Le armi sottratte ai rivoltosi erano state ammucchiate in quelle che sembravano tante cataste funebri. Mirto contemplò quello scenario, poi s’incamminò con passo deciso verso la stazione. Mentre s’allontanava con la sensazione di essersi alleggerito di qualcosa, s’augurò che non accadesse nulla all’uomo del confessionale, che lo aiutassero a scappare, ad andarsene da lì, a tornare a casa. Che comprendesse e facesse tesoro di quanto gli era accaduto quel giorno, qualsiasi significato avesse. Da parte sua, Mirto aveva imparato abbastanza e con lui non aveva più nulla in sospeso. Non gliene importava niente ormai, che tenesse il suo portafoglio.

Capitoli precedenti:

PARTE PRIMA
Cap. I (Prologo)
Cap. II (Fotografia)
Cap. III (Ester)
Cap. IV (Trincea)
Cap. V (Esodo)
Cap. VI (Sangue)
Cap. VII (Campo de’ Fiori)

PARTE SECONDA
Cap. VIII (Il porto)
Cap. IX (La morte grande)
Cap. X (All’alba)

Sangue Rappreso – X

 

X

(All’alba)

“Lina, dove sei stata fino adesso? Non sentivi che ti stavo chiamando? Non devi allontanarti troppo, specie in un luogo che non conosci…”. Lina si voltò sorpresa. Non avvertiva alcun pericolo intorno a sé. E poi accanto a lei c’era sua madre, di cosa doveva avere paura? Si guardò intorno: erano sedute su di una panchina di un bel giardino fiorito, oltre la vegetazione avvertiva la presenza del mare. Si ricordò che erano in viaggio, ma non verso dove, non era importante. Non sapeva dire dove si trovassero in quel momento, ma si sentiva al sicuro, a casa. D’istinto, con un sorriso innocente disse: “Mamma, c’è Ester, non devi preoccuparti. Quando sono con lei non hai nulla da temere. E’ tanto buona con me”. “Lo so, bambina mia”, disse Laura, “Ester è una persona meravigliosa, il suo cuore è puro come la corolla del giglio. Potrò sempre fidarmi di lei, per questo l’ho scelta, ricordi? Ricordi il giorno in cui l’incontrammo per la prima volta a casa di zia Adele?”. “Sì, mamma, mi ricordo. Indossava quello strano pastrano, così pesante, e quel buffo nastro bianco fra i capelli. Sembrava una pastorella…”, Lina rise divertita. “Ester è una ragazza semplice”, riprese Laura, seria. “Non se ne vergogna, non si preoccupa del giudizio altrui. Non deve sapere di essere accettata per sentirsi all’altezza. Ma rispettata, quello sì”.
Un raggio di luce illuminò il volto di Laura facendole socchiudere gli occhi, era l’ora del tramonto. Carezzò affettuosamente i capelli di Lina in silenzio. Poi disse: “Quel giorno Ester volle che la conoscessimo per come era: una brava ragazza di campagna, una ragazza semplice, con la testa sulle spalle…”. Tacque di nuovo, assorta nei propri pensieri, poi guardò Lina con un lieve cruccio negli occhi. “E tu, Lina, saprai essere una brava bambina? Saprai comportarti da persona onesta e sincera?”. “Certo mamma!”, rispose sollecita la bambina, ansiosa di fugare ogni dubbio e il fremito che aveva intravisto sulle labbra della mamma. “Mammina, io non ti deluderò!”
Laura trasse un lungo sospiro che parve quasi affaticarla. Fissò un punto oltre le siepi che racchiudevano l’angolo di giardino in cui si trovavano. Senza guardare Lina in viso le disse: “Sei una cara figliola, sei piena d’entusiasmo e di buone intenzioni, ma non puoi assicurarmi che non farai degli sbagli. Non puoi e non devi farlo”. Carezzò la fronte della bambina sorridendole dolcemente. “Tuttavia”, aggiunse, “puoi promettere alla tua mamma che farai sempre del tuo meglio per non cadere in errore, che cercherai di essere una persona generosa e timorata di Dio; che avrai sempre un occhio di riguardo per chi è meno fortunato di te, per chi è nel bisogno e può trarre giovamento anche solo da un piccolo aiuto. Che avrai sempre il coraggio delle tue azioni e dirai ogni giorno una preghiera per le persone infelici e quelle che vivono nell’ombra del peccato”. Lina alzò lo sguardo: alla luce del tramonto il volto di sua madre era di una bellezza ultraterrena. “Lo farai, me lo prometti?”. Lina annuì in silenzio. Non era certa di aver capito il significato di quelle parole, ma sapeva che in quel momento era la cosa più giusta da fare. Poggiò la testa sul fianco di Laura e lasciò che lei le carezzasse morbidamente il capo. In verità, tutta quell’austerità la rattristava. Era così contenta di rivedere la sua mamma, che avrebbe voluto stare tutto il tempo abbracciata a lei senza tante raccomandazioni e ammonimenti. Si guardò intorno in cerca di un motivo di distrazione, ma ciò che notò la turbò ulteriormente: il giardino fiorito stava mutando aspetto. Le aiuole di narcisi e tulipani, i boccioli di rosa, le foglie fresche di primo germoglio stavano perdendo colore. Fiori e piante, raggelati, pietrificati, svanivano progressivamente su di uno sfondo grigio indistinto. La luce del tramonto divenne diafana e bianca, spettrale. Lina guardò sua madre e vide crescere il pallore e la stanchezza sul suo volto; i suoi occhi avevano un’espressione dolente. “Che cos’hai mamma? Non stai bene?”, chiese preoccupata. “Tra poco sarà buio”, disse Laura. “Non ci resta molto tempo”. D’istinto Lina l’abbracciò con impeto: “Ma dove vai mamma, perché non possiamo stare insieme?…”, si lamentò. “Non andartene, ti prego, resta qui con me, mi manchi tanto…”, disse stringendola più forte. Ma la rigida compostezza di Laura la fece desistere dopo un momento. La madre la fissò sorridendo mestamente. “Mamma, dove andrai adesso?…”, singhiozzò Lina. Ma lei non disse nulla, rimase immobile sulla panchina, avvolta dal crescente grigiore che le circondava. Il pensiero che non ci fosse più tempo e di non aver goduto di quello che avevano avuto riempì Lina d’angoscia. Non poteva accettare che la sua povera mamma la salutasse così, con quell’aria di resa; non poteva permettere che se ne andasse col cuore gonfio di tristezza e con tutti quei dubbi su di lei. L’unica cosa che poteva fare, tuttavia, era stringerla forte a sé e farle capire quanto l’amava, quanto desiderava che restasse aderendo con ogni parte del corpo a quello di lei. Ma qualcosa le fece comprendere che non le era più possibile raggiungerla. Laura non reagì alla sua stretta, anzi voltò il capo senza toccarla. Una forza più grande dell’amore di Lina la tratteneva altrove a una distanza ormai incolmabile. “Mamma,… Mamma sei tu?…”, chiese Lina spaventata. “Mamma, dove sei?…”, chiese ancora senza risposta. “Mamma ti voglio tanto bene!…”. Pensando di perderla del tutto, allungò una mano sul suo viso nel disperato tentativo di volgerlo ancora verso di sé. Allora Laura la guardò di nuovo, con clemenza; inclinò il capo e le sorrise amabilmente. Per un istante il suo bel viso riassunse la tenue carnagione di sempre e così pure i suoi capelli corvini brillarono ancora una volta all’ultima luce del giorno. Nei suoi occhi Lina riuscì a ritrovare pace e serenità, sentì come se la madre la carezzasse da dentro. Poi Laura le prese una mano e la portò al viso, così poté toccare la sua pelle, di nuovo calda e viva. Infine disse: “E’ stato molto bello incontrarti, Lina. Posso andare tranquilla. D’ora in poi io sarò lontana, ma non temere, non ti lascerò mai. E ci incontreremo di nuovo, molto più spesso di quanto tu possa immaginare. Ora vai, e tieni sempre vivo il buono che hai nel cuore”.
Il sole finalmente tramontò, scese il buio e il silenzio. Faceva freddo.

Ester riaprì gli occhi che il sole non c’era ancora, ma già un ceruleo chiarore rianimava i cumuli sullo specchio scuro del mare calmo. Manca poco all’alba, pensò, e uno stridere improvviso di gabbiani la scosse dal torpore, restituendola al presente e al luogo in cui si trovava.
Le braccia di Enrico le cingevano le spalle e la vita, le braccia che l’avevano protetta dal freddo e dall’umidità della notte. Enrico. Ascoltò il suo respiro lento, abbandonato. Ne sentiva il calore sul collo, scoprendo ad ogni fiato il significato e la bellezza di quel loro abbraccio. Enrico, l’uomo. Colui che l’aveva cinta e le si era dato interamente, grato, redento; cedendo infine ad un sonno profondo e liberatorio.
Ester si scostò leggermente su un fianco stando attenta a non svegliarlo, doveva muovere gambe e braccia indolenzite, ma per nulla al mondo avrebbe rinunciato all’intimo tepore della loro unione. Lo sapeva, da quella notte niente per lei poteva essere più come prima. Lo sentiva. Sentiva il proprio corpo, quel calore nuovo dentro di sé. Come fremiti, le sensazioni di ciò che aveva provato le affioravano dappertutto. Sulle mani, sui seni. E sulle spalle, le gambe, il ventre, in ogni centimetro della sua pelle. Curiosa, impaziente, voleva comprenderle prima che Enrico si svegliasse. Voleva essere pronta. Allora avrebbe potuto guardarlo con altri occhi, consapevoli e grati, solo allora. In quegli istanti Ester avvertì una forza immensa che non sapeva di possedere e che la conduceva ad una nuova proda, dalla quale si voltava indietro trasformata. Si sentì esposta, indifesa, ma al contempo ricca di una dote nuova, preziosa e sconosciuta.
Prima di quella notte, Ester non aveva mai avuto un uomo, e tanto meno sapeva cosa volesse dire amare. Non era estranea alle pulsioni del sesso, che tristemente conobbe nella sua prima giovinezza, quell’orrenda prima volta, nell’antro buio e maleodorante di una stalla. Da allora, però, non aveva più tolto la corazza in cui, terrorizzata, inferocita, si era rifugiata. Quando lasciò la campagna e giunse in città seppe farsi rispettare. Sapeva come tenere a bada un maschio, anche un esemplare grande e grosso come il cuoco della prima casa dove aveva cominciato a lavorare, il quale quand’era in calore rincorreva tutte le sottane di casa. O l’avvocatino, come i servi chiamavano il figlio del padrone, il quale pensava di poterla trattare come un oggetto di proprietà, di maneggiarla come una brocca o una posata d’argento, anche se di minor valore. Ricordava ancora con ribrezzo i suoi baffetti impomatati, l’insolente profumo di tuberosa che emanava dalla sua camicia, la puzza di sigaro che gli usciva dalla bocca mentre si sporgeva su di lei ghermendola. Sentiva ancora il suo sesso premere attraverso la stoffa dei calzoni mentre, puntandogli le mani sul petto, lei si divincolava minacciandolo con un filo di voce, attenta che nessuno li udisse.
No, non erano uomini quelli. Stesa sulla sabbia a un passo dal mare, mentre vedeva sorgere l’alba da una piccola rena fra gli scogli, Ester capì che fino ad allora non aveva mai incontrato qualcuno che potesse innamorarla. Un uomo con il quale desiderare di assistere a quell’alba meravigliosa e semplice, prodigio di luci intrappolate fra cielo e mare, cangianti ad ogni respiro. Sorrise stringendosi nelle spalle, lasciandosi attraversare dal piacere di un lungo brivido che la fece tremare. Rivisse l’attimo, il primo bacio, le vene che le si scioglievano dentro, come la sua bocca, su quella d’Enrico. Le sue labbra che nutrivano e bagnavano come un unguento quelle ruvide di lui, prosciugate dalle lacrime e dal dolore. Perché Ester quella notte era la cura e la salvezza per un uomo che in fondo conosceva appena, ma sapeva innocente, un uomo che ancora non aveva conosciuto tutto il male della vita, ma scopriva il senso della morte, che l’assolve. E lei gli si era concessa, con generosità e tenerezza. Aveva amato quell’uomo come un bambino e un semidio insieme, riconoscendo il lui quanto di più puro, di più bisognoso. L’aveva accolto dentro di sé senza parole, senza che lo chiedesse. E l’aveva guidato in una discesa che fecero insieme, a occhi chiusi, nel buio di un mistero più grande di loro, in grado di trasformare rabbia e lacrime in un inno alla vita.
Ester seguì la sequenza dei loro gesti muti e concitati, ancora così vividi, reali. Si erano lasciati cadere sulla sabbia senza nemmeno accorgersene, senza disgiungere le loro labbra. Quando Enrico l’avvolse nel suo abbraccio, lei poté sentire il suo odore, sapeva di buono. Affondò le dita nei suoi capelli stringendoli forte, mentre lui le sollevava le vesti frugando goffamente per la fretta di toccare la sua pelle. S’arrestò di colpo, però, Enrico, quando sulla sua sottana riconobbe la macchia scura del sangue di Manlio. Allora Ester la toccò e carezzò quel pegno di sangue rappreso sul cotone della sua veste. Prese in mano un brandello di stoffa pregno, ispessito, tutto ciò che rimaneva di una vita. Senza dire nulla, alzò lo sguardo su Enrico che fissava le sue mani. Gli carezzò il volto e lo trasse al seno premendovelo contro, inebriandolo, stordendolo a quel contatto. Lo baciò di nuovo, generosamente; baciò i suoi capelli, la sua fronte, gli baciò le orecchie, le guance e con una mano guidò quella di lui fra le sue cosce. Enrico, cieco di passione, le aprì il corpetto libandosi ai suoi seni, scaldandoli al soffio concitato del suo respiro. Le percorse il collo più volte solcandolo con labbra fameliche, mentre le sue mani conoscevano il corpo di lei, facendolo suo, esplorandolo e coprendolo a più riprese, come fa l’onda che bagna e si ritira. Poi, trattenendo un gemito, quasi un ringhio di piacere, Enrico fu dentro di lei che, ormai abbandonata alla furia crescente di quel mare, si lasciò trascinare nel suo vortice sempre più agitato e incalzante. La vita faceva il suo corso, non potevano arginarla. Ester si vide nel ventre di quel flutto, sentì la sabbia muoversi sotto di lei. V’immerse allora una mano, abbandonandosi al piacere immenso che ancora cresceva e s’espandeva dentro di lei. Poi non seppe e non vide più nulla, le si annebbiò la vista, i suoi occhi si persero nel nero del cielo, imperlato di stelle, ma forse era il corpo d’Enrico proteso sopra di lei quel firmamento. Gettò il capo all’indietro inarcandosi, mentre sentiva che il suo corpo era unito, cementato a quello di lui, che si muoveva con forza inaudita, travolgente. Infine venne, stringendolo fino a farsi mancare il fiato. E pianse, pianse di piacere, di felicità. Non riusciva né voleva smettere di assecondare quella gioia incontrollata, slegata, libera. Le sue mani s’aggrapparono al legno della schiena contratta di Enrico, graffiandolo, poi furono nuovamente nei suoi capelli e sul suo volto, sollevandolo per un lungo bacio languido, arreso, disfatto. Enrico, incredulo, sorrise alle lacrime che le solcavano il viso, prima di cedere e lasciarsi cadere su di lei ansante, rimanendo così, immerso nell’effluvio della sua pelle ad ascoltare il battito impazzito che le percuoteva il petto. Ester lo strinse forte. Tremava.
Ancora carezzava dolcemente i suoi capelli, quando con la luce dell’alba Enrico riaprì gli occhi. Fu con il sorriso e l’imbarazzo di poche, incerte parole che si rivestirono e decisero di tornare in fretta al dormitorio, prima che le bambine s’accorgessero dell’assenza della balia. Con un’ultima esitazione lasciarono la lingua di sabbia che li aveva accolti al sicuro di un riparo di scogli, lontano dai timori e dalle ombre del presente, fuori dal mondo. A malincuore scrollarono la sabbia dalla pelle e dalle vesti, il letto del loro primo amore.

Quando fecero ritorno allo stanzone e alle brande, Lina e Luciana non si trovavano più lì. Costernati, domandarono a chiunque incontrassero, ripetutamente, ma tutti dissero di non aver visto la piccola Lina allontanarsi con la sorellina. Con il cuore in gola Ester si mise subito alla ricerca, mentre già il porto cominciava già ad animarsi. I camalli scendevano ai moli per riprendere le attività di ogni giorno e di lì a poco anche Enrico doveva andare. Tuttavia, decise di restare accanto a Ester affiancandola in quella ricerca, che in pochi attimi divenne angosciosa e frenetica. Povere bambine, dov’erano?, si chiesero preoccupati. Che fossero con qualcuno? Forse, svegliandosi sola per la paura Lina aveva chiesto aiuto… Ma a chi?
Ester scosse la testa mortificata: “Starà cercando me…”, disse rimproverandosi amaramente. “Come sono stata imprudente! Come ho potuto pensare che dormissero tranquille!…”. Da quando le conosceva, pensò, non le era mai capitato di perdere di vista le bambine, non una volta. Fu assalita da un brutto presentimento: che gli fosse successo qualcosa? Non osava pensarlo.
Fu un grido improvviso a scuoterla: “E’ qui, l’ho trovata! Ester, vieni! L’ho trovata!…”.
Enrico la chiamava dall’ingresso di un magazzino. Ester corse da lui. Raggiuntolo, riconobbe il posto e dopo un momento emise un profondo sospiro di sollievo: Lina era rannicchiata in una coperta, in grembo aveva la piccola Luciana. Dormivano entrambe accanto alla bara della loro povera mamma.

Capitoli precedenti:

PARTE PRIMA
Cap. I (Prologo)
Cap. II (Fotografia)
Cap. III (Ester)
Cap. IV (Trincea)
Cap. V (Esodo)
Cap. VI (Sangue)
Cap. VII (Campo de’ Fiori)

PARTE SECONDA
Cap. VIII (Il porto)
Cap. IX (La morte grande)

Sangue Rappreso – IX

 

IX

(La morte grande)

“Coraggio, amico mio…”
Mirto sollevò il capo, inspirò profondamente, non riusciva ad alzare lo sguardo, si vergognava. Il suo accompagnatore lo rassicurò esortandolo a lasciarsi andare, a lasciar fluire il dolore che aveva dentro di sé. “Coraggio, ingegnere, il peggio è passato”. La giovane donna si alzò in piedi e gli si avvicinò, gli mise una mano sulle spalle. “Coraggio,” disse, “bevete qualcosa”. Il tono disadorno e franco di quelle parole pronunciate da vicino, il silenzio sceso all’improvviso sulla sala, gli sguardi incuriositi dei presenti, infine quella mano; Mirto si sentì nudo. “Bevete un sorso, vi farà bene. Credetemi, il peggio è passato. D’ora in poi sarà tutto diverso, Mirto. Nulla sarà più come prima…”, insisté l’uomo.
Mirto bevve del vino, si dovette forzare. Ma al primo sorso ne seguì un secondo, poi un altro, infine vuotò il bicchiere. L’anfitrione lo rassicurava incitandolo a lasciarsi andare, beveva con lui ripetendo che la vita di Mirto era finalmente giunta a una svolta. Bevvero tutti, bevvero a lungo. Dopo i primi bicchieri Mirto affrontò con sempre minor fatica l’aspro sapore di quel vinaccio. Dopo il primo sorso buttava giù il resto del bicchiere senza prendere fiato, come se si trattasse di una medicina; e un po’ lo era, un atto dovuto e liberatorio insieme, un tentativo di rivalsa e trasgressione, di accettazione. Mirto stava oltrepassando una soglia demolendo una barriera che lui stesso aveva eretto, la stessa che fino a quel momento l’aveva tenuto a distanza dalle persone che lo circondavano, estraniandolo. Via via cominciò a convincersi che ognuno di loro portasse su di sé il fardello di un errore, una malattia, o una memoria in qualche modo simile alla sua.
L’uomo che l’aveva condotto fin lì lasciò infine la presa, smise l’invadenza con la quale fino a quel momento in modo più o meno manifesto aveva assediato l’animo e la riservatezza di Mirto. Parve concedergli volutamente il tempo di riaversi affinché prendesse parte anche lui al rito collettivo. Fece come se nulla fosse accaduto, come se il pianto di Mirto non avesse generato alcun imbarazzo. Riprese a dissertare di politica e ad ammaestrare il proprio pubblico, riconquistandone l’attenzione in un istante. Quando infine tornò su Mirto, sinceratosi che il suo affanno si fosse placato, disse, versandogli nuovamente del vino: “Questa donna, caro ingegnere, ha un unico grande difetto, che la rende tragicamente umana e imperfetta: quello di essersi innamorata di una causa persa”. E rivolgendosi a lei aggiunse: “Lucia, non bevete… Questo luogo non vi s’addice. Qui cantiamo inni alla morte. Non sentite il putrido fetore della carne in decomposizione?… Perché vi ostinate a calpestare da viva l’umido terriccio della tomba?”. E guardando di nuovo Mirto: “Non sentite anche voi l’odore del sangue rappreso? Quaggiù non v’è nient’altro di vivo a parte il verme strisciante che macchinalmente trae nutrimento dalle nostre spoglie…”
“Alla ghigliottina!!…”, urlò subito levandosi in piedi. “Alla ghigliottina!! Alla ghigliottina!!”, gli risposero all’istante.

La serata si protrasse a lungo, caraffe e bicchieri si susseguirono in continuazione e anche Mirto trovò il suo posto a quella mensa in bilico fra farsa e degenerazione, fra tragedia e parodia, che concedeva illusori sprazzi di sentimento, anche profondo, frutto di una condivisione disinibita dall’alcol. Barcollanti, gli ultimi superstiti lasciarono la locanda all’ora di chiusura, era già notte. Mirto, ubriaco, in balia degli eventi, non sapeva nemmeno dove si trovasse, di certo non era più in grado di cavarsela da solo. Fece i gradini che conducevano all’uscita inciampando e aggrappandosi al suo accompagnatore, il quale si mise un suo braccio sul collo e lo aiutò a riemergere dall’angusta scala. Sulla soglia ancora l’uomo discusse animatamente, rispondendo provocatoriamente alle minacce dell’oste, ormai rassegnato al faticoso epilogo di quelle lente e chiassose evacuazioni. Nel frattempo Mirto si sedette su un muretto e con la fronte nelle mani respirò profondamente cercando di tornare in sé.
Quando udì sbattere l’uscio e tirare il chiavistello e finalmente tornò il silenzio, si rese conto che fuori dalla locanda erano rimasti soltanto lui, il poeta anfitrione e la sua giovane amica. Guardò l’uomo per capire cosa avesse intenzione di fare.
“Beh?!, cosa fate ancora qui!?…”, l’udì rimproverare ruvidamente la donna. “Vi siete divertita? Non credo proprio. Non vi avevo forse detto di andarvene? Bene, se non l’ho fatto, lo faccio adesso”, e fece un inequivocabile gesto col quale sgarbatamente le intimava di allontanarsi.
Mirto fu sconcertato da quei modi. Non comprendeva da dove originasse quell’improvviso livore. Pensò di essersi distratto, di trovarsi altrove, di non essere in sé.
“Non guardatemi a quel modo, Lucia. Ve l’ho già detto: non dovete seguirmi come un cucciolo smarrito, peggio, come un randagio in ricerca di cibo!” La ragazza non ribatté, rimase in silenzio. Mirto fissò entrambi inebetito, imbarazzato dalla piega che stava prendendo quell’assurdo dialogo.
“Non ho con me nemmeno una briciola… E voi mi state appiccicata come se il vostro destino dipendesse da me. Ebbene, vi sbagliate di grosso. Ve lo ripeto un’ultima volta: non c’è niente ch’io possa darvi!…”.
Il tenore di quelle parole costrinse Mirto a mettere a fuoco la scena, con la sensazione, però, di trovarsi di fronte a persone diverse da quelle che aveva conosciuto. Si rese conto allora che l’uomo per tutta la sera aveva volutamente ignorato le attenzioni di quella donna, o l’aveva addirittura aggredita con l’intento di tenerla a distanza. Lucia, così dunque si chiamava, non aveva mai avuto il coraggio di interromperlo, ma era evidente che avesse atteso fino all’ultimo il momento giusto per parlare con lui. Mirto avrebbe voluto placare l’impeto brutale con il quale l’anfitrione ora cinicamente s’accaniva su di lei, che ciononostante mostrava ancora nei suoi confronti una forma di devozione, di sottomissione, forse d’amore. Ma qualunque fosse il suo sentimento, evidentemente non era corrisposto, bensì respinto con forza. Mirto fece per intervenire, ma prima di riuscire ad alzarsi venne colto da un capogiro che lo costrinse ad accasciarsi al suolo, offuscandogli la vista.
“Ettore, ascoltatemi…”, udì soltanto dire alla donna. Il suono delicato e palpitante della sua voce fu l’unica cosa che trattenne prima del buio.

Quando si riebbe, la prima cosa che vide fu lo sguardo divertito del suo accompagnatore, chino su di lui. “Coraggio, ingegnere”, gli disse, battendogli una guancia col palmo della mano. “Ora va meglio, vero? Sì, molto meglio…”, sorrise soddisfatto. “Bravo, molto bene”, lo incitò con fare rassicurante. “Su, in piedi. E’ ora di rimettersi in marcia, non credete? O preferite passar tutta la notte a rimirar le stelle?”, disse ridendo. “Su, su”, diede a Mirto qualche pacca sulle spalle e lo aiutò a sistemarsi giacca e cappello.
Lucia non era più lì, se n’era andata. Mirto per un momento ebbe persino il dubbio non fosse mai esistita.
“Andiamo!”, disse l’uomo in tono baldanzoso. Mirto s’incamminò lentamente accanto a lui, riprendendosi man mano che avanzava.
Fiancheggiarono il corso di un naviglio e percorsero un lungo tratto di strada, allontanandosi ulteriormente dal centro della città e dalle vie più abitate. Il movimento e l’aria fresca e umida della notte permettevano a Mirto di rientrare gradualmente in possesso delle proprie facoltà, ma nel il tragitto egli tacque quasi tutto il tempo, temendo di non giungere mai a destinazione. Non dava più corda alle parole della sua guida, frasi sconnesse e farneticanti per la sua mente ancora offuscata. A tratti, poi, quello s’esprimeva in francese o in latino, alternando astruse declamazioni a motivetti d’opera fischiettati con enfasi. Mirto era concentrato su se stesso nel tentativo di districarsi fra i confusi segnali del proprio organismo in subbuglio. Non era avvezzo al bere, tanto meno a bere in tal misura. Non era certo di star bene, sudava freddo e a tratti era colto da conati. L’uomo accanto a lui, invece, non dava segni di stanchezza, continuava a parlottare da solo e canticchiare. Ogni tanto controllava l’espressione sul volto di Mirto.
“Vi state riprendendo, ingegnere? Non siete avvezzo a questo genere di terapia, o sbaglio?”, disse ridendo.
“Perché… Perché l’avete trattata a quel modo?…”, chiese allora Mirto.
“Trattato…, chi?”, disse l’altro. Di nuovo Mirto credette di essersi immaginato tutto. “Ah! Le donne, le donne!… L’amore!”, sospirò infine il suo accompagnatore aprendo le braccia in un gesto sconsolato. Poi, facendosi subito serio, portò un indice sul volto di Mirto e gli disse a un palmo dal naso: “Dite, ingegnere, credete forse nell’amore? Pensate di poter credere nell’esistenza di un sentimento duraturo e parimenti corrisposto? Addirittura eterno?!… Vedete, mio caro, Lucia, la giovane donna che avete conosciuto, pur essendo sensibile e intelligente, non fa affatto tesoro di queste sue doti, non le mette a frutto per quello che sono, per il loro vero valore; non riconosce i propri talenti, quindi non li accetta; al contrario, li sotterra. E forse è bene così…”
“L’amore…”, riprese, “Un’anima come la sua, gentile e confusa, ha ancora bisogno di nutrirsi di una simile illusione. Qualcosa nella sua stessa natura di donna le obnubila la volontà e la mente, imponendole il sacrificio, portandola a immolarsi per un ideale e un prevaricante spirito d’abnegazione. Inutilmente”. Esitò con lo sguardo perso nel vuoto.
“No, meglio così, meglio che mi stia lontana. Deve compiere da sola il proprio cammino, qualunque esso sia. Forse voi non capite, ma io sto solo cercando di salvarla, di sottrarla a una morte certa. Poiché questo attende chi, come me e come voi – ho ragione di credere, apre gli occhi sulla vita, sulla vita vera… Poiché quando questo avviene, dopo è troppo alto il prezzo per tornare indietro”.
Ripresero a camminare.
“Caro mio”, riprese l’anfitrione, “questo mondo è crudele con chi entra in contatto con il moto profondo del proprio animo e decide di assecondarlo fino a giungere alla sua totale emancipazione. Non v’è posto per gente come noi nel mondo attuale, in questa società. Domani, forse, all’alba della rivoluzione… Ma oggi siamo ancora condannati a soffrire l’ostracismo e l’offesa di una recita ipocrita e infamante”.
“Proprio così: voi come me, Mirto, l’ho capito subito. Non negatelo”, ribatté al cenno di dissenso di Mirto.
“Ma siamo sempre liberi di scegliere”, proseguì. “Possiamo decidere di mutilarci, perire così alla nostra coscienza, sottrarci volontariamente alla vita vera, per essere nuovamente ammessi alla quiete di un’esistenza offuscata e sottomessa, trascinandoci così passivamente fino alla sua conclusione, che non meriterà più nemmeno di essere chiamata morte”.
Poi, ravvivandosi, chiese con rinnovato entusiasmo: “Mirto, voi leggete Nietzsche?” E senza attendere risposta riprese: “Vedete, esistono due tipi di morte. La morte grande e la piccola morte. La piccola morte è quella di cui vi dico: quella che spetta a coloro che, ciechi, vissero all’oscuro della verità e che, quand’anche la sorte li avesse messi in condizione di affrancarsi e di assurgere alla luce della ricerca e della spiritualità, vi rinunciarono, pusillanimi, preferendo vivere come bruti o bestie insensibili e credendo di poter essere così più forti, invece di accedere alla vita racchiusa in una consapevole sofferenza. Essi, dunque, un bel giorno si distendono e muoiono, e la loro esistenza non avrà mai un senso diverso da questo: essere meccanicamente sospinta al suo termine. L’altra morte, invece, la morte grande, spetta a chi visse ogni ora della propria esistenza memore d’essere morituro; a chi comprese che la morte stessa altro non è se non la celebrazione più eccelsa e vivente della vita!… Per questo io dico che la morte va concepita, vissuta e maturata in ogni sua fase, in ogni suo processo; poiché essa è espressione di un frammento d’eternità e di demiurgica, insuperabile potenza che ci pone, almeno per un istante, almeno in quell’istante infinitesimo e infinito, alla stregua di Dio!… Morire è per i pochi che accedono alla sua vera potenza, alla sua vera essenza, il più sublime grado della perfezione umana!…”
E concluse eccitato: “Dà, Signore, a ciascuno la sua morte!, recita il poeta, La morte che fiorì da questa vita, in cui ciascuno amò, pensò, sofferse. La morte grande che ciascuno ha in sé, è il frutto attorno a cui si volge il mondo.
“Non capisco”, intervenne Mirto. “Voi dunque non nutrite alcuna speranza?”
“Tutt’altro!” rispose l’altro. “Solo che credo di essere troppo debole o troppo realista per ritenere di poter condividere con qualcuno, tanto meno con una donna, un mistero così grande”.
“Ma la vita è… – come dire? La vita è un istinto primordiale che va ben oltre la nostra volontà, questo voi non potete negarlo”, obiettò animatamente Mirto. “La vita è procreazione, conservazione della specie… Voi invece mi parlate di aspirazione alla morte, voi negate la vita!…”
“Credete veramente che l’incoscienza sia il destino dell’uomo?” ribatté l’altro. “C’è più vita in una vena di metallo che percorre la profondità della roccia che in un uomo nell’atto del concepimento. C’è più preservazione e speranza in un atto di distruzione consapevole e ferma, che nel mettere al mondo figli come schiavi, esseri umani privi di libertà. Anime prive di coscienza, peggio, educate a non averne!… Mi parlate di istinto alla sopravvivenza e alla perpetuazione della specie, quindi della società… Dico, vi siete guardato intorno?… Vi siete reso conto di cosa sta per accadere? Questo mondo è giunto al capolinea, una fine che non tarderà a venire. E non sarà per mano di Dio, né di uno dei suoi profeti e nemmeno di un singolo. Essa giungerà per volere di un popolo. E’ l’uomo stesso che si ribella alla sua sorte e il miracolo in questo è che alla coscienza di un individuo, qual potrei essere io o potreste essere voi, si sostituisce in tutta la sua magnifica e ingovernabile autarchia l’arbitrio di una massa.”
“Dunque, voi siete forse a favore della rivoluzione. Siete uno di loro?”
“No, Mirto, sono a favore della liberazione delle menti, anche se, devo ammettere, nel mio mondo ideale in linea teorica non è possibile un equilibrio; esso a rigor di logica dovrebbe essere governato dal caos… Mi rendo conto che la scienza di vita, la consapevolezza e l’emancipazione di cui sto parlando oggi sono accessibili soltanto a pochi…”
“E ad essi sarebbe affidata la guida delle masse?”, lo interruppe Mirto.
“No, non vedo un affrancamento, né un miglioramento in questo. Nate in schiavitù, le genti cambierebbero soltanto padrone. No, io sto parlando di una conquista individuale, unica e per questo stesso motivo universale. L’individuo per rinascere a nuova vita non necessita dell’ammaestramento e della prosopopea di un pensatore, di un filosofo, di un politico, di un poeta imbonitore, di un farneticante visionario… Quelli che oggi salgono sul pulpito cavalcano o cercano d’inseguire un’onda cui in realtà non hanno dato origine, cercano di appropriarsi indebitamente del sentimento comune, di incanalarlo e piegarlo a loro piacimento per i propri meschini interessi. Il popolo solleva la testa e loro, i politici, i filosofi, gli incantatori, i seduttori, coloro che pretendono di sapere ciò che costituisce il bene comune, ma che in realtà hanno solo paura del risveglio delle masse, tutti a modo loro cercano di sopirle con l’oppio dell’argomentazione e della retorica, o della più becera imposizione morale…”, disse infervorato. “Sono solo parole, slogan, vane intenzioni e promesse costruite sul nulla. E anche le menti di chi ha accesso alla cultura, le menti migliori, quelle dei nostri studenti, vengono invase da pensieri altrui, fomentate, condizionate. Eccoli là, già pronti, bravi discepoli, a dar seguito all’inno. Hanno cuori giovani e caldi, non sanno di essere pronti per la carneficina in nome di un ordine subdolamente inculcato nei loro intelletti accecati dalla passione”.
“Vedete”, incalzò, “almeno in questo, bisogna darne atto, Gesù Cristo fu un esempio di coerenza. Egli non lasciò dietro di sé alcuna traccia tangibile, nemmeno l’inganno di una tavoletta incisa, nessun altro lascito autografo sopravvissuto nel tempo, se non il comandamento che ogni uomo seguisse liberamente il proprio cuore, che amasse per essere amato, che facesse all’altro ciò che avrebbe gradito venisse fatto a lui… Ecco, diciamo che si tratta di un processo di autoreferenziazione, o se vogliamo d’autodeterminazione.”
“Ma”, replicò Mirto, “questo è il preludio all’anarchia, all’insubordinazione, al sovvertimento di ogni regola comune…”
“… e di ogni regime”, aggiunse il suo accompagnatore.
“Mirto, ammettetelo: questo è il preludio d’ogni emancipazione. Questo ad esempio, è ciò che chiedono oggi le donne, soprattutto alcune di loro; donne che hanno aperto gli occhi, donne consapevoli del loro ruolo e delle loro potenzialità. Ed io mi chiedo perché, se non per paura, esse siano obbligate dagli uomini alla sottomissione forzata. Quale miseria si manifesta allora in un uomo, padrone, persecutore, schiavista! Il suo potere si regge esclusivamente sulla paura. Ogni sua conquista è fatta in nome del timore di venir sconfitto o soppresso, estinto…”, i suoi occhi luccicarono di una fiamma improvvisa.
“Questa è la ragione per cui impedisco a quella donna di seguirmi, Mirto. Le chiedo di agire da sola, per se stessa, di essere se stessa, indipendente. Non ha bisogno di me per questo. E in ogni caso non sarebbe la scelta giusta…”
“Mirto”, disse dopo una pausa, “volete assaporare la forza della liberazione? Volete essere anche voi scevro da ogni vincolo e da ogni forma di folle subordinazione? Volete vivere?… Coraggio, siamo quasi arrivati.”

Pronunciate quelle l’uomo condusse Mirto al di là di un ponticello di legno, oltrepassando il corso d’acqua che avevano costeggiato fino a quel punto. Mirto non aveva idea di quale distanza avessero percorso, ma si rendeva conto che dovevano essersi allontanati di parecchio dalla locanda.
Si fermarono poco dopo, all’ingresso di uno stabile illuminato, dal quale in piena notte giungevano le note sdolcinate di un armonium.
“Un bordello…”, constatò amaramente Mirto ad alta voce. “E’ questa, dunque, l’emancipazione di cui tanto vi vantate?”, chiese sarcastico al suo accompagnatore. Ma quello era già entrato.
Alla fine di quel controverso pellegrinaggio, un approdo meschino e indecoroso; cosa poteva aspettarsi di diverso, in fondo? La filosofia di vita dell’uomo che aveva seguito fin lì sembrava fondata sull’annichilamento e l’autodistruzione; perché non sulla depravazione?
Mirto non aveva mai messo piede in una casa chiusa. Non ne ignorava certo l’esistenza né, per dirla con qualche conoscente più libertino di lui, l’utilità. Tuttavia, si sentiva sporco al solo sostare su quella soglia. Frugò all’interno della giacca, tirò fuori un fazzoletto e s’asciugò la fronte. Osservò la luce rossastra che filtrava dall’interno della casa attraverso i malconci vetri smerigliati del portone di ingesso.
Libertà, rivoluzione, le parole del suo compagno di viaggio gli rimbombavano nella testa. Lo immaginò intento a verificare la disponibilità di qualche ragazza. Non provava né sdegno, né rabbia, poiché sapeva che in fondo tutto questo aveva una sua logica; non aveva intenzione di imputargli alcunché, né di erigersi a giudice morale del suo comportamento, già abbastanza ambiguo. Solo non sapeva dove si trovasse e dove passare la notte.
Guardò intorno la strada deserta e buia. Estrasse l’orologio dal taschino: mancava poco alla mezzanotte, dove andare? Mentre ancora cercava di capire cosa fare, sentì aprirsi bruscamente la porta d’ingresso: una voce sguaiata l’investì con qualcosa a metà fra un richiamo da mercato e un invito disperatamente sensuale: “Vossignoria non vorrà mica star lì tutta la notte a fare la guardia?!”
Mirto rimase fermo sotto lo sguardo curioso e irriverente di una donna con le spalle scoperte e la camicia sbottonata su un seno prosperoso.
“Ettore, il tuo amico fa il timido…”, gridò quella.
S’udirono delle risa. Alle sue spalle Mirto intravide il poeta anfitrione che con espressione divertita tirava a sé un’altra donna, più attempata e corpulenta, cingendola con malagrazia; per tutta risposta quella gli scompigliò i capelli respingendolo veementemente, facendogli quasi perdere l’equilibrio. Eccitati da quel gioco risero ancora rumorosamente. Sulla soglia, poi, l’uomo mise una mano sulla natica della donna, al che quella trasalì bruscamente lanciando un grido e restituendogli una gomitata nello stomaco e un paio di improperi.
“Andiamo, Mirto!”, esclamò Ettore in preda alle risa, mentre infastidito dalla donna cercava invano di portare alla bocca una piccola rosa presa chissà dove. “Andiamo, dove vorreste andare a quest’ora? Chi potrebbe offrirvi un’accoglienza più calda e sincera di questa?…” Strinse forte a sé la donna e la baciò sul collo, cercando di riprendersi la rosa. “Dai, Luna, fai la brava…”, e rivolgendosi di nuovo a Mirto, “Non mordono mica, sapete? Non abbiate paura, siete mio ospite ed è mia intenzione non farvi mancare nulla.”

Capitoli precedenti:

PARTE PRIMA
Cap. I (Prologo)
Cap. II (Fotografia)
Cap. III (Ester)
Cap. IV (Trincea)
Cap. V (Esodo)
Cap. VI (Sangue)
Cap. VII (Campo de’ Fiori)

PARTE SECONDA
Cap. VIII (Il porto)

Sangue Rappreso – VIII

 

PARTE SECONDA

«Se ne stava a capo chino, intenta a contemplarsi le unghie.
Una di esse era macchiata da un’incrostazione di sangue rappreso, ormai color ruggine.
Avvicinò istintivamente l’unghia alle labbra.»

[Yukio Mishima, “Sete d’amore”]

VIII

(Il porto)

Abbandonata ogni speranza di convincere la ragazza, il cocchiere frustò i cavalli e diresse la carrozza verso il porto. Ester rimase accanto al ferito, steso sul carro di fianco alla bara; gli teneva in grembo la testa tamponando la ferita con la propria veste. Lina, sulla cassetta, aggrappata al conducente, le rivolgeva sguardi di terrore per ciò cui stava assistendo e ciò che doveva ancora affrontare. Stringeva in braccio la sorellina che urlava piangendo, terrorizzata dalle urla e da tutta quell’agitazione.
Sul tragitto verso il porto incontrarono dei soldati che presidiavano una piazza, i quali però li lasciarono sfilare distrattamente. Le strade erano completamente deserte. C’era un che di spettrale in quella totale assenza di persone. Le abitazioni silenti, oscurate, parevano vuote, abbandonate; gli improvvisi clamori che di tanto in tanto giungevano da lontano, erano gli unici segni di vita, tutt’altro che rassicuranti.
Ma rimaneva il profumo del mare, che un vento crescente soffiava testardamente verso il centro, nell’intrico di vicoli e piazzette e lungo i viali, agitando le fronde di pini e palme, indifferenti al clima di immobilità e attesa che soggiogava la città.

La loro corsa s’interruppe all’ingresso del porto, dove alcuni gendarmi sbarrarono loro la strada interrogandoli. Il conducente non fece a tempo a rispondere, che un soldato lanciò l’allarme. “C’è un ferito qui!”, gridò, portando istintivamente la mano al moschetto. “Tenente, un ferito sul carro!”, e ordinò a Ester di non muoversi, mentre lei cercava di placare gli spasmi improvvisi del giovane che respirava a fatica emettendo profondi sospiri, simili a singulti. Forse voleva parlare, dire qualcosa, ma aveva perso molto sangue ormai e i suoi gesti, privi di forza, sfuggivano al suo controllo.
L’ufficiale si avvicinò lentamente.
“Che cosa ci fate qui?”, chiese scandendo lentamente le parole. Con il dorso della mano indicò le bambine sul carro senza distogliere lo sguardo dal volto dell’uomo, stretto nelle mani di Ester. Il sangue le aveva inzuppato la veste e colava sul pianale del carro dove il legno lo assorbiva mutando colore.
Ester non rispondeva, non alzava nemmeno lo sguardo. Non sapeva nemmeno perché si trovasse lì, lontano dal suo ambiente, dalla sua vita, in una città sconosciuta. Aveva obbedito a un ordine non scritto, aveva seguito l’istinto. Ed esso ancora le diceva che quel ragazzo non doveva morire per strada, abbandonato, lontano da chi fino a quel giorno aveva condiviso con lui sforzi e fatiche, da chi lo aveva affiancato nella sofferenza e nella lotta della sua esistenza.
“E’ un uomo del porto, l’abbiamo raccolto…”, Ester articolò pensieri e parole, “… E’ stato un incidente… Sta morendo…”, ingoiò un singhiozzo. “Devo portarlo dai suoi compagni”, aggiunse infine, fissando il tenente negli occhi.
I soldati guardarono il loro superiore in attesa di una decisione e di un ordine.
Anche Lina scrutava il volto di quel giovanotto azzimato, impettito nella sua uniforme. Aveva gli occhi azzurri, i capelli dorati e dei curiosi baffetti castani, estremamente sottili.
Un urlo di pianto della piccola Luciana infranse il silenzio.
“Quest’uomo ha il cranio spaccato”, disse l’ufficiale con parole piatte, distanti. “Ha perso conoscenza, non gli resta molto tempo”.
Proprio in quell’istante il ferito ebbe un fremito e contrasse i muscoli in uno spasmo violento. Una mano si sollevò e strinse i polsi di Ester incrociati sotto il suo mento. Digrignò i denti a occhi chiusi.
“Lasciateli passare”, ordinò il tenente. “Se ne occuperanno i camalli. E’ uno di loro”.
Il vetturino, che fino a quel momento non era intervenuto per paura di incorrere in guai ancor più seri, diede uno schiocco di frusta e incitò i cavalli a riprendere la marcia. Mai in vita sua avrebbe pensato di raccogliere in un giorno due cadaveri…

Passato il posto di blocco e il varco d’ingresso, ciò che le viaggiatrici si trovarono di fronte fu qualcosa di mai visto che non poté lasciarle indifferenti. Il porto, immenso. Dalla cornice delle antiche mura, che percorsero al passo, godettero di una visione per certi versi impareggiabile. Nella luce del pomeriggio la superficie del mare del bacino delle Grazie, solcata qua e là dal passaggio di alcune imbarcazioni, riempiva gli occhi di un verde striato. Dalla parte opposta della baia, di fronte a loro svettava la torre della Lanterna sulla collina di San Benigno e sotto, nell’ampio seno del golfo, si snodava una serie di bianchi pontili con una moltitudine di piccoli bastimenti, sormontati a levante da un maestoso tre alberi. Dei mercantili erano ormeggiati ai moli e molti altri battelli di più modeste dimensioni popolavano la rada, colorandola inaspettatamente.
Quello del porto di Genova era uno scenario che non aveva nulla a che vedere con quello della città di terra. Su quei ponti, sui moli e le banchine ingombri di casse e reti accatastate, viveva un’altra città, con la sua toponomastica, i suoi accessi, i suoi crocevia. Una comunità, con le sue regole, i suoi riti. Una città nella città, al di là di una cinta di mura, racchiusa e al contempo liberata dal mare, il cui odore, i cui riflessi colmavano i sensi.
C’era una quiete apparente in quel giorno di festa e astensione dal lavoro. Ai sili, nei depositi di grano, cotone e carbone, sui moli e sui pontili si lavorava a ritmo ridotto. Non aveva luogo il consueto formicolare e avvicendarsi di persone, né il frenetico, affannoso sbracciare e sacramentare di tutti gli altri santi giorni. Molti uomini erano a casa dalle loro donne, altri in un bordello, altri ancora a pesca o a cercar fortuna altrove, in attesa di un viaggio che li portasse lontano o li rendesse agli affetti lasciati sul confine di un’alba anni addietro.
Alcuni di loro erano usciti dal porto in nome di un ideale, di un impeto di ribellione. Ma i più erano rimasti nelle camerate dei dormitori, in attesa di una nuova chiamata che prima o dopo sarebbe comunque arrivata. Non tutti avevano aderito all’appello del sindacato, anzi alcuni di loro si rifiutavano anche solo di ascoltare quegli uomini con gli occhiali e la carta stampata in mano, dalle loro bocche uscivano parole troppo difficili da condividere, proclami pericolosi, irrealistici, talvolta incomprensibili.
Quando alla rena di porta Cibaria si accalcarono intorno al carro su cui viaggiavano una donna con due bambine con un uomo gravemente ferito, Enrico non era fra quelli, ma fu lui che mandarono a chiamare quando riconobbero nel volto coperto di sangue dello sventurato quello di suo fratello.
“E’ Manlio! E’ Manlio!…”, urlarono prima di sollevarlo.
Ester fece fatica a lasciare la presa, a lasciarlo andare. Ma non era la sola: le mani di Manlio, ancor più delle sue, s’ostinavano nella loro stretta incontrollata. Ma braccia forti e risolute, cingendolo da più parti, sollevarono il suo corpo dal pianale e lo trasferirono su un letto di muscoli tesi.
I camalli accorrevano rispondendo al richiamo e sotto gli occhi di tutti Manlio tornò a casa, per l’ultima volta.
Non era stato un incidente, una caduta, un cedimento improvviso; non un urto, una soma o il peso della sua sfortunata esistenza a gettare a terra quel corpo, a spargerne il sangue. Non era stata una rissa di vino, uno sgarbo pagato caro, una vendetta o un regolamento di conti. Non una collera ferina, né l’intolleranza fra razze, no, niente di tutto questo. La sciabola che aveva aperto il cranio di quel ragazzo era il freddo, implacabile sigillo del suo amaro destino. Questo pensiero trascinò gli sguardi di tutti sulla lapide di un comune senso d’impotenza. Prima che potessero aprir bocca e reagire, prima dell’urlo di rabbia e disperazione, furono orrore e sgomento.
Eppure, ciò che toglieva la vita a uno di loro non era un simbolo astratto, ma il braccio di un uomo, tangibile, reale. Ciò che colpiva era ineluttabile solo se tollerato e subito passivamente. Come il potere nelle mani di pochi, le istituzioni e la legge piegate a loro vantaggio. Ma quella logica di privilegi e diseguaglianza aveva una forma, una consistenza. Era forza di repressione, era violenza. Erano armi e sangue versato.
Furono i volti scoraggiati e rabbiosi dei suoi compagni ad accogliere l’ultimo sguardo di Manlio quando assunse lo stesso colore del mare sotto un cielo di pioggia. Lo salutarono in silenzio, a pugni stretti. Stettero con la loro sofferenza, quella che maledicevano ogni giorno sulle banchine, spaccandosi la schiena sotto i cassoni, bestemmiando il mare in burrasca, il vento e l’arsura che trasformavano in cuoio la loro pelle. Stettero con la sofferenza che cancellavano ogni notte fra sorsi di vino e acquavite, fra canti e lamenti, o nelle braccia di una femmina, amante e madre allo stesso tempo.

Enrico quel giorno era andato a pescare. Erano usciti all’alba, lui e altri due, non erano ancora tornati. Giunsero con il temporale che s’abbatté improvvisamente, poco prima del tramonto.
Enrico e Manlio erano fratelli e venivano da lontano. Come tanti, avevano lasciato il paese in cerca di fortuna ed erano arrivati al porto. Venivano dall’entroterra, dalla Lunigiana. Erano benvoluti e rispettati da tutti. Infaticabili lavoratori, forti ma mansueti, si erano sempre mostrati ligi al dovere, su di loro potevi sempre contare. Erano della corporazione del cotone, cotonari, come altri loro conterranei. Era una delle regole del porto: i compaesani nella stessa corporazione. Facevano squadra, si aiutavano a vicenda e si riducevano liti e guerre intestine.
Per i due fratelli il porto era la nuova casa, il nuovo orizzonte. Forse a Manlio era divenuto stretto. Enrico non sospettava fin dove potessero spingersi il coraggio e l’intraprendenza di suo fratello. Erano cresciuti troppo in fretta, come lui.
“Ma che ci vai a fare? Il nostro futuro è qui, al porto, nella Compagnia. Non sono cose per noi queste…”, gli aveva detto, riferendosi alle iniziative del sindacato. “Siamo gente semplice. Non spetterà mai a quelli come noi, alla povera gente, decidere…”.
Manlio invece credeva in quello che diceva chi aveva studiato e decideva di stare dalla loro parte. Era un’occasione: se c’era un modo per far valere i propri diritti, poteva essere quello. Perché non tentare?
Enrico non gli aveva dato peso, non aveva considerato cosa sarebbe potuto accadere quel giorno. Da una settimana aspettava solo di andare a pescare al largo di Pegli. Al ritorno, poi, come ogni volta, sarebbe andato alla chiesa del Carmine a rendere grazie a Dio e a pregare per sé e per i propri cari. Lui e Manlio erano cresciuti da bravi cristiani.
Quella sera, invece, fu il prete a venire, lo mandarono a chiamare. Arrivò al porto che Manlio era già morto. Lo unse e lo benedì, poi disse di portarlo in chiesa la sera stessa, nella giusta dimora, che l’indomani avrebbe celebrato il funerale. Conosceva Manlio, sapeva che era un bravo ragazzo.
“Gliel’avevo detto di non andare!”, piangeva Enrico, “Non sapeva quello che stava facendo!… Manlio, Manlio!… Gliel’avevo detto!…”, continuava a ripetere, mentre cercavano di calmarlo.
“Il Signore avrà pietà di lui”, disse il prete, “e del disgraziato che porterà il peso di una vita spezzata”. Bisognava perdonare, predicò su quel pianto disperato, perché dell’altro era la condanna peggiore.

Ester partecipò in silenzio a quello strazio. Le chiesero da dove venisse, delle bambine. “Non sono mie”, disse, “Io sono la balia…”. Raccontò del loro viaggio. Quando si seppe che nella bara c’era il corpo della sua povera mamma, nessuno osò più rivolgersi a Lina. Sembravano temere lo sguardo di una bambina che conosceva la morte.
Enrico ascoltò le parole di Ester dal fondo del proprio dolore, il suono di quella voce era l’unica cosa in grado di tenerlo ancorato alla realtà.
Cenarono insieme nel refettorio, immersi nel silenzio, mentre all’esterno s’esauriva la foga del temporale. Lina rifiutò più volte, ma infine accettò un piatto caldo di minestra offertogli da un camallo. Ne riconobbe le rughe profonde, il volto profondamente segnato, simile a quello del cocchiere che in quel momento se ne stava con altri appartato in un angolo parlando a mezza voce nel loro dialetto oscuro e lamentoso. Era uno di loro.
Anche Ester avvertiva qualcosa di obliquo nella loro cadenza, un che di remissivo e triste, come contenesse la chiave della loro triste esistenza.
Passata la tempesta, gli uomini si rianimarono e si radunarono nella sala della chiamata, dove la mattina ricevevano le consegne per la giornata di lavoro e la sera si ritrovavano per un po’ di svago. Ester li ascoltò discutere degli accadimenti del giorno e seppe così di altri tumulti: c’erano stati diversi feriti e forse anche altri morti, ma non c’erano informazioni certe. Un uomo però la rassicurò: dall’indomani le manifestazioni sarebbero cessate, e con esse gli scontri.
Con le bambine, cercò un po’ di sollievo accanto al fuoco di un camino, nella speranza che quel giorno avesse finalmente esaurito il proprio carico di emozioni e di dolore.
Lina e Luciana, sfinite, le dormivano addosso. La piccola stretta al seno in una fascia di cotone che Ester era solita usare per allattarla, Lina seduta su una sedia accanto a lei. Le braccia e il capo abbandonati sulle sue ginocchia, rassicurata da quel contatto, era scivolata in un sonno profondo e liberatorio.
Anche Ester a poco a poco fu sopraffatta dalla stanchezza. Ebbe un sussulto, però, quando si trovò davanti Enrico nell’atto di porgerle una coperta. “Vi proteggerà dal freddo e dall’umidità della notte”, le disse. Ester non riuscì a dire nulla, gli strinse forte la mano. La sua pelle era ancora giovane e piana, non raggrinzita e ruvida come la corda da cui gli operai del porto prendevano il nome. Avrà avuto vent’anni, anche se la vita gliene dava di più, sulle spalle e negli occhi. Ester ebbe un fremito: rivide Manlio, il suo ultimo respiro, sentì bruciare la macchia di sangue che le scuriva la veste. Per nulla al mondo l’avrebbe lavata. Incrociò lo sguardo di Enrico, scuro, irraggiungibile. Sentì che era buono.
Fu il loro primo saluto, non l’avrebbe dimenticato.

Quella notte in sogno rivide la ferrovia, una coppia di binari dritti e isolati che morivano in mare, in acque torbide e nere. Era notte, una notte opaca, senza luna. Il treno era fermo e non c’era nessuno, Ester stava allattando e scese dalla carrozza con Luciana ancora attaccata, che succhiava avidamente. Cercò Lina, ma si era allontanata, la scorse più avanti, sulla spiaggia, mentre si avvicinava a una barchetta a pochi metri da riva e la tirava a sé con una corda. Osservando meglio, Ester notò qualcosa di strano in quel mare scuro, opaco, che si perdeva nello sfondo della notte. Si avvicinò all’acqua. Era ferma, stagnante. S’accovacciò e ne sfiorò la superficie con le dita: sembrò farsi ancor più densa e scura. Viva. Ritrasse la mano spaventata. Chiamò Lina, le disse di avvicinarsi, che quel mare non era normale, era pericoloso. Ma con suo grande stupore non udì la propria voce, e più si sforzava più il silenzio intorno le sembrava impenetrabile. Disperata, guardò Lina che saliva sulla barca, agitò le mani, provò a raggiungerla. Ma ciò che accadde la spiazzò ulteriormente: nel vederla Lina le sorrise placidamente e vista la sua angoscia cominciò a ridere, rideva di lei. Sembrava dicesse: “Ma come, ancora non hai ancora capito?!…”. E cosa avrebbe dovuto capire? Si domandò Ester, mentre la bambina la fissava seduta a cavalcioni di… una bara! Proprio così, quello che da lontano le era sembrato il legno di una barca si rivelava essere una bara, la bara di Laura, che galleggiava placidamente in quelle torbide acque.
Sconcertata, Ester si portò una mano alla fronte, era sudata, si guardò il palmo e con orrore vide che era coperto di un liquido denso e appiccicaticcio, come il sangue. Urlò dallo spavento, ma quello che udì non fu la sua voce, ma il gemito di un bambino… Si ricordò allora di Luciana, ancora attaccata al suo seno, fece per staccarla, ma il capezzolo adesso era stretto fra le labbra di un uomo, il quale a sua volta succhiava, succhiava senza sosta, come volesse estrarle dal corpo tutto il latte, tutta la vita che aveva.
Fu in quel momento che qualcosa in lei cambiò. Allo smarrimento e alla repulsione iniziali, succedette l’intima consapevolezza che non vi fosse nulla di male in ciò che stava accadendo attorno a lei e in lei, che fosse tutto naturale. Con la mano insanguinata sfiorò i capelli di quel giovane e cominciò lentamente a carezzargli la testa…

Si svegliò di soprassalto, sudata, eccitata. Levatasi a sedere, si passò istintivamente una mano sul ventre e fra le cosce. Il cuore le batteva forte, si sentì soffocare nello stanzone buio in cui si trovava. Doveva uscire fuori di lì, all’aria aperta, respirare.
Si guardò intorno, alla luce dell’ultima fiamma del camino distingueva a fatica i corpi degli uomini coricati a pochi metri da lei, nel buio udiva il soffio pesante del loro respiro. Osservò le bambine, stese accanto a lei su di un giaciglio improvvisato: dormivano; si alzò lentamente, senza far rumore.
Uscita fuori, ciò che vide la commosse. La luna piena splendeva alta rivelando il porto in una meravigliosa visione di lucori e ombre. La sua luce fredda s’infrangeva nello specchio liquido del mare moltiplicandosi in infiniti riflessi capaci di far impallidire la lanterna del faro. Ester s’incamminò lungo un molo immergendosi in quel paesaggio sottratto alle tenebre che appariva via via sempre più nitido e ricco alla sua vista. Osservò i profili delle imbarcazioni silenziose nella notte, ascoltò lo sciabordio calmo dell’acqua sulla banchina e il sordo cozzare degli scafi nel gioco delle corde tese.
All’estremità del molo, la pietra tagliata e ammassata cedeva il passo alla roccia plasmata dalla forza del mare. Lì fu avvolta da un vento gentile ma penetrante e sentì freddo. S’accovacciò stringendosi nella mantella e lasciò che il respiro regolare delle onde le restituisse la calma. Chiuse gli occhi e per un istante si fece cullare nel silenzio del cuore.
“Anche a me piace stare qui nelle notti di luna”.
La voce di un uomo la fece trasalire.
“Non abbiate paura…”, disse, “Scusatemi. Non volevo spaventarvi…”
Ester cercava invano il suo sguardo, dello stesso colore della notte.
“Posso restare un momento qui con voi?”

Capitoli precedenti:

PARTE PRIMA
Cap. I (Prologo)
Cap. II (Fotografia)
Cap. III (Ester)
Cap. IV (Trincea)
Cap. V (Esodo)
Cap. VI (Sangue)
Cap. VII (Campo de’ Fiori)

Sangue Rappreso – VII

 

VII

(Campo de’ Fiori)

“Avete bisogno d’aiuto?… Al vostro servizio…”.
Non lo capì subito. Solo in seguito, subendone le conseguenze, Mirto riconobbe il potere di quella voce. Morbida, rotonda, lo mise subito a suo agio. Aveva un che di paterno, di savio, infondeva fiducia. Era insieme attrattiva e perentoria. Mirto senza rendersene conto ne fu soggiogato, dal primo momento.
Il possessore di quella voce non rivelò mai il proprio nome, nemmeno in seguito, quando non c’era più ragione di tacerlo. Al momento opportuno, si definì semplicemente un cittadino.
“Non siete di qui, vi accompagno, conosco la strada”, disse.
Mirto non rifiutò l’offerta.

Sulla via l’uomo fece molte domande, cui Mirto rispose sempre stringatamente senza per questo placare la sua voglia di dare fiato a quello che in breve si trasformò in una sorta di soliloquio. Era una persona istruita, a modo. Informato e alla mano, sapeva essere affabile, di compagnia. Ascoltandolo, Mirto si rese conto che avrebbero potuto parlare di qualsiasi cosa, che quell’uomo avrebbe potuto fargli dire qualsiasi cosa.
Ma non si sbottonò, non si fidava. Lo scrutava e non riusciva a inquadrarlo. Il suo aspetto non si faceva certo notare per cura o eleganza, anzi, era decisamente scialbo. Indossava una giacca di velluto consumata con delle macchie all’altezza di un gomito, un cache-col decisamente singolare, color mammola sbiadito, e le scarpe erano schizzate di fango, ormai secco. Erano tutti indumenti di qualità, ma decisamente vissuti e trascurati.
Sembrava un uomo privo di mistero, tuttavia tanto dava l’impressione di non voler nascondere nulla, tanto più risultava sfuggente. Pareva occuparsi di tutto e di niente. Mirto non era curioso, stava nel suo, ma era sicuro che nel caso avrebbe ottenuto solo informazioni vaghe. “Sono un impiegato”, rispose l’uomo, asciutto, alla domanda di cosa si occupasse. Sembrava un argomento di cui non aveva piacere di parlare. “Transazioni”, aggiunse, accelerando il passo.

“Eccoci arrivati”, disse l’uomo ai piedi di una breve rampa di scale, indicando l’ingresso della stazione di polizia. “Io qui ci vengo spesso, sapete?”
Mirto lo fissò stupito.
“Non pensate male di me, non sono un delinquente!”, disse ridendo sfacciatamente. “Non sono ricco, questo è sicuro, ma non sono certo un ladro o un morto di fame!…”, rise di nuovo sguaiatamente, come a legittimare il proprio linguaggio.
“Non mi faccio mancare nulla. Ho molti amici, sapete? Amici influenti, anche, persone alle quali un gesto di generosità o di devozione nei miei confronti non costerebbe nulla, anzi, lo troverebbero gratificante…”
Devozione, usò proprio questa parola.
Mirto avrebbe voluto sapere di più su quell’uomo. Voleva incuriosirlo, provocare in lui una reazione, o si accingeva soltanto a chiedergli una ricompensa? Sapeva bene che in quel momento Mirto non era in condizioni di elargire mance. E poi era evidente che, nonostante l’aspetto trasandato, era tutto fuorché un accattone o un poveraccio. Simili domande rimbalzavano nella mente di Mirto mentre si decideva a entrare nel comando di polizia.
“Vengo con voi!”, disse la voce alle sue spalle e il tono non ammetteva diniego.

Mirto fu sorpreso del numero di persone che aspettavano nel commissariato.
“Incredibile, vero?”, gli fece eco l’accompagnatore guardandosi intorno compiaciuto, perfettamente a suo agio.
Non si poteva dire la stessa cosa per Mirto che scrutava quell’ambiente estraneo e sgradito come un confine temuto. Le grate alle finestre e sopra il legno massiccio del bancone d’accettazione, la prospettiva buia e inospitale di un corridoio senza finestre: erano la linea di separazione oltre la quale cominciava un mondo governato da regole diverse e sconosciute. Un passo oltre quella soglia e, colpevole o innocente, venivi marcato a vita, ammorbato da un clima di sospetti, supposizioni e accuse.
Incrociò lo sguardo indagatore di un uomo in divisa che per un attimo parve essersi accorto di lui, per tornare subito a immergersi nelle carte che teneva in mano, come se non vedesse la fila di persone davanti a sé, in attesa di ricevere anche solo un cenno d’attenzione. Nel frattempo, un altro preposto, un sottufficiale, ripeteva per l’ennesima volta la stessa domanda a una donna, la quale non dava l’idea di intendere le sue parole. Lui alzò minacciosamente la voce e quella, spaventata, ammutolì, ritraendosi e stringendo a sé un bambino in lacrime. Nessuno pareva fare caso a quella scena, tanto meno la guardia al bancone, che levò lentamente uno sguardo imperscrutabile sulla donna. Un’altra guardia si avvicinò e provò a sottrarre il bambino dalle braccia della donna, che a quel punto cominciò ad urlare.
Istintivamente Mirto pensò a Lina e Luciana. Non poteva immaginare le proprie bambine coinvolte in una situazione del genere. Bloccate a Genova, forse isolate e sperdute per la città, in balia degli eventi, senza un uomo che le proteggesse. Cosa poteva accadergli? Erano in pericolo? Gli si strinse il cuore e si pentì amaramente di non esser partito per Civitavecchia a tempo debito, quando avrebbe ancora potuto farlo.
C’est la vie!”, disse il suo accompagnatore. “E’ così che dicono, no? E’ la vita. Già, perché questa è la vita vera…”. Le parole dell’uomo avevano un che di ammirato e lui era come rapito, in contemplazione, come se non si trovasse in una stazione di polizia ma di fronte a un’opera d’arte.
“La sentite anche voi?”, riprese, “Vita vera, reale, scevra d’ogni sorta d’artificio, di finzione.”
“Non capisco cosa vogliate dire”, disse Mirto, non trovando nulla di buono nello sguardo visionario di quell’individuo, che tuttavia era in grado di farlo sentire nudo, scrutato nei propri stati d’animo.
“Perché mi avete seguito fin qui? Che cosa volete?”, gli chiese bruscamente.
“Come ho detto, egregio ingegnere, io qui ci vengo spesso. E non vi è niente di male in questo, anzi. Credetemi, una visita in questo luogo val più di una preghiera al tempio”, i suoi occhi brillavano eccitati.
“Vi chiedete chi io sia?”, aggiunse serio, quasi con aria di sfida. “Sono una persona che forse vi può insegnare qualcosa. Dipende da voi.” E prendendolo per un braccio aggiunse: “Venite, seguitemi, non è il caso che restiate più a lungo in questo posto”.

Ciò che più stupiva Mirto non era il modo di fare persuasivo e inspiegabilmente autoritario di quell’individuo, ma la propria pressoché totale mancanza di forza di volontà di fronte alla sua iniziativa. Non era in grado d’opporvisi, né di resistere alla tentazione di seguirlo. Per qualche oscuro motivo ne era succube, ammaliato. Ciò che in bocca a un altro poteva sembrare una prevaricazione, una mancanza di tatto o di discrezione, misteriosamente in lui diveniva inopinabile e seducente. Un ordine.
Forse in Mirto agiva la speranza che in fondo quell’uomo avesse in serbo qualcosa per lui, che fosse il custode di una qualche risposta, di una verità. E in questo egli era favorito dall’aura di mistero di cui si circondava.
Quando Mirto gli chiese dove fossero diretti, erano già per strada, incamminati in direzione opposta a quella da cui erano venuti.
L’uomo non rispose alla domanda, ma anzi accelerò il passo.
Si stavano allontanando dalla stazione e dal centro, Mirto faceva quasi fatica a stargli dietro. Ma invece di desistere e tornare indietro, lasciando che se ne andasse per la propria strada, decise di seguirlo. Forse voleva solo scoprire chi fosse e, se mai poteva essercene una, capire la ragione di quell’incontro.
Non gli era affatto consono un simile comportamento, proprio lui che prevedeva tutto e calcolava ogni mossa, lui che raramente commetteva una leggerezza, un errore. Eppure, con sua stessa sorpresa, Mirto ora non pensava ma si affidava al caso, o forse al destino.
“Avete bisogno di un tetto per stanotte, se ho inteso bene”, ruppe nuovamente il silenzio il cittadino. “Un tetto e un letto, certo: è ciò che troverò per voi”, fissò Mirto sorridendo. “Fidatevi di me. Conosco diversi posti dove trovar ospitalità e ristoro, e con ben poca spesa”. “Questa è una città malata, putrescente”, aggiunse pensoso, quasi malinconico. “Sì, credo che questo aggettivo renda bene l’idea…”.

Si diressero a nord, in periferia. I sobborghi edificati si alternavano a sterrati, orti e piccoli campi a coltivo, intervallati alle rogge. Mirto seguì la sua guida ancora per un bel pezzo, ma iniziava a credere che non fosse stata una grande idea.
“Ho fame!”, proruppe quello, fermandosi improvvisamente e puntando come un segugio l’insegna di un’osteria poco distante. “Suvvia ingegnere, concediamo un po’ di ristoro alle nostre membra. Approfittiamo della tavola e della buona creanza di alcune brave persone che conosco”. “Finché c’è concesso…”, chiosò a mezza voce. “Verranno giorni in cui tutto ciò ci parrà un ricordo, sapete?”, declamò con quel suo fare retorico. “Un sogno. Sarà stato tutto un grande sogno, dal quale verremo svegliati bruscamente, per non farvi più ritorno…”. E si inoltrò nella stradina deserta.
Mirto esitò un momento, poi lo seguì senza pesare le parole di quella specie di profezia.

Di fianco all’ingresso della locanda campeggiava un’insegna scolorita con una scritta nera su sfondo bianco: “Locanda Campo de’ Fiori”.
Sotto qualcuno vi aveva inciso due calici e un fiasco di vino.
Una volta entrati, si infilarono in una specie di cunicolo buio che dava su un’angusta scala collegata al piano interrato. Per non battere la testa fecero gli scalini curvati in avanti, accolti da un penetrante odore di muffa. Nell’oscurità Mirto fece attenzione a dove mettere i piedi, seguì l’uomo davanti a sé, che dava mostra di conoscere a occhi chiusi quel luogo.
Entrarono in una sala sorprendentemente ampia, illuminata solo da qualche lampada a olio. Al suo interno solo tavolacci e panche di legno, le pareti e le volte sgarrupate mostravano i mattoni e ampie macchie d’umidità costellavano l’intonaco. Il pavimento era ancora coperto di segatura dall’ultima pioggia.
I tavoli, però, erano quasi tutti occupati. E su ognuno c’era almeno una bottiglia di vino. L’accompagnatore di Mirto sembrava perfettamente a suo agio lì dentro, era di casa. Scambiò qualche parola con l’oste e, cercando un posto a sedere, salutò con fare cameratesco molti degli avventori seduti ai tavoli o in piedi davanti al bancone.
“Avanti, ingegnere, venite. Non state lì impalato!”, apostrofò Mirto mentre prendeva posto a un tavolo con altre tre persone, fra le quali c’era anche una donna, forse l’unica in tutta la sala.
“A volte le apparenze ingannano”, disse. “In questo posto ho sempre trovato un’ospitalità e una cordialità ineguagliabili. E non solo: rispetto, socialità, persone con cui discutere e svariati, interessanti spunti di riflessione…”. Sorrise esibendosi in un rapido inchino ai propri commensali.
Dal capo opposto del salone giunse il vociare allegro di un tavolo di avventori: “Bentornato! Benvenuto fra noi! Un brindisi al poeta!”
Mirto fu sorpreso da quell’appellativo, finora aveva pensato molte cose a proposito del suo accompagnatore, che fosse un funzionario, un agente di commercio; per via di quel suo fare ambiguo e provocatorio aveva addirittura pensato di essere stato avvicinato da un poliziotto in borghese, da una spia… Tutto, tranne che fosse un poeta.
“Non sanno quello che dicono”, sogghignò l’uomo che sembrava leggere i pensieri di Mirto. “Mi definiscono un poeta, ma io non faccio altro che scrivere ciò che loro stessi mi dettano. Non è mia la mano che scrive. Sono le loro. E’ la vita stessa a muoverla. Io non sono un poeta”, aggiunse con sprezzo. “Sono un umile scrivano, un traduttore ignorante…”
“Oste! Portaci da bere!”, gridò all’uomo al di là del bancone. “E’ stata una giornata faticosa, abbiamo bisogno di un po’ di sollievo…” e ammiccò a Mirto, muto davanti a lui.
“Che cosa è successo? Che hai fatto?” chiesero subito dai tavoli vicini.
“Raccontaci!…”
“Sì, raccontaci una delle tue storie…”

“Ebbene, figlioli…”, disse alzandosi in piedi. “Oste, porta qualche bottiglia per i miei amici!…”, ordinò.
“Ebbene, dicevamo… Oggi, cari amici, ho incontrato un uomo, ed è stato per caso. Vedete, mi ero recato in un luogo ben preciso per incontrarne un altro, una persona a detta di molti illuminata, un uomo di scienza, un sommo sacerdote…”, s’udirono dei mormorii, “Non esagero!… Un vero templare della poesia…”, bevve un sorso di vino. “Magari, se fossi stato più audace o semplicemente più fortunato, qualità che pare invece s’addicano a colui di cui parlo, io che non sono degno nemmeno di sciogliergli i lacci dei calzari…”, risero, “avrei anche potuto porre a quello che definiscono Il Vate qualcuna delle tante domande che m’assillano da tempo, mesi, anni, forse da sempre. E magari da prima ancora…”, vuotò il bicchiere.
“E invece, cari amici, il destino mi ha posto di fronte l’inizio di un altro cammino, il quale ho motivo di credere possa essere ben più interessante del precedente…” e, gettato uno sguardo d’intesa a Mirto, visibilmente a disagio, alzò il bicchiere vuoto. “Vino! Brindiamo!”
Mirto scrutò i commensali ed ebbe l’impressione che conoscessero molto bene quel rituale. Sentiva inoltre che si aspettavano qualcosa da lui e la cosa lo infastidì alquanto. Decise di non prestare più attenzione all’eccitato anfitrione in piedi accanto a lui e bevve nervosamente un sorso di vino, ma se ne pentì l’attimo dopo. Pensò di porre fine a quella situazione equivoca e di abbandonare definitivamente l’ambigua compagnia di quell’uomo. Ne aveva avuto abbastanza. Cercò il cappello e prima di alzarsi squadrò gli sconosciuti seduti al tavolo con lui. Notò così la donna, l’ovale armonioso del suo viso, ne incrociò fugacemente lo sguardo. Era giovane. Non era truccata, né vestita in modo vistoso o elegante, nessun vezzo che la facesse notare. E tuttavia era bella. Di una bellezza che non appariva subito ma progressivamente, come un’essenza che si diffonda lieve nell’aria permeandola del suo tenue ma inconfondibile profumo. Una bellezza, un candore che la elevavano dal contesto.
Mirto la osservò mentre ascoltava il farneticante monologo del cosiddetto poeta. Poteva anche essere una donna di buona famiglia, mescolatasi alla gente comune della locanda, a quella accomunata dall’evidente sentimento di devozione che anche lei, come gli altri, sembrava nutrire nei confronti dell’anfitrione. Mirto si chiese cosa ci facesse lì, in una bettola, unica donna fra tanti avventori votati al bere, lanciati in squinternati discorsi annebbiati dall’alcol. Fu catturato dal magnetismo del suo volto e dall’avara eleganza dell’aspetto, che non faceva altro che esaltarne la femminilità.
Nel frattempo, sopra di lui la voce eccitata seguitava nella commedia di cui Mirto aveva ormai perso il filo.

“Vedete, ingegnere, voi credevate di aver perso qualcosa oggi…”, disse a un tratto l’oratore tornando a sedere. “Pensavate di essere una vittima e invece…”, fece una pausa, prese un sorso di vino. “Invece stasera sarete mio ospite e godrete con me, con noi tutti, qui, del sorprendente potere della rivoluzione culturale!”
Rise, vuotò con enfasi il bicchiere, poi fissò Mirto. Era accalorato, trasfigurato in volto, nel suo sguardo c’era un seme di follia. Per Mirto fu come metterlo a fuoco per la prima volta. Da quando l’aveva conosciuto quell’uomo aveva cambiato atteggiamento più volte, da enigmatico indagatore si era via via trasformato in un imbonitore di sentenze e verità, infine nella maschera da palcoscenico che aveva di fronte.
“Non avrete paura della rivoluzione, vero, amico mio?…”, abbassò la voce. “Vedete? Anch’io, nel mio piccolo, ho la mia folla…”, aggiunse con scherno.
“Non dovete aver timore di nulla. Questo è un grande giorno. Oggi nel mondo si leva un nuovo sole e se ne affondano altri cento. E’ arrivato il nostro turno per la ghigliottina e, caro il mio ingegnere, bisogna prepararsi al grande evento!…”.
Riempì il bicchiere fino all’orlo, si alzò in piedi e tese il braccio sopra la testa: “Alla ghigliottina!”, urlò, “A’ la liberté!”. Un coro di voci sgangherate replicò supinamente al suo invito, tuonando pugni sui tavoli fra risate e imprecazioni. “Vedete? E’ facile ammaestrare una folla, piccola o grande che sia”.
Mirto faticava a comprendere le intenzioni di quell’uomo. Sembrava volergli impartire una lezione, compiere con lui un esperimento. Aveva la sensazione di essere il vero soggetto e spettatore di quella messa in scena. Perché ce l’aveva con lui? Eppure, dovette ammettere, era stata sua la decisione di seguirlo fin lì, sebbene avvertisse che qualcosa gli aveva imposto di farlo.
Si sentì spingere di lato. L’uomo accanto a lui, che fino a un momento prima fissava immobile il bicchiere dinnanzi a sé, gli stava scivolando addosso. Mirto lo raddrizzò sulla schiena e lo appoggiò delicatamente col busto sul tavolo, assicurandosi che non scivolasse di nuovo. Quello lo lasciò fare senza muovere un muscolo, le braccia abbandonate lungo i fianchi come non facessero più parte del suo corpo. Rimase quindi così, fermo, inanimato, se non per il lieve movimento oscillatorio del respiro.

“Ma che sbadato, che maleducato!”, irruppe nuovamente la voce. “Non vi ho nemmeno presentati!”. E prese a dire che l’uomo accanto a Mirto era un artista, uno scultore di grandissima levatura, il quale un giorno sarebbe certamente giunto alla fama mondiale. “Se solo sopravviverà fino ad allora…”. L’uomo, dal suo canto, non batté ciglio, ma anzi sembrò sprofondare ulteriormente nel suo sonno indisturbato.
Quello di fronte a Mirto, invece, era un mercante, un uomo d’affari, tenne a precisare. Mirto non volle sapere qual genere d’affari, ma quello desiderò spiegarglielo ugualmente. Sicché l’individuo, che sfoggiava un vistoso toupet color del rame e uno sguardo in vero poco intelligente su di una schiera di denti gialli, lusingato dal tono canzonatorio con il quale era stato introdotto dall’anfitrione, accennò un ridicolo inchino tendendo la mano a Mirto. Col risultato che urtò il bordo del tavolo con il panciotto, rovesciando un paio di bicchieri e il loro contenuto sul tavolo. A quella mossa infelice il poeta inveì contro di lui dandogli del “maldestro grassone” e si produsse in una lunga serie di volgarità nei suoi confronti. Ne seguì un rumoroso diverbio. Il poeta s’accanì su quell’uomo soverchiandolo e coprendolo di ridicolo. Provava un gusto sadico e maligno nel rampognarlo, approfittando dell’occasione offertagli per rinfacciargli ogni genere di difetto.
“No, non ve ne andate!”, disse quando Mirto fece per andarsene. “Vi prego, rimanete con noi. Abbiate fiducia…”.
Mirto poteva ancora tornare alla stazione, recuperare carrozza e cavalli e cercarsi una sistemazione per la notte. Cosa stava aspettando? Si malediceva per la leggerezza con cui si era fidato di quell’uomo.
“Coraggio, coraggio ingegnere, siamo appena arrivati. Sono solo futili schermaglie, non ve ne curate. Piuttosto, non vi trattenete, non fate complimenti, bevete qualcosa. Ecco, tenete il vostro calice, è colmo. Qualcosa forse non vi aggrada? Non vi sentite a vostro agio?…”.
“Non fateci caso”, disse Mirto alzandosi. “Sono solo un po’ stanco… Questo baccano non fa per me. Vi prego di scusarmi…” e fece per congedarsi.
“Questa gentile signora…”, per tutta risposta l’uomo riprese le presentazioni da dove erano state interrotte. “Questa gentile signora…”, con una mano sfiorò delicatamente la spalla della giovane donna seduta vicino a lui, “è la figlia di uno degli uomini più influenti della città, il noto editore… E’ lei stessa una scrittrice, estremamente dotata. Lucida, acuta. Indubbiamente una delle persone più illuminate che io abbia mai conosciuto… Lei, che detesta questo genere di cose, non me ne vorrà se ho aspettato tanto a presentarvela…”. La sua voce era di nuovo morbida, accomodante.
La voce, sempre lei, ancora una volta segnava l’ingresso in scena di un nuovo personaggio.
Mirto lasciò che continuasse, mentre la donna, visibilmente imbarazzata dall’atteggiamento adulatorio di lui, seppur lusingata, lo pregava con gli occhi di porre fine a quello supplizio.

“Vedete, amico mio”, riprese, “questa è una donna coraggiosa, una di quelle donne di cui il mondo oggi ha un grande bisogno. Se una persona come lei potesse ricoprire cariche di responsabilità o di governo, credetemi, questo paese non andrebbe incontro alla rovina che si prepara ad affrontare. Se il Paese potesse essere affidato all’intelligenza e alla saggezza di donne come questa!…”, esclamò con foga.
“Vi siete mai chiesto cosa differenzi un uomo da una donna? Vi siete mai chiesto perché quello stesso potere, abusato, incancrenito nelle mani degli uomini, continui a impedire loro di votare?”
Mirto fissò il volto eccitato dell’oratore con un misto di diffidenza e desiderio affinché proseguisse nel suo ragionamento. Non era affatto estraneo agli argomenti cui faceva riferimento, anzi sapeva perfettamente dove voleva andare a parare, ma era curioso di conoscere cosa aveva da dire.
Fu così che, come una scossa, gli tornò alla mente una lunga discussione avuta con sua moglie Laura, proprio nei giorni del mancato suffragio femminile. Laura…
Dov’era Laura? Dov’era sua moglie? Perché non era lì con lui? Perché era andata a finire così, perché non poteva essere tutto diverso?…
Laura… Improvvisamente Mirto si sentì svuotare da dentro, perse ogni forza, ogni resistenza. Era sfinito, vinto, di fronte all’urto violento della sua assenza.
Gli tremarono le gambe, fu costretto a sedersi.
L’oratore continuava a parlare, ma Mirto non udiva più la sua voce. Non era più lì. Era solo, maledettamente. E ora ne aveva coscienza.
Si sentì soffocare, sbottonò la camicia, respirava a fatica. Incrociò lo sguardo preoccupato della giovane scrittrice e fu per lui una carezza, un sollievo inaspettato, qualcosa di cui capì di avere un disperato bisogno. Allora uno spasmo incontrollabile gli percorse la schiena e si irradiò in tutto il corpo, costringendolo a rannicchiarsi su se stesso, finché sfociò in qualcosa d’incontenibile, primordiale e finalmente cominciò a piangere.
Mirto piangeva, piangeva disperatamente. Le mani sul volto, singhiozzava come un bambino. Non udì più nulla, nemmeno la voce della donna che, vedendolo accasciarsi, allarmata chiedeva aiuto: “Vi prego, vi prego… Quest’uomo non si sente bene…”

Fine
PRIMA PARTE

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Cap. I (Prologo)
Cap. II (Fotografia)
Cap. III (Ester)
Cap. IV (Trincea)
Cap. V (Esodo)
Cap. VI (Sangue)