Fin qui tutto bene

Fin qui tutto bene

Con la preziosa partecipazione de lapoetessarossa.

“Quanto è durato il tuo matrimonio?”, chiede lei.
“Tre anni e mezzo. Ma era finito poco dopo il primo”, risponde lui.
“Il mio primo tradimento…”, aggiunge distogliendo lo sguardo. E’ così facile parlare con gli sconosciuti, pensa.
“Il mio primo tradimento”, ripete lei, ironica. “Li hai contati?”
“Ci deve pur essere una prima volta, non credi?
E tu? Quanto è durato il tuo matrimonio?”, chiede.
“Tre anni, anche per me. Ma abbiamo convissuto quasi per sei. Perciò posso dire che il mio matrimonio è finito ancora prima di cominciare. E non è una frase fatta”.
“Da sposata l’ho tradito a settembre…”, aggiunge dopo aver succhiato il cucchiaino.
“La prima volta non me la ricordo”.
“Dai, la prima volta non si scorda mai!”, fa lui con un certo imbarazzo.
“Non mi sto vendendo bene, vero?”, dice.
Un’ombra le attraversa il volto. Forse sta esagerando, pensa.
Lo sguardo di lui si perde fra le guglie del Duomo.
Qualcosa di simile al piacere che prova solo spogliandosi per un uomo la spinge a continuare. “Hai mai visto l’Odio? Il film…”, chiede.
Lui fa cenno di no, anche se quel titolo affonda come una lama nella sua memoria.
“E’ la storia di un uomo che cade da un palazzo di cinquanta piani. Mano a mano che cadendo passa da un piano all’altro, il tizio per farsi coraggio si ripete: Fin qui, tutto bene. Fin qui, tutto bene. Fin qui, tutto bene… Il problema non è la caduta, ma l’atterraggio“.
Lui quella scena l’ha vista, molte volte. Ma fa finta di niente, la guarda, attende il resto.

“Era estate”, riprende lei carezzando il manico della tazzina.
“Certi fine settimana, anche se vivevamo già insieme, lui tornava dai suoi in Veneto. Odiavo quei luoghi e potevo ancora permettermi il lusso di non accompagnarlo. La prima volta che ci sono andata sono stata male tutta notte. Il corpo non mente mai…”.
Guarda dentro il bar, come se cercasse di mettere a fuoco una scritta, qualcosa.
Era un collega del mio ex. Era di Genova, ma lavorava a Milano. Ci sentivamo ogni tanto.
L’ho accompagnato al treno una volta, era un venerdì sera e ci siamo visti per un aperitivo, sua moglie era in vacanza col bambino.
Abbiamo parlato tutta sera, ma dovrei dire tutta la notte… Mi ha riaccompagnata a casa che era già chiaro. Avevo lasciato l’auto sotto casa sua con il contrassegno dei residenti, ricordo questo particolare. Sono tornata in treno il pomeriggio del giorno dopo a riprenderla…”
Fa una pausa, solleva lo sguardo incrociando gli occhi di lui, che non l’hanno lasciata un momento.
“Fin qui tutto bene”, dice.
Lui ha un brivido. Conosce bene quella sensazione, non la prova da tanto tempo, troppo.
Adesso Irene gli sembra diversa. Quando l’ha vista, all’uscita della metro, con quel suo pastrano colorato e le scarpe da ginnastica, non molto alta, dall’aria insicura, di primo acchito le era parsa una tipa modesta, una di quelle che vuole apparire alternativa a tutti i costi, che tengono sempre un libro o due nella loro borsa di tela consumata e indossano vestiti di qualche taglia in più, fuori moda, e quegli assurdi berretti di lana.
Un altro granchio, ha pensato. Per questa qui rimango Marco e le lascio un numero sbagliato.
Ora gli sembra incredibilmente sexy. In tutto quello che fa, in quello che dice. La sua voce. Forse è stata quella la svolta. Una voce da ragazzina un po’ saputella e irriverente in un corpo che non le appartiene. E’ la sua anima nascosta. E più la ascolta raccontare, più la trova sensuale, invitante. Come il modo in cui inumidisce le labbra, o l’intelligenza provocante che ha nello sguardo, di quelli che sanno tutto di te senza che tu dica niente.
Irene, pensa, chissà come si chiama veramente.

“Anche a te è andata bene, almeno per un po?”, chiede lei scrutandolo.
“Cosa, il matrimonio o la relazione extra-coniugale?”, prende tempo.
“La seconda. Della prima non mi interessa un gran che…”.
“E’ stato romantico”, fa lui, chiedendosi come gli sia venuto in mente quell’aggettivo.
“Romantico…”, fa eco lei.
“Sì, dai, eravamo giovani… E’ stato divertente”, ridacchia, non sa ancora se ha voglia di raccontare la verità.
“Avevo trent’anni e lei venti”, aggiunge. “Ci eravamo conosciuti in piscina, per poi scoprire che lavoravamo nello stesso palazzo, lei al quarto, io al sesto piano”.
“Quanti piani aveva il palazzo?”
“Non arrivava a cinquanta. E comunque, se ci tieni a saperlo, non mi sono mai buttato…”
Ridono tutti e due.
Marco si accende un’altra sigaretta. Un cameriere esce in grembiule e maniche di camicia, con gesti sbrigativi ed esperti accende il fungo accanto al loro tavolino. La piazza brilla di luce artificiale.
“Dopo un po’ che ci incrociavamo senza compiere il passo, lei mi ha fatto trovare un biglietto”.
“Romantico…”, lo prende in giro Irene, poggiando i gomiti sul tavolo e il mento sui palmi all’insù.
“Vuoi qualcos’altro, una cioccolata?”, le chiede Marco.
Lei fa no con la testa.
“Hai freddo, vuoi entrare?”
“Vai avanti, timidone”, forse non è scemo come sembra, pensa. E poi, quella luce negli occhi…
“Un biglietto… Che cosa ti aveva scritto?”
“Non era soltanto un biglietto, c’era un cioccolatino Lindt”.
“Mm-mm…”
“Sul biglietto aveva scritto un saluto tipo buon rientro, qualcosa del genere. Pur sapendo il mio nome, mi aveva chiamato Pericolo. Mi rimase impresso…”
Irene lo fissa con tenerezza.
“L’aveva appiccicato sullo specchietto sinistro della macchina. Era buio quando sono uscito dall’ufficio e me ne sono accorto solo in tangenziale, a momenti faccio un incidente!…”
“Allora sei veramente pericoloso! Aveva visto bene”, lo punzecchia lei.
“Dopo qualche tempo l’ho invitata ad uscire. La prima volta andammo fuori città, in campagna, sul fiume. Avevo una paura fottuta di incrociare qualcuno di noto”, Marco sorride scuotendo la testa.
“E’ normale”, fa lei, anche se non ricorda di aver mai fatto un pensiero simile.
“E poi?”

“E poi per un po’ non successe niente, niente di niente. Ero un uomo sposato di dieci anni più grande. Lei era una ragazzina, ma per quanto attraente, riuscii a restare al mio posto”.
“Finché un giorno…”
“Finché un giorno… Non so perché accadde… Ero dai miei, non vedevo mia moglie da giorni, all’epoca lavorava a Reggio Emilia e stava fuori tutta settimana. Forse avevamo litigato, o forse mi sentivo solo, fatto sta che la chiamai e ci trovammo in un parcheggio che era quasi mezzanotte.
Riconobbe la mia auto e salì. Pioveva, era aprile.
La subissai di parole e parole, finché mi implorò di baciarla.
Non fu una preghiera, fu una pretesa. Ricordo perfettamente, mise le mani sulle ginocchia, strinse i pugni e disse: voglio un bacio.
La baciai… E, niente… Mi riportò in vita”.
Agli occhi di Irene tutto cambia colore. Rivede la scena come in un vecchio film in bianco e nero. Anche i capelli dell’uomo che ha di fronte non sono più castano chiari, il colletto della sua camicia non fa più a pugni con quello della giacca di velluto, che lo invecchia un po’, e la smodata quantità di acqua di colonia che si dev’essere rovesciata addosso prima di uscire ha assunto un sinuoso aroma di sandalo e cuoio.
C’è qualcosa in lui, un che di familiare, che le fa chiedere di sapere di più.

“Una volta arrivata alla macchina l’ho chiamato per chiedergli cosa fare del contrassegno”, dice.
“Lavorava, mi ha chiesto se potevo aspettare che finisse il turno, che se mi andava potevamo cenare insieme. Mi andava, eccome se mi andava. La sera prima non era successo niente, ma lui era stato sicuramente il mio primo pensiero della mattina, e il secondo, il terzo, tanto che non avevo mi ero dimenticata di chiamare mio marito.
Mentre lo aspettavo ho fatto un giro in centro. Non è che fossi uscita di casa con l’idea di rimanere fuori, così mi sono comperata due cose nuove e sono andata ai bagni della rinascente a cambiarmi”.
Sfila la sigaretta dall’indice e medio di Marco e tira una boccata voluttuosa che le toglie il respiro. Tossisce rumorosamente scusandosi ripetutamente. “E’ una vita che non fumo… Mamma mia, non sono più abituata”.
“Non so cosa mi avesse preso”, riprende a raccontare. “O forse lo sapevo, visto che avevo comperato della biancheria intima. Niente di sfacciato, non pensare, una cosa carina.
Sono andata a casa sua, ho citofonato e sono salita…
Quando ha aperto la porta era in accappatoio, appena uscito dalla doccia. Sono entrata in casa, non sapevo dove guardare, ero imbarazzatissima, ho pensato: che cazzo sto facendo?
Mi ha portato in soggiorno ed è andato a vestirsi, quando l’ho visto vestito mi sono rilassata. Siamo andati a mangiare una pizza dall’altra parte di Milano e abbiamo continuato a parlare come la sera precedente. Siamo stati gli ultimi a uscire dalla pizzeria, c’erano già le sedie sui tavoli, sono venuti a dirci che dovevano chiudere.
Siamo saliti in auto, al primo semaforo rosso mi ha baciata fino a quando non ci hanno suonato.
Ha fatto così a tutti i semafori, fino a casa sua. Ridevamo come due scemi.
Mi ha detto: adesso facciamo il giro della città e ti bacio a tutti i semafori.
Siamo saliti a casa sua, ha chiuso la porta, mi ha preso per mano e ha detto: andiamo in camera.
Ricordo che l’ho fermato e gli ho detto: in camera no.
Allora siamo andati in sala, prima sul divano, poi sul tappetto.
Quando ha visto il completino nuovo mi ha detto: sei una birichina…”

Blu turchino, pensa Marco. L’intimo che indossava quando la spogliò la prima volta, a casa sua. Il giorno prima aveva accompagnato sua moglie all’aeroporto, partiva per una settimana di mare con una collega dell’università. Una vacanza premio al termine di una lunga ricerca di laboratorio. Marco aveva pensato a tutto. Cenetta in casa, a lume di candela, con la musica giusta…
Ricorda ancora la sua pelle. Aveva un tatuaggio in fondo alla schiena, uno di quei disegni tribali, non vistoso, elegante. L’aveva notato una volta che si era chinata a raccogliere qualcosa con i jeans a vita bassa.
Questo però non lo racconta, ha paura di apparire il solito maschio insensibile e materiale.
“La prima volta che venne a casa mia”, dice, “non poté fermarsi a dormire per via di suo padre. L’accompagnai alla macchina e mi addormentai appena toccato il letto. Non sentii l’sms con cui mi avvisava di essere arrivata, né le due chiamate di mia moglie dall’Egitto.
Tornò il mattino dopo. Era domenica, facemmo colazione sul balcone. Aveva portato dell’olio e mi massaggiò i piedi, poi tornammo in camera da letto, piena di luce… Il suo corpo mi pareva diverso, continuavo a carezzarlo senza decidermi a entrare dentro di lei…”.
Marco solleva lo sguardo. Gli occhi di Irene lo accolgono in un abbraccio liquido che lo solleva portandolo non sa dove, ma al sicuro.

“Ci siamo frequentati per un po’”, dice lei.
“Se aveva libero il pomeriggio, provavamo a incontrarci. Mi prendevo un paio d’ore di permesso e ci vedevamo da qualche parte. Lo facevamo in macchina e ridevamo sempre un sacco. Era simpatico, brillante. In casa aveva non so quanti libri. Lavorava per la polizia giudiziaria, aveva i suoi casini lavorativi e io comunque avevo dei margini d’azione molto più ristretti dei suoi. Anche quando non ci siamo più visti abbiamo continuato a sentirci di tanto in tanto, mi tirava su di morale”.
Ruba l’ultima boccata e spegne la cicca spalmandola sul fondo di vetro del posacenere.
“Credo faccia ancora lo stesso lavoro, se google non mente…”, dice pensierosa.
“Sai una cosa? Quella volta, la prima, sono atterrata bene. Sono atterrata sul morbido. Mi sono divertita. Non c’era tormento. Era un gioco. Era bello. Stavamo bene. Andava tutto bene, a entrambi”.
“Il mio atterraggio fu un po’ più traumatico”, dice Marco ridendo. “Fu addirittura ridicolo”.
“Quella domenica, sarà stato più o meno l’ora di pranzo, eravamo ancora stesi sul letto, quando sento un tramestio in ingresso. Non me ne rendo conto subito, ma il rumore in fondo al corridoio non smette, anzi si fa più insistente.
Mi alzo e in punta di piedi mi avvicino alla porta. Lei fa altrettanto e ci ritroviamo entrambi nudi a fissare le chiavi oscillare nella serratura.
A quel punto sento delle voci, che riconosco subito. Sono quelle di miei. La chiave non gira, dicono, ci son dentro le altre. Dev’essere in casa, suoniamo?
Mi volto e incrocio lo sguardo terrorizzato di lei. Porto un indice alle labbra e le faccio segno di allontanarsi in silenzio. Torniamo in camera, metto mutande e maglietta e penso al da farsi.
Suona il campanello. Mi pare di sentire la voce roca di mia madre che dice: Marco, ci sei?
Le dico di chiudersi in bagno, che vado ad aprire e li liquido, mi invento qualcosa…”
Marco si interrompe bruscamente. “Una birra?”
“Bevo un sorso della tua”, dice Irene. “Continua, com’è andata a finire?”
“Bel nome Irene”, fa lui.
“Vai avanti, non divagare!”
“Mia madre non è un tipo facile, diciamo. Non ci fai nemmeno entrare?, dice. Almeno offrici un caffè… Che stavi facendo?… E in men che non si dica son seduti in soggiorno, mentre io mi domando cosa stia facendo la ragazza in mutandine e reggiseno chiusa nel mio bagno.
Faccio il caffè, sono lunghi interminabili minuti. Dico che non sto bene, che devo tornare a letto, ma niente, anzi mia madre si offre di riordinare la casa, di cucinare per me. Sembra trovare ogni scusa per fare una ricognizione e capire in quali condizioni viva suo figlio.
Inutile dire che mi trovo davanti alla porta del bagno abbozzando una scusa affinché non la apra. Tutto inutile. Infila il braccio, abbassa la maniglia, la spalanca. Chiudo gli occhi, non ho il coraggio di voltarmi.
E c’era bisogno di fare tante scene? esclama.
Mi volto. Lei non c’è.
Guardo nella vasca da bagno. Non c’è.
Guardo mia madre. Sorrido come un deficiente.
Fammi sentire la fronte, fa lei, devi avere la febbre.
Con molta fatica la risospingo in salotto, dove mio padre sta fumando placidamente guardando la tv.
Mentre mia madre lava i piatti della sera precedente – mi domando ancora come mai non abbia detto niente trovando il doppio di ogni cosa -, io faccio capolino in camera da letto.
Le non c’è”.
Irene alza un dito.
“Primo piano”, fa lui. “Ma non si è buttata. Era nascosta sotto al letto. Mi inginocchio, la vedo. Meglio, vedo due occhi di gatto terrorizzati, inferociti.
Rido. Rido, sì, istericamente. Sottovoce le dico di stare tranquilla, che se ne stanno andando. Li accompagnerò in quel negozio di mobili, come avevo promesso – me n’ero completamente dimenticato.
Farò finta di chiudere la porta. Quando non senti più nulla, scappa…
Ridono entrambi, a lungo.
Irene vorrebbe accarezzargli il viso, ma si trattiene.
“Continuavo a ridere, sai? Anche dopo, al negozio. Mia madre mi chiedeva consiglio e io ridevo come uno scemo”.

“Che dici, ce ne andiamo? S’è fatto buio e fa un po’ freddo…”.
“C’è pure un po’ di nebbia”.
Attraversano la piazza in silenzio.
“E’ stato bello”, dice Irene.
“Anche per me, è stato bello conoscerti”, dice Marco.
La accompagna fino all’ingresso della metro.
“Allora… Ci sentiamo?”, chiede. “Ti lascio il mio numero…”
Lei scende qualche scalino, poi si volta sorridendo.
“Fin qui tutto bene”.

Immagine di copertina – web

 

Annunci

La Maschera

Ringraziando per la gentile attenzione accodatami da Caterina di Biblioprecaria, ri-pubblico un mio brevissimo (titolato anche “Supplicium”).
Paolo Beretta

Biblioprecaria

Piazza Galvani.jpg

1. Sono tutti in fila, seduti sulle panchine. L’istitutrice, in piedi di fronte a loro, continua a parlare. Non uno che ascolti. Aspettano solo il cambio nel tono della sua voce, il segnale per gettarsi in cortile. Tutti tranne loro, che la fissano in continuazione. Il Santo è dietro di lei, devono fare attenzione. Il che rende il loro gioco ancora più divertente. Ogni volta che suor Letizia distoglie lo sguardo, scocca una freccia. Ora tu, poi io. Vengono trafitti a turno. Prima a una gamba, poi a un braccio, per ultimo alla pancia e al petto. A quel punto alzano la maglietta e ci infilano una mano contorcendosi nello spasmo. Nel farlo si guardano ridendo. E’ piacevole essere colpiti. Ancor di più l’attimo che precede, quando la freccia arriva e tu sai che non mancherà il bersaglio. E’ struggente sapere di non avere scampo. Né tu, né l’amico che…

View original post 374 altre parole

Amarone

Amarone

Al mio caro amico W.

1.

Sono andati via tutti. Da un po’.
W. gira a vuoto per casa con un bicchiere in mano e una sigaretta incollata alle labbra. Va avanti e indietro dalla sala alla camera da letto come in cerca di qualcosa, poi esce sul balcone. Accende la sigaretta e inspira una boccata vorace. Poi un’altra, più calma. Ancora una, che gusta lentamente.
Adesso va meglio. Si sta bene fuori, non fa nemmeno freddo.
La notte è una mamma dal ventre enorme, pensa.

Dentro la musica finisce. W. torna in casa e fa ripartire lo stesso disco, sarà la quarta volta. Si rolla un’altra sigaretta canticchiando a bocca chiusa e torna sul balcone.
Si sta proprio bene all’aria aperta, ripete rilassandosi. Ha la sensazione che la serata in compagnia dei suoi amici sia stata solo un pretesto, un lungo preambolo a questo momento di riconciliazione nella quiete della notte.
E come ogni notte, puntuale alla stessa ora, un vento freddo comincia a soffiare dal fondo valle agitando le fronde degli alberi. W. prende posto in quell’abbraccio, stringe un poco le spalle e i lembi del colletto della camicia, senza abbottonarla. Espira piano una boccata di fumo che scompare nel buio.

La vita non è poi così male, pensa. In fondo, è stato fortunato.
Guardati, dice, non ti manca nulla. Sei padrone di te stesso e della tua vita, lo sei sempre stato. E dire che solo un paio di giorni fa credevi di aver toccato il fondo.
Accenna una piroetta sul ritornello di The Passenger e gli vien voglia di ascoltare Lou Reed. Torna in casa a cercare un disco, che trova dopo un po’, sopra uno scaffale. Lo mette sul piatto, alza il volume. La musica di Vicious invade chiassosamente la casa.
Non ha paura di disturbare, sono lui e la notte adesso, e qualche luce che brilla in lontananza, oltre le colline. Nient’altro, nemmeno il ragliare di un asino in calore o lo scampanio notturno di un ruminante. Dormono tutti, oppure stanno tutti lì ad ascoltare.
“Uh-uh-uuuh!!”, ulula soddisfatto svuotando il bicchiere di vino, mentre il vento sembra allontanare ancora di più l’eco luminosa della città all’orizzonte.

Il fruscio delle foglie riempie le pause fra una canzone e l’altra. Sembra che la natura intorno partecipi alla sua festa. W. ama i suoi alberi, si prende cura di loro come fratelli. Come dei frutti dell’orto, che accudisce e nutre ogni giorno come desideri.
Carezza l’un l’altra le proprie mani: sono belle, irruvidite dalla terra, dalla legna. Sentire le cose attraverso la pelle ispessita dai calli è qualcosa di meraviglioso.
Si versa l’ultimo bicchiere di Amarone e allinea la bottiglia vuota alle altre. E’ buono, una bella annata, i suoi amici sono stati generosi, sanno che è uno dei suoi vini preferiti. Alza il calice in loro onore. E il volume dello stereo. Adesso è il turno dei Queen.

Si rolla una canna. A. gli ha lasciato un po’ della sua erba, lui se n’è procurato un sacchetto intero. W. non è riuscito a dirgli di no, si sarebbe offeso. E’ una vita che non si fa uno spinello. E’ buffo questo ritorno agli antichi riti. Nostalgico e buffo.
Il fumo, però, gli ha sempre fatto lo strano effetto di eccitarlo. Sicché si trova a saltellare euforico fuori e dentro casa, girando come una trottola con il bicchiere di vino ancora semi pieno.
Da quel momento il tempo si ferma, o forse torna indietro cancellando tutto, come una spugna col gesso della lavagna. Perché di quello che è accaduto, prima e dopo, W. ricorderà gran poco, quasi nulla.

Potrebbe essere andato avanti a ballare per ore, dando voce al suo repertorio in vinile.
Potrebbe esser sceso in giardino a dar da mangiare ai gatti o innaffiare le rose, oppure aver preso la macchina ed essersi messo in viaggio senza una meta. Gli è già capitato, una volta si è ritrovato fermo in autostrada all’altezza di Parma, in piena notte, senza sapere dove stesse andando.
O quella notte che all’improvviso si è sentito soffocare. Stava male, stava male davvero, gli mancava l’aria. Allora si è spogliato e ha spalancato tutte le finestre. Ed è uscito a camminare così, nudo, nel bosco.
Tutto è possibile. Tutto lo è stato. Tutto lo sarà.

Crolla sul letto stremato. Mentre affonda la faccia nel terriccio umido del piumino, ha la sensazione che la musica penetri in lui attraverso i pori della pelle, permeandolo. E con lui tutta la casa, la riempie pian piano fino a tracimare fuori, riversandosi in giardino e poi giù a valle, per lo sterrato. E’ un’onda liquida e cheta, un inno pacato e inarrestabile, un urlo sordo di libertà, rivolto al mondo intero.

W. giace dov’è, privo di sensi, cullato dalle corde vocali di Leonard Cohen. Nulla può turbare il sonno macigno che gli rallenta il respiro. Sorride un’ultima volta. Il pensiero al suo impianto stereo, assemblato raccogliendo pezzi ai mercatini dell’usato: elettrovalvole, connettori, roba d’antiquariato che non si trova più. Un po’ di soldi, non troppi e spesi bene, ripete spesso. Anche stavolta.

2.

“Signor W., esattamente lei cosa ricorda di ieri sera?”, domanda di nuovo il brigadiere.
W. lo fissa senza rispondere. Vorrebbe farlo, ma non ci riesce.
Vorrebbe dire la verità, ma a questo punto non sa più quale sia la verità.
“Allora?”
Le pause in quella conversazione sono diventate imbarazzanti.
“Cosa ricordo….”, ripete W. massaggiandosi le tempie.
“Faccio un po’ fatica…. Sa, abbiamo bevuto un po’…”
“Abbiamo?”
“Sì, abbiamo bevuto qualche bottiglia di vino”.
“Qualche bottiglia di vino…”, fa eco il sottufficiale.
“Quale vino?” chiede sollevando una mano.
W. lo fissa allibito.
“E’ così importante?”
“Risponda alla domanda, signor W. Che vino ha bevuto?”
“Amarone”, risponde W.
“Amarone, bene”, fa il brigadiere, un po’ più rilassato, incrociando le dita davanti alla bocca. Alla sua destra una macchina da scrivere riprende disciplinatamente a ticchettare.
“Lei e chi?”
W. lo fissa con aria contrariata.
Quello rimane immobile, non muove neppure un sopracciglio.
W. è colto da una fitta di sconforto.

“Ricordo solo qualche frammento…”, riprende W. masticando a fatica le proprie parole.
Prova a immaginare la compagnia di amici seduti a tavola, le discussioni, i passaggi a vuoto, le risate, l’allentarsi dei freni inibitori, lo scivolare graduale nello stato di allegra incoscienza in cui si è ritrovato questa mattina.
Non ricorda nulla di ciò che è accaduto dopo che i suoi amici sono andati via; cosa ha fatto, a che ora è andato a dormire; se prima di coricarsi si è messo al computer, oppure è sceso nel seminterrato, nel suo piccolo laboratorio di falegnameria, se è andato avanti a lavorare alla lanterna di legno…
Niente di niente, buio totale.
“Non ricordo, mi scusi…”, sussurra.
“Signor W., lei così non ci aiuta a trovare la sua compagna”, dice il gendarme con disappunto.
W. lo fissa preoccupato. Sono passate più di ventiquattro ore dall’ultima volta che l’ha vista. Doveva rientrare ieri sera, sul tardi. Dopo il lavoro andava direttamente al cinema con le amiche, doveva rientrare verso mezzanotte, magari in tempo per salutare i suoi amici. Ma lui non l’ha più vista. Stamattina, quando si è svegliato, vestito sul letto, lei non c’era.
Per questo si trova qui.
Anche se invece di trovare aiuto gli sembra di essere sotto processo.

“Cosa mi dice di quel messaggio?”, chiede il brigadiere con l’aria di volergli dare un aiutino.
“Quale messaggio?”, chiede W.
“Non se lo ricorda…”
“No…”
“In giardino”, sospira il brigadiere, “più precisamente nell’orto, abbiamo trovato il suo cellulare. Era acceso e sul display c’era la bozza di un messaggio. Vediamo… Grazie, mi sono proprio divertito“.
Fa una pausa fissandolo a lungo, attentamente.
“A chi voleva inviarlo?”
W. sorride imbarazzato. Ecco dov’era il suo cellulare… Davvero non ha memoria di quel tentato sms, tanto meno di come il suo cellulare sia finito nell’orto. Anche se un’idea, conoscendosi, ce l’avrebbe anche…
“Beh, presumo stessi scrivendo ai miei amici…”, dice aggrappandosi a quanto gli hanno appena raccontato.
Agli amici oggi direbbe: Grazie. Non ricordo cosa ho detto, se ho offeso qualcuno, spero di no, perché per me è proprio stata una bella serata…
Ma a quanto pare è costretto a ricostruire le ultime ore della sua esistenza dagli indizi che si è lasciato alle spalle.

“Quindi siete stati a casa mia”, aggiunge.
Casa di W. non ha le porte, quelle interne, né gli scuri alle finestre. Il cancello è sempre aperto. Non è un problema se si trova un paio di testimoni di Geova sulla soglia. Gli ha offerto il caffè più di una volta a quelli. Quando se ne vanno è certo che non l’abbiano convinto, non del contrario. Tornate quando volete, è un piacere far due chiacchiere con voi.
Su una parete della cucina, vicino alla stufa, c’è la foto di una madonna di non sa più quale santuario, un regalo di sua madre. Ogni volta che la guarda, gli tornano in mente quei due incravattati vestiti di grigio, chissà perché si presentano sempre in coppia. Un po’ gli mancano quelle chiacchierate…

Ma questo era prima di conoscere S., la sua compagna.
Prima dell’analisi, degli psicofarmaci.
Ma anche questa è acqua passata.
Ora sta bene. Ha appreso l’arte dell’autocritica, dell’accettazione di sé, l’abitudine a confessarsi in pubblico. Sta in piedi sulle sue gambe, se la cava da solo. Di tanto in tanto si affida a qualche cura omeopatica e al solido sostegno della propria compagna.
Che W. stia bene così e non abbia bisogno dell’aiuto di nessuno lo conferma il fatto che gli amici non si preoccupano affatto dei suoi problemi. Salute, ansia, lavoro. Per non parlare dell’eterna diatriba sull’opportunità di avere dei figli che da anni tiene lui e S. chiusi in un vicolo cieco…

“Sì, siamo stati a casa sua, signor W., e ci sono alcune cose che ci deve chiarire”, lo richiama la voce del sottoufficiale.
Ora il suo sguardo è risoluto, severo.
“Ha lavorato nell’orto negli ultimi giorni?”
“Dove credete che sia?”, chiede W. con un’ombra di disperazione nella voce.
Ma forse è paura. La stessa che ha provato stamattina, davanti alla spia accesa della lavatrice. Perché non ricordava quando, ieri notte, avesse deciso di fare il bucato. Ed è stato ancora più sorpreso quando, svuotando il cestello, sono caduti a terra frammenti di ceramica e vetro, e ha visto la tovaglia piena di macchie di vino.
Sembravano sangue.

“Immagine di copertina” – web

 

Piccole cose

“Durante il giorno era uscito il sole e la neve si era sciolta in acqua sporca. Ora scorreva in rivoletti sulla finestrella ad altezza spalla che dava sul retro. In strada le macchine passavano frusciando nella poltiglia. Si stava facendo sempre più buio, sia dentro che fuori.
Lui era in camera da letto e cacciava dei vestiti in valigia quando lei apparve sulla soglia.
Sono proprio contenta che te ne vai! Sono proprio contenta!, disse. Mi senti?
Lui continuò a mettere le sue cose in valigia.
Brutto figlio di puttana! Sono proprio contenta che te ne vai! Scoppiò a piangere. Non hai nemmeno il coraggio di guardarmi in faccia, vero? Poi notò la foto del bambino poggiata sul letto e la prese.
Lui la guardò e lei si asciugò le lacrime e lo fissò per un po’ prima di voltarsi e di tornare in soggiorno.
Riportala qua, disse lui.
Pigliati la tua roba e levati di torno, disse lei.
Lui non rispose. Chiuse la valigia, si mise la giacca, si guardò intorno in camera da letto prima di spegnere la luce. Poi andò in soggiorno. Lei era in piedi sulla soglia della piccola cucina, con il bambino in braccio.
Voglio il bambino, disse lui.
Ma sei matto?
No, ma voglio il bambino. Farò venire qualcuno a prendere le sue cose.
Tu questa creatura non la tocchi.
Il bambino si mise a piangere e lei gli scostò la copertina dalla testa.
Oh-oh, disse, guardando il bambino.
Lui fece un passo verso di lei.
Per amor di Dio!, esclamò lei, arretrando nella cucina.
Voglio il bambino.
Vattene via!
Si girò e cercò di tenere il bambino riparato in un angolo dietro la stufa, mentre lui s’avvicinava.
Lui allungò le braccia oltre la stufa e afferrò il bambino.
Lascialo andare, disse.
Va’ via, va’ via, strillò lei.
Il bambino s’era fatto tutto rosso in faccia e urlava. Nella lotta fecero cadere un vaso di fiori appeso dietro la stufa.
Lui allora la chiuse contro la parete, cercando di farle mollare la presa. Teneva stretto il bambino e spingeva con tutto il peso sul braccio di lei.
Lascialo, le disse.
Smettila, disse lei. Gli fai male!
Non gli faccio male.
Dalla finestra della cucina non entrava luce. Nella penombra, con una mano cercava di allentare le dita di lei strette a pugno, mentre con l’altra stringeva il bambino urlante per un braccio, vicino alla spalla.
Lei sentiva le proprie dita aprirsi e il bambino scivolarle via. No!, gridò nel momento in cui le sfuggì la presa. L’avrebbe avuto lei, il bambino. Lo afferrò per l’altro braccetto. Riuscì a prenderlo per il polso e si tirò indietro.
Neanche lui voleva cedere. Sentì il bambino scivolargli dalle mani e tirò con molta forza.
E così la questione fu risolta.”

[R. Carver, da “Di cosa parliamo quando parliamo d’amore“, 1981, Ed. Einaudi 2015, Trad. R. Duranti]

L’incrocio (4.)

[Ultima parte; torna alle precedenti]

4.

“Complimenti Di Biasi, questo è un giorno importante per il nostro studio e indubbiamente lo è anche per lei!”, un solco più profondo degli altri sul volto dell’avvocato Consonni riproduce quello che dovrebbe essere un sorriso.
A due mesi di distanza dall’incontro con gli uomini della moda Luca raccoglie i frutti del proprio lavoro. Assiduo, pressante, infaticabile, pur di raggiungere il proprio obiettivo ha lavorato a lungo senza interruzione e adesso pare sia finalmente arrivato il momento di incassare.
Parla pure, pensa, mentre l’anziano avvocato si esibisce in un breve panegirico. Sono io che gli sono stato addosso tutta estate, io che non gli ho dato tregua, che li ho corteggiati, coccolati, che li ho pure portati una settimana in barca, con le mogli per giunta. Voi non avete fatto un cazzo. Questa partita è mia, solo mia, di nessun altro.
Luca risponde alla smorfia del titolare con un ipocrita cenno di deferenza minimizzando, quasi, l’entità della propria impresa. In realtà, il pezzo di carta stretto fra le dita ossute del vecchio vale molto più di qualsiasi altro contratto prodotto negli ultimi cinque anni, lo sa bene. Quel contratto l’ha redatto lui, è opera sua, senza di lui non sarebbe mai stato scritto né firmato. Ma Luca sa che non è ancora il momento di chiedere il conto. Deve pazientare ancora un poco, verrà presto il giorno in cui sarà lui a dettare le condizioni del gioco, non manca molto.
“E ci sono altri interessanti sviluppi all’orizzonte”, continua il vecchio. “Stasera Di Biasi verrà a cena a casa mia. Ci saranno anche i soci. Festeggeremo la chiusura dell’accordo e parleremo del futuro. Ricordo con piacere il giorno in cui mise piede in questo ufficio per la prima volta: capimmo subito che lei era un cavallo di razza, un vincente. E oggi siamo più che felici di aver puntato su di lei”, conclude con una nota stridula nella voce. I due si stringono sentitamente la mano. Incredulo, Luca si chiede da dove origini la forza dell’artiglio del vecchio.
Mentre torna nel suo ufficio, i sui colleghi si mostrano immersi nelle proprie occupazioni col chiaro intento di negargli anche solo la soddisfazione di uno sguardo di curiosità. Rodetevi pure d’invidia, passacarte che non siete altro, pensa Luca sprezzante. Sa perfettamente di non aver nessuno con cui condividere quel momento di gloria, né sente in fondo l’esigenza di farlo. E’ convinto che nessuno lo stimi veramente, tanto meno i colleghi sempre pronti a screditarlo, parassiti in attesa del suo primo passo falso, occasione che lui si guarda bene dal concedergli. Ormai si è abituato al clima d’ostilità che lo circonda all’interno dello studio: cresce di pari passo con la sua stessa affermazione. Buon segno, buon segno, ripete spesso alzando le spalle.
Sulla porta del suo ufficio incontra Nadia.
“Ti ho lasciato sulla scrivania i documenti che mi avevi chiesto”, dice lei frettolosamente, oltrepassandolo. Poi si volta di scatto e aggiunge: “Soddisfatto?”
La sua voce è aspra, aggressiva, un’onda di livore trattenuta a stento.
Luca decide di non affrontarla.
“Ti sei scopato la moglie di qualcuno, prima di chiudere la trattativa?”, lo incalza Nadia. “E, dimmi, com’è andata, sei stato all’altezza?”
Luca non risponde, né si ritrae. Con una mano sulla maniglia della porta, attende la prossima stoccata fissandola con un sorriso compiaciuto. In fondo ha sempre apprezzato quel genere di sarcasmo.
“Ma che ti parlo a fare?”, sibila lei. “Tanto tu te ne freghi di quello che pensano o provano gli altri. Così come te ne freghi delle conseguenze di ciò che fai a chi ti sta accanto”.
Luca tace, si chiede se qualcuno li stia ascoltando.
“Lo sai, vero?”, gli chiede ancora Nadia. “Lo sai che resterai solo come un cane?”, poi si volta e si allontana senza attendere risposta.

Quel pomeriggio Luca torna a casa prima del solito, vuole essere fresco e riposato per la sua cena di lavoro. In sella alla moto, osserva con curiosità la città in un normale pomeriggio feriale, una quotidianità tutto sommato a lui sconosciuta. I viali alberati e l’aria di quella giornata di fine estate gli infondono il buon umore, predisponendolo al meglio. Ci sta anche una corsetta nel parco prima di uscire, si dice. Pur non essendo il giorno canonico, decide di passare da sua madre per un saluto, una specie di sorpresa. Le porterà un mazzo di fiori.
Giunto all’ultimo semaforo, scatta il rosso e si ferma. L’attimo dopo si accorge che manca qualcosa, anzi qualcuno. Il vagabondo dell’incrocio non è al solito posto, il tratto di marciapiede da lui normalmente occupato è deserto. Impossibile non notarne l’assenza: senza di lui il marciapiede, l’incrocio, persino i passanti non sembrano gli stessi.
Strano, pensa Luca, deve essersi allontanato. Si guarda intorno in cerca dell’accattone, ma non lo vede.
Non c’è, scomparso. Che abbia cambiato posto?, si chiede. Magari ne ha trovato uno più accogliente. Impossibile, si dice: quello straccione è destinato a diventare parte integrante di quel pezzo di marciapiede, starebbe lì finché campa.
E se gli fosse successo qualcosa, un incidente? Magari si è ammalato. No, riflette Luca, più probabilmente si sarà trattenuto nel posto dove passa la notte. Ma nessuna di quelle ipotesi lo convince veramente.
Poco più tardi, mentre sta correndo nel parco, quell’anomalia gli torna di nuovo in mente, frapponendosi curiosamente fra il ritmo dei suoi passi e la musica nelle cuffie. Domani mattina sarà ancora là, si dice, scacciando il pensiero con un vago senso di imbarazzo.

Il mattino seguente, però, lo straccione non è ancora tornato al suo posto. La conferma di quell’assenza è spiazzante. Tanto che la sera stessa, a cena, Luca interrompe sua madre nel bel mezzo della conversazione per chiederle di lui. “Che fine avrà fatto? Dove sarà andato a finire?”
Ma nemmeno lei è in grado di mettere a tacere la fastidiosa spia che si è accesa nella sua testa.

Il barbone non riappare nemmeno il giorno dopo, né quello dopo ancora.
Da quel momento, ogni volta che si avvicina all’incrocio Luca non fa altro che guardarsi intorno e chiedersi che fine possa avere fatto. Tornerà, tornerà sicuramente, si dice.
Non sarà mica morto?…

Quella domenica Luca si sveglia in preda a una strana agitazione e poco dopo sente un impellente bisogno di uscire di casa. Con la scusa di comprare le sigarette decide di fare due passi intorno all’isolato.
Una volta varcato il portone d’ingresso, si accorge che sta piovendo. Ma è una pioggia sottile che scende senza far rumore e decide di avviarsi lo stesso, lasciando che quelle poche gocce gli inumidiscano il volto e i capelli.
Giunto all’incrocio, si ferma proprio nel punto in cui mesi prima aveva assistito all’incontro fra il clochard e l’elegante signora. Con sua grande sorpresa s’accorge che la donna è di nuovo là, nello stesso identico punto, ferma con un ombrello aperto in mano. La scena tuttavia è monca, il vagabondo non c’è.
Quando la donna solleva lo sguardo, Luca riesce a intravedere un’espressione triste nei suoi occhi, ma ogni suo gesto appare particolarmente lento e sconsolato. Prima di incamminarsi, poi, con la mano compie un movimento meccanico all’altezza del petto. Un segno di croce, esclama Luca. E’ morto, dunque. Morto, certo, il barbone è morto. In fondo l’ha sempre saputo, ma ora ne ha la conferma: il fetido straccione è morto e non tornerà mai più al suo posto.
Luca trae un sospiro di sollievo. Ma in quello stesso istante è come se qualcosa dentro di lui si rompesse e cedesse di schianto. Non era solo, sussurra, ed è come se le parole uscissero da sole dalla sua bocca.
Rimane immobile sul marciapiede. La signora in abito grigio ha già svoltato l’angolo, ma lui non riesce ancora a muoversi, né sa da che parte andare. Vorrebbe attraversare l’incrocio, raggiungere il solito bar, ma a un tratto capisce di non avere la forza di farlo. Il semaforo da rosso diventa verde, poi di nuovo rosso. La pioggia continua a scendere leggera, avvolgendolo in quella sua umida carezza. Sottili rivoli d’acqua cominciano a solcargli il volto.
Lentamente, infine, Luca riprende a camminare. Avanza sul marciapiede, senza attraversare. Non sa dove stia andando, ma sente il bisogno di continuare a sentire quell’acqua cadere delicatamente sopra la sua testa. Non sarà mai abbastanza, pensa, vagando senza meta.

[P.B., 6/11/2017]

L’incrocio (3.)

[Terza e penultima parte; vai alla precedente]

3.

Luca ha un fremito. Mentre l’ascensore sale silenziosamente un fiume di pugnali gli scorre nelle vene pungendolo da dentro. Gli tremano le mani, il battito accelera prepotentemente; inspira forte, si sente esplodere, fatica a stare fermo. Sono l’uomo moderno, sussurra eccitato alla sua ombra riflessa nell’acciaio lucido, un’icona. Prevalenza, successo, posso sentirne l’odore, sono come il sangue per lo squalo. Tu dammi solo una possibilità, una sola, e io l’afferro, alla giugulare, cazzo… Cazzo, sono in botta!, esclama vedendosi da fuori. Ancora qualche minuto, poi strozza, sogghigna isterico. Si passa più volte una mano sulla fronte e nei capelli fischiettando un insulso motivetto da discoteca.
Ultimo piano. Le porte dell’ascensore si spalancano su uno sgargiante tappeto rosso. Luca ne segue la scia fino alla porta d’ingresso di un attico che ha l’aria di occupare almeno metà piano. Un sorriso bianchissimo apre in due il volto dell’enorme bodyguard nero che staziona di fianco alla porta, il quale dà un’occhiata alla sua lettera d’invito e si fa subito da parte esortandolo ad entrare. All’interno qualcuno si occupa tempestivamente del suo soprabito e in pochi istanti Luca viene avvolto dal caleidoscopio di musica e colori che si è già messo in movimento. Ragazze immagine, camerieri in livrea, sguardi al sicuro di occhiali scuri sono alcuni degli ingredienti della serata cui sta per prendere parte. “E’ ancora fra i primi”, dice un’hostess offrendogli un drink e indicando i drappelli di persone ai lati della sala.
Luca preleva un bicchiere dal vassoio e lo sorseggia guardandosi intorno in cerca di qualcuno degno di nota; insoddisfatto, raggiunge presto il bar per ordinare un secondo drink. Da lì può tenere d’occhio la sala e l’imponente soppalco da dove è previsto l’affaccio del padrone di casa e del suo nuovo socio. Nel frattempo, l’attico si popola di persone che si atteggiano in base a un codice scritto per quel genere di cerimoniali, un copione cui Luca ha ormai fatto il callo e per il quale nutre una sorta di dipendenza.
A un tratto, senza preavviso, i due protagonisti della serata si materializzano al bancone del bar, proprio accanto a lui. Diverse persone si fanno subito intorno, ma lì si fermano; salutano, ammiccano, li fissano, ma non osano approcciarli direttamente. I due ordinano tranquillamente da bere, ignorando chi li circonda.
Luca esita un momento, poi fa un passo avanti e li avvicina. Presentandosi, scopre con sua grande sorpresa che entrambi hanno sentito fare il suo nome. Quel credito inaspettato è per lui come un gong, lo sparo di uno starter, lo sprona a proseguire senza inutili indugi. Pianta gli occhi dritto in faccia all’americano, perché, lo sa bene, è lui il cavallo vincente, sua la fiducia da conquistare per prima. In pochi istanti presenta una serie di idee; le sue parole senza fronzoli, concise, efficaci sono come frecce dritte al bersaglio. Continua a fissare il proprio uditore, evitando di essere interrotto prima di aver finito di dire tutto quello che ha in mente, ciò che si è preparato. Espone ai due una concreta linea d’azione per l’acquisizione di una nuova fetta di mercato in Italia e in Europa, snocciola una serie di numeri e percentuali mandati a memoria, preparando il terreno per il piatto forte: la partnership con un gruppo di aziende selezionate, pronte a investire, con le quali giocando d’anticipo Luca e il suo studio hanno già preso contatti da tempo. E’ tutto pronto, assicura, se ne è occupato personalmente: ha raccolto manifestazioni d’interesse, stipulato accordi preliminari, ha pensato a tutto, sono mesi che lavora a questo progetto affinandolo man mano. Si tratta solo di decidere se e quando compiere il primo vero grande passo. Perché perdere tempo?
Luca è stato spregiudicato, è passato all’attacco senza nemmeno aver tastato il terreno. Ma forse le cose non stanno proprio così, forse gli uomini d’affari che ha davanti la pensano come lui, amano il rischio quanto lui, forse sono fatti della stessa pasta. E poi, si dice, quella potrebbe essere la sua unica occasione, attaccare l’unico modo per portare a casa la posta. Tace. Pensa a come in fondo sia stato facile arrivare fin qui, i suoi occhi eccitati sembrano dire: fidati di me, è il mio lavoro, quello che so fare meglio, la mia unica ragione di vita; punta su di me e non te ne pentirai.
Per qualche istante il giovane avvocato sostiene lo sguardo indecifrabile dei due imprenditori come un torero, impassibile mentre il corno dell’animale sfila a pochi centimetri dalla sua coscia e decide che quello è il momento giusto per la stoccata finale. E lui compie il gesto con eleganza, con mano ferma, senza strafare. Senza aggiungere una parola, né tradire l’emozione, porta il bicchiere alla bocca e sorseggia il proprio drink. Niente più di questo, quanto basta. E’ chiaro a tutti, ormai, che adesso è lui ad attendere, lui che valuta chi ha di fronte.
Sente su di sé gli sguardi delle persone attorno, può immaginare i loro volti interrogativi, smaniosi di sapere come andrà a finire. Guardate pure, pensa sprezzante, il primo a farsi sotto sono stato io.
Gli occhi dell’imprenditore italiano indugiano su di lui mentre ancora una volta soppesa trent’anni di lavoro e tutto quello che ha realizzato, un piccolo impero sull’orlo del fallimento ormai, che giace da tempo sul piatto di una bilancia. Si rivolge infine alla persona che ha accanto, cui spetta il compito di muoverne l’ago.
“Ne parleremo un’altra volta”, dice l’americano, posando il proprio bicchiere. “Domani. Nel pomeriggio. Si metta d’accordo con il mio assistente”, aggiunge sfiorando la spalla di Luca. “Cominciamo?”, chiede poi al proprio socio, avviandosi con lui verso il soppalco.
E’ fatta. Sì, è fatta. Ma Luca non si scompone, non lascia trapelare nulla, sarebbe un errore. Rimane in silenzio sotto gli sguardi di tutti, godendosi la loro invidia. Nella sua mente sta già pensando a un modo esclusivo per celebrare l’evento, a una sua personalissima festa privata. Sì, si dice, che la festa cominci. Con la punta delle dita tasta la bustina di plastica che tiene in una tasca dei pantaloni. Tre grammi di cocaina, quanto basta, pensa, quello di cui ha bisogno. Con aria consapevolmente soddisfatta, si sottrae a quell’ormai inutile proscenio dirigendosi verso la toilette. La musica esplode improvvisamente ad altissimo volume mentre a testa alta Luca attraversa la sala ormai gremita senza vedere nessuno, né accorgersi di Curcio che gli si è avvicinato e gli sta chiedendo qualcosa.

Una mano gli sfiora il petto prima che riesca a mettere a fuoco i pensieri. Il primo piacere per quella carezza è seguito da un immediato senso di angoscia e da un feroce mal di testa. Luca solleva quel braccio come se si trattasse di un oggetto inanimato, poi, seduto sul bordo del letto, prova a ricomporre i frammenti della nottata appena trascorsa.
Si era in dirittura d’arrivo. Finite le presentazioni, le dichiarazioni e i riconoscimenti di rito, le figure di spicco si erano presto eclissate, evitando con buon anticipo il sipario. Dopo l’esibizione di una giovane cantante pop con la sua hit per l’estate, un comico televisivo si era occupato di prolungare il più a lungo possibile l’aura di straordinarietà della serata, dopodiché la musica dance aveva definitivamente coperto ogni cosa. Mentre buona parte dei convenuti cominciava a sfollare, chi rimaneva si agitava in mezzo alla sala come se si trovasse in una qualsiasi discoteca, oppure s’attardava al banco del bar. Luca era fra questi ultimi. Con un bicchiere in mano osservava due ragazze agitare i fianchi sopra la sua testa, chiedendosi quale delle due sarebbe stato più bello portarsi a letto. Magari tutte e due, il pensiero di godere appieno di quella serata lo eccitava ancora.
“Senti, come si chiama la ragazza in piedi vicino alle scale?”, ricorda di aver chiesto al barman.
“Quale?”
“Quella con gli stivali bianchi”, Luca si volta a indicargliela, ma incrocia lo sguardo di Nadia che, in mezzo a un gruppo di persone, lo sta fissando.
Poco alla volta, mette a fuoco gli istanti che si son susseguiti da quel momento. Il primo approccio con Nadia, stentato e diffidente, che si è fatto via via più disinvolto. Il loro successivo fraseggio, lo stuzzicarsi, prendersi e lasciarsi, l’alternarsi di provocazioni in presenza d’altri che è continuato ancora una volta rimasti soli. Hanno pure ballato, ricorda Luca incredulo, domandandosi quanto dovesse aver bevuto Nadia.
Si volta a guardarla. Ne contempla la schiena nuda incorniciata dal lenzuolo. Un sommesso mugolio pare rispondere alla curiosità indisturbata del suo sguardo. Nadia gira il capo di scatto, affondando il viso nel cuscino. Luca le fissa la nuca, i capelli arruffati e sconvolti. Quel disarmo la rende più povera al suo gusto, ma si consola subito ripercorrendo la linea sinuosa della sua schiena. Una bella scopata, sentenzia. Già, ma ora non riesce più a goderne. Proprio in quel momento un crampo allo stomaco gli annebbia la vista, costringendolo ad alzarsi di scatto. Per qualche istante respira affannosamente, barcolla, chiude gli occhi cercando di riguadagnare l’equilibrio. Quando sente tornare il sangue alle tempie, riapre gli occhi e getta uno sguardo al letto disfatto, provando l’irrefrenabile bisogno di svuotarlo gettandone a terra il contenuto.
Sotto la doccia si sfrega la pelle fino a farla bruciare. Poi s’asciuga lentamente, mentre sente crescere il fastidio dovuto alla presenza di una donna nel suo letto. Ora vai di là e la cacci via, ordina alla propria immagine riflessa nello specchio. Un tremito incontrollato percorre l’indice della sua mano.
Uscito dal bagno, si veste rapidamente, non preoccupandosi di non far rumore. Ha fretta di rimanere solo, di uscire a respirare, e per farlo deve andar via di lì al più presto. Prima che Nadia riesca a levare uno sguardo interrogativo sulla stanza vuota, Luca ha già chiuso la porta di casa dietro di sé, certo che quando vi farà ritorno, troverà un clima più ospitale. Nadia rimane immobile, fissando il corridoio, mentre dalle scale le giunge l’eco dei suoi passi.

Per strada Luca cammina nel chiarore diffuso respirando il fresco residuo della notte, ma una volta giunto al primo incrocio, gli accade di assistere all’insolita scena descrittagli dalla madre la sera prima. Un’elegante signora di mezza età sul marciapiede al di là della strada sta parlando con l’accattone seduto sul suo trono di sacchetti di plastica, il quale la guarda dal basso con occhi da animale mansueto. Dall’altra parte dell’incrocio, Luca li guarda stupefatto. Ma allora è proprio vero, pensa, quei due si conoscono. Cosa si staranno dicendo?
La signora sorride gentilmente al barbone, che non si muove, pare impassibile. Lei gli porge un pacchetto e l’accattone lo prende fra le sue mani sporche, le loro dita si sfiorano. Poi la donna prende quelle mani gonfie nelle sue. Lui accenna un sorriso riluttante mostrando di non essere avvezzo a quel genere di cose. Pazza! Esclama Luca, che a sua volta fatica a tollerare quel gesto.
Gli occhi dell’uomo ora vagano sul marciapiede, la signora gli sta chiedendo qualcosa. Tace, infine risponde faticosamente, sillabando le parole. Estrae da sotto i suoi stracci un pezzo di carta e glielo porge. Lei lo apre e ne legge il contenuto, mentre lui, immobile al suo posto, le fissa le mani in un atteggiamento che pare di devozione. La donna riprende a parlare. Luca vorrebbe tanto sapere cosa stia dicendo, ma ancor più conoscere la natura del suo legame con quello straccione. Sua madre aveva ragione, comunque: i suoi gesti non sono certo affettati o dovuti, non è beneficenza quella che sta facendo. D’altronde non ha mai scorto il vagabondo nell’atto di chiedere, né a lei, né a nessun altro. E ora è certo che la donna non gli abbia dato né soldi, né cibo. Quel pacchetto deve contenere altro, qualcosa di personale, forse un ricordo, un oggetto proveniente da un comune passato. Che cosa rappresenta per lei quell’uomo? Che altro può essere se non un poveraccio, un comune barbone, un uomo abbandonato al proprio destino?
La donna si sta allontanando. Luca la osserva avanzare verso di lui attraverso l’incrocio, può constatarne la bellezza, la sobria eleganza del portamento, una grazia modesta, schiva. Sul volto irsuto del clochard, nel frattempo, è già tornata l’imperturbabile maschera di sempre. Solleva il basco dalla testa passandosi una mano sulla fronte sudaticcia, poi estrae un tozzo di pane da una sporta e ne stacca un morso che comincia a masticare lentamente. Potrebbe trovarsi in qualsiasi altro posto, riflette Luca, e si comporterebbe allo stesso modo. Eppure è lì che deve stare, è su quel pezzo di marciapiede che deve prendere posto ogni giorno. A suo modo, quello è un vero e proprio atto di volontà, un atto di fede.
E se fra lui e la donna ci fosse stato un legame ben più profondo di quello che si potrebbe pensare? Se un tempo i due fossero stati amici, o addirittura amanti, prima che il destino li separasse, gettando l’uomo in disgrazia, sulla strada, privandoli così della possibilità di un nuovo ricongiungimento?
Luca si sorprende delle sue stesse illazioni: gli inverosimili prodotti di una mente sovreccitata, si dice. Un buon caffè è quel che ci vuole. S’accende una sigaretta e si dirige verso il primo bar.

L’incrocio (2.)

[Seconda parte; vai alla precedente]

2.

“Dottor Di Biasi, ho in linea la signora”.
“Passi pure”, risponde Luca alla segretaria.
“Pronto,…”, un’esitazione, un tremolio nella voce, “Luca?…”, la madre entra sempre in punta di piedi.
“Sono io mamma, perché mi hai chiamato? Stavo per uscire…”
“Caro, avevi il telefonino spento, ero un po’ in apprensione…”
“Ho passato il pomeriggio in riunione”, taglia corto Luca.
“Sì,… Volevo solo sapere se stasera devo aspettarti, caro. Non ti ho più sentito…”
“Mamma, sono almeno quattro anni che ci vediamo tutti i giovedì sera. Perché dovrei aver cambiato programma?”
“Lo so, lo so, ma non sentendoti, ho pensato che avessi di meglio da fare che cenare con una vecchia”.
“No, mamma, non ho altri appuntamenti. E’ la nostra sera, so gestire i miei impegni. E comunque ti avrei avvisata per tempo”. Luca può immaginare l’espressione di sua madre all’altro capo del telefono, rincuorata da quelle parole. Diversamente si sarebbe dovuto sorbire il dettagliato elenco di disturbi e farmacopee che affliggono la donna, la base di ogni suo prevedibile ricatto psicologico. Ma la signora Di Biasi può star tranquilla: suo figlio troverà sempre un po’ di tempo per lei; per la propria famiglia, giacché lei è tutto quel che ne resta. Quando divorziò dal secondo marito, Luca pensò che come unico figlio fosse suo dovere prendersi cura di sua madre. Una volta uscito di casa, si stabilì in un appartamento a due soli isolati di distanza. Passando spesso a trovarla, riceveva in cambio l’aiuto di Maria, la fidata domestica, e stock di camice stirate. Com’era prevedibile, la madre s’insinuò nei suoi ritmi di vita cercando di preservare il cordone ombelicale che li univa da sempre. Luca dovette imparare a tenerla a bada, o almeno era ciò che pensava di fare.
Fin da quando vivevano sotto lo stesso tetto Luca godette di un’apparente libertà d’azione. La madre pareva non interferire con le frequentazioni e le abitudini sessuali di suo figlio. Non s’oppose, non mostrò particolare ostilità, ma nemmeno risparmiò severità di giudizio nei confronti di qualsiasi ragazza Luca le presentasse. Evidentemente, nessuna sarebbe mai potuta essere all’altezza delle sue aspettative. Ma la battaglia, in realtà, era già persa in partenza, poiché agli stessi occhi di Luca qualsiasi donna non reggeva il confronto con sua madre. Tranne una, Jelena.
Jelena era una ragazza ucraina. Mamma a sedici anni, cresceva il suo bambino in un paese straniero, nel quale si faceva strada grazie alla propria bellezza. Prima di diventare modella, per quasi un anno aveva accudito un’anziana signora italiana: il suo passaporto per una nuova vita, per un mondo sconosciuto, ricco di opportunità. Le quali, però, dovette ben presto imparare, potevano costare anche molto caro. Lei e Luca si frequentarono per qualche mese. Ammaliato dalla sua bellezza, Luca scoprì l’incredibile forza d’animo di quella giovane donna, la profondità e l’autenticità dei sentimenti di cui era capace. In breve si attaccò a lei in modo ossessivo, morboso, soffocandola con le sue pretese inadeguate, la sua gelosia, i suoi atteggiamenti puerili. “Ho già un figlio cui badare”, si sentì dire più di una volta. Jelena giunse al punto di compatirlo, ma non poteva assolutamente permettersi di perdere tempo con lui. Quando capì che Luca non era l’uomo adatto per lei, fu in grado di rinunciarvi.
“Luca, sei ancora lì…?”, la voce di sua madre lo riporta al presente.
“Sì”, risponde calmo.
“Faccio una doccia, mi cambio e sono da te”, aggiunge. “Altro?”

I marciapiedi sembrano una colata d’asfalto, ma nulla, nemmeno la strada che si scioglie sotto i piedi sembra turbare l’isteria del traffico di fine giornata. Immerso in quell’aria densa, Luca pregusta il piacere di una doccia, ancora un semaforo e potrà trovare sollievo nell’isola climatizzata del suo appartamento. Scivola un’ultima volta lungo la fila di automobili ferme, con lui uno sciame di motocicli che si insinuano fra cofani e condizionatori accesi. Fermatosi, Luca gira lo sguardo: il barbone è ancora là, proprio di fronte a lui, piantato sul marciapiede in mezzo all’incrocio. Seduto sul suo trono di stracci e sacchetti di plastica, pare apatico, incurante delle persone che gli passano accanto. La sua posa ricorda quella di un Buddha. E’ enorme, peserà più di cento chili. Ha il viso gonfio, congestionato, stratificazioni di sporco gli macchiano la pelle e i vestiti. I pantaloni, lacerati in più punti, mostrano a tutti le sue sudice gambe divaricate. La canottiera, di un colore indefinibile, non gli copre del tutto il ventre lurido e dilatato. Ma come fa a non vergognarsi?, si chiede Luca. Non si accorge di come lo guardano? Che sta lì a fare? Non chiede nemmeno l’elemosina… In effetti, non si vede mai nessuno fermarsi e dargli una moneta o qualcosa. Lo straccione se ne sta lì, abbandonato al suo destino, senza chiedere niente. Ma non è affatto invisibile.

La stanza di Luca è chiusa a chiave, come sempre, ma lui sente l’esigenza di entrarci, vuol vedere che effetto gli fa. Ogni cosa è nello stesso identico posto in cui lui l’ha lasciata, tutto è fermo ad allora, come in una fotografia: il letto, la scrivania, gli scaffali pieni di libri e ricordi dei suoi viaggi, i trofei sportivi, i poster alle pareti… La madre vuole che tutto rimanga come prima che se ne andasse. Manco fossi morto, pensa, soppesando la testa di bronzo di un Buddha thailandese. Si siede sul letto, le molle cigolano un po’, da lì la stanza sembra più grande, il soffitto più distante e con esso i confini dell’immaginazione, delle possibilità. Si rialza subito con la sgradevole sensazione che il proprio passato lo avvolga alle spalle. Si avvicina allo stereo, rimuove il sottile strato di polvere che ricopre il coperchio del piatto, alza l’interruttore; le lancette retroilluminate dell’amplificatore ondeggiano per un istante in una breve danza sincronizzata, stabilizzandosi. Gira la manopola del volume gustando il sordo ronzio delle valvole che invade la stanza, poi estrae un paio di vecchi vinili da uno scaffale e li sfoglia distrattamente. Infine, decide di passare in rassegna le fotografie appese alle pareti e sulle mensole, un atto necessario. Una in particolare attira la sua attenzione, quella di un ragazzo abbronzato in riva al mare, capelli al vento, che fissa l’obiettivo sorridendo quieto. Luca la fissa a lungo. Il ricordo dei viaggi che ha fatto, i luoghi che ha visto, gli amici, le ragazze che ha avuto, nulla è in grado di uguagliare l’emozione di stare di fronte a quell’immagine di sé conficcata nel tempo. Stacca la cornice dalla parete, vuole vedersi meglio: la pelle bruciata dal sole, le braccia nude, l’espressione sorridente degli occhi, lo sguardo, il suo, intelligente e acuto, così… così sereno; pare che nulla possa turbarlo.
“Luca, è pronto…”, un richiamo dalla sala da pranzo lo sottrae bruscamente ai ricordi cristallizzati in quella stanza. “Arrivo”, risponde, chiudendo la porta della camera. In corridoio, riflessa in uno specchio, ritrova l’immagine di sé, oggi. E’ diversa da quella del ragazzo della fotografia, è più asciutta; la pelle del viso è più curata ma sottile, tesa. Lo sguardo è segnato da un marchio indelebile d’insofferenza. Che cosa gli è successo? Luca respinge con fastidio quella domanda, con un gesto meccanico riavvia i capelli che gli scendono sulla fronte, impreziositi da qualche filo d’argento. Osserva il taglio della sua camicia, la qualità del vestito giovanile e slanciato che indossa; tutta roba di sartoria. Ineccepibile, annuisce compiaciuto. Non può non compiacersi di ciò che vede. No, si dice, nei suoi occhi non c’è più traccia dell’ingenuità del ragazzo rinchiuso in quella stanza, al suo posto ora ci sono determinazione, sicurezza, la certezza che l’uomo riflesso in quello specchio sia ciò che ha sempre desiderato essere.

“Non mangi più? Non hai nemmeno toccato la carne…”
“Non ho più fame”.
“Sei silenzioso stasera, qualcosa non va? Preoccupazioni sul lavoro?”
“No, mamma, al contrario. Sto lavorando all’affare più importante dell’anno. E se le cose vanno come devono, fra qualche mese saremo ancora più quotati. E più ricchi, ovviamente”.
“Caffè?”, aggiunge subito dopo, cambiando discorso.
“Hai fretta di andare, Luca? Non mi racconti mai nulla di te…”
“Non iniziare, mamma, se ci fosse qualcosa degno di nota, ne saresti già al corrente, in un modo o nell’altro”. Si accende una sigaretta, espirando nervosamente dalle narici.
“Sei così suscettibile. Se chiedo, è per il tuo bene, lo sai. Vorrei tanto saperti felice”.
Così staresti in pace con la tua coscienza, pensa Luca fra sé.
“Che mi dici di quella ragazza…”, insiste la madre. “Come si chiamava?”
“Mamma, falla finita”, la interrompe Luca. “Parliamo un po’ di te. Non hai idea di quanti casi di divorzio stiamo trattando in questo periodo”. La fissa cinicamente.
“Sei ingiusto”, protesta lei. “Tua madre è l’unica persona a volerti veramente bene e questo tu non riesci ad accettarlo. Non capisco perché tu venga a trovarmi, se poi mi presenti il conto della tua indifferenza e del tuo rancore. Se è solo un obbligo, puoi fare a meno di venire”.
“Non cominciamo con i piagnistei che non è il caso. Le cose non stanno come dici tu e lo sai bene. Tu sei e resterai sempre mia madre, con tutte le conseguenze che questo comporta”. Discorso chiuso. Luca si volta e accavalla le gambe strofinando bruscamente i pantaloni col dorso della mano.
Mentre Maria raccoglie i piatti in silenzio, lui si alza e va in soggiorno, prende un giornale e inizia a sfogliarlo. La madre raggiunge la domestica in cucina e cominciano a parlare. Quando arriva il caffè? Si chiede Luca impaziente; si accende un’altra sigaretta.
Maria porta il vassoio con le tazzine e la madre, come d’abitudine, gli sottopone alcuni documenti: corrispondenza, lettere di assicurazioni, banche, scartoffie di cui da sempre lascia che sia il figlio a occuparsi. Mentre sfoglia quelle carte, Luca sente nuovamente su di sé lo sguardo accorato di sua madre.
“Insomma che c’è?!…”, sbotta.
“Vorrei che ti trovassi una donna”, dice lei. “Ogni uomo ha bisogno di una donna al suo fianco. Non sei più un ragazzino, Luca”, aggiunge in tono lamentoso. “Hai bisogno di qualcuno che ti stia accanto, che si prenda cura di te. Cosa ti frena? Cos’è che non va?”
“Ma da che pulpito!”, risponde lui con stizza. Poi si frena. Col passare degli anni la donna che ha di fronte sta diventando sempre più vulnerabile e ora è sul punto di piangere. Le si avvicina lentamente, non riesce a toccarla, ma lei lo abbraccia e lo stringe forte a sé, aggrappandosi. Per un po’ restano così in silenzio.
“Luca…”
“Dimmi, mamma”.
“Hai presente l’accattone dell’incrocio, quello che passa tutto il giorno sul marciapiede?”
Luca è spiazzato. Come diavolo può esserle venuto in mente quel tale, ora, si chiede.
“Sì, certo…”, risponde incuriosito.
“C’è una donna”, riprende lei, “l’ho vista con i miei occhi, più di una volta”.
“Sì,… E quindi?” Luca la invita a proseguire.
“Tutti i giorni, verso mezzogiorno, una donna si ferma a parlare con lui. Non è una donna qualsiasi. E’ una signora distinta, una persona elegante, molto fine. Per questo l’ho notata”.
“Va bene, mamma, con questo cosa vuoi dire?”
“La cosa strana…”, la madre scandisce le parole, come se stesse rivelando un grande segreto. “La cosa strana è che si comporta come se si conoscessero da tanto tempo. Sembrano, come dire… Sembrano intimi…”. “Intimi, sì”, ripete.
Luca prova a raffigurarsi la scena in silenzio.
“Voglio dire”, riprende la madre assorta, come se stesse assistendo in quel momento a uno di quegli incontri. “Quella donna non lo tratta come un poveraccio qualunque, dimostra rispetto nei suoi confronti. Si rivolge a lui come a un suo pari, come se fra loro vi fosse un legame, un legame affettivo…”
“Mi chiedo come possa sottoporsi quotidianamente al fetore che emana quel lurido straccione”, la interrompe Luca. “Strano, comunque”, aggiunge, “Ero convinto che non parlasse italiano. Mi era parso di sentirlo biascicare qualche parola in francese”.
“Non escludo che si parlino in quella lingua”, soggiunge la madre.
A un tratto Luca si sente a disagio in quell’abbraccio, in tutta quella confidenza. Se ne sottrae come se si scrollasse di dosso qualcosa. Dà un’occhiata all’orologio, raccoglie frettolosamente il soprabito e s’avvia verso l’ingresso.
“E’ ora che vada”, dice, aprendo la porta.