SANGUE RAPPRESO – VI

VI

(Sangue)

A Quarto il treno rallentò progressivamente e si fermò del tutto.
Nel tragitto Ester e le bambine avevano avuto modo di svagarsi, complice la vista da un finestrino in corsa di uno splendido paesaggio primaverile. Il mare, la Maremma. Pisa. Infine l’Appennino e l’alternarsi di buio e luce nelle gallerie. Le montagne liguri che si gettano a mare e grappoli di case che resistono, abbarbicate al loro dorso.
Nonostante tutto, quello che non era altro che un triste trasferimento assumeva a tratti il sapore del viaggio.
Per qualche ora Lina riuscì a dimenticare le spoglie della sua povera mamma, stivate in una cassa in coda al treno. Incuriosita, interpellava di continuo la balia, e non contenta si rivolgeva alle persone dello scompartimento. A suo modo anche Ester riuscì a estraniarsi dalle sensazioni, ancora vivide e opprimenti, del lutto e dell’agonia di Laura. Si volle convincere che, da dove si trovava ora, lo spirito della povera donna non le avrebbe abbandonate, ma anzi le avrebbe accompagnate e protette nel viaggio.

Giunti alle porte di Genova, però, il rallentamento improvviso del treno, seguito da una lunga sosta sui binari a pochi metri dal mare; infine la notizia che il convoglio avrebbe concluso il tragitto nella stazione di Genova Brignole anziché in Porta Principe. Ignari, i passeggeri si interrogavano sulle possibili ragioni di quel cambiamento, reso noto solo all’ultimo.
Nel frattempo il treno riprese a muoversi e percorse la tratta restante a marcia ridotta. Solo quando stavano entrando in stazione, con cautela, il personale del treno informò i passeggeri di quanto stava accadendo in città.
“Disordini, sì”, confermarono alle domande attonite e concitate dei viaggiatori. “Sono cominciati in piazza Annunziata, quando un corteo di scioperanti si è mosso in direzione del Municipio. Ma pare che si stiano propagando anche in altre zone della città.” Usarono il condizionale, erano informazioni frammentarie e incerte, telegrafate poco prima. “A Quarto ci è stato ordinato di non far proseguire oltre il convoglio. Stanno occupando i binari. Porta Principe non è sicura.”
I viaggiatori si scambiarono le stesse notizie nella speranza di cavarne qualcosa di certo. Alcuni ebbero paura. Non erano giorni sereni quelli, era noto a tutti.
Ester non capì un gran ché di quel che si diceva stesse accadendo in città. A volte nemmeno il significato delle parole che udiva, rese oscure dall’accento o dal dialetto. Intese però che il loro viaggio era compromesso: a quell’ora lei e le bambine avrebbero dovuto trovarsi in Stazione Principe su un treno in partenza per Milano. Come avrebbero potuto attraversare la città in quelle condizioni? E per di più con una bara!
Lina lesse l’inquietudine nel suo sguardo, preoccupata volle capire cosa stesse accadendo. “Siamo quasi arrivate. Prepariamoci a scendere”, minimizzò Ester. “Dai, da brava, prendi la borsa con le cose di Luciana…”

Attraversarono la stazione immerse in un vociare animato. Dei facchini si occupavano del bagaglio, Ester stringeva forte la mano di Lina chiedendole di affrettare il passo. Dovevano trovare una carrozza al più presto e non sarebbe stato facile.
Fuori dalla stazione la gente occupò in fretta le ultime carrozze rimaste e nessuno sembrava curarsi di Ester e le bambine, né della loro richiesta d’aiuto. Tutti sembravano rispondere a un unico comando in virtù del quale non davano più ascolto a nessuno. Per la prima volta Ester ebbe paura.
In quel trambusto, fu uno dei facchini che le aveva scortate fin lì a trovar loro un mezzo di trasporto. Caricata la bara, Ester lo ringraziò di cuore e gli sorrise franca, guardandolo dritto negli occhi, senza falsi pudori. Lui senza volerlo abbassò lo sguardo. In quel giovane viso incorniciato da robusti riccioli neri gli parve di riconoscere qualcosa di atavico, forte, sano. Ammirò il coraggio e la determinazione di quella ragazza, avrebbe voluto poter fare qualcosa di più per lei.

“Andiamo a Porta Principe”, disse Ester al cocchiere che la fissava dall’alto della cassetta.
“Voi siete matta!”, ribatté quello senza mezzi termini. “Non se ne parla, non c’è modo di attraversare la città oggi.”
“Dobbiamo. Vi pagherò il disturbo…”
“Non si può, è vietato. Ci sono i soldati, la polizia a cavallo.”
L’uomo sputò per terra e si voltò. “Porta Principe…”, sogghignò.
Ester insistette, ma il vetturino non sentiva ragioni, né pareva commuoversi di fronte alle condizioni delle viaggiatrici.
Lina lo osservava in silenzio, certa di non essere notata. La sua condizione di bambina talvolta l’avvantaggiava: gli adulti pensavano che non fosse in grado di capire e non le facevano caso. E lei, che conosceva bene il ruolo della bambina educata, sapeva esattamente quando non disturbare. In realtà agivano in lei quella sicurezza e calma interiori che i bambini traggono da una forma innata e incorrotta di saggezza. Quella che solitamente gli adulti definiscono incoscienza.
Fatto è che, dal quel suo privilegiato punto d’osservazione, Lina non coglieva forse appieno il senso della discussione in corso fra la sua nutrice e il signore seduto sul carro, ma di certo non si perdeva il minimo dettaglio del fare e dell’aspetto di quello. Il suo viso era una maschera scrostata e posticcia. Tutta la sua figura, nell’insieme, appariva trasandata, consunta e vecchia. Ma ciò che più la incuriosiva erano le rughe, brutalmente incise sulla sua pelle riarsa e spessa. Sul collo, poi, divenivano ancor più larghe, profonde e contorte, un vero e proprio reticolo in parte coperto dal fazzoletto che teneva annodato sulla camicia aperta.

Ester, nel frattempo, dovette cambiare atteggiamento e abbandonare per un momento la determinazione con la quale era solita affrontare le difficoltà. Fin da bambina era stata abituata a badare a se stessa, a non fidarsi di nessuno. Non la si convinceva facilmente e quella sua manifesta sicurezza, in barba all’età e all’aspetto che la faceva ancora più simile a una ragazzina, veniva a volte scambiata per arroganza.
“Vi prego, siate gentile, non possiamo perdere quel treno. Non abbiamo molto tempo. Vedete, la bara…”
L’insensibile vetturino parve non gradire che gli venisse rammentato l’entità del carico che trasportava e fece uno scaramantico gesto d’insofferenza.
“Non posso farci niente”, disse seccamente.
Diede un’occhiata alla bara blaterando qualcosa in dialetto. Sputò di nuovo.
Ester capì di non poter toccare le ruvide corde di quell’uomo e senza sprecare altre parole, né mancar di rispetto alla salma, che di certo non meritava d’esser trattata a quel modo, mise mano alla borsa.
Trattarono il prezzo finché giunsero a un compromesso.
Messi in tasca i soldi, il cocchiere fece segno a lei e alla bambina di salire a cassetta. Non perse tempo ad aiutarle.
“Non vi garantisco nulla”, disse. “Eviteremo la via del Municipio, le strade da quella parte sono chiuse. Passeremo per i vicoli.”

Si inoltrarono in un fitto di viottoli e slarghi, procedendo piano. A ogni crocevia il vetturino si fermava a controllare le strade in ogni direzione. La sua circospezione impose a tutti il silenzio.
Il viaggio attraverso la città assunse un che di spettrale. Oltre lo scalpiccio dei cavalli, di tanto in tanto, in lontananza, si avvertivano dei clamori, cui l’uomo faceva subito eco salmodiando nervosamente parole incomprensibili a fil di voce.
Ester avvertiva la sua preoccupazione e di riflesso stringeva più forte a sé la piccola Luciana, che fortunatamente sembrava non accorgersi di nulla.
Gli occhi neri di Lina sostennero lo sguardo apprensivo della balia. Le braccia lungo i fianchi, le mani ben strette al legno su cui era seduta, la bambina non si muoveva di un centimetro, né mostrava di aver paura.

Nel cuore della città le strade erano deserte. Attraversarono via Giulia senza incontrare nessuno. La gente si era rifugiata in casa, in ascolto, dietro persiane e portoni serrati.
Nell’avvicinarsi a un temibile crocevia udirono distintamente delle voci inneggiare in coro. Furono interrotte da un boato, forse uno sparo, ma dopo poco ripresero di nuovo. Poi ci fu un altro frastuono, più forte, seguito stavolta da urla scomposte.
Ester si sentì stringere il cuore: non sembravano umane. Voci e rumori si stavano avvicinando come un fronte solido, minaccioso, invisibile, quindi ancor più inquietante. Non aveva mai assistito a una sollevazione di piazza, ne aveva udito parlare, le aveva immaginate dai racconti degli altri. Ma improvvisamente ricordò una scena cui assistette da bambina, quando viveva ancora al paese, un frammento sepolto che pensava rimosso e che invece tornò alla sua memoria come uno squarcio.
Accorrevano tutti, uomini donne, anche i bambini. Le urla erano tremende, inumane. I loro volti deformati da smorfie irriconoscibili.
Avevano preso un uomo, uno straniero, l’avevano picchiato e trascinato in centro al villaggio. Ladro! Assassino! Ripetevano, mentre si facevano giustizia da soli. Non c’era bisogno di un tribunale: negli occhi feroci degli uomini e in quelli asciutti delle donne era già scritta la condanna. Ester li udì latrare come bestie, mentre lo colpivano e lo trascinavano per le braccia che già non si muoveva più.
Non seppe mai chi fosse e da dove venisse. Che lingua parlasse, che voce avesse. Era un uomo dalla carnagione e i lineamenti diversi dai loro. Che non reagì, non si lamentò. Non aprì bocca. Il suo sguardo non tradì paura, né pentimento. Non abbassò gli occhi di fronte al proprio destino.

Ester era solo una bambina, ma questo se lo ricordava bene.
Non era nessuno, le dissero. Aveva ucciso i cani e rubato il bestiame. Doveva pagare.
Il ricordo di quella torma di uomini e donne imbestialiti la turbò profondamente. L’idea che qualcosa di simile potesse perpetrarsi sotto gli occhi delle bambine le fece orrore. Sperò, pregò che tutto finisse al più presto.

Si affacciarono su via Carlo Felice. Il tempo di attraversarla e si sarebbero immersi in un reticolo di vicoli stretti, al sicuro da movimenti di folla. Ma furono il ringhio e la bestemmia del vetturino a farle capire che qualcosa d’inevitabile sarebbe accaduto comunque. Si voltò. Da destra un folto d’uomini correva verso di loro. Alle loro spalle, soldati a piedi e a cavallo.
“Una carica!…”, ruggì il cocchiere incitando i cavalli.
Imboccarono il vicolo di fronte a loro. Senza fermarsi, scartarono un paio di volte e si infilarono in una parallela di via della Maddalena. A metà altezza, l’uomo tirò le redini e muggì forte un oh-oh alle bestie, placando la loro corsa. Si fermarono.
L’uomo si voltò a controllare il carico, poi fissò Ester maledicendo il momento in cui aveva deciso di darle retta. Biascicò qualche parola, riflettendo sul da farsi.
Si trovavano a un centinaio di metri dal porto e dal mare. Si poteva sentire un’aria densa e salmastra risalire verso il cuore della città. Il suo respiro umido, il suo alito malato.
Di nuovo, da un vicolo sbucò improvvisamente un manipolo di uomini che correva verso di loro in direzione del porto. Alcuni avevano dei bastoni. Lina notò uno di loro, giovane, che, correndo a perdi fiato, portò una mano sul capo nel vano tentativo di trattenere un piccolo cappello di stoffa nero. Lo seguì con lo sguardo mentre superava il carro, scansando il muso dei cavalli.
Fu un attimo, un’irrimediabile quantità di tempo. Il cappello si staccò dalla sua testa e cadde a terra. Quando toccò il suolo il giovane era già diversi metri più avanti. Senza nemmeno fermarsi girò su se stesso, scivolò e quasi cadde a terra. Ma tornò indietro e raccolse ciò che aveva perduto. Alzò gli occhi, o forse si guardò semplicemente le spalle, ma allora Lina credette di incrociare il suo sguardo e di leggervi un fugace sorriso. In quel momento s’udì lo scalpitio dei cavalli che dal nulla irrompevano sulla strada e gli furono subito addosso. Nemmeno il tempo di capire, di urlare Attento!, che un tremendo colpo di sciabola calava dall’alto colpendolo il giovane alla testa.
Ester emise un grido disperato, Lina le si gettò in grembo affondandovi il volto.
Il cocchiere assistette alla scena impietrito. Il cavallo impennato, trattenuto a stento, il colpo sordo della lama. Il sangue che sgorga rapido dalla fronte e cola sulla guancia, sul mento, sulla camicia.
I soldati non si curarono di lui e del carro, intenti com’erano nel continuare la loro caccia. Ripresero tutti la corsa, senza voltarsi, né degnarono di uno sguardo il ferito che, lentamente, piegò le ginocchia e s’accasciò a terra.
“Oh, oh!! Leviamoci da qui, presto!…”, urlò il vetturino in preda al panico, agitando le redini.
“Ma quel poveretto!!” gridò Ester, fermandogli il braccio con la frusta. “Non possiamo lasciarlo qui, è ferito!!…” e senza aspettare risposta, scese dal carro a soccorrerlo. Il cocchiere bestemmiò.
“Salite, presto!! I soldati torneranno! Ne arriveranno degli altri!..”
In fondo alla strada ripresero i clamori.
“Per l’amor del cielo, signorina, non v’intromettete, non è affar nostro!” la spergiurò l’uomo. “Tornate su, o ne andremo di mezzo tutti!…”
Inutile tentar di dissuaderla, la vista del sangue per Ester fu come un ordine. Senza paura, strinse le mani del poveretto che, sconvolto, cercava di portarle al volto.
“Signorina! Tornate indietro!…”, insisté il vecchio.
A meno di cento metri, in S. Siro, aveva luogo un vero e proprio scontro. Uomini in abiti civili armati di bastoni contro le baionette dei soldati. Erano nell’occhio del ciclone.
Tamponando la ferita con un brandello della propria veste, con la forza della disperazione Ester aiutò il ferito a rialzarsi.
“Cosa fate?! E’ una follia!!…”, urlò l’uomo alla cassetta. Poi, non avendo alternativa, si decise finalmente a scendere.
Insieme issarono sul carro il ragazzo ormai privo di sensi e lo fecero stendere vicino alla bara.
“Siete pazza. Non riusciremo nemmeno a raggiungere l’ospedale…”, disse il vecchio. “Possiamo solo cercare di tornare indietro e levarci al più presto da questo inferno!…”
“Al porto…, al porto…”, gemette il ferito con un filo di voce, gli occhi chiusi e metà del volto coperta di sangue.
“Al porto! Portateci al porto!” ordinò Ester al cocchiere con il fuoco negli occhi.

Capitoli precedenti:

PRIMA PARTE
Cap. I (Prologo)
Cap. II (Fotografia)
Cap. III (Ester)
Cap. IV (Trincea)
Cap. V (Esodo)

SANGUE RAPPRESO – V

V

(Esodo)

La domenica di Pasqua i cavalli erano pronti all’alba.
Mirto montò sul carro e indirizzò uno sguardo d’intesa al suo vetturino, che da sotto annuì in silenzio, quindi agitò in aria il frustino e schioccò con forza. Gli animali partirono di scatto. Nell’impeto infransero il silenzio intorpidito che avvolgeva la corte, immersa nell’ombra umida del mattino. L’asse e le ruote del calesse stridettero, gli zoccoli dei cavalli rimbombarono sull’acciottolato, il carro passò sotto l’arco e prese a scivolare rumorosamente per le vie del paese al cospetto delle facciate mute delle case.
Lo aspettava un lungo viaggio e Mirto aveva fretta d’arrivare, di annullare la distanza e il tempo che lo separavano dalle proprie figlie.
Partì solo, non volle nessuno con sé, nemmeno Luigi, il vetturino e tuttofare, che si era offerto di accompagnarlo, rinunciando al giorno di riposo per il desiderio di veder ricomporsi, sebbene in parte, quella famiglia apparentemente distrutta. Non si trattava solo di uno slancio di solidarietà nei confronti del padrone, ma della volontà di onorare la memoria della povera signora Laura, che si era sempre mostrata così attenta nei confronti delle persone a servizio della casa. Sapeva essere rispettosa anche quando rimproverava qualcuno per un ordine o una commissione compiuti male. Mirto ne era consapevole e proprio per questo insistette perché lui e la governante prendessero la giornata di libertà. Quella sera voleva rimanere solo con le sue bambine. Se proprio avesse avuto bisogno di qualcosa, avrebbe chiesto alla balia. Nessuno, seppur con i migliori propositi, doveva intromettersi o turbare il momento del loro ricongiungimento, evento per il quale fino a poche ore prima aveva quasi perso le speranze.
In tutto questo, pur non ammettendo il proprio disagio, Mirto sapeva di muovere il piede sul ciglio di un dirupo. Come avrebbero reagito le bambine a quel cambiamento? Come si sarebbe comportata Lina, come l’avrebbe guardato? Che cosa gli avrebbe detto?
Sapeva di non poter controllare ciò che sarebbe accaduto nelle prossime ore. Si ripeteva che avrebbe preso in mano le redini della situazione, tuttavia si faceva strada in lui un’incertezza del tutto inusuale, il dubbio di non essere all’altezza.

Era una splendida giornata di primavera. In ogni paese le campane suonavano a festa, contagiandosi a vicenda in un aritmico passa parola che si propagava per la campagna. Una brezza ininterrotta teneva sgombro lo scudo lucido del cielo. A mezzogiorno tutto appariva ancora nitido, inciso nel vetro; sulle colline era un tripudio di alberi fioriti. Ma Mirto non si concedeva alla lusinga di quel bello, non lo vedeva, non ne godeva. Il suo sguardo era ostinatamente fisso sulla strada, come se esistesse solo quella. Nell’attraversare villaggi e coltivi incontrò solo qualche passante e qualche contadino di ritorno dai campi. Solo allora, per un breve momento, si distendeva la maschera contratta che aveva dipinta sul suo volto.
Viaggiò spedito, senza sosta. Concentrato, rannicchiato sulla cassetta del suo barroccio. Le redini ben strette, procedette senza dar tregua alle bestie.
Non si fermò per colazione, aveva con sé poche cose per un pasto di via. Schivo e riservato com’era, non amava indugiare alla tavola di un oste, né sostare in compagnia di sconosciuti in nome di un convivio forzato. Anche in società era solito sottrarsi agli obblighi dell’etichetta e a quegli eventi mondani, fortunatamente abbastanza rari, che pur sapeva di non dover evitare. In questo riconosceva le proprie radici, le consuetudini rurali del proprio ceppo, quel senso di concretezza e il gusto per la semplicità che da sempre lo facevano impermeabile a certi usi e costumi. Anche se, ammetteva, il mondo stava cambiando rapidamente e niente era già più come prima, egli rimaneva saldamente ancorato alle proprie origini. Il suo posto non era e non sarebbe mai stato nei salotti di città, ma sulla riva di un lago.

Giunto all’Adda fece una sosta e dissetò i cavalli. Tirò fuori una bisaccia che aveva preso con sé e mangiò del pane e un pezzo di formaggio all’ombra di un frassino osservando l’incedere calmo dell’acqua nell’ansa del fiume. Prese qualche sorso da un fiasco di vino. Un pranzo frugale il suo, in quel giorno di festa.
Cristo è risorto, battevano le campane che l’avevano accompagnato lungo il tragitto. Ma Mirto non sapeva gioire di quella Pasqua, lui che per riabbracciare le figlie andava incontro alla moglie morta. Pensò agli Ebrei d’Egitto la notte prima della partenza, alla carne amara mangiata in piedi, le vesti già cinte. Al macabro sigillo impresso sulle case che stavano abbandonando. Li immaginò mettersi in viaggio alle prime luci dell’alba. Un’alba di morte. Ma non per loro, che facevano la cosa giusta e in cambio ricevevano una nuova vita. Forse non erano solo superstizioni e storie da preti, si disse. Fissò i riflessi del sole sul fiume. Dove il luccichio era più intenso, l’acqua sembrava di cobalto. La vita e poi la morte; la morte, senza la quale non può esserci una nuova vita. Morire al peccato e a se stessi per ricevere la grazia e il perdono di Dio, dicevano i preti. Lasciare tutto e partire. Cambiare.
Di nuovo Mirto pensò alle sue bambine.
Chissà se Lina l’avrebbe perdonato.

Arrivò alla Stazione Centrale con buon anticipo, l’arrivo del treno da Genova era previsto entro un’ora. Si aspettava di trovare la stazione semi deserta a quell’ora del pomeriggio, ma lo scenario che si trovò di fronte era completamente diverso.
C’era un gran via vai di persone, dentro e fuori la stazione. Mirto dovette faticare per sistemare il calesse e i cavalli, la circolazione era resa più faticosa da una serie di transennamenti che deviavano la circolazione e limitavano l’accesso all’ingresso principale della stazione.
Mirto s’informò presso un passante sulla ragione di tanto trambusto. “Ma come, non sapete?” si sentì dire. “D’Annunzio, il poeta! E’ atteso oggi in città, c’è fermento da giorni. E non sarà solo, con lui ci saranno anche Prezzolini e Marinetti. E’ stato organizzato un incontro con la cittadinanza.” Visto l’espressione disorientata di Mirto, che era all’oscuro di quell’iniziativa, né s’aspettava d’assistere a un simile passaggio, il tale gli mise in mano la pagina di una gazzetta. “Tenete, leggete qui. Domani, in piazza Duomo. Ma sono previsti comizi anche a Genova e a Roma.”
Mirto lesse a fil di voce l’estratto di un intervento tenutosi qualche giorno prima: “Sarebbe vergognoso che l’unico socialismo in Europa a rifiutare le armi fosse quello italiano, quando l’andata al campo di tutti gli altri gli concede il più largo proscioglimento dagli obblighi di fratellanza… Ma io non so immaginare un Mussolini rifiutare di battersi contro l’Austria e credo che, finito l’ultimo comizio per la neutralità, i socialisti faranno il loro dovere…”
“Eccome, ha perfettamente ragione. E’ ora di prendere posizione, di fare un fronte unito”, disse l’uomo con enfasi. “Mussolini ha promesso…”, aggiunse. “E invece, guardate cosa sta succedendo… Non è ammissibile. Bisogna opporsi a un simile ricatto! Non possiamo permettere che qualche gruppo di ignoranti ci metta in scacco. Quel che sta succedendo a Genova è una vergogna!” Disse con sprezzo. “E’ il momento di essere uniti e lasciamo che…”
“Che significa?” Lo interruppe Mirto. “Spiegatevi, cosa è successo a Genova?”
“Ma allora non vi è giunta notizia!…” esclamò l’uomo. “Una sommossa!” E riferì di uno sciopero degli operai del porto che si protraeva da giorni. Era stata organizzata una manifestazione di protesta che aveva avuto luogo proprio quella mattina, il giorno di Pasqua. “Di questi tempi le piazze si riempiono facilmente, non trovate? Ma ciò che manca è un sano senso della patria, l’impegno per un bene comune…”
“Insomma, ditemi”, Mirto mise le mani sulle spalle dell’uomo. “Che cosa è successo?”
“La città è paralizzata. Già dalle prime ore di stamattina”, disse quello piccato, aggiustandosi la giacca. “Pare sia intervenuta la milizia. I manifestanti si sono sparpagliati per le strade. Ci sono stati degli scontri…” Mirto non aspettò che finisse e si diresse a uno sportello, dove ottenne la conferma di ciò che temeva: nessun treno aveva lasciato Genova da ore e quelli in arrivo erano stati bloccati alle porte della città. “Ma è proprio sicuro?”, proruppe. “Può verificare? Su quel treno viaggiano le mie bambine!”
“Dalle nove di stamane nessun treno è più partito o arrivato a Genova”, ripeté laconicamente l’impiegato. Poi qualcosa alle spalle di Mirto attirò la sua attenzione e si alzò per vedere meglio. Mirto si voltò. Una gran quantità di persone si stava accalcando su di una banchina.

C’era un brusio diffuso e concitato. S’udirono degli slogan. Mirto s’avvicinò. “Eccolo, arriva, da Bologna…”, sentì dire. Il vociare sempre più insistente si chetò improvvisamente quando il treno si fermò sbuffando rumorosamente. Nel silenzio generale s’udirono aprirsi le porte delle prime carrozze. “Viva il Vate!”, gridò qualcuno. In quell’istante vennero gettati in aria dei pezzi di carta, coriandoli o forse dei volantini. A distanza, incredulo, Mirto riconobbe la figura di D’Annunzio esitare sul predellino della prima carrozza, gustandosi il bagno di folla. Sorrise amabilmente mentre salutava la folla. Ma nel suo sguardo c’era qualcosa di ironico, di beffardo. Portò due dita alla tesa del cappello e le staccò simulando un saluto scanzonato.
Ecco il Vate, il poeta, l’intellettuale, colui che è in grado di influenzare l’opinione e il sentimento collettivo, colui che indica la via, eccita le menti, incendia i cuori. Ma prima di tutto, ecco l’uomo, quello che fa discutere, che insidia i cuori delle donne. E tutto questo sarebbe racchiuso in… quell’ometto?
Potendolo vedere dal vivo e constatarne la modesta statura, le movenze così poco autoritarie, Mirto provò una sorta di delusione.

L’approdo del poeta nella capitale lombarda fu siglato da una breve arringa alla folla radunatasi sulla banchina. Mirto non poté udirne le parole, ma colse la luce sagace che brillava nel suo sguardo. Occhi scuri e inquieti, indomiti. La forza di quell’uomo, pensò, trapelava dallo sguardo. Poco dopo, però, D’Annunzio scomparve alla sua vista, sommerso dal folto della folla che lo accompagnò verso l’uscita sul Piazzale della Stazione, dove lo attendeva l’elegante automobile di qualche facoltoso ospite milanese.
Riavutosi da quella visione, Mirto s’accorse che lo sportello alle sue spalle era stato chiuso e l’impiegato s’era defilato. Contrariato e indeciso sul da farsi, scese svogliatamente la scalinata dove era appena passato l’illustre personaggio. Fece a tempo a raggiungere lo strascico che lo seguiva elettrizzato, quasi non vedesse l’ora di gettarsi nell’era di emancipazione e eroismo di cui il poeta si definiva il portavoce.
Intravide la vettura con a bordo D’Annunzio allontanarsi rumorosamente, mentre parole e slogan rimpallavano fra i presenti, rinviando al comizio previsto per il giorno successivo. Infine il fuoco divampato in un attimo, si estinse altrettanto rapidamente e la folla si disperse come la scia di polvere e eccitazione sollevata dall’automobile. Quell’uomo ha il potere di creare e distruggere in un attimo, realizzò Mirto, Eros e Thanatos.

Esitò per qualche istante, dimentico del proprio destino e di ciò che l’aveva condotto in quel luogo nel giorno di Pasqua. Tornata la calma e il silenzio, si ricordò del baroccio e dei cavalli che lo attendevano in un ricovero temporaneo. Tornò all’interno della stazione con l’intenzione di farsi dare delle risposte precise e decidere il da farsi. Fu allora che vide per la prima volta quell’uomo. Non l’avrebbe notato, sulle scale, se quello non l’avesse urtato inavvertitamente con la sua sporta. Fu solo un colpo leggero, il fagotto doveva contenere qualcosa di molle, forse degli indumenti. Mirto si voltò d’istinto per scusarsi col passante prima ancora che lo facesse lui, anche se aveva l’impressione ch’egli avesse sbandato o cambiato direzione apposta per andargli contro, nonostante sulla gradinata ci fosse abbondantemente spazio per entrambi. L’uomo si voltò appena senza guardarlo, gli rivolse solo un’occhiata di sbieco, quasi fosse un fantoccio o un tronco d’albero, un qualsiasi ostacolo inanimato sul suo cammino. Mirto non poté fare a meno di notare l’arroganza e la maleducazione dell’individuo, lo sfacciato distacco col quale aveva ostentato il suo indifferente disprezzo. Era un poveraccio. Prima che sparisse al suo sguardo, Mirto ne osservò gli abiti sporchi e sdruciti, le calzature logore, dalle quali spuntavano le caviglie nude. Portava un cappello di fustagno largo e floscio, piegato di lato. La borsa di stoffa che portava sotto il braccio doveva contenere pochi cenci messi insieme, forse tutto quello che aveva.

Giunto all’ufficio informazioni, attese pazientemente finché non gli venne data risposta. Con rammarico e preoccupazione dovette apprendere che a Genova manifestazioni e disordini si erano estesi ulteriormente, in alcuni punti erano stati occupati i binari e quel giorno dalla città ligure non sarebbe più partito alcun treno. Mirto se ne dovette fare una ragione e quando erano ormai le sei di sera, decise di cercarsi una stanza d’albergo nei pressi della stazione. Chiese a un garzone di occuparsi del carro e delle sue bestie finché non avesse fatto ritorno, ma quando cercò una moneta per il disturbo, si accorse di non avere con sé il portafogli.
“Com’è possibile?!” Cercò invano nelle tasche della giacca, in quella della mantella e infine nella bisaccia che teneva sul carro. Nulla. Costernato guardò il ragazzo in cerca di risposta, come se dovesse essere scritta sul suo volto. Il garzone, dal suo canto, non poté trattenere un sorriso, poiché aveva davanti a sé un uomo perso. Mirto imprecò. “L’avevo con me, ne sono certo…”, ripeté più volte ad alta voce. “Anche questo! Non è possibile!”
S’arrese infine all’evidenza. Allora si ricordò dell’uomo che aveva incontrato sulle scale e subito gli fu tutto chiaro. “Sono stato derubato!” Esclamò. In balia degli eventi, fu colto da un irritante senso d’impotenza.
“Dov’è la stazione di polizia più vicina?” Chiese al ragazzo dopo un momento.

La caserma più vicina si trovava a poche centinaia di metri da lì, ma, aggiunse il ragazzo con quel suo sorrisetto ironico, Mirto non avrebbe faticato a trovare qualche poliziotto sulla via. In quei giorni erano stati sguinzagliati in tutta la città, ve n’erano anche di quelli in borghese, li si poteva trovare ovunque, mescolati alla gente comune.
Mirto fece per incamminarsi verso il commissariato di zona, quando, alle sue spalle, udì dire a una voce: “Signore, permettete? Credo abbiate bisogno d’aiuto…”

Capitoli precedenti:

PRIMA PARTE
Cap. I (Prologo)
Cap. II (Fotografia)
Cap. III (Ester)
Cap. IV (Trincea)

SANGUE RAPPRESO – IV

IV

(In trincea)

“Sedici anni! Buon Dio, una ragazzina di sedici anni?! Come hanno potuto pensare di affidare le mie bambine e le spoglie della loro povera madre – Dio ne abbia misericordia -, a una ragazzina?!… Dite, avete inteso bene?…”
Mirto uscì dall’ufficio postale stringendo quel che restava del foglio che aveva accartocciato sotto gli occhi del telegrafista. Era indignato.
Non aveva mai nutrito particolare stima nei confronti della cognata e quel giorno aveva avuto la conferma dell’irresponsabilità e dell’inadeguatezza di quella donna. Per mesi e mesi non l’aveva degnato di una risposta e, anzi, aveva volutamente ignorato i suoi reiterati tentativi di mettersi in contatto con Laura. Nessuna risposta alle numerose missive inviatele invitandola, via via implorandola di avviare un dialogo. Nulla. Non una parola scritta da parte di Laura, né tanto meno un aiuto da parte di Adele, che, certamente prevenuta, aveva eretto un muro d’ostilità e silenzio nei suoi confronti. Mirto, all’inizio, non si sarebbe certo aspettato qualcosa di diverso da parte di sua moglie. E questo poteva anche accettarlo. Ma pensava di trovare almeno un piccolo supporto, uno spiraglio di fiducia, se non proprio un alleato, nella cognata o in suo marito.
“Franco non ha polso, è perfettamente succube dei voleri di quell’arpia…”, ringhiò, avviandosi verso casa. “Dovevo immaginare…” Ed io?, si chiese però subito dopo, Cosa avrei dovuto fare?

Quale condotta avrebbe dovuto tenere Mirto, rispetto a ciò che effettivamente fece? Questa era la domanda. Se la pose una volta ancora, anche se tardivamente. Era destinato a farlo infinite volte. E ancora una volta provò a darsi una risposta. Da solo. Non si poteva dire che in questo l’avessero mai aiutato, nemmeno le persone a lui più vicine. I suoi fratelli infatti gli manifestarono una solidarietà schietta e determinata, ma muta. Si schierarono, fecero scudo, certo. Eressero la loro barricata e fecero in modo che Mirto vi occupasse il suo posto. Non poteva essere diversamente. Bisognava arginare, fare fronte. Alla situazione, all’onta, all’insulto, alla vergogna. Al dolore? No, non ce ne sarebbe stato. Né dolore, né debolezza. E non bisognava porsi troppe domande, ragionare. Prima di tutto, prendere posizione. Fermamente.
Il fatto che Laura fosse uscita di casa, che avesse abbandonato Mirto, che gli avesse sottratto le figlie, era qualcosa di inconcepibile, di ignobile. Andava semplicemente rigettato, rinnegato. Diedero tutti per scontato che Mirto reagisse allo stesso modo all’affronto di quella donna e all’assurdità di quella situazione. Egli, poi, sarebbe stato assolutamente in grado di venirne a capo e l’avrebbe fatto nel migliore dei modi. Ne erano certi. Mirto era nel giusto, era fuori discussione. Sapeva lui come mettere a posto quella là.

Quella là. Così, in paese, si prese a dire di Laura. Va detto che alcuni non le avevano mai tolta l’etichetta di forestiera, quasi si trattasse di un marchio indelebile, quasi la considerassero una straniera a tutti gli effetti. E a dire il vero Laura aveva ben poco da spartire con quelle persone. Era una mosca bianca fra le donne del paese, un oggetto luminoso nel buio. L’intelligenza, la singolarità del suo sguardo si coglievano da subito. Non era solo un fatto d’istruzione, di educazione o abitudini differenti, di classe. Era il suo modo di essere, di vedere. Laura soffrì da subito le abitudini, i modi di quella gente: erano rigidi, severi, ombrosi, come il clima della loro terra. Provinciali, gente di paese, d’accordo, ma Laura non riusciva proprio ad accettare quella loro esasperata forma di chiusura, la loro supina rassegnazione. Come si poteva sperare che soffiasse un vento di novità su quelle teste perennemente rivolte a terra? Chinavano il capo senza discutere, nulla poteva scalfire il loro pregiudizio. Bigotti, stolti, ascoltavano e mettevano in pratica unicamente ciò che l’istituzione o una tradizione indiscusse, o l’esortazione impartita dal pulpito di una chiesa imponeva loro di fare. Laura non era figlia di quella cultura, non poteva stare nella parte di chi si sottometteva. E non sopportava che lo facesse suo marito.
Mirto non amava e in certa misura s’opponeva alle esplicite prese di posizione di sua moglie. Erano scomode, lo mettevano in difficoltà, in imbarazzo. Tuttavia, benché quella fosse la sua gente e il loro ruvido idioma la sua stessa lingua, benché le loro origini, le loro abitudini e convenzioni fossero anche sue, egli non poteva nemmeno negare le ragioni e le idee di Laura. La sua indipendenza, quella straordinaria capacità di capire le persone l’avevano colpito e attratto dal primo momento. Non poteva ammetterlo apertamente e non ne faceva parola con nessuno, ma Mirto capiva e in fondo condivideva l’intolleranza e l’irrequietezza di sua moglie. Ma non poteva appoggiarle. Non gli era possibile, non nell’immediato. Col tempo, forse.

Ne discussero qualche volta, ma con fatica. Fu la punta paziente e ostinata della volontà di Laura a incidere il silenzio granitico del marito. Ancora qualche giorno prima dell’improvvisa partenza, provò ad abbattere il muro della sua incapacità di esprimere il proprio sentire, di aprire gli occhi, di ammettere, di cambiare. Ma non le riuscì. Cedette, lasciò la presa. Forse fu solo un ultimo disperato tentativo di ottenere la risposta che attendeva, che non arrivò. E allora partì e portò con sé le bambine, la gioia di quella casa.
Fu troppo. Questo Mirto davvero non se l’aspettava. Fu un tradimento, un affronto. Venne prima l’onda bruciante dell’offesa, solo dopo l’amara risacca del dispiacere. Dopo l’umiliazione e la rabbia venne il vuoto, il senso d’abbandono. Una solitudine  imposta che sedimentò lentamente in un dolore profondo, solido, impenetrabile. Egli lo portò con sé, in trincea. In quel solitario silenzio la lacerazione crebbe e prese coscienza di sé. Mirto dovette prendersene cura, custodirla, proteggerla dalla curiosità e dal vendicativo spirito di solidarietà dei suoi familiari. La curò, la cullò, la coltivò. Solo così poté timidamente cominciare ad alimentare una tacita speranza. Perché Mirto amava sua moglie e riuscì a comprenderne l’intenzione, la richiesta. Oltre le barriere del proprio orgoglio, ad un livello più inconscio ma vero, egli seppe il dolore e l’amore di Laura. Volle cogliere allora l’opportunità ch’ella gli offriva di riparare, dimostrarle di aver capito, di poter percorrere la via che gli stava indicando.

Raccolse il proprio fardello senza protestare. Assunse il proprio compito in nome di un insospettabile senso di colpa che progressivamente si fece largo in lui. Nel silenzio della trincea trovò il coraggio di affrontare una possibile riconciliazione. Scrisse una prima lettera, non ne fece parola con nessuno. Attese. Attese un segnale, anche un piccolissimo segnale di disgelo, che non arrivò. Scrisse di nuovo. Poi ancora, e ancora. Nessuna risposta.
Accolse quel rifiuto. Non scrisse più e attese, di nuovo, attese se stesso. Si diede il tempo e il modo di vincere il proprio orgoglio. Lo scavò, lo scalzò lentamente, giorno dopo giorno. In questo le malelingue del paese e la miope intransigenza dei suoi familiari non gli furono certo d’aiuto. Pensavano di proteggerlo, di rinsaldarlo, quando in realtà Mirto stava prendendo le distanze da loro e da tutto ciò che rappresentavano. Si stava affrancando. Fronteggiava quotidianamente la tentazione di sottrarsi a ciò che Laura gli stava chiedendo. Ma nonostante tutto, un muto, faticoso cammino di conversione stava avendo luogo dentro di lui.
Ma non ebbe il tempo di giungere a termine.

La lettera con la quale Adele lo metteva al corrente delle ormai gravissime condizioni di salute di Laura lo paralizzò. Non era preparato, come avrebbe potuto?
Spiazzato e trafitto, quando ormai si stava convincendo a compiere l’ultimo passo: raggiungerla, chiederle di perdonarlo. Riconquistare la sua fiducia.
La volontà di Dio, disse qualcuno, ma Mirto non accettò la sentenza, né volle dare un nome al proprio dolore. Non ebbe che qualche giorno per capacitarsi di cosa stesse accadendo. Laura stava morendo. Era l’epilogo, la fine. Ed ecco che tutto gli apparve sotto una luce diversa. Il silenzio dei mesi d’attesa divenne crudele, schiacciante, come un macigno. Si chiese se partire per Roma, tempestivamente. Ma qualcosa lo frenò. Fu sempre lei, Laura, a impedirglielo. Il suo dolore, il suo soffrire per mesi da sola, in silenzio. Senza ammetterlo, senza concedergli la possibilità di compatirla. Non lo riteneva degno. E forse davvero non lo era. Ebbe paura. Di prevaricare, di ferire. Si sentì sporco, abietto. Pensò a lei, o forse pensò ancora una volta a se stesso. Si disse che nulla avrebbe più potuto cambiare il corso degli eventi.

Laura era morta ormai. Un velo di lacrime gli offuscò la vista. Si sorprese di poter piangere ancora. La solitudine, l’isolamento, pensò, l’avevano infragilito. Avesse almeno potuto parlare con qualcuno, liberarsi.
Troppo tardi, continuava a ripetersi.
E le bambine, che ne era di loro? Come potevano affrontare da sole tutto questo?
Che aspetto avrà avuto ora la piccola Luciana? Non la conosceva nemmeno…
Gli mancavano. Gli erano mancate tanto! Ora lo sentiva terribilmente. Come aveva potuto restar lontano da loro per così tanto tempo?!
“Cosa gli avranno detto?” Immaginò l’ira di Adele, di Franco. Il fronte del giudizio. Poteva udire le loro parole, colme di risentimento, d’estraniazione, di delegittimazione.
“Povere piccole, tornerete da vostro padre. Vi farà vedere lui il bene che vi vuole! Ma dove saranno ora?” Si chiese. In viaggio, già, in viaggio…
“Una ragazzina! Perdio, una ragazzina!” Sbraitò mentre affrettava il passo.
Ma solo un attimo dopo, quel volto corrucciato trasfigurò in un incontenibile sorriso: finalmente avrebbe riabbracciato le sue bambine.

Capitoli precedenti:

PRIMA PARTE
Cap. I (Prologo)
Cap. II (Fotografia)
Cap. III (Ester)

SANGUE RAPPRESO – III

III

(Ester)

 
 
 
TBC, tubercolosi, un intero dramma riassunto in tre lettere. Asciutte, spietate. Hanno l’effetto di un verdetto, di una condanna, quella che, inesorabile, in poche settimane si portò via Laura. Nulla poterono il vento mite d’inizio primavera, né l’aria del mare di Civitavecchia, dove la povera donna fu presto trasferita, aprendo anticipatamente le imposte della residenza estiva di famiglia. E nulla poté lenire lo strazio delle sue ultime ore, vissute nell’apnea di un respiro affogato, sommerso. Meglio sarebbe stato per lei sprofondare nei flutti screziati del mare, che nella veglia poteva intravedere da una finestra, piuttosto che esaurirsi in quel refolo umido e sottile, sempre più faticoso, tanto da trasformarsi in un sibilo, un ultimo spasmo macchiato di sangue.
 
Le bambine seguirono la mamma in quella che prima di allora era stata solo una casa di vacanza, un’isola felice e assolata dove trascorrere giorni di svago. Ma le condizioni di Laura si aggravarono rapidamente e fu loro consentito di  trascorrere con lei intervalli di tempo sempre più limitati. Adele, infatti, pensava di sottrarle a un ingiusto tormento negando loro la vista della sofferenza della madre. Ben presto, quindi, vennero affidate alle cure di una balia.
Da quel momento fu Ester, una giovane nutrice romana, a soddisfare i bisogni della piccola Luciana e a passare i pomeriggi con Lina, giocando con lei in giardino o passeggiando in riva al mare. Lei e la bambina parlavano molto, talvolta discutendo animatamente. Era lei la prima a rispondere alle sue innumerevoli domande, lei che affrontava le sue dolorose esplosioni di rabbia. Finché, alla morte di Laura, fu deciso che fosse proprio la giovane balia ad accompagnare le bambine nel loro lungo viaggio verso nord e la casa del padre, insieme alle spoglie della loro povera mamma.
 
“Bada almeno a far bene il tuo dovere!” Le raccomandò più volte Ernestina, l’anziana domestica di famiglia. “Povere bambine, hanno già sofferto tanto.” Aggiungeva protestando inutilmente. “Non poteva venire il padre a prenderle, invece di starsene lassù, immerso nei suoi affari? Ma no, il signore non si muove! Lui dà gli ordini, quello sì che è capace di farlo. Si preoccupa solo di farle dire un bel funerale. E basta. Si lava la coscienza. Con così poco! Dio di misericordia… Povera donna. Così giovane, così sfortunata…” Sospirava segnandosi. “E te?! Una ragazzina, sola, in viaggio con una bara…” Scuoteva la testa alzando gli occhi al cielo.
Ma Ester, a differenza dell’anziana governante, non si faceva impressionare facilmente. Con un’alzata di spalle – ardita agli occhi di quella – si scrollò di dosso gli umori e i presagi ispirati da un viaggio in compagnia di una morta.
Giunta a Roma dalla Ciociaria che era ancora bambina, attaccata alle vesti della madre, divenuta presto sguattera e servetta nelle case dei signori, Ester aveva conosciuto il mondo dal basso, apprendendo ben presto quale fosse il posto a lei riservato e l’ampiezza del proprio orizzonte. Sedici anni, madre di un bambino sottrattole con la forza, che forse non avrebbe più rivisto, Ester era un bocciolo di donna germogliato in fretta.
La tragica morte di Laura, però, le concedeva forse un’occasione. Quella di intraprendere una strada nuova, lontano da lì, al nord, in luoghi a lei sconosciuti. Sebbene corresse il rischio di ritrovarsi al punto partenza – ne era consapevole, valeva la pena tentare. Questo andava ripetendosi. Ed era ciò che sentiva veramente, non un modo per sfuggire i cattivi pensieri o la superstizione delle altre persone a servizio della casa.
 
Fu così che la domenica di Pasqua, di prima mattina, Ester e le due bambine si trovarono sulla banchina della stazione di Civitavecchia in attesa del treno che le avrebbe condotte a Genova. Una volta arrivate lì, avrebbero preso un secondo treno alla volta di Milano, dove finalmente avrebbero trovato Mirto ad attenderle.
Era il primo viaggio in treno per la giovane balia, e per una tratta così lunga per giunta, lei che una volta arrivata a Roma non ne era mai uscita se non per brevi tragitti fuori porta in barroccio. Ma la ragazza, forse incosciente, di certo non istruita e nemmeno così ammaestrata, non soffrì mai simili timori. C’era ben altro di cui preoccuparsi.
Roma era tutta un fermento. Ester non sapeva né leggere, né scrivere, ma capiva benissimo cosa recitava la carta stampata nelle mani di chi era in grado di farlo. Così come le scritte a caratteri cubitali sui muri e le porte dei palazzi, nelle scuole, nelle botteghe, all’ingresso delle piazze e dei mercati. La guerra era imminente, la gente ne parlava per le strade animandosi, sempre di più. Gli sguardi infervorati degli uomini radunati nelle piazze, il levarsi di voci, di cori, le braccia alzate e i pugni tesi; quelli sì, le mettevano paura. Forse là dove sono diretta non è come qui, si augurava. Ma non le era dato saperlo. Quando poteva, ascoltava i discorsi dei padroni e partecipava in silenzio alle discussioni delle persone che frequentavano la loro casa. Negli ultimi tempi, però, con l’aggravarsi del suo male e il progressivo preannunciarsi della morte, le attenzioni di tutti erano state rivolte alla povera signora malata. Di fronte al livido pallore di quel bel volto trasfigurato, ogni altra cosa sembrò d’un tratto incredibilmente distante.

Ester conobbe Laura che era già molto malata e le veniva ormai proibito di allattare la sua seconda. Non seppe mai le ragioni del suo ritorno a Roma, da sola, lontano dal marito e dalla loro casa. Le fu fatto intendere che fosse per via della malattia, nella speranza che un clima più mite potesse aiutarla a guarire. Ma Ester non si bevve mai quella verità posticcia ed ebbe presto accesso a un’altra: le bambine.
In breve stabilì con entrambe un legame viscerale, profondo. La piccola Luciana le s’attaccava al seno con grande voracità e Lina vedeva in lei una persona di cui poteva fidarsi. Ester per lei non era una sostituta, un’estranea con il mero compito di prendersi cura di lei e della sorellina. Lina provava per lei un sentimento di vera e propria sorellanza. Ester, cresciuta in fretta, mamma a soli quindici anni, nonostante tutto era ancora in grado di capire il suo animo di bambina, e in fondo lo era un poco anche lei. Sognatrice, entusiasta, piena di vita. Sempre sorridente, con quei suoi denti larghi, bianchissimi, che contrastavano la carnagione bruna e i foltissimi capelli neri, ricci, addomesticati a mala pena dall’ampia fascia di lino che le scendeva fin sulla fronte. Conservava intatta una curiosità ingenua, un candore che non mostrava a nessuno, se non a Lina, a lei soltanto, in segreto, al sicuro da occhi e orecchi indiscreti.
Ester e Lina non faticarono a fare amicizia, anzi divennero presto confidenti e compagne.
 
Il naturale affezionarsi delle bambine alla balia infuse nella loro mamma una serena fiducia, frutto della convinzione che in quel modo, forse, non avrebbero percepito per intero il tragico distacco cui erano destinate. Dal suo canto, Ester nutriva per Laura affetto e devozione sinceri. La compativa, al punto da ritrovarsi spesse volte con le lacrime agli occhi e la necessità di nascondere alle bambine la grande tristezza che la sua condizione le suscitava. Era come se nel dolore di quella donna Ester ne presentisse uno più grande, universale, un dolore che toccava e coinvolgeva tutti, anche lei.
Vederla spegnersi progressivamente fu straziante. Ma fino all’ultimo Laura preservò una forma di pacata, dolce riconoscenza nei confronti di chi le era vicino. Era sorprendente il contegno, la fiera eleganza con cui fronteggiava la morte. La nobilitava. Nobilitava la morte, sì, quella morte rea, ingiustificata e abietta che agli occhi di Ester destava sdegno e paura. Lei che voleva vivere, più di ogni altra cosa.
Il giorno in cui Laura morì, pensò che la morte non era un arcano mistero e nemmeno la lama spietata di una falce. Erano fragili dita incrociate sul petto. Occhi chiusi, in rilievo, sul marmo gelido di un volto. Occhi che guardano altrove, lontano, dentro di sé.
Il giorno dopo le venne ordinato di compiere quel lungo viaggio. Era una prova, un segno del destino. La volontà del Signore, disse Ernestina. Un’opportunità, pensò Ester. Partire significava frapporre una distanza fra sé e i luoghi di un’infanzia di povertà e sottomissione; qualcosa in cui Ester, forse inconsapevolmente, riversava la speranza di lasciare il passato alle proprie spalle.
Partiva, dunque. Lasciava una vita nella speranza di cominciarne una nuova.
 
“Mamma ci può sentire adesso?” Lina fissava la bara, una semplice cassa disadorna, lo spoglio mezzo che riportava a casa il corpo della sua povera mamma.
“Mamma è in cielo ora”, le rispose Ester.
“Certo che ci sente”, aggiunse subito dopo. “Ascolta la voce degli angeli del cielo, così come ascolta noi che parliamo, o il canto degli usignoli.”
“Ma come fa, se è chiusa lì dentro?”
Ester non rispose.
La luce intensa del mattino illuminava la bara per metà, rivestendola di un bianco accecante. Ester vi immaginò all’interno il corpo della povera donna composto per quel lungo viaggio. Si chiese se sarebbe stato in grado di sopportarlo.
 
 
 
 
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PRIMA PARTE
Cap. I (Prologo)
Cap. II (Fotografia)

SANGUE RAPPRESO – II

II

(Fotografia)

 
 
 
«Laura è mancata oggi, dopo travagliati giorni di straziante agonia. Siamo affranti, distrutti. Stretti in quest’immenso dolore, ci rimettiamo ai Vostri doveri di marito e di padre.
F. e A.»
 
 
Anni addietro, a La Spezia, Mirto conobbe la donna che sarebbe diventata sua moglie. Era un giorno d’estate, il primo di un’insperata vacanza. Di famiglia borghese, agiata – il padre era un attivo commerciante di tessuti, istruita, colta, Laura era una donna estremamente attraente ed egli se ne innamorò dal primo istante. E ancora l’amava, se solo fosse stato in grado di dimostrarlo. Ma questa era una cosa che sapeva di non possedere, né d’aver mai appreso. Se ne innamorò, conquistò il suo cuore, le offrì la sicurezza di una vita agiata e la condusse nella propria terra, a Sarnico, sulla riva di un lago sottile e profondo, scura ferita inferta dal ghiaccio in un costato di livida roccia. In quei luoghi, così diversi, lontano da casa, dalla sua città e dal mare, nel nord della provincia lombarda che ancora non conosceva, Laura venne presa in sposa. Era un inverno umido e ostile, di un freddo subdolo, penetrante, mitigato appena dal lago, unico sollievo. Laura fu moglie e poi madre orgogliosa dei figli di suo marito, cui avrebbe tanto voluto dare un erede. Ma non smise mai di essere donna. Affascinante, volitiva, moglie devota, rispettosa, mai sottomessa. Amava suo marito, ma non mise a tacere il bisogno d’essere libera di farlo a modo suo.
 
Avevano avuto giorni felici. Quando l’aveva al suo fianco, nelle piacevoli passeggiate domenicali per le vie del paese, sul lungo lago e per i sentieri che costeggiano le prime anse dell’Oglio, Mirto rispondeva radioso ai saluti e agli omaggi di chi incontravano. Le stringeva allora la mano inorgoglito, mentre Laura, da sotto l’ombrellino, con fare dolce e maestoso, sorridendo piegava appena la testa mostrando la linea morbida del collo, impreziosita da un nastro di pizzo. Si diceva che erano una coppia stupenda e che non vi fossero ombre sul loro futuro. Del resto, si sa, salute, malattia, figli, prosperità, si era tutti nelle mani della Provvidenza.
Negli ultimi tempi, tuttavia, gli affari di Mirto avevano avuto delle brusche battute d’arresto, dovute a difficoltà sempre crescenti nei rapporti con i consolidati clienti austriaci, uomini d’affari e membri delle istituzioni che fino ad allora avevano dato credito e fiducia indiscussi alla sua impresa e alle sue capacità individuali. Ma lo scoppio della guerra in Serbia, la reazione delle alleanze e il rapido moltiplicarsi dei fronti, per non parlare della sempre meno credibile neutralità del Regno d’Italia, stavano rovinando ogni cosa. I giorni in cui suo padre veniva ricevuto all’alba dall’Imperatore in persona per discutere di un nuovo progetto per l’acquedotto di Vienna, sembravano ormai incredibilmente lontani. Ogni cosa adesso veniva messa in discussione, ovunque venivano trovati impedimenti e cavilli di carattere burocratico e legale, anche sui contratti e gli incarichi già acquisiti. Le frontiere erano ormai un limite quasi invalicabile; alcuni cantieri, diventati pericolosi e impraticabili, di fatto avevano dovuto essere abbandonati. Gli italiani erano ormai ritenuti ostili e la loro politica internazionale sempre più ambigua. Né il conflitto dava l’impressione d’esaurirsi nei tempi che i capi di stato avevano inizialmente propagandato. Anzi, tutto lasciava presagire il contrario: la progressiva degenerazione, l’espandersi a macchia d’olio della morsa paralizzante che nei paesi coinvolti avrebbe richiamato sempre più uomini dalle città e dalle campagne per condurli al fronte. Da molti il coinvolgimento del Regno era ormai considerato inevitabile e imminente.
 
Mirto, dal suo canto, non si era schierato, né riusciva a orientarsi nel vorticoso evolvere di eventi e situazioni di quegli ultimi mesi. Talvolta assisteva attonito a discussioni e dibattiti, preoccupato per lo scenario politico e sociale che si stava delineando nel paese. Non si ritrovava nella voce dei più. Nemmeno in quella della stampa, esasperata e adescatrice. Dal suo punto di vista, interessi concreti misti a un ingiustificato, mistificato fervore nazionalista impedivano a tutti, politici, filosofi, oratori, e infine alla gente comune una visione obiettiva della situazione. Il rigurgito di slogan risorgimentali, gli accessi spudoratamente retorici di quei giorni, poi, gli risultavano addirittura ridicoli. E tuttavia, le piazze si riempivano, si animavano, le stesse parole erano sulle bocche di tutti. Guerra, opportunità, affermazione. Identità, nazione, intervento. Concetti o semplici motti che permeavano i pensieri della gente attraversando le classi sociali, già ampiamente turbate dai movimenti e dalle manifestazioni degli ultimi anni. Era già scorso del sangue, troppo, in seno alla patria; perché incitare a spargerne altro, perché partecipare alla logica folle del conflitto fra popoli e razze? Erano dunque una minaccia gli Austro-Ungarici, o i Tedeschi? Potevano essere nemici coloro i quali per anni avevano intrattenuto con lui onesti e prolifici rapporti commerciali? Per non parlare del fatto che oggi un ramo della sua stessa famiglia parlava la loro lingua e viveva nelle loro città, al di là delle Alpi.
Eppure, anche in seno al pensiero popolare, al movimento dei lavoratori, cui Mirto non poteva essere indifferente, gli stessi dubbi, le stesse pulsioni, gli stessi attriti. Mirto, in fondo, non era che un imprenditore, un uomo attento alle regole del commercio, alla diplomazia che regola i rapporti e gli equilibri fra le parti. Era un liberale. Nella sua famiglia, da che ne aveva memoria, si respirava uno spirito d’autonomia e individualismo cui lui stesso naturalmente aderiva. Conforme alla tradizione, Mirto incarnava la convinzione di dover preservare la libertà di intraprendere azioni per il proprio interesse personale e per quello della propria famiglia, senza per questo dover rendere conto a nessuno, tanto meno a un sindacato. Cosa che, suo malgrado, aveva dovuto cominciare a fare.
 
“La libertà non può prescindere da questo”, ripeteva spesso suo padre, “cosa pretendono i Socialisti, che siamo tutti uguali? Vorrebbero vederci con un fazzoletto al collo o il distintivo di una corporazione sul petto? Tutti uguali, tutti orientati, tutti allineati. Al volere di chi? Non mi vengano a parlare del Popolo. A quale progresso porterebbe una società del genere, una tale parificazione?” La voce profonda del padre riecheggiò per la stanza in cui Mirto si trovava. Poteva vedere il suo sguardo illuminato dalla luce del camino. Un uomo che metteva soggezione, Pietro, suo padre. Uomo di poche parole, onesto, esigente e severo, a volte anche duro, prima di tutto con i propri familiari. Proprio per questo Mirto gli aveva sempre riconosciuto un’indiscutibile equità d’animo. In quel momento i suoi occhi neri e autoritari, lo stavano fissando dall’ovale di una preziosa cornice d’argento sul pianoforte. Mirto ne contemplò la fronte alta, aperta, i lunghi baffi spioventi che confluivano in un’imponente barba bianca. Accanto a quella foto poté osservare se stesso, in piedi, una mano posata sullo schienale di un’enorme poltrona di vimini nella quale sedeva sua moglie Laura. Lui rigido, impettito, statuario, alla destra di sua moglie. Lei elegante, armoniosa, il bel viso luminoso, come un’alba. E alla sua sinistra Lina, la primogenita, che ritta su di uno sgabello fissava l’obiettivo poggiando il capo sulla spalla di lei, abbandonandosi a quella posa con sguardo sognante. Vi si poteva leggere tutto l’amore e la devozione che la piccola nutriva per sua madre. Davvero sembrava non curarsi dello scenario artefatto di una veranda con palmizi e drappi posticci, né delle reiterate indicazioni di un fotografo zelante; in quel momento per lei esisteva solo la mamma, la sua posa esprimeva la volontà e la gioia di concedersi un gesto di totale fiducia nei suoi confronti, di immortalarlo. Laura sorrideva amabile come sempre, sembrava che nulla potesse turbare quella sua placida confidenza nella vita. E poi? Che  cos’era accaduto in seguito, cos’era cambiato? Perché se n’era andata? Forse era delusa, stanca, provò a rispondere Mirto. Forse non si era mai sentita veramente a casa, riconosciuta e accolta dalla sua famiglia. Forse era lui che non l’aveva permesso. Era spaventata dall’idea della guerra e dalle conseguenze che essa avrebbe potuto avere per loro, questo sì gliel’aveva detto tante volte. Era preoccupata per le bambine. E forse alla fine aveva deciso di non aspettare più; era partita, era andata via da lì, aveva cercato rifugio altrove. Aveva lasciato Mirto al suo posto, baluardo a difesa di qualcosa che non condivideva o che riteneva anacronistico, vano. Forse aveva ragione lei, pensò Mirto, forse non c’era altro da fare; bisognava evolvere, cambiare, muovere; prendere posizione, in una direzione o in un’altra. Forse, invece, Laura aveva bisogno di più attenzione, di condivisione e calore, per sé, per le bambine. E che cosa aveva fatto lui perché rimanessero con lui? Mirto, che ora scrutava pensieri e intenzioni passati, fissati sui volti di una fotografia e destinati a echeggiare per sempre, perché non era stato in grado di leggere il presente? Dov’era allora? Perché non aveva saputo ascoltare la voce di sua moglie quando era ancora lì con lui, reale, viva?
 
Guardando con occhi diversi quella fotografia, così familiare, Mirto notò per la prima volta che se c’era una persona che non appariva per quello che era, ma per il ruolo che aveva consapevolmente assunto, quello era lui. Eccolo, inesorabilmente fedele a ciò che rappresentava e dichiarava di essere, anche attraverso un ritratto. Il cittadino rispettabile e onesto, l’affidabile e facoltoso uomo d’affari, il pater familias, ligio assertore dei propri doveri di padre e di marito. Si riconobbe infine nelle lapidarie parole della cognata. Era all’uomo racchiuso in quella cornice che erano state rivolte. Dunque, avrebbe fatto il suo dovere, si disse, giacché era questo che tutti si aspettavano da lui. E in quel momento erano due le cose che più di ogni altra sentiva di dover fare: riportare a casa il corpo di sua moglie, riabilitarla agli occhi di tutti onorandola di un funerale degno, e riabbracciare al più presto le sue bambine. Quanto tempo era passato dall’ultima volta che le aveva tenute fra le sue braccia? Chissà quante volte in quei mesi avevano chiesto del loro papà. E cosa avrà detto loro la madre?
 
 
All’ufficio postale, Mirto dettò al telegrafista le sue disposizioni: il feretro della povera moglie doveva partire quanto prima per Sarnico. E doveva essere fatto in modo che anche le bambine lo raggiungessero al più presto. D’ora in avanti, di loro si sarebbe occupato il padre. Inviò una lettera alla cognata in cui dava precise indicazioni per il viaggio in treno del feretro e delle figlie; le avrebbe fatto avere il denaro necessario. Si raccomandò che lei e il marito assolvessero alle pratiche necessarie e che venisse svolto sul posto un primo rito religioso. La vera cerimonia funebre sarebbe stata celebrata a Sarnico, non appena le spoglie della povera moglie fossero giunte a casa.
 
 
 
 
 
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PRIMA PARTE
Cap. I (Prologo)