[O] (9.)

[O] (8.)_Disposofobia

Disposofobia del ricordo – web

Quando aprì gli occhi, Robert credette di essere morto. Finalmente, fu il suo primo pensiero. Poi, capì che non era ancora finita. Lo capì da come la luce entrava nella stanza, di sbieco, attraverso le veneziane abbassate. Come sempre. Non sapeva se fosse mattina o pomeriggio, ma tutto sommato non gliene importava niente. Che differenza faceva ormai? I primi tempi aveva passato lunghi momenti a domandarselo, a cercare di capire quale giorno della settimana fosse, sforzandosi, in silenzio, per non dover chiedere. Poi, si era arreso al fatto che la sua vita fosse fatta di momenti, ore di veglia intervallate a ore di sonno. Lucidità e sogno. I sogni, quelli, non l’avevano mai lasciato. Ne faceva tanti, anche molto lunghi, ma non li tratteneva, non più. Come in questo momento: era certo di aver sognato, ma non avrebbe saputo dire cosa. Le sensazioni erano ancora lì, poteva sentire il calore, udire il battito accelerato del proprio cuore. Ma si trovavano al di là di un velo che gliene impediva la vista. Capitava, a volte, che riuscisse a ricordare qualcosa, ma durava solo qualche istante. Inafferrabile come un battito d’ali, il ricordo – ma forse era più corretto dire l’impressione, volava via come polvere al vento, con l’effimera leggerezza di una farfalla.
I primi tempi in cui era costretto a letto, quando si svegliava, ripercorreva con famelica precisione ciò che aveva appena vissuto in sogno. Sembrava che quella nuova condizione avesse stimolato il suo inconscio e l’avesse messo in contatto con parti di sé che finalmente uscivano allo scoperto. Allora apriva un taccuino e prendeva diligentemente nota. Di tutto: situazioni, eventi, incontri. Ma soprattutto dei dettagli. Si era convinto che negli elementi di contorno si annidassero le rivelazioni più importanti. Si era abituato a rileggere, interpretare, ne aveva addirittura tratto degli spunti per qualche racconto.
Col tempo le sue condizioni si erano aggravate. Oltre l’uso degli arti inferiori, perse il controllo di braccia e mani. La sinistra, in particolare, quella con cui scriveva. Un dotto all’interno del suo cervello si era ostruito, complicando ulteriormente la sua già difficile esistenza. Scrivere con la destra, l’uso di un portatile o l’adozione di qualche altra tecnica – tentò la via di un dittafono, si rivelarono un fallimento. Perché in fondo non v’era più motivo di accanirsi. Robert non era più in grado di ricevere i preziosi doni del proprio inconscio. Così come non riusciva più a trattenere e godere della lettura. Le centinaia di libri accumulati in una vita giacevano sotto la polvere della sua camera da letto insieme ai tanti manoscritti rimasti incompiuti. Unico sollievo a quella condizione i versi degli amati classici, mandati a memoria in gioventù, coi quali si dilettava declamandoli nella propria testa o a voce alta. Proponendoli anche alla sua badante, ai cui rimproveri rispondeva talvolta in rima, prendendosi gioco di lei. La sua badante, già. In questo momento non era in grado di ricordare il suo nome…

Ci fu un tramestio in corridoio. “Arrivo”, disse una voce sopra la musica di una radio che si interruppe bruscamente sul ritmo di una salsa. “Tutto bene? Arrivo…”, ripeté. Udì sbattere una porta e dei passi avvicinarsi rapidi, attutiti dalle pantofole. Perché tanta fretta?, si chiese Robert, che tastò il collo del pigiama constatando di essere sudato. Si passò una mano nei capelli, tirandoli all’indietro, cercando invano di rimuovere la piega del cuscino.
La porta della stanza si spalancò ed apparve una giovane donna con indosso una camicia rossa e un grembiule macchiato, i folti capelli ricci raccolti a fatica in un foulard. Vedendolo, parve sollevata. “Signor La Ville,” disse in tono garbato, “si sente bene? Mi ha fatta spaventare…”
Robert la fissò immobile. La donna inarcò le sopracciglia. “Non dice niente, signor La Ville? Perché urlava? Poco fa stava urlando. Lo sa, vero?”
Urlando, io?, pensò Robert sbalordito senza muovere un solo muscolo del volto. L’attesa, da quando la testa non gli dava più affidamento, era la sua più grande alleata.
“Allora, dov’è che ha male?”, lo incalzò nel frattempo la donna. “Cosa c’è che non va? Vuole che cambiamo posizione ai guanciali?” Robert fece cenno di no. “Si è addormentato di nuovo, non ha nemmeno toccato il latte”, disse lei avvicinandosi al comodino. Si curvò su di lui e gli sfiorò la fronte. “Scotta. Ed è tutto sudato. Adesso proviamo la febbre”, disse rimboccandogli le coperte. “Vuole che chiami il dottore?”.
June! Si chiama June!, esultò Robert, che non trattenne un sorriso.
“Mi sta prendendo in giro?”, chiese lei.
Robert non rispose. Era stato attratto dal tatuaggio sul polso della donna. Non era la prima volta che lo notava. Ogni volta che lo vedeva, quel tatuaggio suscitava in lui un’emozione incontrollata, qualcosa di cui si vergognava.
“Cosa significa?”, chiese indicando il polso della donna.
“Abbiamo ritrovato la parola, vedo”, fece lei ignorando la sua domanda. “Non ha bevuto il latte e non ha preso le medicine. Non c’è da stupirsi se non si sente bene. Questa febbre però è anomala”, aggiunse pensierosa.
“Il tatuaggio”, insisté Robert. “Il fiocco”.
“Questo?”, disse lei sfiorandosi un polso.
Robert annuì. I contorni inchiostrati di un nastro risaltavano sulla pelle dorata della donna.
“Che significa, June?”, ripeté Robert.
La donna lo guardò sorpresa. Per la prima volta l’aveva chiamata col suo nome di battesimo. Fino ad allora era sempre stata la ‘signorina Rivera’, quasi Robert si sforzasse di preservare un limite invalicabile fra di loro. Ora invece l’aveva chiamata per nome e le faceva quella strana domanda. Come se per la prima volta si accorgesse della sua presenza. Come se per la prima volta vedesse il suo corpo.
“E’ una vecchia storia”, disse abbassando la manica della camicia.
“Una vecchia storia non si addice a una giovane donna, non trova?”
“E lei che ne sa?”
“Ho vissuto qualche anno in più di lei, June. Ho avuto anni felici e ho avuto le mie sfortune, anche molto grandi. Ma alla sua età avevo solo speranze”.
“Io le ho già perse”, disse lei scostandosi. “Questo glielo scaldo di nuovo”, aggiunse prendendo il bicchiere col latte. “Chiamo il dottore. Quella febbre non mi piace per niente”.
“Sai come è morta mia moglie?”, chiese Robert.
June si fermò sulla soglia.
“Sarei dovuto morire con lei. Non sarei ridotto così. Tu non saresti a casa mia e io non sarei qui a raccontartelo”.
June sapeva dell’ictus, della paresi e sapeva che Robert era vedovo, ma non sospettava potesse esserci un nesso fra quelle cose. A dirla tutta, non se n’era mai interessata. Si preoccupava solo di fare quello che le diceva il medico e di preparare da mangiare.
“Tornavamo da una gita al nord. Avevamo passato un fine settimana sul lago. Guidavo io e a tavola avevo bevuto uno Sherry di troppo. Ero stanco, avevo bevuto e non volevo ammetterlo. Non mi fermai, anche se Claire continuava a dirmi che era meglio se riposavo un po’. Ma io avevo fretta di arrivare a casa e non vidi un camion di bestiame fermo dietro una curva, in mezzo alla strada. Non feci a tempo a frenare. Sterzai all’ultimo, troppo bruscamente, persi il controllo dell’auto. Uscimmo di strada e ci schiantammo contro un albero. Nell’urto venni sbalzato fuori dall’abitacolo. Mi ferii e ruppi la spina dorsale. Persi l’uso delle gambe, ma mi salvai. Claire, invece, rimase intrappolata. La macchina prese fuoco. Le fiamme furono la prima cosa che vidi, quando riaprii gli occhi. Mi trovavo a pochi metri dalla macchina. Certe volte mi sembra di sentire ancora il calore del fuoco sulla pelle e la sensazione di non riuscire più a muovermi, a respirare. Il conducente del camion mi trascinò via prima che fosse troppo tardi. Ma per Claire non riuscì a fare nulla, e forse non c’era più nulla da fare”.
Robert fece una pausa. June rimase immobile sulla porta.
“Amavo quella donna, era tutta la mia vita”, disse con lo sguardo nel vuoto. “Dell’incidente in verità non ricordo nulla, ho come un vuoto. Ti ho detto ciò che mi hanno raccontato. Ma adesso è come se vedessi ogni cosa. Non ricordo nulla tranne il fumo. Una colonna di fumo nero che si alza verso il cielo. Ma forse è solo frutto della mia immaginazione”.
“Feci questo tatuaggio cinque anni fa”, disse June sollevando il braccio. “Si chiamava Juliette. E’ morta a una settimana dal suo primo compleanno”.
Robert la fissò cercando qualcosa da dire. Ma si arrese subito. Non c’era niente che potesse dire. Conosceva bene quel silenzio. A suo tempo, aveva imparato ad apprezzarlo, ad amarlo.
June si sfiorò il viso e chiuse piano la porta dietro di sé.

Poco dopo, dal corridoio, Robert la sentì fare una telefonata. “Buongiorno dottor Kettler, sono la signorina Rivera, la badante del signor La Ville… Capisco… Per favore, quando rientra, dica al dottore che ho chiamato. La Ville, sì. Signorina… June, mi chiamo June”.
Robert si girò lentamente verso il comodino. Con un gemito allungò un braccio fino a toccare la cornice d’argento che sporgeva dietro libri e quaderni impilati. L’afferrò e la trasse a sé, incurante di ciò che cadeva a terra. “Raccoglieremo tutto e lo butteremo via”, disse, come se stesse parlando con qualcuno. “Vieni qui”. Strofinò il vetro della cornice sulle lenzuola e la sollevò davanti a sé. Una donna nel fiore degli anni gli sorrideva felice. Spalle al tramonto, i capelli lucevano nei raggi dell’ultimo sole.
Un sorriso invase il volto di Robert. Si chiese come una donna così bella avesse potuto innamorarsi di uno come lui. Eppure, si ripetevano che sarebbero invecchiati insieme. Gli mancava. Ma il suo più grande rimpianto era quello di non essersi potuto prendere cura di lei come avrebbe voluto. Di non esserci stato.
Si piegò sul lato e con tutta la forza che gli rimaneva scaraventò a terra tutto ciò che si trovava sul comodino. Non se ne curò. June avrebbe capito. Rimise Claire al suo posto e con l’indice della mano le diede un bacio. Vide i fogli di carta sparpagliati per terra, accanto al letto. Decine di incipit e di storie mai scritte. Immaginò una colonna di fumo alzarsi come un punto esclamativo verso il cielo. Un ultimo falò, pensò.

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[O] (8.)

[O] (8.)_Legami

“Legami, non voglio andar via” – web

Salirono le scale con apprensione. Il buio in cui ogni volta si immergevano attraversando i diverticoli dell’albergo non li aiutava a rimanere obiettivi. Sul pianerottolo del mezzanino esitarono in cerca di una luce, un rumore, un qualche segnale che facesse pensare a una presenza amica. Un lamento disumano li fece sussultare. June emise un grido e s’aggrappò al corrimano, cercando Robert tentoni davanti a sé.
“Non è nulla”, disse Robert sottovoce, qualche gradino sopra di lei. “Le tubazioni. Questo posto è marcio”.
Come se li stesse osservando, al buio, i nervi tesi, l’albergo si prendeva gioco di loro.
Giunti alla loro stanza, Robert mise una mano sulla spalla di June e rimasero qualche istante in silenzio, fissando la lama di luce sotto la soglia. Non videro nulla, Robert aprì la porta. Si guardarono rapidamente intorno e controllarono gli zaini. Tutto era come quando erano usciti. La finestra era ancora aperta a metà, Robert tolse il fermo e la lasciò cadere, si voltò e fissò June. Nella stanza c’era ancora quel profumo, più intenso. Robert iniziava a trovarlo familiare.
“Guarda”, disse June, indicando il comodino alla sua destra.
“Ma che diavolo…”, esclamò Robert sollevando una bottiglia di Manzanilla. Era uno Ximenes di ottima qualità. Incredulo, la rigirò più volte fra le mani. Al collo aveva un biglietto che Robert inizialmente aveva scambiato per l’etichetta. All’amore eterno, c’era scritto. Robert guardò June interdetto.
“Ci sono anche i calici”, gli fece notare lei. “Che dici se ce ne beviamo un po’?”
Robert la guardò sorridere, mentre scioglieva i lacci del calzare superstite.
“E’ un pensiero gentile, non trovi?”, aggiunse June massaggiandosi un piede.
“Certo”, disse Robert, e cercò il cavatappi nello zaino.
Spensero la luce sul soffitto e accesero quella incerta dell’abat-jour. Si stesero entrambi sul letto, che li accolse con un’imbarazzante serie di cigolii.
“Stanotte, niente numeri”, commentò June ridendo.
“Perché? Non c’è nessuno che possa sentirci”, replicò Robert.
“Nemmeno se urlo?”, disse lei.
“Il vecchio è sordo e rincitrullito. Puoi urlare quanto vuoi”, rispose Robert. “Rincitrullito, ma di buon cuore, devo ammettere”, aggiunse porgendole un calice di Sherry.
“E’ stata lei”, disse June.
“Dici?”
“E’ evidente”, ribadì.
“Per via del profumo? Potrebbe essere un depistaggio”, obiettò Robert.
“Lascia perdere, Hercule dei miei stivali. Te lo dico io. Noi donne certe cose le capiamo al volo”, disse June. “E ci intendiamo all’istante”.
“Sarà la figlia?”, chiese Robert.
“Magari è l’amante”.
“Non mi dava l’idea di essere… Non so. Era così elegante, composta”, rifletté Robert.
“Vuoi dire trattenuta?”, chiese June.
“Sì. Hai presente quelle persone ingessate, che non si lasciano mai andare. Anche in quei momenti lì, capisci?”, disse Robert.
“Certo. Può essere. O magari rivelano una personalità e una carica erotica insospettabili. Il che contribuisce a rendere unico e elitario il rapporto con il loro partner”, argomentò June. “Prendi la bottiglia, ad esempio. E’ un chiaro invito a lasciarsi andare. Elegante e non eccessivamente esplicito. Di certo non volgare. Il biglietto, poi, allude a qualcosa di elevato, quasi spirituale. All’amore eterno, e chi l’ha mai visto? Sorseggiando un calice come questo, invece, si ha un’anticipazione di qualcosa di molto terreno e sensuale, non trovi?” June porse il bicchiere al marito perché lo riempisse di nuovo. “Questo Sherry è favoloso”, disse.
“Più rare le donne intenditrici di vini e liquori, ma ci sta. D’altronde il più ingessato dei due è decisamente lui”, commentò Robert sorridendo.
“All’amore eternamente sensuale”, brindò June guardandolo negli occhi.
“All’amore eternamente rivelatore”, rispose Robert.
Svuotarono i loro bicchieri.
“Ci vorrebbe un po’ di musica”, sospirò June stendendosi sulla schiena e sollevando prima una gamba, poi l’altra.
“Non ti è bastata l’esibizione di strada?”, chiese Robert, gettando uno sguardo verso il vecchio apparecchio radiofonico fuori combattimento.
“Ho detto di voler ballare?”, rispose June sorridendo.
I suoi denti luccicarono alla poca luce della lampada accanto al letto.
Robert sfiorò la pelle liscia delle sue gambe. Sembrava seta. Non aveva mai toccato una pelle così vellutata prima di conoscere June. Se avesse dovuto dire la cosa che più gli era rimasta impressa della prima volta che avevano fatto l’amore, era quella. La sua pelle. Percorse delicatamente una coscia. Lo fece più volte, partendo da sopra il ginocchio e salendo via via più su, fino a sollevarle il vestito. June portò le mani dietro la testa e inarcò il busto. Sospirò di nuovo, socchiudendo gli occhi.
“Ho voglia di te”, disse Robert curvandosi su di lei.
Le baciò il collo e l’insenatura dei seni. June si tolse la collana.
“Spogliami”, disse.
Robert si alzò e andò dalla sua parte del letto. La sollevò, la mise a sedere, le sfilò il vestito e lo gettò a terra. Si spogliò a sua volta con gesti impazienti. June slacciò il reggiseno ed alzò lo sguardo sul suo pene già eretto. Si sporse dal letto, si piegò e raccolse qualcosa da terra.
“Legami, non voglio andar via”, disse porgendogli il laccio del sandalo che si era staccato.

Stavano ballando. June volteggiava con le mani nelle sue, sollevate sopra la testa. Era l’ultima cosa che Robert ricordava. Dopo aveva riaperto gli occhi. Accanto a lui, però, il letto era vuoto, June non c’era più. Capì subito che se n’era andata. Si alzò, aprì la porta del bagno. Non c’era. Sentì puzza di bruciato. D’istinto scavalcò il letto e spalancò la finestra che ricadde rumorosamente. La alzò di nuovo, fissandola al perno, si voltò e vide una lingua grigia che entrava da sotto la porta. Si scaraventò sulla maniglia e l’aprì. Il corridoio era invaso dal fumo che l’accecò. Non fece a tempo in proteggersi la bocca che cominciò subito a tossire. Rientrò subito in camera e chiuse la porta alle sue spalle. Andò in bagno e prese un asciugamano, lo bagnò e se lo mise sul volto. Decise di affrontare di nuovo il corridoio. Le scale non sono distanti, pensò. Aprì la porta, chiuse gli occhi e schermandosi con una mano avanzò di qualche passo.
“June! June!”, urlò, imprecando perché riusciva a mala pena a respirare. “June! June! Dove sei?”, urlò di nuovo. Avanzava tentoni in una nebbia solida e scura che lo avvolgeva depositandosi sul suo volto, i capelli, le mani. Avvicinandosi alle scale, sentì crescere il calore e dubitò di riuscire a resistere. Sarebbe dovuto tornare in camera e gettarsi addosso l’accappatoio bagnato. Ma non c’era più tempo, pensò in preda alla paura. “June!”, urlò a squarciagola quando credette di essere arrivato alle scale. “June! June!”
Si appoggiò al parapetto, ma ritrasse subito la mano spaventato. Era rovente. Scese un paio di gradini e gli sembrò di morire. La scala era come un camino, il fumo era ancora più spesso e saliva come un vento denso caldissimo. L’incendio doveva essere divampato nel salone del bar, realizzò. Tornò sul pianerottolo. Indietreggiò ancora. La situazione sembrava peggiorare col passare dei secondi. O forse erano le sue forze a venir meno. Colto dal panico, si chiese quanto tempo ci voleva perché perdesse conoscenza.
“June! June!”, urlò disperato.
Per un attimo pensò di prendere l’ascensore, ma rigettò subito l’idea. Non rimaneva che buttarsi sulle scale in apnea, ma immaginò le fiamme al piano terra e temette di non farcela. Si ricordò della bussola d’ingresso. Niente da fare, concluse: era in trappola. Erano in trappola.
“June! June!”, urlò quasi senza voce. Ma dov’era? Sperò con tutto se stesso che fosse uscita dall’albergo prima dell’incendio, che fosse già in salvo.
Abbattuto, tornò in camera e chiuse la porta. Andò alla finestra, guardò giù. Vide del fumo uscire dal portone di ingresso e salire piano lambendo la facciata.
“Aiuto! C’è un incendio!”, gridò scorgendo dei passanti. Dai bastioni un uomo lo scorse, si fermò e lo additò alla propria compagna sorridendo. “Aiuto! Aiuto! C’è un incendio!”, gridò Robert, cercando di superare il rumore del traffico. In quel momento squillò il telefono. Robert lo fissò incredulo. Squillò di nuovo. Robert si avvicinò e sollevò il ricevitore. “Pronto”, disse. Per tutta risposta udì il trillare sordo della suoneria, come se in realtà fosse stato lui a chiamare. “Pronto! Pronto!”, gridò ostinatamente. “Rispondete! C’è un incendio qui!” La cornetta gli restituì un laconico ring. Allora si ricordò delle istruzioni del vecchio: per uscire bisognava passare per il centralino e per farlo doveva digitare lo “0”. Ormai in balia degli eventi, Robert premette il bottone.

[O] (7.)

[O] (7.)_Jamones

Jamones – web

In camera, sul tavolino, trovarono un pieghevole con la mappa del centro storico. Lì accanto era comparso anche un vasetto di ceramica bianca con dei garofani rossi. Vedendolo, June e Robert si accorsero anche di un’altra cosa: il profumo. Nonostante la finestra fosse rimasta aperta, nella stanza c’era un intenso profumo floreale. Mughetto, decretò June. Comunque qualcosa che non aveva niente a che vedere con l’acqua di colonia del vecchio albergatore. “E’ suo”, disse alludendo alla donna dell’appartamento del piano di sotto, la stessa che li aveva accolti all’ingresso. “E’ stata qui”, aggiunse.
Si guardarono intorno in cerca di qualche altro indizio del suo passaggio, della sua esistenza. Ma tutto era come lo avevano lasciato. Il letto sfatto, indecente. Gli accappatoi ancora umidi sulle lenzuola. Gli zaini appoggiati alle pareti, che ingombravano il passaggio. Robert provò un senso di vergogna all’idea che la donna avesse visto la camera in disordine. Se la immaginò ai piedi del letto, in silenzio, con quel suo portamento, elegante e un po’ austero. Istintivamente tolse le pedule dalla sedia e le mise per terra. Poi raccolse gli accappatoi bagnati e andò a stenderli in bagno, sopra la vasca, stando attento a non far crollare tutto. Voleva rifare il letto, ma June ci si era seduta sopra con la mappa della città aperta in mano. Senza che se ne accorgesse, Robert la fissò per qualche istante, come fosse un’estranea. Si sorprese a desiderare che non si trovasse lì. June alzò lo sguardo su di lui.
“Hai fame?”, disse porgendogli l’opuscolo con l’indice premuto su una fotografia. “Che ne dici di questo?”
Robert mise a fuoco l’interno poco illuminato di un ristorante. Sembrava una cantina.
“Va bene”, disse. “Facciamo un giro”, aggiunse restituendo il volantino. “La cattedrale sembra molto bella”.
“Barocco tipico di questa regione”, puntualizzò June. “Tutta la piazza deve essere interessante. Hai visto? C’è anche un aranceto”, gli mostrò un’altra foto. “Di sicuro ci saranno ristoranti con i tavoli all’esterno”, aggiunse. “Se preferisci, ceniamo lì”.
A Robert piacevano i posti all’aperto, soprattutto nelle serate calde d’estate, June lo sapeva.
“Va benissimo il fresco di una cantina”, disse lui.
Si avvicinò al suo zaino e tirò fuori una camiciola di cotone, un po’ spiegazzata. June estrasse dal suo un vestitino leggero inspiegabilmente senza grinze, che appariva quasi lezioso nell’ambiente in cui si trovavano.
In piedi, accanto alla finestra, la osservò mentre si svestiva rimanendo in mutandine e reggiseno. June era molto magra e la sua pelle ambrata era così liscia da conferirle l’aspetto di una ragazzina. Le ginocchia sporgevano un poco, rimarcando l’esilità delle cosce. Il pizzo degli slip sembrava inadeguato. Ma non si poteva dire la stessa cosa per la parte sopra, che conteneva a fatica un seno tondo e sodo, di cui June andava fiera. Infilò il vestito con un movimento rapido delle braccia, poi agitò i capelli lasciandoli fluttuare nell’aria in volute color carbone. Mise una collana di pietre colorate, tenute insieme da un cordino di cuoio. Come per magia, agli occhi di Robert apparve un’altra donna, attraente, sensuale. Che tutt’a un tratto moriva dalla voglia di spogliare di nuovo.
“Questi o quelli?”, chiese mostrandogli un paio di sandali e delle ciabatte indiane.
Robert scelse i sandali con i lacci, immaginandoli sulle sue caviglie sottili.
“Andiamo?”

Uscirono alla volta del centro. Una breve visita all’antica piazza e alla cattedrale, poi si addentrarono negli vicoli medievali in cerca del locale caratteristico dove cenare.
Fecero delle foto. June aveva sempre voglia di scattarne qualcuna in pose scherzose. Controllava poi il risultato sul visore della sua macchina tascabile e decideva se salvare, ripetere o lasciar perdere. Una piccola tortura cui Robert si sottoponeva disciplinatamente.
“Questa è carina”, disse. Mentre aspettavano di prendere posto a un tavolo, June mostrò a Robert una foto. In realtà l’aveva fatta lui, era una specie di autoritratto. Al momento dello scatto June si trovava a metà di una rampa di scalini e appariva molto più piccola, alle sue spalle, con le braccia alzate. Robert non si era accorto di quella sua posa teatrale: per via della prospettiva sembrava un folletto seduto sopra la sua testa.
“Sembri Minerva che esce dalla testa di Giove”, disse sorridendo. “Una Minerva spensierata, direi”.
“Beh, nemmeno tu sembri sconvolto dai dolori del parto”, rispose June.
Robert fece scorrere avanti e indietro le immagini in cerca di altre curiosità. Nel frattempo un uomo vestito di scuro, con un grembiule consunto allacciato in vita, fece cenno che si era liberato un tavolo. Presero posto e poco dopo l’oste tornò a prendere l’ordinazione. Scelsero pimentos, come antipasto. Per secondo un piatto di jamon e del pulpo alla gallega. Da bere, birra, per tutti e due.
“Vuoi qualcos’altro?”, chiese Robert sorpreso.
June non beveva birra.
“Ho sete”, disse lei.
Si guardarono un po’ in giro. Il posto era caratteristico, avevano scelto bene. Si trovavano sotto il livello della strada, in un enorme salone ricavato in una galleria di pietra. Dal soffitto pendevano antichi candelabri di ferro battuto. Sul lato dov’erano seduti c’erano anche diverse file di prosciutti.
Robert vide il lampo di un flash. Si voltò e June ridendo gli mostrò il suo profilo su uno sfondo di cosce di maiale.
“Ti senti a tuo agio lì in mezzo?”, lo stuzzicò.
“E’ il mio habitat naturale”, rispose Robert.
Si scambiarono un sguardo di sfida.
“A cosa brindiamo?”, disse June sollevando il proprio boccale.
Era la domanda di rito.
“Al viaggio”, dissero simultaneamente.
Si toccarono il naso.
Robert frugò nelle tasche dei pantaloni. Il vecchio albergatore nell’uscire gli aveva consegnato una copia della chiave del portone. Si accertò che fosse ancora dove l’aveva messa.
“Che c’è?”, chiese June.
“Niente, per un attimo ho creduto di non avere con me la chiave dell’albergo”.
“Ci mancherebbe solo questo”, disse lei. “Non mi va di dormire aux belles étoiles. Non stasera quanto meno, sono troppo stanca”.
“Non l’abbiamo mai fatto”, constatò Robert.
“C’è sempre una prima volta, se è per questo. Ma facciamo un’altra”.
“Pregusto già il nostro comodissimo letto”, disse lui con sarcasmo.
“Per quanto ne so, per stanotte andrà benissimo”.
Robert vide loro due stesi su quel materasso sgangherato nel bel mezzo di un amplesso, bevve un sorso di birra e non disse niente.
“Ti ho mai raccontato di quella volta che fummo sequestrati in albergo?”, chiese June.
“Sequestrati?”, ripeté Robert.
“Sì, sì, roba da non credere”. June fece un gesto con la mano e tirò un bel sospiro.
“Sarà successo più di dieci anni fa”, disse, “sempre qui, in Spagna, a Granada”.
“Stavo con Alfred ai tempi, non eravamo ancora sposati”, aggiunse in inciso.
Robert non ci fece caso. Non gli dava fastidio sentir parlare dell’ex marito di June. Fra i due era lei quella gelosa.
“Volevamo visitare l’Alhambra, ma non si poteva prenotare. Bisognava mettersi in coda di prima mattina e si entrava finché non esaurivano gli ingressi. Per questo avevamo scelto quell’affittacamere, perché era molto vicino”, scosse la testa sorridendo incredula.
“Il posto non era nemmeno troppo male, in fondo, non fosse stato per le dimensioni delle camere. Mi ricordo che per aprire la finestra dovevi salire sul letto. Il bagno era un buco e non c’era nemmeno un armadio, niente. Ma era così luminoso. Ogni cosa era ricoperta di calce bianca, in perfetto stile qasba. Il tetto era piano e vi avevano ricavato una piccola piscina. Ricordo che ci abbiamo passato buona parte del pomeriggio chiacchierando con delle ragazze di New York. Il mattino seguente ci alziamo alle sei, ci vestiamo e facciamo per uscire, ma non possiamo”.
“Non potete…”, disse Robert.
“Già. Perché all’uscita dello stabile ci troviamo di fronte un’inferriata di ferro!”, esclamò June. “La sera prima non c’era. E il mattino dopo era lì, con tanto di catenacci”.
“Incredibile”, fece Robert, prendendo un sorso di birra. “Non l’avevate vista”.
“Certo che no! Ti dico che non c’era! La porta per salire alle camere era aperta, ma l’accesso principale, una specie di porticato, era sbarrato da quel dannato cancello, che nessuno aveva notato. Non si poteva uscire di lì senza chiavi, e noi non le avevamo”.
“Quindi, cosa avete fatto?”, chiese Robert.
“Siamo tornati sui nostri passi in cerca del proprietario. Ripensandoci, era davvero un tipo strano. Bianco, sulla sessantina. Leggermente obeso, con una lunga barba bianca e quasi completamente calvo”, mise in bocca l’ultimo pimiento. “Quasi certamente ebreo”, disse affilando lo sguardo. “In ogni caso, di lui nessuna traccia. Bussiamo più volte allo sportello della portineria. Nulla. Torniamo all’inferriata, non sappiamo che fare. Alfred prende a scuoterla, ma è inutile. Nel frattempo ci raggiungono diverse altre persone e in men che non si dica è già passata mezz’ora. Davanti al cancello saremo almeno una decina, tutti ammassati lì per lo stesso motivo, tutti che rischiano di non poter entrare al palazzo reale”.
Ordinarono un’altra birra. Il locale si era riempito, il brusio di fondo stava aumentando. Diverse persone affollavano il bancone mangiando e bevendo in piedi. La birra arrivò subito e Robert bevve avidamente. “Vai avanti”, disse asciugandosi le labbra col dorso della mano.
“Avevamo un recapito telefonico. Chiamiamo, ma sentiamo il telefono squillare nella portineria deserta. Più passa il tempo, più le persone cominciano ad agitarsi, a infuriarsi. Qualcuno propone di chiamare la polizia. Fra quelli c’era un italiano con la sua fidanzata. Me lo ricordo bene: giovane, magro. Era fuori di sé. Cominciò a scuotere le sbarre e a urlare, sempre più forte. Non capivo esattamente cosa dicesse, ma c’era una parola che ripeteva in continuazione: rapimento. Ci hanno chiusi dentro!, gridava. Siamo stati rapiti! Rapimento! Cercava di attirare l’attenzione di qualcuno sulla strada. Fino ad allora non avevo capito la gravità della situazione. Pensavo fosse solo questione di tempo, che tutto si sarebbe risolto da un momento all’altro. Invece non era così, era trascorsa quasi un’ora e non si era ancora visto nessuno. Quando quell’italiano cominciò a urlare e piangere di rabbia, mi preoccupai. Pensa se si fosse sentito male qualcuno”.
Robert fissò June allibito. “Che storia assurda”, disse. Di riflesso pensò al loro albergatore, ai dubbi sulla sua salute mentale, ai suoi comportamenti ossessivi. Gli tornò in mente l’incendio che avevano visto entrando in città, quella sottile colonna di fumo nero. “Come andò a finire?”, chiese prendendo un pezzo di pulpo dalla forchetta di June.
“L’uomo arrivò poco dopo, ma non si scusò. Anzi, alle proteste da parte di tutti, pensò bene di fare l’offeso. Come sola giustificazione addusse il fatto che non era la prima volta che qualcuno se ne andava senza pagare. E nel dirlo fissò proprio l’italiano. Fu irremovibile, non lasciò uscire nessuno finché non ebbe i soldi da chi non aveva ancora pagato la stanza”.
“Una vera e propria mattanza”, commentò Robert. “Più che un affittacamere quello doveva essere un pescatore”. A quell’immagine June rise di gusto.
Ordinarono una fetta di dolce, che divisero, e un’altra birra.
“Dobbiamo ancora dare i soldi al vecchio”, disse Robert.
“Quando rientriamo in albergo sarà un po’ tardi”, osservò June. “Non lo disturberei”.
“Domattina, prima di partire”.
“E lui cos’è?”, chiese June. “Il badante di una donna fantasma?”
“Tu guardi troppi film dell’orrore”, disse Robert.
“Va bene, e allora chi è quella donna?”
“Quale donna, di che donna parli?”
“Non fare lo scemo!”, protestò June.
“Speriamo di non rimanere intrappolati nell’ascensore domattina”, disse Robert ridendo.
“Smettila, sai che mi impressiono facilmente”.
“Va bene, va bene”.
“Propongo un brindisi”, disse Robert.
“Sentiamo”.
“Al mistero”.
“A ciò che ci emoziona”, rilanciò June. “A ciò che rende emozionante la vita”, aggiunse.
“Al desiderio”.
June abbassò lo sguardo. Robert le sfiorò una mano. Lei lo guardò e sorrise in silenzio.
“Ai sequestratori!”, esclamò Robert di nuovo.
“Smettila!”
Per qualche istante osservarono la gente intorno a loro. Il locale era gremito.
“Alla fine siete riusciti a visitare la reggia o avete dovuto rimandare al giorno dopo?”, volle sapere Robert.
“Arrivammo appena in tempo. Quell’uomo ci lasciò andare per primi”.
“E l’italiano pagò o venne giustiziato?”
“Che stupido che sei! Lo ritrovammo in coda all’ingresso del palazzo che ancora inveiva alla volta di quell’uomo, raccontando l’accaduto a dei vicini di fila. Lui e la fidanzata, però, rimasero fuori”.
“Che disdetta”, commentò Robert.
“Io e Alfred partimmo il giorno dopo”, disse June, seria. “Passammo solo una notte in quel posto”. Anche qui, pensò.
“Che dici, ci avviamo?”, fece Robert. “Si è fatto tardi e domani ci aspettano altri venticinque chilometri, se non ricordo male”.
“Andiamo, sì”, disse June incupendosi al solo pensiero di dover rimettere gli scarponcini. “Dammi una mano”, disse salendo le scale. “Sono un po’ brilla”.
“E dobbiamo ancora scoprire le qualità nascoste di quel letto!”

Mentre rientravano in albergo, June chiese a Robert di ballare. Così, in mezzo alla strada. “June…”, disse lui irrigidendosi. “Dai, lasciati andare, fregatene di chi ci guarda”, lo incitò. “Coraggio, non fare il solito manico di scopa”, e intonò il ritornello di una canzone cubana. “Hai bevuto davvero”, commentò Robert mentre la prendeva in uscita da una giravolta.
“Oh-oh!”, fece June poco dopo, chinandosi a raccogliere un sandalo. “Guarda, si è rotto”. Gli mostrò una striscia di tela staccata e il sandalo, con il brandello che ne rimaneva. Dovette proseguire con un piede scalzo.

Fuori dalla porta della città vecchia ritrovarono l’anonima facciata dell’albergo. Era buio ormai, l’insegna era spenta. Dei lampioni sospesi illuminavano l’incrocio. Prima di attraversare, Robert alzò di nuovo lo sguardo.
“June!”, esclamò.
June guardò su.
La luce della loro stanza era accesa.

[O] (6.)

[O] (6.)_Asciugatrice

Asciugatrice – Silvia G. (lapoetessarossa)

Mentre aspettavano che il ciclo di lavaggio terminasse, il dialogo fra June e Robert si ridusse a qualche monosillabo. Robert si mise a sfogliare una rivista senza la minima intenzione di spingersi oltre le didascalie, mentre June poté mettere alla prova le proprie reminiscenze di spagnolo spiegando il funzionamento della macchina a gettoni a un’anziana signora spaesata, che sembrava capitata lì per caso.
Venne il turno dell’asciugatrice. Inserirono i panni umidi in un cilindro ancora caldo e tornarono a sedersi. Per qualche secondo guardarono il vortice dei panni ai bordi dell’oblò formare una striscia biancastra simile a dentifricio.
La fatica inaridiva il loro rapporto, pensò Robert, mentre con una punta di fastidio vedeva June riprendere a parlare con la signora, assumendo la posa da maestrina che le conosceva bene. Al terzo giro di illustrazioni e réclame, abbandonò la rivista e uscì a prendere una boccata d’aria.
Fuori dalla lavanderia c’era uno spiazzo, una sorta di piccolo parco giochi chiuso fra alti muri di cemento. Era completamente deserto. Per terra non c’era nemmeno un filo d’erba. I bambini dovevano giocare e rotolare su una sorta di tappetino d’asfalto, che in quel momento doveva essere bollente. Robert alzò lo sguardo sulle facciate spoglie dei palazzi che lo sovrastavano, soffocandolo. Oltre i tetti uno squarcio di cielo, che non alleviava però il senso di costrizione e desolazione di quello squallido posto.
Al di là della vetrina June era concentrata in un dialogo da film muto. L’enfasi le dipingeva il volto. I suoi gesti erano animati, esagerati. Improvvisamente sembrava rinata, piena di insospettabile energia per il solo fatto di sentirsi utile a qualcuno, o forse solo a se stessa.

Fecero ritorno all’albergo in silenzio, immersi nei propri pensieri. I loro passi erano gravati da una lentezza che andava oltre la stanchezza dei corpi affaticati. Le loro anime asciutte, come i panni che portavano con sé.
Camminare fianco a fianco, a volte, può rivelarsi la più efficace esperienza di solitudine, pensò June. Stare, rimanere accanto, per poi avvertire immancabilmente il distacco e non sentire più l’altro, ma solo il rumore del proprio respiro. Il rimbombare sordo dei propri pensieri che non hanno più la forza, né la volontà di uscire. Tutto ciò sa essere devastante, letale. Forse siamo destinati a camminare soli, concluse. Ad andare ognuno per la propria strada, avanzando col proprio passo. Per poi ritrovarsi al punto prefissato per l’incontro, se mai ce ne può essere uno.

Giunsero davanti al portone chiuso dell’hotel. Il biglietto sgualcito era al solito posto. Si guardarono con lo stesso dubbio negli occhi. Suonarono di nuovo, una volta sola. Passarono diversi minuti, scanditi dal rumore del traffico alle loro spalle.
“Non è possibile”, sbottò a un tratto Robert. “Ci risiamo”.
Guardò June. Sembrava distratta, distante, come se quel frangente della loro vicenda fosse qualcosa cui era del tutto inutile opporsi. La fissò stupito. June rimase quieta, in attesa.
Udirono lo scatto della serratura elettrica. La porta interna della bussola si aprì ed apparve una donna. Quella donna. Alta, elegante, i capelli raccolti ordinatamente dietro la nuca. Indossava un vestito azzurro chiaro. Con gesti morbidi aprì la seconda porta e sottrasse la coppia al rumore della strada. Non disse nulla.
June e Robert si scambiarono un’occhiata: l’aspetto della donna non aveva niente a che vedere con l’apparizione di poco prima, era più giovane, bella, stava bene. Sembrava trasfigurata. Senza trovare nulla di sensato da dire, si avviarono verso l’ascensore, mentre lei rimase a guardarli dalla soglia, sorridendo in silenzio.
“Chi è?”, gridò una voce sulle scale, seguita da un rumore di passi concitati.
“Chi è?!”, strepitò di nuovo, da più vicino.
La testa incanutita dell’albergatore fece capolino dalla ringhiera sopra di loro, scrutandoli con movimenti da uccello.
“Chi è?!”, ripeté.
“Ci siamo visti prima, ricorda… La Ville, Stanza 201…”, disse June.
“Chi vi ha fatti entrare?”, sbraitò l’uomo, visibilmente allarmato.
D’istinto June e Robert si voltarono verso la porta di ingresso, ma con loro grande sorpresa la donna non era più lì. L’uomo, nel frattempo, scendeva gli ultimi gradini fissandoli con aria ben poco amichevole. Approdato di fronte a loro, si irrigidì bruscamente. Parve ricordare qualcosa. Ma certo, sembrò dire improvvisamente l’espressione sul suo volto, gli inquilini di prima. Andò loro incontro e strinse la mano di Robert con fare cerimonioso.
“Tutto bene?”, chiese come se niente fosse, precedendoli verso l’ascensore. “Avete visto l’incendio?”
Robert e June si lanciarono un’occhiata.
“L’incendio”, ripeté l’uomo.
“Visto”, disse Robert.
“Già”, annuì lui. “Fa molto caldo. Troppo”.
“Asfissiante”, sussurrò June.

[O] (5.)

[O] (5.)_Attesa

Attesa – web

Il bottone si illuminò, ma l’ascensore rimase nel suo stato di immoto silenzio. Poi ci fu un rumore brusco, come di ghigliottina, la luce del corridoio si spense e June e Robert si ritrovarono a fissare quel fatuo disco luminoso brillare nel buio. Optarono per scendere a piedi.
La tromba delle scale era senza finestre e si mossero a tentoni. Da qualche parte doveva pur esserci un interruttore, si dissero, ma non lo trovarono, né esclusero che la luce fosse saltata del tutto, e con essa l’alimentazione dell’ascensore. Con cautela, appoggiandosi al corrimano, raggiunsero il primo piano e imboccarono la rampa di scale successiva. Arrivati ad un nuovo pianerottolo, si accorsero di non essere ancora al pianterreno: c’era un livello intermedio, quindi, un mezzanino. Il corridoio era leggermente illuminato da una finestra sul fondo, che a differenza delle altre aveva la tapparella alzata. Inoltre, a quel piano aveva una forma diversa, piegava in una specie di ala laterale che sopra non c’era.
Incuriosito, Robert volle dare un’occhiata e June lo seguì senza obiettare. C’era qualcosa che li attirava nell’immobilità e nel vecchiume che li avvolgeva: avevano la sensazione che quell’albergo li stesse aspettando, che aspettasse proprio loro.
“Robert…”, sussurrò June con un filo di voce. Si era fermata davanti a un porta socchiusa. Lui tornò sui suoi passi e le si avvicinò. June spinse un poco la porta. Lo fece senza pensarci, come fosse un atto necessario a determinare la vera ragione del loro essere lì in quel momento. Sbirciarono così all’interno di quella che pareva essere l’unica stanza dell’ala dell’albergo. Ma non si trattava di una stanza, bensì di un appartamento. C’era un anticamera, una specie di soggiorno e, al di là di un varco, un altro locale più grande. Dalle finestre la luce filtrava attraverso le veneziane abbassate, generando un chiarore diffuso. Il disordine regnava sovrano. Ovunque, mobili e sedie erano occupati da oggetti che sembravano essere stati abbandonati lì da chissà quanto tempo.
Robert spinse ancora la porta, che arretrò con un cigolio e mostrò loro una donna seduta col capo chino e le mani raccolte in grembo, immobile. Con l’aria completamente assorta, fissava la porzione di tavolo sgombra davanti a sé, apparecchiata. June e Robert la vedevano di lato, i capelli le coprivano in parte il volto. Difficile dire quanti anni avesse, poteva essere giovane, ma anche anziana. Perfettamente ferma, con lo sguardo nel vuoto, sembrava malata. Non si accorse di loro, non si mosse. In quella poca luce, se non fosse stato per gli occhi, che erano aperti, si sarebbe detto che dormisse. E invece no, attendeva.
Attendeva l’uomo dell’albergo, che sopraggiunse in quel momento dalla stanza accanto con indosso un grembiule e una scodella fumante in mano. Vedendoli sulla soglia, il suo sguardo tradì sorpresa e fastidio. Posò velocemente la scodella sul tavolo e si affrettò alla porta, mentre June e Robert farfugliavano qualche parola di scusa. Disse qualcosa che i due non riuscirono a decifrare, ma intesero perfettamente l’aggressività che si celava dietro le sue parole. Teso in volto, spinse la porta verso di loro, senza attendere risposta. In quell’istante la donna alle sue spalle si voltò. Mosse appena la testa, ma prima che la porta si chiudesse June e Robert poterono vederla in volto.

“Hai visto anche tu?”, chiese June mentre si affrettavano verso le scale.
“Sì”, rispose Robert, che non disse altro finché non furono fuori dall’albergo.
Approdati sul marciapiede, furono aggrediti dalla luce e dal caldo, ma nonostante tutto parve a entrambi di essere tornati a respirare.
“Hai visto anche tu?”, ripeté June.
Robert annuì pensieroso.
“Ci ha sorriso, vero?”
“Già”.
“Chi è quella donna?”, chiese di nuovo June.
Robert esitò. Non l’aveva vista bene. Di profilo, in controluce, il viso in gran parte nascosto da lunghe ciocche di capelli che scendevano sulla fronte. Non era in grado di descriverla, né di indovinarne l’età. Ma quel sorriso. Inaspettato, disarmante, che le aveva illuminato il volto.
“Potrebbe essere la moglie, o la sorella”, ipotizzò June.
“Era…”, Robert mise a fuoco le sue impressioni. “Era bella”, disse, sorprendendosi delle sue stesse parole.
June frugò nel volto del marito. Lui la guardò un po’ a disagio.
“Sì. Era bella”, assentì lei.

Per un po’ camminarono in silenzio. Chiesero informazioni a dei ragazzi fuori da un caffè e si avviarono in direzione di una lavanderia a gettoni che si trovava a pochi isolati da lì, nel quartiere moderno.
“Che strano albergo”, disse June a un tratto. “Ho la sensazione che fosse chiuso e che abbia aperto apposta per noi”.
“Eppure c’era scritto di suonare”, replicò Robert.
“E’ evidente, lo stanno lasciando andare in rovina”.
“Non so. Forse accettano solo prenotazioni”, disse Robert poco convinto.
In effetti, il biglietto sul portone di ingresso poteva essere affisso lì da anni e l’impressione era quella di aver suonato a casa di qualcuno. Ma ormai si trovavano lì, avevano preso visione della camera e non avevano nemmeno chiesto di vederne un’altra. Non si erano lamentati, avevano accettato quella sistemazione come se non vi fosse alternativa, in preda ad un fatalismo insolito, e, cosa ancor più curiosa, in tutto questo nessuno dei due si era preoccupato di chiedere quanto sarebbe venuta a costare.

[O] (4.)

[O] (4.)_Claustrofobia

“Tokyo compression” (M. Wolf) – web

June sollevò il ginocchio sulla sponda della vasca e trattenendo il disgusto posò la pianta del piede sul fondo incrostato e ruvido. Sospirò, si fece coraggio e vi mise anche il secondo. Provò a tirare il paraspruzzi verso di sé, ma il supporto era malfermo e i ganci arrugginiti, c’era modo che crollasse. Decise di lasciar perdere. Il getto del soffione era così flebile, che al più avrebbe dovuto asciugare qualche goccia d’acqua sul pavimento. S’insaponò. Con le mani percorse il proprio corpo affaticato, esausto. Il tepore dell’acqua la rilassava, ma le faceva anche sentire la fatica come una materia solida e palpabile, addensata nelle sue membra. Avrebbe tanto voluto prendersi cura di sé. Sauna, idromassaggio: da quanto tempo non ne faceva? Cercò di ricordare l’ultima volta che lei e Robert erano stati in una stazione termale, l’ultima volta che lui l’aveva massaggiata. Lo faceva sempre, all’inizio. Usava oli profumati e corroboranti mentre esplorava il suo corpo. Era curioso, devoto. Ma ciò che più le piaceva di quei momenti era il timbro della sua voce. Si trasformava, diventava profonda, cavernosa. Parlava lentamente e lei poteva sentire il suo diaframma muoversi al crescere dell’eccitazione. Era bello fare l’amore, all’inizio. C’era poesia, celebrazione. Il piacere della scoperta, il trasporto, la facilità dell’orgasmo e dell’appagamento. E c’erano attenzione, ascolto. Necessità e fiducia. Cosa era cambiato da allora?, si chiese. Perché non andava tutto come prima? Dov’era migrato l’eros?
Le sue dita sottili sfiorarono i seni, poi seguirono i rivoli d’acqua fino al pube, tastandolo lievemente, avvolte nella peluria bagnata.
“Sei brava a far l’amore”, le aveva detto una volta la proprietaria del caffè dove faceva colazione ogni mattina. “Le tue mani”, aveva risposto allo sguardo stupito di June. E come se dovesse rendere comprensibile a un bambino qualcosa di già evidente, aveva appoggiato le dita affusolate di June sul palmo grassoccio della sua mano sinistra e gliele aveva mostrate assentendo. Era un donnone dagli occhi di fuoco, ciglia posticce lunghissime e labbra che cambiavano colore ogni giorno. Da quel giorno le cose fra lei e June furono diverse. Con fare da chiromante la barista prese a farle domande anche molto personali, a dispensare pareri e consigli, mentre June, colpita da qualche importante coincidenza e dal suo fare protettivo, le accordava sempre più confidenza. A toast e caffè scuro si aggiunsero il resoconto della giornata precedente e l’oroscopo di quella successiva. Le osservazioni sul tempo cedettero il posto alle confessioni. Con lei era così: quel modo di mostrarsi e raccontarsi in poche parole che riesce solo con persone estranee e neutrali, per le quali si nutre un’istintiva fiducia. June non sapeva dire se fosse un’amica, ma di certo sulle sue mani aveva ragione.
Chiuse gli occhi, si sfiorò con la punta delle dita, mentre l’acqua della doccia le scivolava addosso come uno scialle caldo e setato. Sospirò. Niente da fare. Non si sentiva a proprio agio, non aveva più energie. Nemmeno per regalarsi una piccola goccia di piacere.

Il materasso beccheggiò. Robert riaprì gli occhi sulla schiena di June avvolta nella spugna dell’accappatoio, i folti capelli ricci raccolti in un asciugamano. Sbatté le palpebre disorientato. Stavo sognando, realizzò, rincorrendo le sensazioni residue nel tentativo di riagguantare l’atmosfera appena interrotta. Il risveglio improvviso da quel sonno riparatore, nonostante i suoi sforzi, gli impediva di farvi ritorno.
Il materasso ondeggiò di nuovo. June si alzò e iniziò a estrarre gli indumenti dallo zaino separando i puliti dagli sporchi. “Hai dormito? Abbiamo un po’ di cose da lavare”, disse senza guardarlo.
Robert non disse nulla, rimase immobile sul letto. Chiuse gli occhi e si concentrò di nuovo. Aveva sudato, realizzò sfiorandosi la pelle del collo, aveva la gola riarsa. Claustrofobia, pensò. A quel pensiero si sentì mancare il respiro.
“Ci sei?”, gli chiese June spazientita.
“Sì, mi devo essere assopito”, rispose lui, arrendendosi.
Si alzò a fatica dal letto. Era tutto intorpidito.
“Prepara le tue cose”, disse June. “Dobbiamo trovare una lavanderia”.
“Sì”, ripeté meccanicamente lui.
Aprì lo zaino e prese in mano un paio di calzini, ma subito dopo ebbe un piccolo mancamento. Durò solo pochi secondi, ma mentre tutto diventava grigio e sfocato, finalmente si rivide. Si trovava nella cabina di un ascensore talmente piccola, da contenere a mala pena la sua cassa toracica. Era come un proiettile nella canna di un fucile, non poteva muoversi, né sollevare le braccia, respirava a fatica. Ma c’era una finestrella, attraverso la quale guardava ansiosamente nella speranza di raggiungere al più presto il piano dov’era diretto ed uscire finalmente di lì. Ma il viaggio sembrava interminabile e sentiva l’aria mancargli sempre di più.
June adesso lo fissava interdetta. Fissava le sue mani, immobili sull’apertura dello zaino.
“Stai bene?”, chiese. Nei suoi occhi c’era un’espressione straordinariamente concreta, un po’ comica sotto il faraonico copricapo dell’asciugamano arrotolato.
“Sì, sì”, rispose Robert riprendendosi.
Riempì velocemente una busta di plastica, raccolse l’accappatoio e andò in bagno a fare la doccia.

Chiuse la porta e si spogliò. Guardò il proprio corpo nudo, riflesso nello specchio sullo sfondo slavato delle piastrelle. Era ancora appetibile?, si chiese, osservandosi. Un uomo di cinquant’anni un tempo dedito allo sport, ormai smagrito, sul petto un cespuglio di peli diradati e stinti. Il torace segnato dalle coste, le clavicole sporgenti in un arco rovesciato alla base del collo, fortunatamente graziato dalle rughe. Si toccò il mento: doveva farsi la barba, quel grigiore diffuso lo invecchiava. La pelle, camminando al sole, aveva assunto un colore interessante. Si mise di profilo e alzò le braccia: la pancia sporgeva sotto il petto ingracilito disegnando una specie di pera. Le riabbassò sconsolato.
Sotto il misero zampillo della doccia – quanto avrebbe desiderato un getto dilavante! – pensò che lui e June avevano scelto un tipo di vacanza troppo impegnativa, inadeguata. Le lunghe marce estenuanti, le partenze all’alba, la fatica di trovare un alloggio al termine della giornata, ormai esausti. Tutto ciò non li aiutava affatto, non era stata una scelta felice. Non sapevano a cosa andavano incontro. Il riposo era diventato qualcosa di fisiologico e totalizzante, non lasciava spazio ad altro, nemmeno alla condivisione. O forse era una scusa per evitarla.
Pensò all’ultima volta che l’avevano fatto, era passata una settimana. Era più corretto dire che c’avevano provato. Non era un pensiero gradevole. Non l’aveva soddisfatta, forse nemmeno eccitata. Non era solo colpa sua, se di colpa si può parlare, ne era convinto. E poi, può capitare. Eppure la cosa gli aveva dato fastidio. Era andata a finire che June si era presa cura di lui, ma l’aveva fatto come fosse un dovere, per compiacenza, senza trasporto, né desiderio. Si era data da fare, aveva atteso pazientemente che raggiungesse l’orgasmo. Aveva cercato di accelerarlo, senza accorgersi però che quell’irruenza – Robert l’aveva avvertita sulle sue dita – provocava in lui l’esatto contrario.
Una volta finito, June si era lavata le mani. Non si erano detti una parola.

Quando uscì dal bagno, June era già pronta.
“Andiamo”, disse con i sacchi di biancheria sporca in mano. Era stufa di aspettare, infastidita dallo squallore dell’ambiente in cui si trovavano e ancor più dalla remissività con cui aveva accettato di soggiornarvi. Per non essersi opposta, lei che difficilmente lasciava passare cose molto meno gravi. Inutile negare che era delusa e insoddisfatta dalla piega che aveva preso quella vacanza. Si aspettava qualcosa di molto diverso.
Robert si vestì e la seguì in silenzio. Nonostante percepisse chiaramente il disagio che si era venuto a creare fra loro, era incapace di superarlo, di infrangere la barriera che li separava. Era un suo limite, ne era perfettamente consapevole, qualcosa che lo faceva sentire monco e inadeguato. La capacità affabulatoria che normalmente lo distingueva, quella che da subito aveva colpito anche June, conquistandola, in quella situazione era come implodesse, contraendosi come un alito di fiato sul vetro gelido di una finestra, per svanire del tutto sotto i suoi occhi impotenti.

[O] (3.)

[O] (3.)_Hotel room

“Hotel Room” (E. Hopper, 1931) – web

La cabina si riempì dell’afrore emanato dagli indumenti della coppia, mescolato al profumo d’acqua di colonia del vecchio. Nel breve viaggio fino al secondo piano, Robert osservò quell’uomo. Aveva radi capelli bianchi pettinati all’indietro, fissati da un sottile strato di brillantina in una serie di strisce che, seguendo l’impronta del pettine, morivano all’altezza della nuca. Indossava una camicia a maniche corte, fine e ben stirata, ma un po’ lisa sul collo. I pantaloni, d’un grigio molto chiaro, cadevano dritti senza fare una piega. Infine le scarpe, di tela chiara, senza stringhe, simili a ciabatte.
Uno scossone li avvisò che erano arrivati al secondo piano. Il vecchio abbassò una leva e cigolando la porta s’aprì su un buio corridoio. L’uomo vi si inoltrò senza indugi. S’udì lo scatto di un interruttore, seguito dallo sfarfallio dei neon risvegliati da un lungo letargo. Un’incerta luce giallastra tinse la graniglia del pavimento di un colore indefinibile.
A quella visione June provò un immediato senso di disagio, che però non suscitò in lei il prevedibile allarmismo. Probabilmente, come confessò in seguito a suo marito, la stanchezza accumulata in quei giorni di cammino si era impadronita di lei, al punto da inibire ogni suo prevedibile moto di repulsione. La soglia di sopportazione di Robert, invece, era più alta, ma altrettanto falsata dallo stato di indolente imperturbabilità in cui la lunga tappa a piedi l’aveva condotto.
Si ritrovarono di fronte a una scialba porta tamburata con tre cifre d’ottone inchiodate sopra. Stanza 201. Il vecchio fece girare la chiave e aprì la porta. Di nuovo li precedette nell’oscurità. Per qualche istante June e Robert udirono soltanto i suoi passi, poi ci fu un clamore e delle lame di luce cominciarono a filtrare fra le liste di una tapparella. Sollevarla fu una piccola impresa per lui: i suoi gesti erano decisi, ma apparentemente privi della forza necessaria. Aprì l’unica finestra. Dopo aver fissato l’anta scorrevole a una cerniera arrugginita a metà altezza e aver spiegato ai due come sbloccarla di nuovo, il vecchio si portò verso l’uscita. Robert lo fece passare appiattendosi contro la parete. Non c’era molto spazio lì dentro, la camera era molto piccola e per lo più occupata dal letto. Sulla soglia l’uomo sorrise e fece un movimento circolare con una mano, come a dire: si commenta da sola.
Prima di andarsene biascicò ancora qualcosa. A Robert parve che parlasse di una telefonata e come faceva sempre, guardò June con aria interrogativa. June fece ripetere al vecchio, il quale, non senza una punta d’orgoglio, disse che se lo desideravano, potevano anche telefonare. E indicò il ricevitore che si trovava sul comodino, l’unico che c’era, alla destra del letto, accanto alla finestra. Prima di uscire, spiegò, dovevano passare per il centralino, per farlo bastava comporre uno “0”. June rispose che non ne avrebbero avuto bisogno. Al che l’uomo si defilò tirandosi dietro la porta.
Robert rimase colpito da un oggetto che si trovava vicino al telefono, appena più in alto, sulla parete, incassato in un pannello di legno che in base al disegno originale doveva rappresentare il prolungamento della testata del letto. Un apparecchio – non sapeva come meglio definirlo – simile a una radio, che un tempo era forse collegato a un impianto di filodiffusione, oggi sicuramente fuori servizio. Il pannello che lo ospitava si stava staccando dalla parete e pendeva vistosamente. La tappezzeria sgualcita, il linoleum segnato del pavimento e altri segni di degrado contribuivano allo squallore dell’ambiente in cui si trovavano.
Rimasero in silenzio davanti a quello scenario. Robert, che esitava all’idea di scegliere la propria parte di letto, guardò dalla finestra la strada trafficata sotto di loro, che contornava le mura della città antica. Sui bastioni si scorgevano delle persone, alcune facevano jogging. Alle sue spalle, June diede vita a un sommesso brontolio. “Ma che razza di letto è questo?”, sbottò a un tratto. “E’ piccolo, corto, come facciamo a dormirci in due? Tu non ci stai nemmeno. Non è neanche una piazza e mezzo”. Alzò il copriletto. “Ed è pure sporco. Accidenti, guarda le lenzuola: sono macchiate”. Videro che erano di una misura più piccola rispetto al materasso, il quale ne sbucava fuori come un ventre gonfio da una maglietta troppo stretta. June strattonò il lembo che aveva sollevato lasciandolo cadere di lato. “Ma dove siamo finiti? Guarda!…”, piagnucolò. Anche il materasso era chiazzato.
Ma più protestava, più s’arrendeva all’idea di rimanere in quel luogo deprimente, in quelle misere condizioni. I suoi lamenti non facevano altro che agitare un corpo già immerso nelle sabbie mobili, facendolo sprofondare ulteriormente. In un’altra occasione non avrebbe esitato un momento, se ne sarebbe andata da lì senza pensarci due volte. Ma quel giorno qualcosa le impediva di farlo. Mentre fissava una grossa macchia color ruggine sul materasso ripeté più volte di essere stanca. Era stanca, sì, infinitamente stanca.
Nel frattempo Robert, scavalcato il letto, ispezionava il bagno. Il bisogno impellente di farsi una doccia dovette subito fare i conti con l’immagine della vasca in cui sarebbe dovuto entrare: non vedeva un goccio d’acqua da mesi, forse anni, e un’impronta arancione ne solcava il fondo fino allo scolo. La tenda di plastica, irrigidita, aveva assunto un colore ben poco invitante. Controllò che dal rubinetto scendesse almeno l’acqua. Girò la manopola, che emise un gemito, e dopo un momento udì un fremito agitare le tubazioni; infine un sottile getto d’acqua sgorgò dal rubinetto e percorse il fondo incrostato della vasca, mentre un ululato metallico attraversava lo scheletro dell’edificio, estinguendosi lentamente. Un lamento che avrebbe accompagnato ogni loro passaggio in bagno. Per la gioia dei vicini, pensò. Vicini, quali vicini?
Scrutò con sospetto le fughe delle piastrelle, le condizioni del water, dell’esile coperchio di plastica. Il bagno era cieco e privo di ventilatore, notò. Non c’era nulla di razionale nella disposizione dei sanitari. Le pareti seguivano un perimetro irregolare, come se fossero state ricavate sottraendo spazio al resto, ottenendo il risultato di un caotico buco e una camera mutilata.
June era in piedi davanti allo zaino aperto, appoggiato sul letto. Non desiderava altro che farsi una doccia, cambiarsi e uscire da lì. E tuttavia esitava. Era stanca e si sentiva a disagio. Qualcosa non andava e non era solo per colpa dell’albergo e di quella misera stanza.
“Vai a dare un’occhiata”, le disse Robert uscendo dal bagno. “Non c’è una parete perpendicolare all’altra. La doccia è quella che è…”
June entrò e non disse più nulla. Si sciacquò la faccia e s’asciugò con l’unica salvietta appesa accanto al lavandino. Controllò che ci fosse la carta igienica: c’era un rotolo metà consumato. Chiuse la porta e si sedette sul water.
Robert frugava inutilmente nello zaino in cerca di un cambio. Ripeté gli stessi gesti, finché s’accorse che stava girando a vuoto. Era spossato. Si stese sul letto. Il materasso, troppo molle, l’accolse cigolando e avvolgendolo. Ne sentì la sua superficie ruvida a contatto con la pelle. Chiuse gli occhi e capì che avrebbe potuto addormentarsi da un momento all’altro. Quando udì June tirare lo sciacquone, però, fece uno sforzo e si alzò in piedi. Non voleva che lo trovasse così.
“Questo albergo è indecente”, sentenziò June uscendo dal bagno. Pronunciò quelle parole come una condanna. “La carta igienica è quasi finita”, aggiunse, e tirò fuori dei fazzoletti di carta dalla trousse. “Faccio una doccia”, disse fissando Robert, che non replicò. “Vuoi farla prima tu?”, chiese. “No, vai prima tu”, rispose lui. La osservò svestirsi e tornare in bagno con l’accappatoio sotto il braccio.
Si sedette di nuovo sul letto e guardò fuori dalla finestra. Le spalle sudate di una podista luccicarono al sole. Poi fu il turno di una coppia di turisti a passeggio. Quelle persone si trovavano alla sua stessa altezza rispetto alla strada, solo una ventina di metri li separava dall’unica finestra aperta dell’Hotel Rivera e da lui. Ma non lo videro, nessuno s’accorgeva della sua presenza.
Si stese sul letto. Quando il fremito lamentoso delle tubazioni cessò, udì il morbido fruscio dell’acqua della doccia, che cullandolo lo consegnò al sonno.