Rumori

Tum, tum, tum…
Il passo smisurato del padre. Suole di cuoio sui gradini delle scale in un fragore amplificato. Un baccano di piedi che per il ragazzo ha l’effetto di una sirena. Sussulta, s’irrigidisce, i suoi gesti si fanno convulsi.
Tum, tum… Restano pochi secondi.
Tira su i pantaloni. La cintura non l’allaccia, non ha tempo: prima deve far scomparire quei corpi nudi e sussultanti dal monitor del computer.
S’affanna col mouse per qualche istante, cliccando su una serie di finestre che dardeggiano pericolosamente ribellandosi alla censura. Impreca in silenzio. Ha la camicia fuori dai pantaloni e il cuore in gola. Ma in fondo sa che, se anche aprisse la porta dello studio in quel momento, suo padre non noterebbe nulla. Né la cintura slacciata, né l’inequivocabile rigonfiamento delle sue braghe.
Infatti, quando s’affaccia, il vecchio mostra la sua solita espressione vagamente indagatrice, poi gli domanda qualcosa facendogli capire di non voler aspettare la risposta. Al che lui gli rivolge un vacuo sorriso fingendo di tornare a leggere la posta elettronica.
Tutto lì.
Scampato il pericolo, il ragazzo spegne il computer rimontato dai sensi di colpa. Il padre, invece, prosegue incurante verso la cantina, dove, pensando di non essere mai stato scoperto, nasconde in fondo a uno scaffale una scorta di bottiglie di vino, dalla quale attinge sistematicamente.
Una porta di ferro stride sui cardini. Silenzio.
Il figlio lo immagina intento nel suo rituale e prova una profonda vergogna. Disapprova e detesta quella sua debolezza. Come può credere che lui e mamma non abbiano ancora capito?
Al pensiero dello stolido sorriso del padre riflesso nel suo, gli sale la rabbia e tira un calcio alla sedia.
Corre di sopra e raggiunge la madre in cucina.
“Dov’è andato papà?”, domanda lei.
“Chiamalo, digli che è pronta la cena.”
“Papà!…”, grida da in cima alle scale.
“Papa!….”, ripete un altro paio di volte.
“Arrivo”, fa eco una voce da sotto.
Un cigolio e una porta di ferro che si chiude.

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Fra le lenzuola

Nightbook

Dalla cover di “Nightbook”, L. Einaudi, 2009

Giungono alla spicciolata, qualcuno da molto lontano. Madrid, Stoccolma, Parigi. Il loro è una specie di raduno, il calendario, i falò sono solo un pretesto. Approdano e popolano chiassosamente l’appartamento di un elegante palazzina appena fuori Torino. E’ casa di Andrea, ma lui non è lì con loro. E’ da Mia, la sua nuova ragazza. Grande novità. Ci pensa sua sorella Paola a fare gli onori di casa e comunicare che il cenone non si farà più lì da loro, ma da Mia, in collina. Hanno già pensato a tutto, dice sventolando l’elenco delle cose da fare. Si son divisi i compiti e le portate da preparare. Loro si occuperanno degli antipasti e dei secondi, ai primi e al dolce ci penseranno gli altri della ‘casa in collina’.
Elaborano una lunga lista e vanno a fare la spesa. Tengono nota di tutto, che poi si divide. Al supermercato si chiamano e si rincorrono fra le corsie: patatine, insaccati, pane morbido, salse e ingredienti per le tartine; un po’ di frutta, che non deve mai mancare; il cotechino, anzi i cotechini; e poi lenticchie, pomodoro e cipolla, e patate, per il purè. Infine birra, bibite, vino e spumante in abbondanza.
In una grande cucina ben accessoriata lavorano tutto il pomeriggio tra sorsate di birra e sigarette. All’alba delle otto è tutto pronto: bottiglie, tante, pane e companatico, pentole e padelle avvolte in canovacci con cura da esperte massaie. Indossano giacche a vento, guanti e berretti, che fuori nevica da ore e non accenna a smettere, caricano tutto in macchina e s’avviano.
Due macchine piene come uova si dirigono verso le colline innevate. Non ci vuole molto per capire che le strade sono già al limite del praticabile. Le prime salite fanno paura, ma i nostri eroi non demordono: l’altra metà del convito sta apparecchiando la tavola. Avanzano fra lazzi e scongiuri finché arriva la china decisiva, ripida e scivolosa, e la piccola carovana deve accodarsi a una fila di macchine ferme in difficoltà. Le ruote slittano, le auto fanno un metro avanti e due indietro, si intraversano, ostruiscono la carreggiata. Chi scende a spingere, chi mette le catene, chi ha già lasciato lì tutto e si è allontanato a piedi.
I nostri accennano un improbabile slalom fra le auto arenate, ma si arrendono ben presto all’evidenza. Non si riesce ad andare oltre. Scendono tutti e confabulano sul da farsi, quando all’improvviso alcuni di loro devono gettarsi su un furgone che arretra scivolando senza controllo sventando d’un soffio la collisione fra spintoni e strida, seguite da risate incredule e gran pacche sulle spalle.
Davvero non si aspettavano una cosa del genere. E comunque non c’è niente da fare: dall’alto fanno cenno di tornare indietro, di lì non si può passare. Gli spalaneve non arriveranno e la situazione può solo peggiorare.
Scornati, risalgono tutti in macchina, invertono la rotta con cautela e si dirigono verso casa. Da mangiare ne abbiamo fino a mai, si consolano, c’è roba per venti persone.

Sono le dieci passate quando stanno apparecchiando in sala da pranzo. Ma poi ci ripensano: staranno meglio in cucina, è più intimo. Mangiano pensando all’altra metà del cenone, ai sorrisi, agli abbracci mancati, alle tante cose da raccontarsi. Si rifaranno il giorno dopo, dicono. Se smetterà di nevicare, però, perché di questo passo rischiano di rimanere murati in casa.
Si guardano: la sorte ha fatto sì che rimanessero in otto, quattro uomini e quattro donne. Due coppie già fatte e una serie di sguardi e battute pronte a propiziare gli altri abbinamenti. A ben vedere non c’è un gran che da scegliere o da incoraggiare, due dei single sono già sulla via di Damasco, quindi ne restano soltanto due, i quali reggono il gioco dissimulando un certo imbarazzo.
Guy e Roberto prendono presto il centro della scena. Il primo, parigino, sfuggito alla furia violenta del padre quando era ancora un ragazzo. E’ un artista di strada, uno che ha dovuto imparare presto a sopravvivere nel mondo. Quello dei marciapiedi, delle case occupate, degli affitti non pagati, delle moquette bruciate dai mozziconi di sigaretta. Ha un volto graffiato e un sorriso bambino, due gocce luminose al posto degli occhi. Mi chiamo Guy, come Guy de Maupassant, ama ripetere presentandosi, poi s’inchina scimmiottando un baciamani alla Delon. Che poi a Delon assomiglia veramente. Paola ne è follemente innamorata, è tutto il giorno che aspetta il momento in cui potrà rimanere sola con lui.
Roberto è un adone dallo sguardo misterioso, fascino da palcoscenico. La bellezza dei suoi occhi verdi incorniciati da lunghe ciglia scure è pari solo alla contagiosa lentezza con cui sembra assaporare la vita. E’ accompagnato da Daniela, la sua fidanzata. Agli occhi dei loro amici appaiono come una coppia sposata. Insieme dai tempi del liceo, belli, pieni di promesse e di interessi. Parlano di girare insieme il mondo, appena dopo la laurea, hanno già qualche progetto concreto. Non è esattamente quello che i loro genitori avevano immaginato per loro, ma poco importa. Hanno le idee chiare e ce li vedi davvero a Ginevra, Bruxelles, Londra, o magari più in là, uniti nell’idilliaco connubio che li contraddistingue.
Manolo, Madrid, e Sandra, Stoccolma animano la serata con la loro esuberanza. Flirtavano già in Erasmus. Cosa sia successo al rientro non è dato sapere e poco cambia. E’ passato più di un anno e non si sono più rivisti, ma glielo si legge in faccia, nel modo in cui si guardano mentre spolpano lici, come intendono concludere la serata.
Infine i due numeri primi. Davide e Giorgia. Lui un ex compagno di corso di Andrea, lei sua cugina. Mai incontrati prima. Lui con l’aria da bravo ragazzo, sportivo, gentile, riservato. Lei bellezza cupa e ribelle, fuori corso in accademia e, parrebbe, qualcosa da dimenticare. Fra un fanculo e un buon anno, sarà la prima a rollare e far girare una canna, per la gioia dei presenti. Davide parteciperà al rito in silenzio, visibilmente attratto dal fascino ombroso e contestatore di quella giovane donna che sembra abitare sul lato opposto del suo stesso pianeta. Ti è andata bene, eh?, gli fa Manolo a un tratto dandogli una gomitata.
La serata procede senza inciampi fra rivelazioni e racconti. Si parla, si beve e si fuma scambiandosi pezzi di sé e qualche lettura improvvisata.
Davide studia Giorgia a lungo. Si mette di lato e la osserva da dove non può essere visto. Mentre fumo e alcol fanno effetto, la guarda ballare eccitata, gli occhi chiusi, le braccia sopra la testa. Gli piace, ne è attratto fisicamente. Quanto basta, si dice. Superato l’iniziale imbarazzo da gioco delle coppie, Giorgia sembra non accorgersi più di lui, che invece avverte la profondità del pozzo dei suoi pensieri e sarebbe tentato di raggiungerne l’orlo.

Dopo i botti escono a fare due passi nel parco coperto di neve. Il suolo e gli alberi imbiancati li accolgono nel loro morbido silenzio, mentre le eco dei festeggiamenti si fanno sempre più rade.
Per un po’ vagano senza meta. Manolo, armato di un paio di bottiglie, offre ancora spumante a tutti, che a turno snocciolano desideri e propositi nel buio di un luogo che non conoscono. Quando è il suo turno, Giorgia rimane zitta e si allontana fra gli alberi con la neve che le arriva alle ginocchia. Le braccia raccolte sotto un poncio scuro, scompare come un’ombra fra i tronchi di betulla.
Rientrati, vagano per l’appartamento ascoltando musica e accennando passi di danza, fumando e vuotando gli ultimi bicchieri. Guy e Paola ballano un paio di lenti poi si dirigono in camera da letto. Roberto e Daniela chiacchierano con Giorgia in soggiorno, mentre Manolo e Sandra sul balcone alternano baci e chiassose risate.
Davide si sposta da una stanza all’altra senza sapere dove stare. Conosce bene quella cosa, l’ha provata altre volte. Prima o dopo giunge il momento in cui sente il bisogno di rimanere solo. Non c’è un motivo preciso. Troppe voci, forse, troppe differenze. E lui è sempre fuori tempo, in ritardo. Come adesso: vorrebbe avvicinare Giorgia, stabilire un contatto, ma prima dovrebbe capire cosa vuole veramente. Ogni volta è la solita storia e alla fine l’occasione va persa. Si chiede come facciano gli altri, perché lui si sente diverso da loro. Un estraneo. E più vulnerabile. A volte basta una parola, una domanda troppo diretta o una provocazione. Lui incassa, ammutolisce e batte in ritirata. Fuga. Silenzio. Come stavolta.
Ora è in cucina, al riparo da voci e rumori. La luce è spenta, sul tavolo fra piatti e bottiglie fiammeggiano una dozzina di candele, alcune delle quali sono quasi consumate e la cera è colata sulla tovaglia. Quello scenario gli restituisce l’immagine di un altare squassato. Si china su una candela e si accende una sigaretta. Espira la prima boccata guardandosi intorno. Nessuno lo vede, nessuno si accorge della sua assenza. Questo pensiero gli provoca un brivido di piacere.

Che fai qui tutto solo? esclama Guy accendendo la luce.
Senza rispondere Davide gli porge una birra.
Cercavo proprio quella! fa lui, e s’avvicina frugando nella tasca della camicia di jeans. Ce l’hai una sigaretta?
Davide gliene dà una e lui l’accende tirando un paio di fameliche boccate. Allora, come sta andando?
Bene, direi. Tu? Con Paola… Davide non finisce la frase.
E’ una ragazza dolcissima, dice Guy. Va così, aggiunge alzando le spalle. Le cose vanno così, no? Capisci quello che voglio dire?
Davide annuisce. Non ha capito, ma fa lo stesso.
Settimana prossima viene con me a Parigi. Si fermerà un paio di settimane. Perché non vieni anche tu? La camera di Andrea è libera. Credo che resterà libera per un po’, aggiunge ridacchiando.
Ci penso, risponde Davide.
Come va con Giorgia? Chiede Guy.
Con fare complice avvicina il viso a quello di Davide che di riflesso si irrigidisce mentre la mano dell’amico gli carezza amichevolmente il collo.
Mah…
E’ carina, non trovi?
Certo, molto.
E allora?… Che c’è che non va?
Non la conosco…
Guy si scosta per guardarlo meglio.
Ah-ah!, esclama fissandolo come se lo vedesse per la prima volta. I suoi occhi blu s’illuminano mentre un ghigno incredulo gli deforma il volto.
Cerchi l’amore, è così?, dice stringendogli la spalla.
Sì, è così. Tu cerchi quella giusta, aggiunge schioccando la lingua.
Si potrebbe pensare che lo stia prendendo in giro, ma non è così. L’animo di Guy è come la pelle del suo viso: segnata, ma autentica.
Scuote un poco la testa in silenzio, sorride. Poi cerca qualcosa sul tavolo.
Ce ne sono altre nel frigo, gli dice Davide.
Lui tira fuori un paio di birre fresche e si fa dare un’altra sigaretta.
Ça va, sfiata annuendo, Ça va, ripete.
E se ne va spegnendo la luce.

Guy e Paola sono in camera già da un po’, poi viene il turno di Roberto e Daniela e poco dopo vanno tutti a dormire. Buona notte, buon anno. Spengono le luci.
Ma Davide non si addormenta subito. Le persiane del salotto sono rimaste aperte e il biancore della neve fuori invade la stanza. Si rigira sul materasso del divano letto osservando i chiaroscuri su mobili e pareti. Pensa ai suoi amici di là, li immagina mentre fanno l’amore. Pensa a Giorgia da sola nella stanza di sua cugina. Potrebbe essere là con lei. Eppure sta bene lì dov’è, non gli manca niente. Ha bevuto molto, ha fumato, ma la sua mente è ancora lucida, attiva. Non ha voglia di dormire, questo prezioso momento nel silenzio ovattato della notte è tutto suo.
Cerca l’interruttore di una lampada a stelo, l’accende. Dallo zaino tira fuori un libro che ha portato con sé. Non l’ha ancora iniziato, ma non vede l’ora di farlo. Si sdraia sul materasso, lo mette nel cono di luce della lampada carezzandone la copertina. Lo sfoglia velocemente pregustando il piacere della lettura. E’ un libro di racconti di McEwan, “Primo amore, ultimi riti”. A lui sembra di non avervi mai preso parte. All’amore, al rito. A ciò che si sta celebrando di là, in camera da letto, ai desideri di Giorgia.
Comincia a leggere e si addormenta dopo poche pagine.
E’ la luce grigia del giorno a svegliarlo. Apre gli occhi e si gira nel letto chiedendosi che ora sia, indeciso se alzarsi e farsi un caffè, o rinunciarvi per non disturbare. Indugia a lungo gustandosi la tenue luce diffusa che penetra dalle finestre senza clamore. Dal cielo carico di neve filtra il chiarore indistinto di un giorno senza inizio né fine e Davide si immerge in quel flusso senza timore. Accanto a sé trova il libro aperto e riprende a leggere come se non si fosse interrotto, avvolto dal tepore delle lenzuola, dal grigiore e dal clima opprimente del racconto.
A un certo punto si alza per andare a pisciare. Apre la porta del corridoio e nella penombra cerca quella del bagno. La apre ma si accorge che è occupato, qualcuno sta facendo la doccia. Cerca l’altro bagno, ma sbaglia porta e apre quella della camera da letto dei genitori di Andrea. In controluce vede la schiena di Guy e le gambe aperte di Paola sotto di lui, avvolte nel lenzuolo. Un gemito lo fa sussultare e si ritrae turbato. Ma che stava facendo?
Uscito dal bagno ripercorre il corridoio in silenzio. Sta per tornare in soggiorno, ma ci ripensa e fa dietro front. Apre piano un’altra porta ed entra di soppiatto nella stanza. Avanza di qualche passo senza fare rumore. Ora è in piedi accanto al letto di Giorgia, che dorme profondamente. Un braccio le penzola di lato da sotto la coperta. Davide si china su di lei e la ascolta respirare con la bocca leggermente aperta. I capelli sugli occhi, la pelle del viso rilassata e senza trucco. E’ ancora più bella. Sembra una ragazzina indifesa. Con una mano le carezza la nuca senza svegliarla.
Esce dalla stanza chiudendo piano la porta. Torna in salotto, si sdraia. Il letto è ancora caldo. Riprende in mano il suo libro, è all’ultima pagina di un racconto. Si gira su un fianco e la legge avidamente, gustandosi l’ultimo scampolo di silenzio.

Mi sento escluso. Non ho bisogno del sesso, di quelle cose lì. Se vedo una ragazza carina come quella di cui ti ho parlato mi sento tutto rimescolare dentro, poi torno qui e me lo sbatto, come t’ho raccontato. Non ce ne devono essere molti come me. Quella coperta che ho rubato la tengo nell’armadio. Lo voglio riempire di dozzine di cose così. Ormai non esco più molto. È due settimane che sono uscito da questa soffitta l’ultima volta. Così ho comprato qualche barattolo di cibo anche se non ho mai molta fame. Per lo più sto seduto nell’armadio pensando ai vecchi tempi a Staines, rimpiangendoli. Quando di notte piove le gocce battono sul tetto e io mi sveglio. Penso alla ragazza che adesso vive nella nostra casa, sento il vento e il traffico. Vorrei avere di nuovo un anno. Ma non succederà. Mi sa proprio di no.

Pigiama party

Mazzancolle

Foto – web

Mi portò nella sua casa in collina, l’aprì apposta per noi. Dentro faceva ancora freddo, era chiusa da Natale, spiegò. Si procurò della legna e accese il camino.
“Mettiti comoda”, disse. “Ho preso qualcosa di fresco”, e andò a trafficare in cucina. Mi sedetti sul divano. Non sapevo cosa fare. Mi strinsi nella giacca imbottita e mi guardai intorno. Ero a disagio, mi sentivo un’intrusa. Lui era allegro, loquace. Quando si affacciava dalla cucina, mi sorrideva eccitato e prendeva a raccontare episodi d’infanzia vissuti in quella casa. Istintivamente cercai i segni delle persone che l’abitavano, cercai tracce di lui. Provai a immaginare com’era, che aspetto avesse alla mia età.
Aprì una bottiglia di vino bianco e me ne portò un bicchiere. A me, che bevo solo acqua, o al più una coca. Gli piaceva fare gli onori di casa e questa cosa mi faceva un po’ tenerezza. Fu ospitale e affettuoso, ma non riuscivo a dargli la giusta attenzione. Lo ascoltavo parlare e nella mia testa continuava a girare una domanda: che ci faccio io qui? Avvertivo le sue intenzioni, ma non sapevo fin dove volevo che arrivasse. Quando ci penso, mi chiedo ancora come sia potuto accadere: io lì da sola con lui, in quella casa.
Furono mesi convulsi, estranianti. Accadde tutto così in fretta, all’inizio era così eccitante. I miei non sapevano nulla. Quella volta gli avevo detto che avrei passato la notte a casa di un’amica. Non hanno mai sospettato niente. E guai se avessero saputo, apriti cielo, sarebbe stato un disastro. Un uomo tanto più grande di me. L’uomo di un’altra. Inconcepibile, una pugnalata alle spalle.
All’inizio fu assurdo anche per me, non riuscivo a comprendere cosa mi stesse accadendo. Ci sentivamo e mi piaceva cosa diceva, come mi faceva sentire. Poi cominciammo a vederci e dopo un po’ la cosa smise di farmi paura. Sapevo chi era, sapevo che aveva un’altra, ma mi convinsi che con me era diverso, unico. Credo di essermi innamorata veramente. Stava succedendo un casino, lo sapevo, eppure camminavo a un metro da terra. Non so come fosse possibile: ignoravo, sovvertivo tutto e mi sentivo viva più che mai. Mi lasciavo tutto alle spalle e sentivo di essere me stessa in qualsiasi cosa facessi. Mi muovevo di nascosto, ma quella persona che agiva nell’ombra era la vera me, finalmente.
Volevo capire cosa significhi stare fra le braccia di un uomo, fin dove potessi arrivare. Non volevo più avere limiti.
Notai la delusione nel suo sguardo quando scorse il mio bicchiere ancora pieno appoggiato sopra una pila di riviste. Lo prese e lo posò sul tavolo apparecchiato per due. Riempì di nuovo il suo.
Mangiammo che erano passate le nove. Aveva preparato una pasta con zucchine e mazzancolle. Odio i crostacei, mi fanno schifo, come i molluschi, non posso farci niente. Per una volta, però, non lo diedi a vedere, li assaggiai e per non deluderlo ne mangiai ancora qualche boccone. Il resto lo lasciai nel piatto. Mi scusai, dissi di non aver appetito. Chissà cosa avrà pensato: che ero a disagio, nervosa, magari in soggezione. Ma in fondo credo non non ci fece caso.
Ero stata io a proporre l’idea di passare una notte insieme. Pigiama party, l’avevo chiamato. Avevo bisogno di passare più tempo con lui, di stargli accanto e condividere tutto. Volevo che fosse mio per un giorno e una notte. In fondo, credo che desiderasse la stessa cosa. Un po’ di intimità, di calore.
Dopo cena ci sedemmo accanto al camino. Spegnemmo le luci, rimase solo la fiamma. Aprimmo il nuovo libro di un autore che entrambi amavamo. Me l’aveva regalato lui. Si mise a leggerlo ad alta voce. Il crepitio della legna e il sospiro della fiamma accompagnavano la sua voce. Che lui, lo so, avrebbe voluto più calda, ma a me piaceva così com’era. Mi strinsi a lui, poggiai il capo sulla sua spalla, mi lasciai cullare.
Quella notte, alla fine, non accadde nulla. Non lo facemmo. Dormimmo in stanze separate: io in camera da letto, lui sul divano. Indossai il pigiama e lo salutai sulla porta come in un film d’altri tempi. Non mi addormentai subito, nemmeno lui. La luce in soggiorno rimaneva accesa. Lo udii rimestare la brace e mettere altra legna sul fuoco. Credo sia andato avanti a leggere per ore.
Mi addormentai pensando a come era stato bello sentire il suo abbraccio e il suo respiro accanto al fuoco. A come si era sforzato di leggere bene, con intonazione, finché la voce non gli si era smorzata. A come mi guardava prima di baciarmi. Al profumo della sua pelle.
Non gli avevo detto di essere vergine, non ce n’era bisogno, l’aveva capito. Chissà, forse pensava davvero che fossi troppo giovane per lui.
Fu l’aroma del caffè a svegliarmi, avevo dormito a lungo, il sole era già alto. Mi affacciai in soggiorno e lui era lì, aveva già apparecchiato. “Ma come”, protestai. “Dovevi svegliarmi”. Mi abbracciò. Poi sorrise indicando l’orsacchiotto disegnato sulla blusa del mio pigiama. “E’ pronto il caffè”, disse.
Dopo aver fatto colazione uscimmo per una passeggiata. C’era il sole, ma tirava un po’ di vento e l’aria era frizzante. Misi la sciarpa e i guanti di lana. Mi condusse per un sentiero in salita che collegava gruppi di case sparpagliate sulle colline. Ogni tanto si fermava a contemplare il paesaggio e annuiva in silenzio. Guardavo anch’io e ciò che vedevo era il risveglio della natura, gemme e timide macchie di colore sui rami ancora intirizziti dal freddo. Era una meravigliosa mattina di primavera. Allora lui abbracciava e mi baciava.
Mentre costeggiavamo una stalla, un cane sbucò da dietro un muretto di pietra e ci aggredì abbaiando e ringhiando. Era incatenato, non me ne resi subito conto. D’istinto feci un balzo indietro e mi aggrappai a lui, tirandolo per la giacca. Lui restò immobile, mi fece da scudo. Fu solo uno spavento, questione di un attimo, ma da quel momento non lasciò più andare la mia mano. Mentre camminavamo in silenzio, sentivo le sue dita stringere le mie, indovinando la pelle sotto la lana del guanto.
Rientrati a casa, lui aveva fame, ma a me proprio non andava di mangiare. Mi sedetti vicino al camino e lo guardai mentre mangiava un piatto di pasta riscaldato. L’odore di marcio del pesce mi urtò, davvero non capivo come facesse a mandar giù quella roba, con tanta foga per giunta. Terminato il suo spuntino, sistemò i piatti e si sedette sul divano. Ci fissammo in silenzio. “Vieni qui”, disse, facendomi posto accanto a sé. Da lì, attraverso la finestra, si godeva di una vista stupenda.
Ci stendemmo uno accanto all’altro. Lui mi abbracciò da dietro. Mi piaceva sentire il suo corpo, il suo calore. Guardavamo fuori dalla finestra le colline irrorate dal sole. Restammo così per qualche minuto, non ricordo se parlammo, di cosa parlammo. Ricordo che stavo bene, che sarei rimasta così per ore.
Poi, però, mi baciò sul collo. Non mi diede fastidio, ma le sue mani, che cominciarono a muoversi su di me, quelle sì. Mentre mi giravo per baciarlo, prese più confidenza e mi strinse un seno. Mi irrigidii, rimasi immobile. Lui fece finta di niente e andò avanti. Ora sentivo il suo bacino premere leggermente contro di me e la sua mano che mi carezzava sul ventre, sempre più in basso.
Non ero pronta. Non sapevo cosa fare, se dirglielo o rimanere ferma in attesa che capisse da solo. Ma non lo fece. Emise un sospiro, una specie di gemito e infilò la mano nei jeans. Ero paralizzata. Adesso lo fermo, pensai, ma non riuscivo a muovermi. Quando i suoi polpastrelli premettero sulla pelle del pube attraverso le mutandine, ebbi un sussulto e lo bloccai. “Queste mani”, esclamai. “Non ti va, non ti piace?”, sussurrò lui sollevando la testa. Mi sistemai i pantaloni e guardai fuori dalla finestra. Non risposi, non mi sembrava così difficile da capire. E invece lo era, per me lo era eccome.
Fu molto dopo che decisi di farlo. A quel punto lui era già cambiato, mi trattava con deferenza, con distacco. Non so se ne rendesse conto, ma stava rovinando tutto. Anche questo non ci voleva molto a capirlo.
Aveva iniziato a chiudere casa, quando a un tratto lo abbracciai e lo strinsi forte. Allora capì, nei suoi occhi lessi dubbio e eccitazione.
Andammo in camera, era ancora fredda e già buia. Accendemmo la luce. Lo facemmo sopra le coperte, in fretta, non avevamo più molto tempo. Lui era atteso per cena, io avrei già dovuto essere a casa. Fremetti di freddo quando mi sfilò le mutandine, sopra ero ancora vestita. Fu presto dentro di me. Fu strano. Rimasi sospesa per qualche secondo cercando di capire cosa provassi realmente. Non mi fece male, per niente, era una mia paura. Cercai di comprendere cosa significasse averlo dentro di me. Lo sentivo, mi ascoltavo. Non era piacere, non sapevo dare un nome a ciò che stavo provando.
Stetti ferma, a capo chino, gli occhi serrati. Respirai piano per qualche secondo. Mentre lui cominciò a muoversi. Ero sopra di lui, mi spinse verso l’alto. Prima piano, poi più forte. I suoi gesti si fecero più decisi, più veloci. Cominciò a gemere, e anch’io. Non potevo trattenere il respiro che mi cresceva dentro rincorrendo il ritmo del suo corpo. Ero sopra di lui, che mi muoveva da dentro. Strinsi le mani sul suo petto, mi aggrappai alla maglia. Lui si mosse ancora più forte, più veloce. Le spinte divennero colpi. Ero fra i flutti del mare, in balia degli eventi. Stavo per perdermi, volevo perdermi, volevo naufragare.
Venne. Fu un lungo gemito trattenuto. Rallentò bruscamente e si fermò. Mi carezzò, mi trasse a sé. Con un mano sollevò la coperta e me la gettò sulla schiena. A fatica mi rilassai su di lui. Dentro di me era un fiume in piena, mi sentivo soffocare in quell’abbraccio. Lentamente mi ritrovai, mi placai.
Lo tirò fuori e continuò a carezzarmi le gambe, la schiena.
Ci alzammo. Ci rivestimmo. Rimettemmo in ordine il letto. C’era qualcosa di strano in lui adesso, il suo comportamento mi incuriosì. “Che c’è?”, chiesi. “Niente”, rispose mentre cercava fra letto e parete. “Non lo trovo”, disse guardandomi imbarazzato. Non afferrai subito. “Il coso”, disse alludendo al preservativo, “mi si è sfilato, non me ne sono nemmeno accorto… Non lo trovo”.
Sorrisi. Lui no. S’intestardì in quella ricerca, sollevò copriletto e lenzuola, ma nulla, non saltava fuori. Ormai era tardi, dovevamo andare.
Chiuse casa e salimmo in macchina. Facemmo il viaggio in silenzio. Era pensieroso, preoccupato. Non diceva nulla, né io non sapevo cosa dire. Non mi chiese nulla. Ero certa che stesse ancora pensando a quel maledetto affare.
Mi lasciò a un isolato da casa. Non dovevamo farci vedere. Andava a cena fuori con lei, ricordò, non potevo chiamare. Si sarebbe fatto vivo lui, disse. Presto.
Quando entrai in casa, mia madre mi aspettava sulla porta. “Dove sei stata tutto questo tempo? Dovevi esser qui per le cinque”, disse a muso duro. La ignorai e andai dritta in camera mia senza dire un parola.
Mi stesi sul letto e ripensai a quello che era successo. Misi una mano sotto il maglione e mi sfiorai. Volevo sentire la mia pelle, volevo capire cos’era cambiato, se davvero qualcosa era cambiato.
Prima di cena andai in bagno a lavarmi e fare la pipì. Fu così che lo trovai. Il preservativo. Resistetti al senso di schifo e lo estrassi piano. Non riuscivo a guardarlo, mi veniva da vomitare. Lo avvoltolai nella carta igienica e lo infilai in una tasca della felpa. Con una scusa uscii di casa e lo gettai nel primo cestino della spazzatura che trovai sulla strada. Rabbrividii. Ero nauseata, terrorizzata. E se fosse uscito del seme?
Cercai di rimanere lucida e calma, ripercorsi tutti i gesti che avevo compiuto. Ci ragionai su e alla fine mi convinsi che le probabilità erano molto remote. Tornai verso casa. Ero stravolta e preoccupata, ma soprattutto ero delusa. Era questo, dunque, l’amore? Mi domandai, mentre le lacrime mi annebbiavano la vista.
Il cellulare vibrò. Era lui. Come stai? Tutto bene?
Cancellai il messaggio e rimisi il telefono in tasca. Mi asciugai gli occhi, aprii il portone e lentamente salii le scale di casa.

Primo amore

Primo amore

“Il bacio”, F. Hayez, 1859 – web

La prima volta fu una sofferenza. Credo lo sia stato per entrambi, anche se per lei non era la prima. E questo per me era un problema.
Lo facemmo in due tempi, a distanza di giorni. A casa dei suoi. Paola era tornata a stare lì da qualche mese. Non lavorando più nei bar, non riusciva a pagarsi l’affitto. Con sua madre ogni volta era una guerra, ma se la faceva andar bene. Doveva.
Il primo tempo lo giocammo nel letto matrimoniale. I suoi sarebbero tornati verso mezzanotte, avevamo campo libero. Su questo fra genitori e figli vigeva un tacito accordo. Il letto era ampio, comodo, pulito. Tutto sommato anche caldo. Paola aveva pensato a tutto, anche all’incenso e alle luci. Era troppo, me ne rendevo conto, ma cercai di non farci caso. Mi concentrai su di noi, su di me, su di lei. A pensarci, mi sale ancora la saliva.
Non ricordo se mangiammo qualcosa, prima. Non ricordo che giorno era, se era sabato o domenica, o un qualsiasi giorno della settimana. Non ricordo se eravamo stati da qualche parte, come eravamo vestiti. Se chiudo gli occhi, la sola cosa che vedo è quel lettone bianco e noi due sopra. Il suo reggiseno bianco con un fiocchetto rosa al centro. Il suo respiro che saliva. Il sangue che mi percuoteva le tempie.
Ci eravamo conosciuti nell’istituto dove Paola faceva l’educatrice. In realtà stava ancora studiando. Dopo un paio d’anni inconcludenti all’università di lingue, era passata a scienza dell’educazione. In comunità, come la chiamavamo, aveva iniziato come volontaria e dopo un anno le stavano offrendo un contratto d’assunzione.
Io invece mi trovavo lì per caso. Ero un obiettore, uno dei tanti di passaggio.
Lavoravamo con ragazzi pieni di problemi. Droga, spaccio, abusi fatti e subiti, storie di violenza, di delinquenza. Gli ospiti venivano inviati in comunità dal tribunale dei minori o dai servizi sociali. Chi aveva già commesso dei crimini e aveva una pena da scontare, e in questo magari era pure figlio d’arte, chi invece pagava il fatto di aver avuto un’infanzia d’inferno. Il che, in fondo, valeva un po’ per tutti.
Là dentro non c’era una linea netta fra buoni e cattivi. Lavoravamo, mangiavamo, dormivamo insieme, ragazzi, educatori, obiettori. Di giorno le attività nei laboratori, i colloqui con gli psicologi, le udienze. Raramente qualche visita. Il responsabile, un sacerdote dallo stile di vita a dir poco alternativo, soprintendeva e alla bisogna interveniva, puniva, consolava, promuoveva. Ogni notte con alcuni di noi andava in stazione a portare un pasto caldi ai tossici. Parlava con loro, cercava di capire le loro intenzioni. Se c’era modo, li prendeva con sé. Per qualche notte, qualche settimana, a volte dei mesi.
A turno noi adulti coprivamo i fine settimana. Non era una vita facile con trentasei ore libere a settimana, ve lo posso assicurare. Uscivi fuori e quando iniziavi a respirare era già ora di rientrare.
Fu in una di quelle libere uscite che Paola ed io ci ritrovammo nel letto dei suoi.
L’arte della dissimulazione e del rinvio condirono i lunghi minuti dei preliminari. Continuavamo a baciarci, non smettevamo mai, né io né lei. Rinviando il momento della verità. Credo che Paola non sospettasse che ero ancora vergine. Anzi penso fosse convinta che ci sapessi fare.
L’avevo spogliata a metà e avevo baciato e leccato ogni centimetro nudo di pelle. L’avevo vista rabbrividire e fremere in silenzio, mentre il mio pene batteva forte nei pantaloni. Ora però non sapevo più come andare avanti.
Ma non ce ne fu bisogno. Qualcosa interruppe il nostro idillio e l’impasse.
Suo fratello, ubriaco, rientrò ben prima del previsto. Non solo, si fece accompagnare da un gruppo di amici, altrettanto brilli e ciarlieri. Paola e io ci ricomponemmo alla svelta, sostenemmo i loro sguardi, ignorammo battutine e risate e ci ritrovammo sulle scale a fumare in silenzio.
Lei si scusò, io feci la parte di quello cui era stata rovinata la serata. Col senno di poi, però, credo che tirammo entrambi un sospiro di sollievo.
La faccenda fu rinviata alla settimana successiva, al prossimo permesso.
Nei giorni d’attesa che seguirono pensai spesso a quello che era successo. Mi diedi dello stupido, dell’incapace. Ma a dirla tutta non mi dispiaceva che fosse andata com’era andata. Avevo una seconda occasione e stavolta me la sarei giocata meglio.
La volta dopo ci ritrovammo in camera di Paola. Che in realtà di giorno era l’ufficio di sua madre, con tutti gli inconvenienti e i dissidi cui quella promiscuità dava luogo. Ricordo che la stanza era buia, forse volutamente.
Facemmo tutto più in fretta.
“Vuoi mettere un po’ di musica?”, chiese lei a un tratto.
Pensai che sì, forse era meglio.
“Scegli tu”, disse.
Mi alzai dal letto e scorsi la fila di cd sulla mensola sopra il letto. Uno attrasse la mia attenzione. Introducing the Hardline according to Terence Trent D’Arby. Un ricordo di quasi dieci anni prima, un album che mi aveva entusiasmato. Me l’aveva fatto conoscere un amico cui da sempre invidiavo il successo con le ragazze. Estrassi il cd e lo infilai nello stereo. Le note e il ritmo inesorabile della prima canzone siglarono il mio ritorno nel letto accanto a Paola.
Say a prayer for my mother / Say a prayer for my father / Say a prayer for my brother / But most of all please say a prayer for me.
Fui più brusco, più deciso, il che mi eccitò ulteriormente. Anche Paola parve gradire quell’approccio. Avevamo aspettato per una settimana, sapevamo che era solo un inizio, avevamo fretta di varcare la soglia.
Quando misi il preservativo capii subito che non ne avrei avuto per molto. Fui dentro di lei e in un istante non sentii più le sue dita, né le note della canzone che avevo aspettato. Sign your name across my heart / I want you to be my lady. Ero dentro di lei e il mondo scompariva, collassava sulle mie spalle. In un attimo tutto scomparve ed io ero il mio pene che penetrava il suo mistero. Ne sentivo il calore, la stretta, il palpitare. Non poteva più esistere nient’altro. L’attimo dopo gridavo dentro di me No, non voglio venire! Odiai la mia debolezza, la mia fragilità, odiai la forza incontrollata del mio desiderio. E venni, subito, vergognosamente.
Nulla poterono le sue carezze. Estrassi il mio membro ridicolizzato da un prolungamento di gomma gonfio di sperma, caldo, indecente.
“Scusami”, dissi.
Ero durato solo pochi secondi. Ero mortificato. Non avevo idea di cosa Paola potesse aver sentito o provato. Nulla, pensai.
La cosa più sorprendente è che non ricordo nient’altro di quella sera. Nulla. Quello che ci siamo detti, le scuse che ho addotto, le sue parole di consolazione. So solo che da quel giorno fu ogni volta più bello. Ogni volta una scoperta, un’emozione diversa.
Ci prendemmo gusto, certo. Lo facemmo ovunque. Anche in istituto. La notte andavo a trovarla nel suo appartamento oppure lei veniva nel mio. I ragazzi dormivano, o almeno così credevamo. Lei finiva di sistemare la cucina o sistemava il bucato, io bevevo una birra raccontandole la giornata nell’orto o in falegnameria. Guardavamo un po’ di tv sul divano e poi facevamo l’amore in silenzio, magari ascoltando la pioggia. A volte non lo facevamo. Sprofondavamo nel divano e dormivamo abbracciati travolti dalla stanchezza, finché non mi risvegliavo trafelato a metà della notte e correvo nel mio appartamento sperando che nessuno fosse venuto a bussare alla porta di camera mia.
Fu un bel periodo quello, un anno particolare. Perdetti la verginità. Trovai il primo amore.

A small autumn tale

A small autumn tale

La platea era mezza vuota e nell’aria si percepiva un clima da prova generale, come se i musicisti suonassero per se stessi prima che per gli spettatori. Sul palco non s’avvertiva la tensione di una prima, ma concentrazione e godimento sinceri. I volti degli orchestrali erano distesi, sorridenti, i loro gesti spontanei e slegati. All’intermezzo accolsero il ritorno del direttore battendo i piedi sull’assito, ingrossando l’applauso del pubblico poco numeroso. Parlavano fra loro commentando a mezza voce, c’era intesa, voglia di giocare. Alcuni di loro in effetti erano molto giovani.
In seconda fila, alla viola, riconobbi Flavio, il mio maestro di violino, mentre con una mano reggeva lo strumento e con l’altra si batteva la coscia pestando giocosamente il pavimento. Sorrisi ritrovando lo stesso guizzo provocatorio nel suo sguardo un po’ spiritato. Erano passati anni, non era affatto cambiato.
Fuori pioveva e faceva freddo. Con tutto, decisi di aspettarlo fuori sul retro del teatro. Non mi era mai capitato di fare una cosa del genere, ma erano solo le dieci e non mi andava di rincasare presto quella sera. Aspettandolo, mi accorsi di essere eccitato. Che gli avrei detto, mi avrebbe riconosciuto? Avrei dovuto ammettere di aver abbandonato la musica.
Non ero il solo ad attendere sotto la pioggia, ma ero tra i pochi a non avere un ombrello e cercai riparo sotto le fronde di un ippocastano. Nel mentre, un gruppo di giovani che discutevano allegramente attirò la mia attenzione, in particolare una donna, elegante, capelli e occhi neri, sulle labbra un rossetto vivace che luccicava. Quando il portone si aprì e uscirono i musicisti, individuai Flavio proprio mentre li avvicinava. Li salutò scambiando con loro qualche battuta. L’astuccio della viola a tracolla, non aveva l’ombrello e nemmeno un soprabito, indossava ancora lo smoking da concerto con il papillon bianco. Si rivolgeva loro con fare concitato, invitandoli a muoversi e andar via di lì. Allora mi feci coraggio e mi avvicinai.
“Ciao Flavio, ti ricordi di me?”
Era ovvio che non fosse così. Avevo fatto il conto degli anni che erano trascorsi dall’ultima lezione: sette. Gli dissi il mio nome, violino, privatista. Non so se fosse vera la luce che gli balenò negli occhi quando mi disse che sì, certo, si ricordava chi ero. Seguirono dei come stai, cosa fai nella vita, cose così. Accennai ai miei studi, da poco ultimati, al mio primo impiego da laureato. Lui mi ascoltò sorridendo.
“Io suono”, disse. “Mi sono sposato e mi sono separato”, aggiunse con ghigno canzonatorio.
Fu allora che mi accorsi che era molto più magro di come me lo ricordavo. Il suo volto era scavato. Gli occhi, grandi e scuri, saettavano nel buio.
Salutò qualcuno alle mie spalle. “Voi che fate, venite con noi?”, gridò.
Mi voltai a guardare pensando che forse era il caso di farmi da parte.
“Allora? Che fai, suoni ancora?”, chiese.
“No, no”, risposi in un accesso di rammarico, “ho smesso da anni ormai.”
Quella domanda mi mise in imbarazzo, sapevo di non essere mai stato un gran che.
“No!”, esclamò lui energicamente, “Non devi mollare. Riprendi! E’ così bello suonare. La musica…, la musica è troppo bella!”
Pronunciò quelle parole con enfasi, scandendo le parole. Ma il gesto che fece con le mani, l’allegra vivacità che vi mise me le resero vere.
Disse qualcosa alla donna col rossetto, che nel frattempo gli aveva sfiorato una spalla sussurrandogli qualcosa all’orecchio. Non udii cosa si dissero. Lui la prese sotto braccio sorridendo. Mi guardarono entrambi, mentre decidevano di allontanarsi. Flavio inarcò le spalle e alzò il rever. Aveva i capelli bagnati, le spalline della giacca erano lucide. “Andiamo”, dissero.
Ma mentre si avviavano alle macchine, lui si fermò e si voltò.
“Dai, vieni anche tu”, disse.
“Tra poco, a mezz’ora da qui. Faccio un altro concerto. Musica moderna e antica. Un sacco di strumenti, ci sono anche chitarra e percussioni. Ti piacerà. Ascolti il jazz?”
Mi diede qualche indicazione per raggiungere il posto, un locale in collina ricavato in una vecchia chiesa sconsacrata.
Suonarono un clacson, lo stavano aspettando. Corse alla macchina.
Sentii un brivido lungo la schiena mentre mi decidevo a seguirlo. Mi avviai sotto la pioggia stretto nel mio cappotto umido. Sapevo che non avremmo più avuto modo di parlare, Flavio ed io. Ma sapevo che quella sera aveva ancora in serbo qualcosa per me. Qualcosa di nuovo da cominciare. Qualcosa da riscoprire.

… ascoltando …

… e ancora …

Foglie

Foglie

Foglie – foto: Silvia G.

Le foglie coprivano il suolo di un manto dipinto con minuziosa perizia. Gli strati più profondi cedevano il loro colore alla terra umida, fondendosi in essa. Le più recenti, ancora asciutte, erano ritorte in un ultimo spasmo senza linfa. Alcune sembravano mani, enormi mani dalle fragili dita artritiche che si sbriciolavano al contatto con le mie. Altre conservavano ancora un po’ di vita, parevano cadute anzitempo per unirsi a quelle che le avevano precedute. Perché quello, in fondo, era il destino che le attendeva. Tutte, indistintamente.

Avevo lasciato aperta la finestra del soggiorno, il sole entrava obliquo riscaldando l’aria di novembre. A novembre c’è sempre un giorno che è estate. Sentivo il rumore del rastrello che radunava le foglie.
Sapevo che era lui che stava lavorando, ma mi sembrava sconveniente affacciarmi come una comare d’altri tempi. Quel rumore morbido mi faceva compagnia mentre finivo di correggere i temi che avevo promesso di consegnare il giorno dopo ai miei ragazzi.
Quando il sole sparì dietro la collina mi alzai dal tavolo, chiusi la finestra e, protetta dal vetro, mi soffermai a guardarlo.

Mi piaceva stare lì sotto gli alberi a lavorare. Respirare quell’aria cenerina carica di rassegnazione, mentre il sole svaniva in una scia di luce rosa e da lontano giungeva odore di stufa a legna.

Aveva raccolto gran parte delle foglie secche che avevano coperto il prato del giardino, radunandole in mucchi. In giardino c’è una fila di aceri che confina con il muro di cinta di casa mia. In estate, quando sono carichi di foglie, nascondono la vista della sua abitazione, ma in autunno, piano piano la casa riappare, ogni giorno posso vederne un pezzetto di più, fino a quando gli alberi ormai spogli me la mostrano in tutta la sua interezza.
E’ una bella casa a due piani color mattone, con le imposte verde brillante, dal mio lato si vede il finestrone della sala al primo piano, che si apre sul giardino, mentre al secondo piano ci sono tre finestre. Una è sempre chiusa, le altre due sono uno studio e il bagno.
Lo so che può sembrare strano che io conosca così bene come è fatta la casa, ma prima che la comperassero lui e la moglie qualche anno fa, per anni ci aveva abitato Virginia, una mia compagna di scuola, che poi si era trasferita con la famiglia all’estero e la casa era rimasta sfitta per anni. Ai tempi delle scuole elementari avevo frequentato spesso quella casa.
Osservai il mio vicino ancora per qualche minuto poi, colta da un brivido di freddo, pensai che era il momento di accendere la stufa a legna e così l’abbandonai alle sue incombenze autunnali.

Mi dovetti dare da fare, non restava molto tempo. Rastrellai le foglie in grossi mucchi e le raccolsi con le mani, infilandole nei sacchi e schiacciandole sul fondo. M’affrettai. Quando ebbi finito, contemplai i sacchi impilati contro il muro di casa: i miei trofei.
Più tardi, avvolto nel tepore dell’acqua della vasca, mentre contemplavo gli aceri dalla finestra del bagno, vidi alcune foglie staccarsi dai rami, avvitarsi su loro stesse e planare lentamente a terra. Immerso nel mio vapore, ricordai allora l’odore della terra umida e di un fuoco acceso chissà dove.

Dopo un po’ mi riaffacciai, ormai era buio. Le foglie avevano riempito dei sacchi che lui aveva accatastato accanto al muro della casa.
La luce del bagno era accesa e il vetro della finestra era ricoperto da un velo leggerissimo di condensa. Non so perché, lo immaginai immerso in quella grande vasca da bagno dove tantissimi anni prima la mamma di Virginia ci aveva infilato dopo che eravamo rientrate in casa ricoperte di fango per esserci rotolate insieme a Isotta, la nostra tata pelosa, una labrador cicciotta e giocherellona.
Si alzò un po’ di vento e le foglie gialle e rosse degli aceri ripresero a cadere sul prato, quasi a rendere vano il lavoro di raccolta che aveva impegnato il mio vicino per tutto il pomeriggio.

Un mese dopo lasciai quella casa e persi l’abitudine a quei lunghi bagni caldi ristoratori. Ma allora non lo sapevo ancora e fuori le foglie, incuranti, continuavano a cadere, coprendo il pezzo di giardino che avevo appena denudato.

Quel giorno fu l’ultimo in cui lo vidi in giardino. Un mese dopo, appena prima di Natale, la casa tornò ad essere disabitata.
Una mattina, mentre uscivo per andare a scuola, lui ed un amico facevano avanti e indietro dalla casa al bagagliaio dell’auto, riempiendolo di scatole e scatoloni. Pensai così che anche lui aveva preso la sua decisione.
La moglie se ne era andata prima dell’estate, una sera li avevo sentiti discutere animatamente, le finestre delle nostre case erano aperte e le voci e il tono rancoroso di lei mi erano giunti distinti. Era impossibile non ascoltare. Lui aveva replicato a stento e il litigio si era concluso con lei che gli urlava sei un maledetto stronzo, non cambierai mai. Di lì a qualche giorno aveva fatto le valigie e, come sarebbe accaduto poi con lui, l’avevo vista una mattina fuori dal cancello di casa con i bagagli, in attesa di qualcuno che l’avrebbe portata altrove.

Oggi la casa color mattone ha di nuovo le imposte chiuse e gli aceri sono completamente spogli. Il prato del giardino è ricoperto da un manto di foglie secche e opache.

… ascoltando …

(lapoetessarossa, 11/11/18)

 

Foglie

Marco si accese una sigaretta, uscì sul balcone e si sedette. Scostò una sedia invitando Giulia a fare altrettanto. Versò il vino.
Giulia stette un momento sulla soglia della finestra, si avvicinò e si sedette per terra. La cagnetta, remissiva, la seguì e si sdraiò ai suoi piedi, lei prese a carezzarle la testa ignorando il bicchiere che le veniva offerto.
Marco lo mise sul tavolo. Quando vuoi, pensò.
Lei si sdraiò sulle piastrelle di cotto e strinse a sé la cagnetta. Le piaceva stare per terra, come le piaceva girare per casa a piedi nudi, in déshabillé. Stendersi sul pavimento era un modo per ricongiungersi alla terra rifuggendo ogni sovrastruttura, estetica o morale. Da come se lo teneva stretto, pensò Marco, anche il cane doveva essere più vicino di lui all’essenza delle cose. Se non altro, aveva il diritto di stare sdraiato con lei, invece di starsene seduto a un tavolo da solo.
C’era qualcosa che non andava, era evidente. L’aveva capito subito, appena entrato in casa. Sorseggiò il vino bianco fresco di frigo e snocciolò un paio di olive, attendendo che si arrivasse al dunque.
Giulia incrociò le gambe e si mise a sedere. La cagnetta abbandonò docilmente il collo fra le sue mani lanciando uno sguardo a Marco di sbieco, nell’intento di capire cosa stesse masticando. Il sole all’orizzonte era ancora alto, ma di tanto in tanto una folata di vento rendeva un po’ più sopportabile quel tardo pomeriggio di fine giugno.
“Non dici niente?”, disse lei, nervosa.
“Non mi racconti mai, possibile che tu non abbia mai niente di interessante da dirmi? Non so nulla di te. A volte penso che non ti conosco nemmeno”.
“Cosa vuoi che ti dica? È stata una normale giornata di lavoro”, disse Marco.
Che poi, se anche ti raccontassi, non mi ascolteresti, l’attimo dopo saresti già altrove, mi interromperesti parlandomi sopra.
Ma questo lo pensò soltanto.
Si curvò verso di lei e le carezzò una guancia sorridendo.
Lei si ritrasse infastidita da quel gesto ipocrita, inconsistente.
Lo scrutò per una manciata di interminabili secondi. Lui sostenne lo sguardo, il suo sorriso una piega inamidata della pelle del volto, finché decise di porgerle di nuovo il bicchiere.
“Davvero non ti va di bere?”, chiese.
“Davvero non capisci?”, disse lei con disgusto.
Lui si accasciò sullo schienale della sedia. La cosa era seria, pensò, domandandosi se avesse le energie per sostenere una discussione, se ne avesse mai avute. Nel mentre notò un’odiosa macchia scura sul suo mocassino, trattenne l’impulso di chinarsi e fregarla.
“Non so mai dove sei”, disse lei. “Anche adesso. Tu non sei qui, lo sento”.
“Ma che dici?”
“Non far finta di non capire”.
Marco tacque. Sapeva dove voleva arrivare, la cosa migliore era lasciarla fare.
“Sei entrato e non mi hai nemmeno toccata”.
“Non è vero, lo sai”, replicò lui.
“Quando mi abbracci non ti sento”, riprese lei scandendo le parole, sottolineandole con gesti delle mani tese.
“Non mi stringi, non mi fai sentire che ci sei. Ho bisogno di qualcuno che mi tenga, che mi faccia sentire protetta. Le carezze, quelle falle al cane”.
La cagnetta dovette capire di essere stata chiamata in causa perché sollevò un orecchio guardinga.
“Tu non mi ami”, disse Giulia.
Non era la fine del mondo, né un dramma. Anzi. Non ti amerò mai, Non sei l’uomo della mia vita, Non mi ami veramente, Non sei in grado di amarmi… Tutte cose che Marco si sentiva ripetere quotidianamente.
Lui saldamente aggrappato a un roccia, lei forza ostinata a spiccare il volo.
Lui che del disincanto aveva fatto un precetto di vita, lei che non rinunciava all’amore ideale.
Eppure, stavano insieme. Un legame di frattellanza il loro, sopravvissuti com’erano entrambi al naufragio, allo scampato pericolo. Un legame di sangue e sputo, sotterraneo, un cordone ombelicale di parole non scritte, né dette. Dissepolte, ritrovate. Un’archeologia che forse non praticavano abbastanza spesso.
“Tu non mi ami”, ripeté Giulia guardando oltre la balaustra.
“Non sai nemmeno cosa significhi amare, non sai perché stai con me. Sapresti dirlo, eh? Rispondimi, dai, dimmi: perché stai con me?”.
Marco cercò di articolare un pensiero che in fondo riteneva inutile.
“Non me lo dimostri, non me lo fai capire. Non mi arriva niente, capisci? Io ho bisogno di un uomo che me lo faccia sentire”.
Marco inghiottì un sorso di vino e appoggiò con fastidio il bicchiere sul vetro del tavolo. Non potevano farne a meno?, protestò con gli occhi.
Si chiese se da finestre e balconi udissero ciò che si stavano dicendo.
In cortile dei vicini sbatterono le portiere di un’auto e misero in moto. Li guardò fare manovra e quando se ne furono andati, fissò Giulia di nuovo.
Lei esitò.
“Sono stata al centro di addestramento”, disse.
“Luna è stata bravissima, impara ogni volta di più. Con gli altri cani si è comportata benissimo, oggi erano quattordici. Massimo è in gamba, davvero. Mi piacciono molto i suoi modi, ci sa fare”.
Marco si sporse verso di lei, non voleva perdersi una parola di quello che Giulia stava per dire. Fin dalle prime lezioni, aveva notato che stava accadendo qualcosa. Ma prima che lo dicesse, era stata lei ad ammetterlo. C’era qualcosa nell’atteggiamento dell’educatore di Luna che andava oltre il suo ruolo.
“Ha fascino”, continuò Giulia. “E’ appassionato, attento. Ha un dono e lo trasferisce in tutto quello che fa. E’ speciale”.
Poi una volta si erano incrociati per strada, si erano salutati di sfuggita. Ed era arrivato il primo messaggino sul cellulare. Giulia non aveva fatto passare molto tempo prima di dirlo a Marco. Glieli aveva letti tutti, i messaggi, con non poco imbarazzo. Si vedeva lontano un miglio che era eccitata. Intimorita dalle proprie reazioni. Per questo aveva vuotato subito il sacco, per renderlo partecipe di qualcosa che faticava a gestire da sola. Per liberarsi di un peso.
“Di uno come lui potrei innamorarmi, capisci? Per uno così potrei tornare a sentir battere il cuore”.
Era finita?, si chiese Marco. Era questo che Giulia stava cercando di dirgli?
Ma stette zitto. Lasciò che andasse avanti a parlare.
Una folata di vento agitò i fiori nei vasi e sollevò delle foglie in cortile.
Giulia parlava, il vento soffiava, le foglie strusciavano.
E lui non poteva fare a meno di udire il loro rumore.