Viaggio Capena – Roma

Roma stazione Flaminio

Roma, Stazione Flaminio – web

Apro gli occhi e cerco istintivamente di trovare una motivazione alla cosa. Ce ne deve essere per forza una? Il fatto stesso che me lo stia chiedendo mi fa credere di sì. Passa qualche secondo, o qualche minuto, un’unità di tempo indefinita perché il pensiero nella testa non si è ancora coagulato e finché ciò non avverrà, il tempo rimarrà un concetto perfettamente astratto, un fenomeno essenzialmente aleatorio.
Dove sono? Incalza la seconda domanda. Le sinapsi si stanno rimettendo alacremente al lavoro, vedo. Il che ora è? è in dirittura d’arrivo, questione di poco, gli ingranaggi si muovono, il sangue circola e irrora. Va tutto bene. Dove sono, quindi. Cominciamo da lì. Perché quella in cui mi trovo, evidentemente, non è camera mia. Eh, certo che no, sono fuori casa, questo me lo ricordo bene: sono in viaggio, in vacanza. Consapevolezza della congiuntura storica, molto bene. E ora calma, un lungo respiro distensivo, inspirazione-dilatazione-accrescimento, espirazione-contrazione-svuotamento. Dentro-fuori. Un battito, un passo avanti. Cos’ho fatto negli ultimi giorni? Mentre il cervello, in background, assembla una risposta alla domanda che si è appena posto, i sensi lo precedono di gran carriera, facilitandogli il compito. La via della deduzione, si sa, è più facile, o quanto meno in discesa.
Un abbaino sopra la mia testa, dal quale la luce, schermata, filtra soffusa e innocua: davvero non saprei dire che ora è, intrigante. Il letto, singolo, in cui giaccio, le lenzuola di cotone in brandelli arrotolati ai miei piedi. Il materasso, ben più rigido e confortevole di quello di casa, mi è congeniale – ma quando la smetterò di dormire in un divano letto? Mi sento riposato, rigenerato. Non fa caldo, si sta bene: ovvio, sono in un seminterrato. Sono in un seminterrato. Fin qui, tutto bene, andiamo oltre. Il tavolino basso ai piedi del letto, con sopra libri e dépliant sparsi: so benissimo che leggendone uno potrei accedere a un sacco di informazioni aggiuntive, ma preferisco farmi condurre dagli elementi al contorno.
In realtà so già dove sono, l’ho capito benissimo, me lo ricordo, il sakè di ieri sera non può aver fatto danni, ma voglio giocare ancora un po’ agli indovinelli. Mi diverte.
Un vaso con dei ramoscelli di salice essiccati che nell’insieme ricorda un albero in inverno. Un altro tavolino con sopra un vecchio televisore a tubo catodico, il videoregistratore, lo stereo e un buon numero di dischi in vinile e cassette: la saletta tv adattata a camera per gli ospiti, ricordo di aver pensato ieri sera. Vado avanti. Il soffitto inclinato per via della scala, le pareti bianche, le fotografie appese… Stop. Fine del gioco. Ora è pura lettura, o rilettura, ripasso di ciò che ho osservato ieri sera.
Ti sei divertito? Mi chiede il mio membro pensante. Pare che ami parlare con se stesso. Ma lo fa proprio come se si trattasse di un altro, specie quando è incazzato. Dovreste sentire che cazziatoni gli fa… O forse dovrei dire si fanno? Insomma, non mi è ben chiaro chi sia chi e cosa ci faccia io nel mezzo, sta di fatto che, per non sbagliare, spesso parlo, parliamo di me al plurale, di noi insomma. Ci viene spontaneo.
Del tipo: Come stai? Bene, non ci lamentiamo, Cosa hai fatto oggi? Lavorato senza sosta, di sto passo usciamo matti, Ti andrebbe un cinema stasera? Ci pensiamo, ok?, Un sushi? Non so, vediamo…. Ho reso l’idea?
La mia ex sbroccava per sta cosa del noi, oltre che per la storia del divano letto e della mia cosiddetta “teoria della precarietà”. Io ci difendevo come potevo, parlavo di modi di dire, di plurale maiestatis, cose così. Minimizzavo. Per me era la normalità. Lei – ma questo l’ho capito dopo, e comunque troppo tardi, era spaventata, e in effetti glielo leggevo negli occhi. Ma sotto sotto mi interrogo anch’io, davvero: Raga, in quanti siamo, qui dentro? Domando di tanto in tanto, allarmato.
Preoccupante, sì. Cose da approfondire adeguatamente, magari con l’aiuto di un analista. Quando avremo un po’ di calma… Ecco, appunto.
Anche se, diciamocelo, non è poi così male assistere a certi dibattiti interni… (Calma: siamo in due o in tre?) Dovresti fare così…, Ecco, vedi? Hai sbagliato di nuovo…, Sei sempre il solito, perché non dici mai quello che pensi veramente?
Quest’ultima, fra tutte, è di gran lunga la mia preferita.
Difficile che avvenga il contrario: cioè che A faccia un complimento a B o viceversa, che si scambino smancerie di sorta insomma. Questa cosa fa riflettere: nell’esultanza, nel benessere, nel godimento non si avverte scissione (A questo punto l’impersonale è d’obbligo).
La dicotomia è funzionale, serve a prendere le distanze, a mettere a fuoco l’errore, a giudicarlo dall’esterno, a starne fuori. E’ funzionale, ma inutile. E’ comoda, ma non corregge alcunché. Se nella mia testa c’è qualcuno che eccepisce, strepita, sbraita, rimprovera, in quella stessa stanza c’è anche chi è sordo a ogni tipo di richiamo, si lascia scivolare addosso ogni cosa e non cambierà mai atteggiamento.
L’integrità imporrebbe una presa di posizione, il rispetto di una linea unitaria. E unità significa coerenza. Che, a quanto pare, qui risulta assente.
Certo che, visto così, sei proprio messo male!
Ecco, vedete?, ci risiamo. Cambiamo discorso. Dov’eravamo rimasti?…
Ok, ok. Faccio uno sforzo.

Foto, cornici, quadretti. Li osservo un’altra volta, anche se ieri, quando Anna mi ha lasciato solo in questa stanza, l’ho già fatto, e con molta attenzione. Ripasso le espressioni più o meno sorridenti, più o meno orgogliose degli adulti, quelle più o meno disinteressate o infastidite dei bambini. Analizzo i sorrisi in cerca di tracce di felicità.
Mi ha sempre impressionato osservare le fotografie a distanza di anni, rivedere l’immagine che di noi rendiamo nel tempo, chi eravamo. Negli anni settanta, gli ottanta, i novanta: le foto nel tempo hanno una loro grana, un loro mélange, una specifica gradazione di colore, e la sensazione è che anche noi, allora, vedessimo allo stesso modo, come se i nostri sensi allora fossero diversi. Eravamo diversi. E nel frattempo siano mutati, forse evoluti negli anni, così come la tecnologia deputata a salvare i nostri ricordi. E’ fuorviante associare la crescita anagrafica a quella degli strumenti a nostra disposizione per raccontarla e immortalarla. Tuttavia, sono convinto che a quelli della mia generazione sia andata così. Di fatto, esistono ricordi analogici e digitali, in alta e bassa definizione. Memorie già sfuocate e periture, quelle dell’infanzia, e memorie riproducibili o addirittura, modificabili, quelle dell’età adulta. Impressionante, se riportato alla capacità acquisita nel frattempo di descrivere e raccontare, o reinventare il proprio vissuto. Esperienze più o meno discretizzate e più o meno approssimative, alterabili. Dettagli, impressioni, suggestioni che possono essere filtrate eluse, orientate. Ma su tutto, alla fine, in barba a ogni nostro sforzo di ricordare, o di ricordare solo ciò che ci piace, un giorno passerà, come uno scanner demolitore, il rullo del disfacimento senile. Azzerandoli.

Riguardo Anna in foto, il suo incarnato nel costume a due pezzi, così pallido, direi quasi anemico. Le gambe affusolate, da ballerina. I capelli lisci, corvini, raccolti in una spessa fascia di cotone rosso scuro che le corona la fronte, sono più lunghi e incuranti caschetto elegante che porta adesso.
Lei e la figlia più grande, sulla battigia, nella foto accanto.
Ancora loro due, qualche anno dopo, mentre si immergono in un campo di lavanda, in Provenza. Accanto a sua figlia, Anna ricorda un angelo protettore.
Altro scatto: lei con un uomo, dovrebbe essere l’ex-marito.
Non l’ho conosciuto. Nemmeno le figlie, d’altronde. E’ la prima volta che metto piede in casa sua. Strano. Ci siamo conosciuti attraverso parole scritte, lo scambio di pagine di libri, racconti, dialogando via email. Senza esserci nemmeno visti in faccia, in qualche modo siamo diventati intimi conoscenti. E c’è voluto un po’ per vincere l’imbarazzo ieri, al momento del nostro primo incontro. “Allora, com’è di persona?”, ha rotto lei il ghiaccio, imboccando il raccordo anulare…
Calma. Sto divagando.
Vediamo un po’ che ora è, ci dev’essere un orologio a parete di là, sopra il frigorifero. Esco dalla stanza. Il soggiorno è luminoso. Guardo l’orologio: sono le undici. Pensavo peggio. Ero molto stanco ieri, per via del viaggio, Anna è andata al lavoro e mi ha lasciato riposare. Apro il frigo e tiro fuori uno degli yogurt che abbiamo comprato al supermercato. Prendo anche il succo agli agrumi. Devo fare una doccia. Poi un bel caffè.
Vado in bagno: sono fortunato, adoro i box doccia spaziosi. E ancor più un bel getto potente, largo, di quelli che ti fanno immaginare un tiepido diluvio equatoriale. Regolo la temperatura dell’acqua finché non trovo quella a me più congeniale, sbraccio e canto senza preoccuparmi che qualcuno mi senta, non c’è nessuno in casa. Esco dalla doccia e infilo un comodo accappatoio di spugna che Anna ha insistito perché usassi. Accendo sotto il caffè e mi godo la sensazione di fresco e pulito che danno capelli e barba bagnati. L’aroma del caffè che gorgoglia. Lo verso in una tazza, apro la porta finestra che dà sul giardinetto dietro casa: non è il mio ambiente, ma non sento mancarmi niente, sono padrone di questo momento. Mi siedo sulla panchina.
E Anna?, mi chiedo a un tratto. Ieri sera ha detto che non sapeva se sarebbe riuscita a liberarsi per pranzo. Recupero il cellulare, lo accendo: quattro messaggi e un tentativo di chiamata.
Messaggio n.1: Buongiorno, le cose per fare colazione sono nel frigo. Ti ho messo anche della marmellata e del latte fresco. Non so se ti piace, è lì.
Messaggio n.2: Ciao, ti sei alzato? Qui sul lavoro la situazione è un po’ complicata. Sai, con mezzo ufficio in ferie, ci tocca sbrigare tutto in due.
Messaggio n.3: Non riesco a liberarmi per il pomeriggio. Magari per pranzo. Un boccone veloce, però, prima che tu vada in città.
Messaggio n.4: Sveglia dormiglione! Ho provato a chiamarti, ma è staccato. Ho fatto squillare il telefono di casa. Sei lì? Quando ti svegli o quando puoi, chiamami, così mi organizzo.
Ne segue un breve dibattito ‘interno’.
A: “Sei il solito maleducato. Trascurato e cafone, degli altri non te ne frega un cazzo!”
B:  “Ma che vuoi? Stai calmo! Sei peggio di una madre e una suocera messe insieme. Ora la chiamo, va bene?”
Ma passa ancora un po’ di tempo prima che lo faccia. Ho un blocco nei confronti del telefono: non mi piace, faccio fatica. Sarà perché è già faticoso mettere d’accordo A e B, ci manca solo l’elemento esterno, sperando che almeno lui venga da solo.
Per iscritto è diverso, ne puoi gestire uno alla volta. Puoi decidere chi sei anche strada facendo. Capita che inizi a scrivere A e poi strada facendo la cosa passi in mano a B. Prima della fine c’è sempre modo di decidere chi dei due prevalga. Non è sempre facile, ma può anche essere divertente e istruttivo.
Ma torniamo a noi… Io, qui a Capena, intendo… In realtà sono un po’ imbarazzato, perché non so esattamente come mai mi trovi qui.
Anna è gentile, accogliente, generosa. Anna mi conosce e mi chiede, si racconta, con quel suo modo così sensibile e attento, così femminile.
E’ lei: precisa, profonda, fine, colta. Mi fa stare bene e mi fa sentire piccolo al tempo stesso. E’ la stessa cosa quando leggo ciò che scrive. E’ così che l’ho conosciuta: l’ho letta. Ma noi due, qui, a pochi centimetri di distanza che ci si può sfiorar la pelle, noi, chi diavolo siamo?
La chiamo.
Ci accordiamo per mangiare un panino in un bar alla fermata dell’autobus, passa a prendermi lei.
In macchina ascoltiamo la sua musica preferita. Non la conosco affatto e la cosa mi sorprende. E’ la differenza d’età, penso, ma non sono convinto. Io quel gruppo non lo conosco proprio. Anna canta sopra una canzone muovendosi mentre guida. Il brano ricorda la fine degli anni ’70 e l’inizio degli ’80. Movenze leggere, ritmate, note danzerine, cantabili. Veli di seta colorati, tacchi alti, contorni sfuocati. Qualcosa di più elaborato e vario della musica dei Bee Gees. Il gruppo – non trattengo il nome – è inglese, ma non così lontano da quella stessa febbre volatile e gaia, vagamente isterica. Non mi piace quella musica: è brezza, non graffia, non ha lama. Non ha spessore, non quello di cui ho bisogno adesso, non mi prende. Ma non oso confessarlo, Anna ne è entusiasta e io non le dico niente.
Al bar lei sceglie un tramezzino. Vuole stare leggera, deve tornare in ufficio. Le faccio compagnia ordinando la stessa cosa fredda e farcita dall’aria non troppo invitante. Mangiamo, beviamo una coca, chiacchieriamo. Devo comprare il biglietto del pullman e chiedo al signore dietro il bancone. Dice che non li tiene più da parecchio tempo, devo rivolgermi alla cartoleria che si trova dall’altra parte della strada, loro dovrebbero averne ancora. Saluto Anna sotto il sole cocente, ci diamo appuntamento per la sera. Mi verrà a prendere in città e ceneremo fuori, in una trattoria del centro. La osservo fare manovra e immettersi sulla strada trafficata in direzione della capitale, infine attraverso.
Il negozio del cartolaio è particolarmente dimesso, gli scaffali sono semivuoti, si respira aria da esaurimento scorte. Tiene anche sigarette e giornali, ridotti anche loro a qualche copia sparuta, distribuita disordinatamente sui ripiani sopra il bancone. Il locale sembra sproporzionato ed è popolato di persone che non sembrano avere una ragione ben precisa per stare lì.
“Un biglietto per Roma”, chiedo quando gli occhi del titolare si posano su di me.
Mi fissa per un momento, poi mi dice: “Non ne ho più”.
Non mi sembra molto convinto e credo che legga l’esitazione dipinta sulla mia faccia. Fa il gesto di aprire un lungo cassettone di legno davanti a sé, sposta delle carte, lo richiude bruscamente. Mi fissa di nuovo: “Niente. Non ne ho più”.
“Provi a farlo sull’autobus”, aggiunge, con un vago cenno di compassione per il forestiero che ha davanti.
“Ah, è possibile farlo sull’autobus…”, faccio eco meccanicamente.
“Potrebbe”.
Esco.
Mi porto sul lato giusto della carreggiata e cerco un po’ d’ombra mentre aspetto la corriera. Non c’è alcun segnale o palina di fermata, né vedo altre persone in attesa, ma Anna mi ha assicurato che il pullman si sarebbe fermato davanti al bar.
Attendo. Dopo qualche minuto un paio di ragazzi si portano vicino a me, sul ciglio della strada. Ne avvicino uno con un’ingombrante borsa a tracolla, di quelle per andare in palestra.
“C’è modo di fare il biglietto sull’autobus?”, chiedo.
Il ragazzo mi guarda con aria canzonatoria. E’ un po’ più basso di me, capelli castani, ha in bocca una sigaretta spenta che non sembra aver intenzione di fumare. Sorride, non so se per la stupidità della mia domanda o l’accento della mia parlata.
“Ci può provare”, mi dice con un ghigno. Mi dà del lei. Mi scosto e faccio finta di aver inteso il non detto. Lui si infila un auricolare e sorride nel vuoto. Poco dopo, un autobus azzurro pieno zeppo di persone esce dalla curva, rallenta e si ferma con stridore.
Di salire davanti non se ne parla neanche: la corsia è gremita di persone fin sul predellino, non ci si muove di un passo. Salgo con gli altri dal portello posteriore. Raggiungere il conducente da lì è impensabile. Mi guardo intorno. Il ragazzo castano sguscia abilmente verso il fondo del mezzo perforando un muro di persone nonostante l’ingombro aggiuntivo della borsa. L’altro, alle mie spalle, è incollato allo schermo del suo cellulare. Guardo la ressa di persone attorno a me, sedute e in piedi. Il loro vociare intenso si sovrappone al frastuono sferragliante del bus. E’ una miscela di idiomi, fra i quali stento a individuare il mio.
Superati un paio di centri abitati e qualche fermata, alla successiva un drappello di persone accanto a me, si alzano e scendono in rapida processione. Prima che lo faccia qualcun altro, occupo un posto libero accanto a un ragazzo di colore. Ha le cuffie, lo sento mugolare in francese. Davanti e dietro di me, altre parlate che evocano l’Africa Centrale. Guardo fuori dal finestrino isolandomi senza troppa fatica. Ogni tanto vengo colpito da uno scorcio, un anfratto, un monumento, l’apertura di una piazzetta o l’apparizione improvvisa del muro di cinta di una villa arroccata, di cui, curvandomi in avanti, faccio solo a tempo a scorgere la sagoma nascosta fra le fronde di pini e cipressi.
Stipato nel mio sedile, sotto gli occhi delle persone sul corridoio, non posso leggere né scrivere, ma va bene così. Mi concentro sui suoni, i rumori, gli odori che mi circondano. L’idea che un controllore possa salire sull’autobus mi ha abbandonato quasi subito e con essa il residuo dei miei sensi di colpa. Cerco solo di non distrarmi, è la prima volta che faccio quella tratta e non vorrei perdere la fermata di Prima Porta e la coincidenza col treno per Roma.
Osservo attentamente i centri abitati che attraversiamo e in cui sostiamo, tengo d’occhio le persone che si preparano a scendere. Ma quando arriviamo a Prima Porta l’intero carico di passeggeri si riversa sul corridoio, rovesciandosi all’esterno. Mi incolonno anch’io e raggiungiamo tutti l’ingresso della stazione. Seguendo la fiumana, mi ritrovo all’imbocco del tunnel d’uscita. Le persone davanti a me procedono in senso contrario e scavalcano bellamente i tornelli senza pensarci due volte. Mi avvicino, penso che non ho il biglietto, che stavolta avrei forse modo di farlo, mi chiedo se ci siano delle telecamere… Ormai è tardi. Getto via il pensiero e faccio esattamente come il giovane di colore davanti a me: punto le mani e salto l’asta d’acciaio con un gesto che ricorda quello della cavallina. Un secondo e sono dentro anch’io, come quelli che mi hanno preceduto e quelli che mi stanno seguendo: entrati dalla porta posteriore.
Raggiungo la banchina del treno, direzione Roma-Flaminio. Resto al sole con addosso la sensazione un po’ spavalda di aver infranto la regola e il rinfrancante senso di comunanza con i miei compagni di viaggio, se non tutti, molti. E se incrocio quello di uno di loro, non abbasso lo sguardo. Sorrido. Mi accendo una sigaretta godendomi il paesaggio riarso della banchina di cemento, lo squallore di una pensilina di plastica e acciaio, indecente. Ma a volte c’è un gusto, anche se amaro, nell’indecenza e nella sporcizia. E quando riesco a coglierlo, in definitiva, lo apprezzo.
Mi accorgo di una donna in piedi a pochi metri da me. E’ al telefono e mi dà la schiena. La dà a tutti, in realtà, perché sta parlando girata verso il muro di cinta. Ha un abbigliamento vistoso: camicetta succinta e pantaloni rosso acceso, molto attillati, che mettono in risalto la forma del fondo schiena. Passeggio un poco avanti e indietro, lei non si muove, sposta il peso da una gamba all’altra, passando una mano nei lunghi capelli neri. Vorrei carpire il tono della telefonata. Non è civetteria la mia, mi interessa il timbro, dà spessore all’abbozzo di quel ritratto. La donna, peraltro, parla ad alta voce, incurante di chi le sta accanto. Ascolto un paio di frasi senza capire un’acca. Rumena, penso. Anche se la fisionomia mi suggeriva qualcosa di più nostrano. Ritorno al mio posto senza riuscire a cogliere il suo sguardo dietro le lenti degli occhiali da sole.
Quando arriva il treno, cerco un posto isolato. Il mio vagone è quasi deserto, non è difficile. Prendo posto in un comparto da quattro, sul corridoio, per poter allungare le gambe. Tiro fuori il mio taccuino e provo a ripercorrere il filo dei pensieri trascritti nei giorni scorsi. Subito dopo, mi raggiunge il ragazzo della fermata dell’autobus, quello col borsone sportivo. Si siede di fronte a me, accanto al finestrino.
“Posso farle una domanda?”, chiede di lì a poco. Usa un tono di voce non compatibile con il frastuono del treno, i finestrini abbassati e la scarsa inclinazione ad entrare in contatto con gli altri che mi contraddistingue. Dopo un giustificato intervallo di ‘latenza’, quindi, mi accorgo di lui. Alzo lo sguardo e ritrovo quel sorriso un po’ beffardo, stavolta per l’attesa, forse. Mi metto istintivamente sulla difensiva. E come sempre sorrido facendo finta di niente.
“Scusa, non ti avevo sentito”, dico.
Il ragazzo si sporge un po’ in avanti.
“Lei non è di qui, vero?”, sorride. “Da dove viene?”
“Milano”, rispondo con ponderata approssimazione.
“Si vede”, fa lui.
Al più si sente, penso io.
“Scusi”, riprende, “posso chiederle una cosa? Lei mi sembra la persona giusta a cui chiedere”, e dà proprio l’impressione di aver soppesato la cosa.
“Scrive?”, aggiunge indicando il mio taccuino ancora chiuso.
“Appunti, note di viaggio”.
Lui fa cenno di aver capito, poi guarda fuori dal finestrino in silenzio organizzando i pensieri. Avrà al più diciotto anni.
“Viaggia molto? Che mestiere fa?”, chiede. Sembra davvero interessato.
“Sono in vacanza, viaggio di piacere”, rispondo vago.
Lui viene al dunque. “Conosce il francese?”, domanda.
“Un tempo lo parlavo molto bene”, rispondo.
“Non avevo dubbi, ha l’aria della persona per bene”. Rido. Lo faccio spesso: quando mi diverto, quando sono a disagio, quando devo prendere tempo, quando mi faccio scivolare le cose addosso. Se c’è da pensare o prendere una decisione, per prima cosa rido.
“Cosa te lo fa pensare?”, chiedo.
“Si vede!”, fa lui, sorpreso dell’ingenuità della mia domanda. “Ha l’aria di uno che ha viaggiato, di una persona istruita”. Sono colpito. Mi interrogo sull’immagine che do di me.
“Vede”, aggiunge lui, “le volevo chiedere un favore”.
Ecco, ci siamo, penso: captatio benevolentiae e rottura di coglioni al seguito. Come da programma. Mi irrigidisco.
Lui, invece, si sporge un po’ più avanti sul sedile, con fare vagamente cospirativo. Il suo sorriso mi piace sempre meno.
“E’ che non conosco il francese…”, mi confida. “Finché si tratta di parlare non c’è problema, mi faccio capire”, agita le mani con fare esplicativo, “ma quando si tratta di scrivere…”
“Capisco”, dico, “è la parte più difficile, indubbiamente”.
Che diavolo vuole chiedermi?, penso.
“Potrebbe scrivere un paio di messaggi per me?”, e tira fuori un cellulare dalla tasca dei pantaloni facendo il gesto di volermelo mostrare.
“Devo rispondere a una ragazza”, dice quasi sotto voce con una nuova luce negli occhi.
Inizio a credere che stia succedendo qualcosa di particolare. Mi sporgo un po’ in avanti anch’io, fosse solo per capire quello che ha da dire.
“Diamoci del tu”, propongo.
Lui cerca nella memoria del telefono, ma improvvisamente si irrigidisce e lo mette via. “Non con questo”, dice guardando con sospetto in direzione dello scomparto alle mie spalle. “Ne ho un altro…” Dalla borsa estrae un modello più vecchio, un po’ malconcio.
Istintivamente mi volto e do un’occhiata dietro di me. Non noto nulla di strano: un giovane di spalle di cui vedo solo le gambe divaricate, i jeans strappati e le scarpe da ginnastica slacciate; una coppia di colore intenta in una conversazione in una lingua sconosciuta… Di riflesso, però, tasto il portafogli nella tasca dei pantaloni.
Nel frattempo il ragazzo mi porge il cellulare con il cursore lampeggiante sul display retroilluminato arancione. Nuovo messaggio.
“L’ho conosciuta al mare, tre settimane fa, è francese”, introduce. “Ci siamo frequentati un po’…”
“Bene. Mi sembra una bella cosa. Vi state scrivendo, quindi…”
“Sa, ci siamo baciati e…”, sorride. “Mi manca”.
“Da qualche giorno non la sento più”, aggiunge.
“Le hai scritto e lei non risponde?”
Fa cenno di sì. “Non so come riprendere la nostra conversazione”, ammette. Mi balza agli occhi il registro delle sue parole, come se il parlare con me di quella ragazza le rendesse più garbate, le nobilitasse. La cosa mi commuove. Mi piacerebbe poter fare qualcosa per lui.
“E’ tornata in Francia nel frattempo?”, chiedo.
“Sì, mi sembra di sì”.
“E tu le piaci, giusto?”
“Certo, è stato molto bello… Però non sono riuscito a dirle quello che provavo, capisce?…”
“Hai provato in inglese?”
Scuote la testa.
“Ok. Cosa vi siete detti nei precedenti messaggi?”
“Niente di che, sa, le cose che si dicono sempre… Come stai, Mi piaci, Mi manchi… E’ difficile…”, conclude.
“Certo. Cosa vorresti scriverle adesso?”
“Ecco, vorrei farle capire che sento la sua mancanza, che mi piacerebbe tanto poterla sentire di nuovo. Ricevere qualche parola da parte sua mi fa piacere. Mi piacerebbe rivederla”.
“Bene. Possiamo chiederle se è ancora in Italia, o se in futuro le piacerebbe venire a Roma, che ne dici?… Lei di dov’è?”
“Non lo so esattamente”, risponde con una punta di impazienza.
Siamo ad Acqua Acetosa, non manca molto al capolinea. Il ragazzo deve avere ciò che desidera prima che scendiamo dal treno.
“Non fa niente”, dico. Gli chiedo di impostare la lingua del telefono. “Sai, gli accenti per i francesi sono importanti…”, dico ridendo di me stesso.
Mi calo nel personaggio, inizio a scrivere.
Ça fait longtemps que… Je regrette de ne pas t’avoir… …
Mentre scrivo, traduco ad alta voce chiedendogli conferma. Lui alterna cenni d’entusiasmo alla necessità di rivelare qualche dettaglio in più, al bisogno di rendere il tutto più personale, più reale.
Il me ferait plaisir de… T’es la chose la plus belle qui m’est arrivée depuis… Ton sourire…
Alzo gli occhi: troppo mieloso? Fa cenno di proseguire.
Le righe si sommano sul display e sto attento a non cancellare tutto premendo involontariamente un tasto sbagliato.
Tes yeux… “Colore?”
“Blu, come il mare”, dice sospirando.
“Sei un poeta”.
“Grazie per quello che stai facendo”. Alzo gli occhi e vedo speranza, nostalgia e orgoglio mescolarsi nel suo sguardo. Avverto la vicinanza. E’ curioso, penso, quanto ci si possa affidare alle parole, il potere che hanno. Taumaturgico, illusorio, distruttivo. Ça dépend. Penso a come le uso io, a ciò che hanno fatto di me, e mi assale un improvviso senso d’impotenza. Ma lo schivo e riprendo imperterrito il mio compito.
Rilancio chiedendo alla francesina, di cui mi sono ormai fatto un’immagine deliziosa, dei suoi programmi futuri, sbilanciandomi nel prospettarle una possibile trasferta oltralpe in tarda estate. Concludo, siamo quasi arrivati. Bisoux… Tendrement…
Sono un po’ arrugginito, in effetti. In materia linguistica e in tema di corteggiamento. Che poi, ne sono certo, sarebbe stato meglio essere diretti e concreti, corporei. Sono certo che a breve un ghigno sarcastico blu Tirreno balenerà al di là di un display, da qualche parte in Europa, alla volta della piccola zattera luminosa che per un po’ ha sorretto il romantico naufragare mio e del mio giovane compagno di viaggio.
“Salviamo?”, chiedo.
“Sì, così lo rileggo prima di inviarlo”, fa lui coscienzioso.
Ricontrollo rapidamente i verbi e l’accordo degli aggettivi, mentre il treno rallentando imbocca l’ultimo tunnel.
Siamo arrivati. Rendo il cellulare al suo legittimo proprietario.
“Grazie”, dice.
“E’ stato un piacere”.
“Sai”, aggiungo, “è successa una cosa simile anche a me, qualche settimana fa. Lei è partita. Adesso è lontana, in mezzo al Mediterraneo. In barca, irraggiungibile”.
Vorrei potergli dire quello che provo. Le mie domande. Raccontargli tutto e chiedergli cosa ne pensi. Se è innamorata di me, oppure no. Se mi sono illuso. Se la rivedrò ancora.
“Mi manca”, dico soltanto.
“Già”, fa lui.
Camminiamo lentamente verso la luce accecante che ci aspetta all’uscita della galleria. Superiamo i tornelli, usciamo sul piazzale. Appena fuori, il mio giovane amico dà uno strattone alla sacca e scarta improvvisamente a destra, allontanandosi di qualche passo in direzione delle bancarelle. Sembra volersene andare senza salutare, come se si fosse improvvisamente ricordato di una faccenda urgente da sbrigare, dimenticandosi di tutto il resto. Ma poi invece si ferma. Si volta. Il suo sguardo è mutato: è diffidente, inquieto. Mi fissa, si guarda intorno. Lo faccio anch’io. Vedo degli uomini in divisa e due auto della polizia parcheggiate poco distante.
“Allora grazie e buona giornata”, dice lui. Si volta e se ne va.
Resto solo con le mie sensazioni. Non mi va di articolare pensieri e supposizioni. Non mi va nemmeno di pensare all’itinerario del mio pomeriggio romano.
Mi accendo una sigaretta, espiro, m’incammino lentamente sotto il sole in direzione di Piazza del Popolo.
A un tratto provo un brivido di piacere. Sorrido.
Certi viaggi, penso, si fanno senza biglietto.

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