Erezione

Escalier

Escalier – web: cherchezbeauté.blogspot.com

Dovevo essermi addormentato quando udii dei passi venire verso la mia stanza. Non avevo sentito bussare, né aprire la porta, ma riconobbi il rumore dei suoi stivali. Feci appena a tempo a sedermi sul letto che vidi il suo caschetto biondo fare capolino da dietro la libreria.
Ero disorientato. Mi sentivo la febbre e non avevo idea di che ora fosse. Appena rientrato, mi ero infilato i pantaloni del pigiama, un maglione di lana e mi ero buttato sul letto. Non mi andava di farmi trovare in quello stato. Ma non dovevamo non vederci più?
Fissò la mia faccia e si mise a ridere. Si avvicinò, con una mano mi scompigliò i capelli. Le dissi che non mi sentivo molto bene. In cuor mio speravo che non mi chiedesse di uscire. Infatti insisté perché non mi alzassi ma restassi dov’ero. Andò di là e preparò qualcosa di caldo. Senza spogliarsi, si sedette per terra di fronte al letto. Incrociò le gambe avvolte nei jeans attillati. Sollevò la tazza fumante e assaporò il suo tè.
Parlammo. Fuori imbruniva e c’era un silenzio irreale. Lasciammo che l’oscurità ci avvolgesse, mentre le stanze vuote trattenevano l’eco delle nostre voci. Volle sapere come stavo. Dentro di me non c’era nulla di chiaro, nulla di certo. Amore, legami, ne sapevo gran poco. Mi ascoltò diligentemente finché a un certo punto distolse lo sguardo e mi accorsi che non mi stava seguendo. Nei suoi occhi balenò qualcosa che cercai di interpretare: insofferenza, sfida. Si alzò, levò il giubbotto di pelle e la sciarpa. Da una tasca estrasse un lettore, si sedette sul bordo del letto porgendomi un paio di cuffiette.
“Tieni”, disse. “Adoro questa cantante. Le sue canzoni parlano di cosa succede quando due persone si amano”.
“E di cosa succede quando le storie finiscono”, aggiunse.
Ascoltai un paio di brani mentre lei li ripercorreva a memoria seguendo il mio sguardo. Voce e chitarra, nient’altro. Cantava nella sua lingua, non comprendevo il senso delle parole che stavo ascoltando, ma ne avvertivo il calore, il sapore. Di legno, e muschio, pensai.
Tradusse per me alcuni versi, me li rifece ascoltare cantandoci sopra, muovendo le mani. Chiusi gli occhi e mi lasciai trasportare da quella corrente per qualche minuto. Ero un tronco tagliato da mano esperta di bosco, trasportato dal fiume scendevo verso la foce.
Mi ritrovai fra le sue braccia, immerso nel profumo della sua pelle. Ci baciammo con dolcezza, lentamente. Sfilò gli stivali e si stese sul letto accanto a me. Ci carezzammo in silenzio. Ci nutrivamo di quel silenzio. Dava voce alle nostre mani, ai nostri corpi, murando parole e pensieri inespressi.
Si erse sopra di me, le gambe aperte sul mio ventre. Eravamo vestiti, ci sentivamo attraverso la stoffa. Ma mentre mi guardava dall’alto, gli occhi socchiusi di desiderio, era come fossimo nudi. Sentivo le sue cosce stringermi i fianchi, mentre mi esplorava a occhi chiusi, leggendomi con le mani. Poi prese a muoversi piano, dando vita a una specie di danza. Mentre la vedevo strusciarsi e flettersi sopra di me, un’erezione incontenibile attirò la mia attenzione. Non volevo che la sentisse, non volevo che capisse che approfittasse della mia vulnerabilità. Scivolai un poco più in basso, ma lei intuì le mie intenzioni e mi impedì di farlo stringendo più forte. Con un ghigno mi alzò il maglione fino all’altezza del collo, strappandomi un gemito. Ero la sua preda, non potevo evitarlo. Consapevole del suo potere, continuò a carezzarmi facendomi rabbrividire. Sorrideva compiaciuta, mentre la fissavo ipnotizzato dai suoi movimenti, che cominciai ad assecondare. Fremevo, ero terribilmente eccitato. Temevo di venire da un momento all’altro e quel pensiero non faceva altro che peggiorare la situazione. Non volevo accadesse, non era previsto. Nulla di tutto ciò era previsto. Non potevamo, non ancora, ce l’eravamo promessi.
Una donna mi stava chiedendo di fare l’amore con lei col solo desiderio di prendersi cura di me e che io facessi altrettanto. Ma in quel momento per me lei era una minaccia. La sua sensualità era pari soltanto all’assurdità dei miei freni.
Continuò la sua danza. Ascoltava il suo corpo aggrappandosi al mio, gemendo a occhi chiusi. Tenevo gli occhi fissi su di lei godendo e trattenendomi ad ogni sua spinta. A tratti un sorriso illuminava il suo volto arrossato. Allora apriva gli occhi e come in trance mi lanciava uno sguardo velato, inarcandosi, respirando piano. Finché, proprio in uno di quei momenti, ebbe un’esitazione. Emise un lungo sospiro, si fermò, si piegò in avanti, girandosi di lato. La sentii tremare, le braccia puntate sul materasso. Io, immobile sotto di lei, ero teso, sconvolto. Lentamente riprese il controllo. Si sollevò e scese dal letto. Raggiunse la parete e raccolse la giacca, si voltò. Disse che tornava a casa, che potevo tenere il lettore, le faceva piacere se l’ascoltavo.
L’accompagnai alla porta. L’aprii, ci salutammo sul pianerottolo. Faceva freddo ed ero confuso. Avrei voluto trattenerla, la desideravo terribilmente. Farfugliai qualche parola. Mi sentii nudo. Lei si voltò e raggiunse la scala. La chiamai, le chiesi un ultimo bacio, maledicendo la mia stupidità.
Lei sorrise e tornò sui suoi passi. Mi ravviò i capelli. Disse che l’indomani, se fossi stato meglio, avremmo fatto una passeggiata insieme. Poi, allontanandosi, rise di gusto e indicò il mio pigiama. “Niente male!” esclamò.
Mi guardai e cercai inutilmente di coprirmi. L’erezione, ben lungi dall’esaurirsi, mi deformava i pantaloni del pigiama. Ero bagnato.
Lei rise ancora più forte.
“Mi piaci da morire”, dissi. Spostai le mani fissandola senza pudore.
Lei si avvicinò e mi carezzò il volto, prendendolo fra le mani.
“Dobbiamo fare l’amore”, disse a pochi centimetri dal mio viso.
“E Marcus? Così non posso, lo sai. Non ce la faccio…”
“Vorrei potesse essere tutto diverso”.
Mi sfiorò i capelli e il collo. L’abbracciai. Le mie mani accennarono una presa sui fianchi. Guardandomi, si liberò e arretrò d’un passo. Poi di un altro, in silenzio. I nostri occhi non si lasciavano. Non volevano che fosse un addio. Non volevano cambiare nome alle cose. Ero io che chiedevo di farlo? Non ne ero sicuro. Ma se le stavo dicendo di andarsene, mi rimangiavo la parola all’istante.
Un sorriso le schiarì di nuovo il volto. Il mio era un punto di domanda.
Scese i primi gradini. Le sua labbra si mossero. Non so cosa dissero, forse che non era finita. Mi mossi verso di lei, la porta di casa sbatté alle mie spalle. Lei si voltò e scese le scale di corsa.
“Ti amo”, sussurrai, mentre i suoi stivali rombavano sotto di me.

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Test

Lausanne, coucher de soleil

Coucher de soleil sur Ouchy, Lausanne, Suisse – by Jaquette, su flickr

 

Stava per tramontare. Sopra Ginevra morbidi strati di nuvole preparavano uno spettacolo cui non si era ancora abituato. Faceva parte delle novità, delle meraviglie di quelle prime settimane, dell’eccitazione che da quando si era trasferito animava le sue giornate.
Decise di abbandonare l’avenue e imboccò la ciclabile che attraversava il parco, immergendosi in un tripudio di colori autunnali. Alla sua sinistra il lago si piegava in sottili lamine d’argento per volere di una brezza gentile, la stessa che gli scompigliava i capelli e alla quale s’abbandonava inebriato, inspirando forte. Poco più in là incrociò un gruppo di ragazzi sui roller. Nel passare sfiorò il campanello e alzò una mano in segno di saluto, cui loro risposero mostrando le gomitiere. Al bivio successivo tenne la destra e costeggiò l’enorme prato della biblioteca, gustandosi la vista suggestiva della lunga vetrata illuminata, davanti alla quale si stagliava l’imponente chioma di un castagno secolare. Ancora poche pedalate ed era arrivato. Frenò e s’accostò a un semaforo, al verde riattraversò avenue de Rhodanie e si infilò sotto il porticato del foyer in cerca di un buco nelle rastrelliere piene di biciclette. Riconobbe quella di lei, costosa, da corsa, e il lucchetto che le aveva prestato. Non siamo in Italia, le aveva detto, ma nemmeno in Svezia, meglio non fidarsi. Spostò la bici accanto e vi mise la sua. Le legò insieme con un sogghigno, immaginandosi la faccia di lei. Non lo stava aspettando, le faceva una sorpresa, a lezione non avevano parlato di vedersi quella sera.

Probabilmente ha già cenato, pensò, attraversando la hall e prendendo la scala del blocco C. Fece i gradini due a due. Arrivato al terzo piano, per prima cosa s’affacciò alla cucina, da dove aveva sentito arrivare delle voci. Trovò tre ragazzi, due al tavolo chiacchieravano davanti a una tazza di tè, il terzo dall’aria nordafricana stava facendo bollire della verdura in un pentolone fumante. La ragazza seduta si interruppe fissandolo incuriosita, ma lui girò i tacchi e andò dritto alla stanza 385, in fondo al corridoio. Bussò. Attese qualche secondo, ma non ci fu risposta. In una delle camere a fianco qualcuno ascoltava musica etnica ad alto volume. Bussò di nuovo, più forte, la porta oscillò. Ma nulla, nessuna risposta. Rimase un po’ in piedi davanti alla porta laccata bordò, scrutò la targhetta col numero in rilievo, pendeva da una parte, mancava una vite. Strano, pensò, la bici è qui sotto. Sarà uscita a fare due passi. Guardò fuori dalla finestra del corridoio. La luce del tramonto infuocava le cime degli alberi, mentre in alto il cielo invocava la notte.

Tornò lentamente sui suoi passi. Dalla porta aperta di una camera scorse una ragazza e un ragazzo seduti sul letto, immersi in una vivace discussione. Incrociò un ragazzo di colore che gli era stato presentato qualche giorno prima, in cucina, mentre facevano da mangiare. Si erano alternati più volte ai fornelli per poi decidersi a cenare insieme e condividere ciò che avevano preparato. Il ragazzo lo riconobbe, si salutarono. Pensò di chiedergli se l’avesse vista, ma non lo fece. Scese un paio di rampe di scale, quando a un tratto udì la sua voce. Guardò in su e in giù cercando di capire da dove provenisse. Non parlava francese, né inglese, ma era la sua, ne era sicuro. Nell’atrio al piano di sotto c’erano le cabine telefoniche, una aveva la porta socchiusa, scorse il piede che oscillando la teneva aperta. Sorrise. Scese i gradini e si avvicinò in silenzio, indeciso se farle uno scherzo o non disturbare. Da dov’era udiva ciò che stava dicendo, ma non capiva assolutamente nulla. Lo svedese al suo orecchio era uno sbrodolare di parole quasi totalmente privo di intonazione. Doveva essere una lingua difficilissima da imparare. Le poche parole che gli stava insegnando erano già un’impresa. Ti amo – Iog asgar dei, o come diavolo si pronunciava. Vorrei fare l’amore con te… Ecco. Non l’avevano ancora fatto, anche se lei gliel’aveva chiesto, più d’una volta. Ed era stata lei a baciarlo per prima. Era successo proprio lì, in camera sua, al piano di sopra. Avevano passato buona parte del pomeriggio a rileggere gli appunti delle lezioni, poi come facevano sempre, si erano svagati raccontandosi a vicenda. Adorava il suo entusiasmo, la vivacità con cui si descriveva. La curiosità con cui voleva sapere di lui. Era affascinato dal suo mondo, dalla sua indipendenza. Ed era innamorato dei suoi occhi di cristallo un po’ orientali, dei suoi capelli dal taglio corto e spavaldo, della sua passione per lo sport, la musica, qualsiasi cosa facesse. Avevano mangiato in camera, incastrando un tavolino basso fra il letto e la scrivania. Quando aveva fatto per andarsene, lei gli aveva chiesto di restare. Non aveva mai visto quello sguardo sul volto di una ragazza. Lei aveva chiuso la porta alle sue spalle e ce l’aveva spinto contro. Aveva sentito il suo seno premere forte, poi il bacino e una coscia, mentre sollevava una gamba avvinghiandosi alla sua. Mentre la lingua di lei guizzava facendosi strada fra le sue labbra, la porta prese a sbattere rumorosamente sullo stipite.

Ma lei aveva un altro, un fidanzato, a casa. Un brav’uomo, diceva, un agricoltore. Aveva una fattoria a nord di Stoccolma. Gli aveva anche mostrato la fotografia che teneva nel portafoglio. Allora lui aveva fatto un passo indietro. Come in quel momento, mentre risaliva le scale in silenzio, senza disturbare quel flusso di parole rotolanti come sassi sul fondo di un fiume. Senza interrompere quella telefonata. Perché era con lui che stava parlando, l’aveva capito.
Tornò di sopra, al terzo piano. Il corridoio illuminato era un via vai di persone. La luce negli spazi comuni si spegne alle 22. E’ raccomandato il silenzio, recitava un cartello nella bacheca del soggiorno. Raggiunse la stanza 385, aprì lo zainetto e strappò un foglio di quaderno. Le avrebbe lasciato un biglietto, per farle sapere che era passato. Si appoggiò alla porta e cominciò a scrivere. Il legno malfermo crepitò sotto la sua mano e poco dopo la porta, che non era chiusa a chiave, si aprì. La luce era accesa, entrò, chiuse la porta. Nell’aria c’era odore di lei. Raggiunse la finestra e si girò guardandosi intorno, assaporando le tracce della sua presenza. Per un momento fu tentato di farle una sorpresa e farsi trovare lì. Si sedette sulla poltroncina da lettura, poggiò i gomiti sui braccioli, fissò le impronte sul letto. Era indeciso. Non si sentiva a suo agio, si sentiva un intruso. Era un intruso. Si alzò, in mano aveva ancora il foglio di carta. Si mise alla scrivania e riprese a scrivere. Je suis passé te chercher… Scorse un oggetto accanto a sé, una specie di evidenziatore, ma più sottile, con la punta coperta da un cappuccio rosa semitrasparente. Lo prese in mano, sul lato c’era una scritta: Test de grossesse. Lo lasciò cadere sul tavolo. D’istinto accartocciò il foglio su cui stava scrivendo e lo infilò in tasca. Mise a posto la sedia, andò alla porta. Si voltò, controllò di non aver dimenticato nulla.
Fece il corridoio di corsa, poi giù per le scale e fuori di lì.
Non guardò, ma passando era convinto che lei stesse ancora parlando.