R&J fuori a cena – La versione di Silvia

Se c’è una cosa che mi piace dello scrivere è vedere i personaggi che prendono vita. Vederli assumere una propria autonomia. Gambe per muoversi e viaggiare, e volontà per imboccare strade nuove e diverse, impreviste. Voce, gestualità, carattere. Noi gli si dà il là, l’imprinting, ma ben presto quelli si formano, assumono una loro determinazione, una loro voglia di affermazione, di autonomia. E quando li vedi come “altro da te” e li ascolti parlare, quando ti sorprendono, ti guidano, beh… cosa c’è di più figo?
Credo che il commissario Montalbano chiami regolarmente Camilleri per gli auguri di Natale, o il giorno del suo compleanno. E immagino delle divertenti discussioni fra i due a tavola, davanti a una buona bottiglia di vino…
Ma – mi chiedo – anche nella letteratura di genere, dichiaratamente non autoreferenziale, siamo sicuri che sia veramente così?

In una conversazione avuta con Silvia (lapoetessarossa), autrice di ben due versioni del finale del racconto “[O]” (volendo essere precisi, uno, quello che vado a proporvi in questo post, sarebbe una diversa, parallela interpretazione del settimo capitolo, quello in cui R&J escono dall’albergo per passare la serata e andare cena), lei ha detto:
Conoscersi attraverso la scrittura, dove non è la prima persona a parlare, ma i personaggi, fa cogliere sfumature inattese, verità, possibilità, ricordi, momenti che ti hanno segnato, nel bene e nel male, e che trovano nella narrazione una vita nuova, in chi legge una possibilità diversa di conoscenza. Avere la chiave giusta è un dono.
Anche questo è assolutamente vero.
Ed è per questo che voglio rendere pubblico anche questo brano.
Per conoscere e farvi conoscere Silvia.

Io credo nell’inconscio. Credo nel potere che il nostro inconscio esercita su di noi (non si era capito?). Come dicevo in un recente scambio di commenti con Massimo (Legnani), “non si sogna mai per caso, non si scrive mai per caso“. Credo quindi nel profondo legame che abbiamo con i nostri personaggi, che sempre e comunque danno al nostro inconscio la possibilità di esprimersi. Anche se apparentemente usano la voce di un estraneo.
Certo. Ci sono la tecnica, l’esperienza, l’arte. Cose che si apprendono solo con l’applicazione, lo studio, la pratica. E col tempo. Fino a essere in grado, forse, di generare e dare vita a personaggi che con l’autore hanno davvero poco a che fare.

In un commento al precedente post e al suo finale alternativo, sempre Silvia scrive:
Quante porte potrebbero aprirsi. Ogni lettore a questo punto potrebbe decidere l’ultima pagina, a seconda delle proprie inclinazioni, dei propri desideri, oppure di quelli che sospetta possano essere quelli dei personaggi, fedele a loro ma non a se stesso. Nella mia scelta sono stata assolutamente infedele a me stessa. E chiudere con l’indifferenza, con questo sospeso trascinato e pesantissimo, è stato quasi una violenza. Non volevo, ma dovevo.”

Ebbene, Silvia non solo ha dimostrato di avere “tecnica”, ma di sapersi scindere ed entrare perfettamente nel mio scritto, quindi in me. Nei miei personaggi, d’accordo, ma soprattutto nel mio modo di tratteggiarli. Nello scrivere il suo finale alternativo Silvia dimostrava di avermi letto, di sapermi leggere. Di avere la chiave e di saperla usare. Brava lei o facilmente scassinabile io?
Battute a parte. Scrivendo gli ultimi due/tre capitoli, senza nemmeno rendermene conto, io modificavo il mio modo di vedere i personaggi, sciogliendoli come argilla, rimpastandoli fino a formarne di nuovi, rigenerati, che assecondassero il mio capriccio;  modificavo il mio stesso modo di scrivere, che diventava più morbido, meno arido e disilluso, meno disperante, meno incisivo. Nel suo finale, invece, Silvia prendeva il mio posto. Io non ho preso il suo – non era mia intenzione, e probabilmente non ne sarei in grado – lei invece apriva la porta del mio studio, si sedeva alla mia scrivania e posava tranquillamente le dita sulla tastiera del mio pc.

Non so voi, ma io certe cose che fa (fare) la scrittura creativa, le trovo fighissime.

Bene. Dopo tutto questo sproloquio (scusatemi, superare la soglia dei 5 anni deve avermi dato alla testa…), è giunto il momento di dar voce a Silvia. Quella vera.

[O] (7.)

R&J fuori a cena

Robert zittisce June con un bacio alla terza riga del racconto del sequestro. Ordina un giro di tequila. June ne ordina un secondo. Parlano di viaggi, dei posti che vorrebbero visitare, di quelli che non hanno mai visto, parlano di farlo insieme, perché hanno tutta la vita davanti. E in quel momento è vero. Nella folla del locale nessuno li conosce, si dimenticano quanti anni hanno. Sono due ragazzi che si amano e si desiderano. Dopo il terzo giro di tequila lui la trascina fuori. Ha voglia di lei. Glielo sussurra all’orecchio. Lo sguardo di June si accende, lo abbraccia, lo bacia con ardore, gli morde le labbra. Arrivano all’albergo ansimanti, durante il tragitto hanno iniziato a dirsi frasi sconce, un elenco di se facessi impudico e sfacciato. Robert ha la mano che trema quando gira la chiave del portone. Salgono in ascensore. I cigolii sono coperti dai respiri affannosi. Entrano in camera, finiscono sul letto, si spogliano in modo scomposto, lei si rompe un sandalo. Fanno l’amore senza accorgersi di essere sopra i vestiti puliti e piegati. Si cercano, si respingono, lottano per darsi piacere, per ritrovarsi, per vivere un affiatamento che non hanno mai avuto. Se qualcosa li aveva trattenuti ora non esiste più. Non hanno più paura.

[Noi li lasciamo fare, chiudiamo la porta, e andiamo a berci una birra. Sorridiamo dei nostri personaggi, dell’audacia che abbiamo saputo regalargli, pensiamo a Robert che pensa e nello stesso tempo agisce, adesso o mai più, e pensiero e azione si fondono nel momento perfetto, come accade una volta nella vita, se accade. Pensiamo allo sguardo di June, nell’istante del momento perfetto, quando si lascia baciare perché è quello che vuole e non lo nasconde a se stessa. Pensiamo a quanti chilometri di strada hanno fatto per ritrovarsi e amarsi nel posto più lercio del mondo. Nel posto più bello del mondo.]

E poi.
E poi si addormentano sfiniti.
E poi…
Si svegliano alle prime luci dell’alba. E rifanno l’amore!

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[O] (Sliding Doors)

 

(Perché viaggiare in compagnia è anche più bello)

LAPOETESSAROSSA

Riporto di seguito un’altra versione del finale del racconto [O].
Un generoso dono di Silvia (lapoetessarossa) di qualche settimana fa. L’ho tenuto nascosto per mere questioni di liberatorie, diritti d’autore, manleve, oscillazioni di Piazza Affari, ecc. Le prevedibili menate che avrebbero incrinato il già fragile rapporto con la mia Casa Editrice personale…
Scherzi a parte, come già anticipato, mi piace l’idea di giocare a reinventare il finale del mio racconto. Per vedere come altri autori al posto mio avrebbero concluso la vicenda di Robert e June. Per scoprire attraverso la loro interpretazione cosa ha ispirato loro questo racconto. Se qualcun’altro, leggendolo, si fosse prefigurato qualcosa di diverso da quanto da me messo nero su bianco, oppure volesse dare adesso libero sfogo alla propria inventiva, mi piacerebbe conoscerne e condividerne il frutto. Con lo spirito, appunto, di un piccolo gioco.
[Lo so. E’ una contorta e malcelata forma di egocentrismo, ma tant’è. Che ci posso fare, sono fatto così.]

Robert e June cenarono nella città vecchia, in un ristorante turistico, di quelli che espongono le foto dei piatti in vetrina. Non era un posto che avrebbero scelto in passato, ma quella sera, come era successo per l’Hotel Rivera, il ristorante Avenida li aveva inspiegabilmente attratti. Vennero fatti accomodare nel déhors da un cameriere strabico e invitati a sedersi ad un tavolo laterale, l’unico rimasto libero.
Gli altri tavoli erano occupati da numerosi altri turisti, si sentiva parlare tedesco e francese, c’era un gruppo di giovani italiani chiassosi, due coppie orientali molto composte che cenavano quasi in silenzio.
Il cameriere strabico consegnò loro due menù, composti da più pagine zeppe delle stesse fotografie dei piatti esposti in vetrina; su ciascuna foto era indicato un numero. Tornò dopo qualche minuto per prendere le ordinazioni. Il suo strabismo era imbarazzante. Né June né Robert riuscivano a capire a chi dei due stava rivolgendo la parola. Parlava lentamente nel suo idioma, e June dentro di sé lo ringraziò per quella cortesia che sembrava voler compensare quel difetto fisico così eclatante. June ordinò per entrambi un piatto di carne che somigliava ad uno spezzatino di manzo. Il cameriere domandò loro se volessero come contorno le “verdure locali”, June non seppe tradurre diversamente le parole per Robert.
Accettarono e chiesero anche due birre chiare in bottiglia. Il cameriere se ne andò con la comanda e June tirò un sospiro di sollievo.
Disse: “E’ strabico”. Robert abbozzò una smorfia e le rispose: “Strabico è dir poco”.
Poco dopo arrivarono i piatti insieme a due boccali di birra, sui cui si faticava a leggere il marchio, quasi del tutto cancellato dai numerosi lavaggi in lavastoviglie. Prima che il cameriere si allontanasse June protestò dicendo che le birre dovevano essere in bottiglia. L’uomo si limitò ad alzare le spalle e ad allargare le braccia per dire che non poteva farci niente.
“Questa birra fa veramente schifo”, fu l’esordio di Robert, dopo il primo sorso. “Se preferivi del vino avresti dovuto dirmelo subito”, lo rimbeccò June con un tono fin troppo polemico, ben conoscendo i gusti di suo marito.
June rifletté su quella sua risposta secca, si stupì quasi di avere usato quel tono, rendendosi conto che ordinare birra per Robert era stato un vero gesto di ripicca. Anche se non riusciva a ritrovarne il motivo preciso. In passato, quando era ancora sposata con Jonathan, si era accanita su di lui più volte rispondendogli con toni improbabili, pieni di astio e livore, anche quando lui le chiedeva cose semplici e inciampava in banalità, come non trovare la confezione nuova di caffè. Certo, Jonathan, che era medico nello stesso ospedale dove lavorava lei, la tradiva con una collega, e quando lei l’aveva scoperto aveva deciso di non rinfacciargli nulla, ma di attuare una strategia che l’avrebbe portato inesorabilmente a smascherarsi. Così lo provocava, in continuazione.
Jonathan alla fine si era arreso e le aveva confessato tutto. Se ne era andato dopo una settimana da quella rivelazione e in breve tempo lui e June avevano divorziato.
“Qui fa troppo caldo”, Robert la distolse da quel ricordo, “sono stanchissimo e ho bisogno di dormire, domani ci aspettano altri chilometri e con queste temperature dobbiamo sfruttare le ore del mattino”.

June non aveva quasi toccato cibo, aveva selezionato qualche boccone da quella strana mistura di carne e intingolo, un po’ troppo condita per i suoi gusti. Robert invece aveva pulito il piatto e finito anche la birra.
Pagarono il conto e si incamminarono verso l’hotel. Suonarono il solito campanello. Il vecchio questa volta arrivò subito, aprì la porta, indicò loro l’ascensore e li lasciò salire senza accompagnarli.
La camera, nonostante avessero lasciato le finestre aperte, non si era affatto rinfrescata. Il letto era sfatto perché Robert, che ci si era appisolato nel pomeriggio, non l’aveva toccato. Andò lui per primo in bagno. Pensò di farsi di nuovo una doccia, nella speranza di togliersi di dosso il sudore appiccicoso.
Dalla doccia usciva un filo sottile e caldo, anche se aveva aperto solo il rubinetto dell’acqua fredda. Gli tornò in mente lo spettacolo delle cascate dello Yosemite e tutto il freddo che aveva patito per poterle ammirare nel loro massimo splendore, alla fine di febbraio, quando la neve che si scioglie le gonfia d’acqua. Robert amava camminare in montagna, non lo avevano mai spaventato né le lunghe salite, né il freddo che spesso ti coglie di sorpresa. Il viaggio nella Meseta era qualcosa di molto diverso da quello a cui era abituato, una scommessa che aveva accettato di buon grado quando June glielo aveva proposto, come fosse un’occasione per conciliare il suo istinto avventuroso con quello più mistico e contemplativo di lei.
Uscì dal bagno. June nel frattempo si era cambiata, aveva indossato una t-shirt grigia che usava per dormire al posto del pigiama e aveva preparato sopra lo zaino i vestiti per il giorno dopo. Aveva ripiegato quelli puliti di Robert e glieli aveva lasciati sul letto. Mentre lei era in bagno, lui li ripose nello zaino e si coricò a torso nudo sul letto cigolante. Quando lei aprì la porta lo vide girato su un fianco, verso il comodino. Aveva spento l’abat-jour. Forse si era già addormentato.
Si sdraiò accanto a lui, il letto era piccolo, erano molto vicini. Lo osservò. Con lo sguardo percorse il profilo dal collo alla schiena, notò un graffio sull’avambraccio. Si girò sul fianco, dandogli le spalle, e spense la luce.

[O] (9.)

[O] (8.)_Disposofobia

Disposofobia del ricordo – web

Quando aprì gli occhi, Robert credette di essere morto. Finalmente, fu il suo primo pensiero. Poi, capì che non era ancora finita. Lo capì da come la luce entrava nella stanza, di sbieco, attraverso le veneziane abbassate. Come sempre. Non sapeva se fosse mattina o pomeriggio, ma tutto sommato non gliene importava niente. Che differenza faceva ormai? I primi tempi aveva passato lunghi momenti a domandarselo, a cercare di capire quale giorno della settimana fosse, sforzandosi, in silenzio, per non dover chiedere. Poi, si era arreso al fatto che la sua vita fosse fatta di momenti, ore di veglia intervallate a ore di sonno. Lucidità e sogno. I sogni, quelli, non l’avevano mai lasciato. Ne faceva tanti, anche molto lunghi, ma non li tratteneva, non più. Come in questo momento: era certo di aver sognato, ma non avrebbe saputo dire cosa. Le sensazioni erano ancora lì, poteva sentire il calore, udire il battito accelerato del proprio cuore. Ma si trovavano al di là di un velo che gliene impediva la vista. Capitava, a volte, che riuscisse a ricordare qualcosa, ma durava solo qualche istante. Inafferrabile come un battito d’ali, il ricordo – ma forse era più corretto dire l’impressione, volava via come polvere al vento, con l’effimera leggerezza di una farfalla.
I primi tempi in cui era costretto a letto, quando si svegliava, ripercorreva con famelica precisione ciò che aveva appena vissuto in sogno. Sembrava che quella nuova condizione avesse stimolato il suo inconscio e l’avesse messo in contatto con parti di sé che finalmente uscivano allo scoperto. Allora apriva un taccuino e prendeva diligentemente nota. Di tutto: situazioni, eventi, incontri. Ma soprattutto dei dettagli. Si era convinto che negli elementi di contorno si annidassero le rivelazioni più importanti. Si era abituato a rileggere, interpretare, ne aveva addirittura tratto degli spunti per qualche racconto.
Col tempo le sue condizioni si erano aggravate. Oltre l’uso degli arti inferiori, perse il controllo di braccia e mani. La sinistra, in particolare, quella con cui scriveva. Un dotto all’interno del suo cervello si era ostruito, complicando ulteriormente la sua già difficile esistenza. Scrivere con la destra, l’uso di un portatile o l’adozione di qualche altra tecnica – tentò la via di un dittafono, si rivelarono un fallimento. Perché in fondo non v’era più motivo di accanirsi. Robert non era più in grado di ricevere i preziosi doni del proprio inconscio. Così come non riusciva più a trattenere e godere della lettura. Le centinaia di libri accumulati in una vita giacevano sotto la polvere della sua camera da letto insieme ai tanti manoscritti rimasti incompiuti. Unico sollievo a quella condizione i versi degli amati classici, mandati a memoria in gioventù, coi quali si dilettava declamandoli nella propria testa o a voce alta. Proponendoli anche alla sua badante, ai cui rimproveri rispondeva talvolta in rima, prendendosi gioco di lei. La sua badante, già. In questo momento non era in grado di ricordare il suo nome…

Ci fu un tramestio in corridoio. “Arrivo”, disse una voce sopra la musica di una radio che si interruppe bruscamente sul ritmo di una salsa. “Tutto bene? Arrivo…”, ripeté. Udì sbattere una porta e dei passi avvicinarsi rapidi, attutiti dalle pantofole. Perché tanta fretta?, si chiese Robert, che tastò il collo del pigiama constatando di essere sudato. Si passò una mano nei capelli, tirandoli all’indietro, cercando invano di rimuovere la piega del cuscino.
La porta della stanza si spalancò ed apparve una giovane donna con indosso una camicia rossa e un grembiule macchiato, i folti capelli ricci raccolti a fatica in un foulard. Vedendolo, parve sollevata. “Signor La Ville,” disse in tono garbato, “si sente bene? Mi ha fatta spaventare…”
Robert la fissò immobile. La donna inarcò le sopracciglia. “Non dice niente, signor La Ville? Perché urlava? Poco fa stava urlando. Lo sa, vero?”
Urlando, io?, pensò Robert sbalordito senza muovere un solo muscolo del volto. L’attesa, da quando la testa non gli dava più affidamento, era la sua più grande alleata.
“Allora, dov’è che ha male?”, lo incalzò nel frattempo la donna. “Cosa c’è che non va? Vuole che cambiamo posizione ai guanciali?” Robert fece cenno di no. “Si è addormentato di nuovo, non ha nemmeno toccato il latte”, disse lei avvicinandosi al comodino. Si curvò su di lui e gli sfiorò la fronte. “Scotta. Ed è tutto sudato. Adesso proviamo la febbre”, disse rimboccandogli le coperte. “Vuole che chiami il dottore?”.
June! Si chiama June!, esultò Robert, che non trattenne un sorriso.
“Mi sta prendendo in giro?”, chiese lei.
Robert non rispose. Era stato attratto dal tatuaggio sul polso della donna. Non era la prima volta che lo notava. Ogni volta che lo vedeva, quel tatuaggio suscitava in lui un’emozione incontrollata, qualcosa di cui si vergognava.
“Cosa significa?”, chiese indicando il polso della donna.
“Abbiamo ritrovato la parola, vedo”, fece lei ignorando la sua domanda. “Non ha bevuto il latte e non ha preso le medicine. Non c’è da stupirsi se non si sente bene. Questa febbre però è anomala”, aggiunse pensierosa.
“Il tatuaggio”, insisté Robert. “Il fiocco”.
“Questo?”, disse lei sfiorandosi un polso.
Robert annuì. I contorni inchiostrati di un nastro risaltavano sulla pelle dorata della donna.
“Che significa, June?”, ripeté Robert.
La donna lo guardò sorpresa. Per la prima volta l’aveva chiamata col suo nome di battesimo. Fino ad allora era sempre stata la ‘signorina Rivera’, quasi Robert si sforzasse di preservare un limite invalicabile fra di loro. Ora invece l’aveva chiamata per nome e le faceva quella strana domanda. Come se per la prima volta si accorgesse della sua presenza. Come se per la prima volta vedesse il suo corpo.
“E’ una vecchia storia”, disse abbassando la manica della camicia.
“Una vecchia storia non si addice a una giovane donna, non trova?”
“E lei che ne sa?”
“Ho vissuto qualche anno in più di lei, June. Ho avuto anni felici e ho avuto le mie sfortune, anche molto grandi. Ma alla sua età avevo solo speranze”.
“Io le ho già perse”, disse lei scostandosi. “Questo glielo scaldo di nuovo”, aggiunse prendendo il bicchiere col latte. “Chiamo il dottore. Quella febbre non mi piace per niente”.
“Sai come è morta mia moglie?”, chiese Robert.
June si fermò sulla soglia.
“Sarei dovuto morire con lei. Non sarei ridotto così. Tu non saresti a casa mia e io non sarei qui a raccontartelo”.
June sapeva dell’ictus, della paresi e sapeva che Robert era vedovo, ma non sospettava potesse esserci un nesso fra quelle cose. A dirla tutta, non se n’era mai interessata. Si preoccupava solo di fare quello che le diceva il medico e di preparare da mangiare.
“Tornavamo da una gita al nord. Avevamo passato un fine settimana sul lago. Guidavo io e a tavola avevo bevuto uno Sherry di troppo. Ero stanco, avevo bevuto e non volevo ammetterlo. Non mi fermai, anche se Claire continuava a dirmi che era meglio se riposavo un po’. Ma io avevo fretta di arrivare a casa e non vidi un camion di bestiame fermo dietro una curva, in mezzo alla strada. Non feci a tempo a frenare. Sterzai all’ultimo, troppo bruscamente, persi il controllo dell’auto. Uscimmo di strada e ci schiantammo contro un albero. Nell’urto venni sbalzato fuori dall’abitacolo. Mi ferii e ruppi la spina dorsale. Persi l’uso delle gambe, ma mi salvai. Claire, invece, rimase intrappolata. La macchina prese fuoco. Le fiamme furono la prima cosa che vidi, quando riaprii gli occhi. Mi trovavo a pochi metri dalla macchina. Certe volte mi sembra di sentire ancora il calore del fuoco sulla pelle e la sensazione di non riuscire più a muovermi, a respirare. Il conducente del camion mi trascinò via prima che fosse troppo tardi. Ma per Claire non riuscì a fare nulla, e forse non c’era più nulla da fare”.
Robert fece una pausa. June rimase immobile sulla porta.
“Amavo quella donna, era tutta la mia vita”, disse con lo sguardo nel vuoto. “Dell’incidente in verità non ricordo nulla, ho come un vuoto. Ti ho detto ciò che mi hanno raccontato. Ma adesso è come se vedessi ogni cosa. Non ricordo nulla tranne il fumo. Una colonna di fumo nero che si alza verso il cielo. Ma forse è solo frutto della mia immaginazione”.
“Feci questo tatuaggio cinque anni fa”, disse June sollevando il braccio. “Si chiamava Juliette. E’ morta a una settimana dal suo primo compleanno”.
Robert la fissò cercando qualcosa da dire. Ma si arrese subito. Non c’era niente che potesse dire. Conosceva bene quel silenzio. A suo tempo, aveva imparato ad apprezzarlo, ad amarlo.
June si sfiorò il viso e chiuse piano la porta dietro di sé.

Poco dopo, dal corridoio, Robert la sentì fare una telefonata. “Buongiorno dottor Kettler, sono la signorina Rivera, la badante del signor La Ville… Capisco… Per favore, quando rientra, dica al dottore che ho chiamato. La Ville, sì. Signorina… June, mi chiamo June”.
Robert si girò lentamente verso il comodino. Con un gemito allungò un braccio fino a toccare la cornice d’argento che sporgeva dietro libri e quaderni impilati. L’afferrò e la trasse a sé, incurante di ciò che cadeva a terra. “Raccoglieremo tutto e lo butteremo via”, disse, come se stesse parlando con qualcuno. “Vieni qui”. Strofinò il vetro della cornice sulle lenzuola e la sollevò davanti a sé. Una donna nel fiore degli anni gli sorrideva felice. Spalle al tramonto, i capelli lucevano nei raggi dell’ultimo sole.
Un sorriso invase il volto di Robert. Si chiese come una donna così bella avesse potuto innamorarsi di uno come lui. Eppure, si ripetevano che sarebbero invecchiati insieme. Gli mancava. Ma il suo più grande rimpianto era quello di non essersi potuto prendere cura di lei come avrebbe voluto. Di non esserci stato.
Si piegò sul lato e con tutta la forza che gli rimaneva scaraventò a terra tutto ciò che si trovava sul comodino. Non se ne curò. June avrebbe capito. Rimise Claire al suo posto e con l’indice della mano le diede un bacio. Vide i fogli di carta sparpagliati per terra, accanto al letto. Decine di incipit e di storie mai scritte. Immaginò una colonna di fumo alzarsi come un punto esclamativo verso il cielo. Un ultimo falò, pensò.

[O] (8.)

[O] (8.)_Legami

“Legami, non voglio andar via” – web

Salirono le scale con apprensione. Il buio in cui ogni volta si immergevano attraversando i diverticoli dell’albergo non li aiutava a rimanere obiettivi. Sul pianerottolo del mezzanino esitarono in cerca di una luce, un rumore, un qualche segnale che facesse pensare a una presenza amica. Un lamento disumano li fece sussultare. June emise un grido e s’aggrappò al corrimano, cercando Robert tentoni davanti a sé.
“Non è nulla”, disse Robert sottovoce, qualche gradino sopra di lei. “Le tubazioni. Questo posto è marcio”.
Come se li stesse osservando, al buio, i nervi tesi, l’albergo si prendeva gioco di loro.
Giunti alla loro stanza, Robert mise una mano sulla spalla di June e rimasero qualche istante in silenzio, fissando la lama di luce sotto la soglia. Non videro nulla, Robert aprì la porta. Si guardarono rapidamente intorno e controllarono gli zaini. Tutto era come quando erano usciti. La finestra era ancora aperta a metà, Robert tolse il fermo e la lasciò cadere, si voltò e fissò June. Nella stanza c’era ancora quel profumo, più intenso. Robert iniziava a trovarlo familiare.
“Guarda”, disse June, indicando il comodino alla sua destra.
“Ma che diavolo…”, esclamò Robert sollevando una bottiglia di Manzanilla. Era uno Ximenes di ottima qualità. Incredulo, la rigirò più volte fra le mani. Al collo aveva un biglietto che Robert inizialmente aveva scambiato per l’etichetta. All’amore eterno, c’era scritto. Robert guardò June interdetto.
“Ci sono anche i calici”, gli fece notare lei. “Che dici se ce ne beviamo un po’?”
Robert la guardò sorridere, mentre scioglieva i lacci del calzare superstite.
“E’ un pensiero gentile, non trovi?”, aggiunse June massaggiandosi un piede.
“Certo”, disse Robert, e cercò il cavatappi nello zaino.
Spensero la luce sul soffitto e accesero quella incerta dell’abat-jour. Si stesero entrambi sul letto, che li accolse con un’imbarazzante serie di cigolii.
“Stanotte, niente numeri”, commentò June ridendo.
“Perché? Non c’è nessuno che possa sentirci”, replicò Robert.
“Nemmeno se urlo?”, disse lei.
“Il vecchio è sordo e rincitrullito. Puoi urlare quanto vuoi”, rispose Robert. “Rincitrullito, ma di buon cuore, devo ammettere”, aggiunse porgendole un calice di Sherry.
“E’ stata lei”, disse June.
“Dici?”
“E’ evidente”, ribadì.
“Per via del profumo? Potrebbe essere un depistaggio”, obiettò Robert.
“Lascia perdere, Hercule dei miei stivali. Te lo dico io. Noi donne certe cose le capiamo al volo”, disse June. “E ci intendiamo all’istante”.
“Sarà la figlia?”, chiese Robert.
“Magari è l’amante”.
“Non mi dava l’idea di essere… Non so. Era così elegante, composta”, rifletté Robert.
“Vuoi dire trattenuta?”, chiese June.
“Sì. Hai presente quelle persone ingessate, che non si lasciano mai andare. Anche in quei momenti lì, capisci?”, disse Robert.
“Certo. Può essere. O magari rivelano una personalità e una carica erotica insospettabili. Il che contribuisce a rendere unico e elitario il rapporto con il loro partner”, argomentò June. “Prendi la bottiglia, ad esempio. E’ un chiaro invito a lasciarsi andare. Elegante e non eccessivamente esplicito. Di certo non volgare. Il biglietto, poi, allude a qualcosa di elevato, quasi spirituale. All’amore eterno, e chi l’ha mai visto? Sorseggiando un calice come questo, invece, si ha un’anticipazione di qualcosa di molto terreno e sensuale, non trovi?” June porse il bicchiere al marito perché lo riempisse di nuovo. “Questo Sherry è favoloso”, disse.
“Più rare le donne intenditrici di vini e liquori, ma ci sta. D’altronde il più ingessato dei due è decisamente lui”, commentò Robert sorridendo.
“All’amore eternamente sensuale”, brindò June guardandolo negli occhi.
“All’amore eternamente rivelatore”, rispose Robert.
Svuotarono i loro bicchieri.
“Ci vorrebbe un po’ di musica”, sospirò June stendendosi sulla schiena e sollevando prima una gamba, poi l’altra.
“Non ti è bastata l’esibizione di strada?”, chiese Robert, gettando uno sguardo verso il vecchio apparecchio radiofonico fuori combattimento.
“Ho detto di voler ballare?”, rispose June sorridendo.
I suoi denti luccicarono alla poca luce della lampada accanto al letto.
Robert sfiorò la pelle liscia delle sue gambe. Sembrava seta. Non aveva mai toccato una pelle così vellutata prima di conoscere June. Se avesse dovuto dire la cosa che più gli era rimasta impressa della prima volta che avevano fatto l’amore, era quella. La sua pelle. Percorse delicatamente una coscia. Lo fece più volte, partendo da sopra il ginocchio e salendo via via più su, fino a sollevarle il vestito. June portò le mani dietro la testa e inarcò il busto. Sospirò di nuovo, socchiudendo gli occhi.
“Ho voglia di te”, disse Robert curvandosi su di lei.
Le baciò il collo e l’insenatura dei seni. June si tolse la collana.
“Spogliami”, disse.
Robert si alzò e andò dalla sua parte del letto. La sollevò, la mise a sedere, le sfilò il vestito e lo gettò a terra. Si spogliò a sua volta con gesti impazienti. June slacciò il reggiseno ed alzò lo sguardo sul suo pene già eretto. Si sporse dal letto, si piegò e raccolse qualcosa da terra.
“Legami, non voglio andar via”, disse porgendogli il laccio del sandalo che si era staccato.

Stavano ballando. June volteggiava con le mani nelle sue, sollevate sopra la testa. Era l’ultima cosa che Robert ricordava. Dopo aveva riaperto gli occhi. Accanto a lui, però, il letto era vuoto, June non c’era più. Capì subito che se n’era andata. Si alzò, aprì la porta del bagno. Non c’era. Sentì puzza di bruciato. D’istinto scavalcò il letto e spalancò la finestra che ricadde rumorosamente. La alzò di nuovo, fissandola al perno, si voltò e vide una lingua grigia che entrava da sotto la porta. Si scaraventò sulla maniglia e l’aprì. Il corridoio era invaso dal fumo che l’accecò. Non fece a tempo in proteggersi la bocca che cominciò subito a tossire. Rientrò subito in camera e chiuse la porta alle sue spalle. Andò in bagno e prese un asciugamano, lo bagnò e se lo mise sul volto. Decise di affrontare di nuovo il corridoio. Le scale non sono distanti, pensò. Aprì la porta, chiuse gli occhi e schermandosi con una mano avanzò di qualche passo.
“June! June!”, urlò, imprecando perché riusciva a mala pena a respirare. “June! June! Dove sei?”, urlò di nuovo. Avanzava tentoni in una nebbia solida e scura che lo avvolgeva depositandosi sul suo volto, i capelli, le mani. Avvicinandosi alle scale, sentì crescere il calore e dubitò di riuscire a resistere. Sarebbe dovuto tornare in camera e gettarsi addosso l’accappatoio bagnato. Ma non c’era più tempo, pensò in preda alla paura. “June!”, urlò a squarciagola quando credette di essere arrivato alle scale. “June! June!”
Si appoggiò al parapetto, ma ritrasse subito la mano spaventato. Era rovente. Scese un paio di gradini e gli sembrò di morire. La scala era come un camino, il fumo era ancora più spesso e saliva come un vento denso caldissimo. L’incendio doveva essere divampato nel salone del bar, realizzò. Tornò sul pianerottolo. Indietreggiò ancora. La situazione sembrava peggiorare col passare dei secondi. O forse erano le sue forze a venir meno. Colto dal panico, si chiese quanto tempo ci voleva perché perdesse conoscenza.
“June! June!”, urlò disperato.
Per un attimo pensò di prendere l’ascensore, ma rigettò subito l’idea. Non rimaneva che buttarsi sulle scale in apnea, ma immaginò le fiamme al piano terra e temette di non farcela. Si ricordò della bussola d’ingresso. Niente da fare, concluse: era in trappola. Erano in trappola.
“June! June!”, urlò quasi senza voce. Ma dov’era? Sperò con tutto se stesso che fosse uscita dall’albergo prima dell’incendio, che fosse già in salvo.
Abbattuto, tornò in camera e chiuse la porta. Andò alla finestra, guardò giù. Vide del fumo uscire dal portone di ingresso e salire piano lambendo la facciata.
“Aiuto! C’è un incendio!”, gridò scorgendo dei passanti. Dai bastioni un uomo lo scorse, si fermò e lo additò alla propria compagna sorridendo. “Aiuto! Aiuto! C’è un incendio!”, gridò Robert, cercando di superare il rumore del traffico. In quel momento squillò il telefono. Robert lo fissò incredulo. Squillò di nuovo. Robert si avvicinò e sollevò il ricevitore. “Pronto”, disse. Per tutta risposta udì il trillare sordo della suoneria, come se in realtà fosse stato lui a chiamare. “Pronto! Pronto!”, gridò ostinatamente. “Rispondete! C’è un incendio qui!” La cornetta gli restituì un laconico ring. Allora si ricordò delle istruzioni del vecchio: per uscire bisognava passare per il centralino e per farlo doveva digitare lo “0”. Ormai in balia degli eventi, Robert premette il bottone.

[O] (7.)

[O] (7.)_Jamones

Jamones – web

In camera, sul tavolino, trovarono un pieghevole con la mappa del centro storico. Lì accanto era comparso anche un vasetto di ceramica bianca con dei garofani rossi. Vedendolo, June e Robert si accorsero anche di un’altra cosa: il profumo. Nonostante la finestra fosse rimasta aperta, nella stanza c’era un intenso profumo floreale. Mughetto, decretò June. Comunque qualcosa che non aveva niente a che vedere con l’acqua di colonia del vecchio albergatore. “E’ suo”, disse alludendo alla donna dell’appartamento del piano di sotto, la stessa che li aveva accolti all’ingresso. “E’ stata qui”, aggiunse.
Si guardarono intorno in cerca di qualche altro indizio del suo passaggio, della sua esistenza. Ma tutto era come lo avevano lasciato. Il letto sfatto, indecente. Gli accappatoi ancora umidi sulle lenzuola. Gli zaini appoggiati alle pareti, che ingombravano il passaggio. Robert provò un senso di vergogna all’idea che la donna avesse visto la camera in disordine. Se la immaginò ai piedi del letto, in silenzio, con quel suo portamento, elegante e un po’ austero. Istintivamente tolse le pedule dalla sedia e le mise per terra. Poi raccolse gli accappatoi bagnati e andò a stenderli in bagno, sopra la vasca, stando attento a non far crollare tutto. Voleva rifare il letto, ma June ci si era seduta sopra con la mappa della città aperta in mano. Senza che se ne accorgesse, Robert la fissò per qualche istante, come fosse un’estranea. Si sorprese a desiderare che non si trovasse lì. June alzò lo sguardo su di lui.
“Hai fame?”, disse porgendogli l’opuscolo con l’indice premuto su una fotografia. “Che ne dici di questo?”
Robert mise a fuoco l’interno poco illuminato di un ristorante. Sembrava una cantina.
“Va bene”, disse. “Facciamo un giro”, aggiunse restituendo il volantino. “La cattedrale sembra molto bella”.
“Barocco tipico di questa regione”, puntualizzò June. “Tutta la piazza deve essere interessante. Hai visto? C’è anche un aranceto”, gli mostrò un’altra foto. “Di sicuro ci saranno ristoranti con i tavoli all’esterno”, aggiunse. “Se preferisci, ceniamo lì”.
A Robert piacevano i posti all’aperto, soprattutto nelle serate calde d’estate, June lo sapeva.
“Va benissimo il fresco di una cantina”, disse lui.
Si avvicinò al suo zaino e tirò fuori una camiciola di cotone, un po’ spiegazzata. June estrasse dal suo un vestitino leggero inspiegabilmente senza grinze, che appariva quasi lezioso nell’ambiente in cui si trovavano.
In piedi, accanto alla finestra, la osservò mentre si svestiva rimanendo in mutandine e reggiseno. June era molto magra e la sua pelle ambrata era così liscia da conferirle l’aspetto di una ragazzina. Le ginocchia sporgevano un poco, rimarcando l’esilità delle cosce. Il pizzo degli slip sembrava inadeguato. Ma non si poteva dire la stessa cosa per la parte sopra, che conteneva a fatica un seno tondo e sodo, di cui June andava fiera. Infilò il vestito con un movimento rapido delle braccia, poi agitò i capelli lasciandoli fluttuare nell’aria in volute color carbone. Mise una collana di pietre colorate, tenute insieme da un cordino di cuoio. Come per magia, agli occhi di Robert apparve un’altra donna, attraente, sensuale. Che tutt’a un tratto moriva dalla voglia di spogliare di nuovo.
“Questi o quelli?”, chiese mostrandogli un paio di sandali e delle ciabatte indiane.
Robert scelse i sandali con i lacci, immaginandoli sulle sue caviglie sottili.
“Andiamo?”

Uscirono alla volta del centro. Una breve visita all’antica piazza e alla cattedrale, poi si addentrarono negli vicoli medievali in cerca del locale caratteristico dove cenare.
Fecero delle foto. June aveva sempre voglia di scattarne qualcuna in pose scherzose. Controllava poi il risultato sul visore della sua macchina tascabile e decideva se salvare, ripetere o lasciar perdere. Una piccola tortura cui Robert si sottoponeva disciplinatamente.
“Questa è carina”, disse. Mentre aspettavano di prendere posto a un tavolo, June mostrò a Robert una foto. In realtà l’aveva fatta lui, era una specie di autoritratto. Al momento dello scatto June si trovava a metà di una rampa di scalini e appariva molto più piccola, alle sue spalle, con le braccia alzate. Robert non si era accorto di quella sua posa teatrale: per via della prospettiva sembrava un folletto seduto sopra la sua testa.
“Sembri Minerva che esce dalla testa di Giove”, disse sorridendo. “Una Minerva spensierata, direi”.
“Beh, nemmeno tu sembri sconvolto dai dolori del parto”, rispose June.
Robert fece scorrere avanti e indietro le immagini in cerca di altre curiosità. Nel frattempo un uomo vestito di scuro, con un grembiule consunto allacciato in vita, fece cenno che si era liberato un tavolo. Presero posto e poco dopo l’oste tornò a prendere l’ordinazione. Scelsero pimentos, come antipasto. Per secondo un piatto di jamon e del pulpo alla gallega. Da bere, birra, per tutti e due.
“Vuoi qualcos’altro?”, chiese Robert sorpreso.
June non beveva birra.
“Ho sete”, disse lei.
Si guardarono un po’ in giro. Il posto era caratteristico, avevano scelto bene. Si trovavano sotto il livello della strada, in un enorme salone ricavato in una galleria di pietra. Dal soffitto pendevano antichi candelabri di ferro battuto. Sul lato dov’erano seduti c’erano anche diverse file di prosciutti.
Robert vide il lampo di un flash. Si voltò e June ridendo gli mostrò il suo profilo su uno sfondo di cosce di maiale.
“Ti senti a tuo agio lì in mezzo?”, lo stuzzicò.
“E’ il mio habitat naturale”, rispose Robert.
Si scambiarono un sguardo di sfida.
“A cosa brindiamo?”, disse June sollevando il proprio boccale.
Era la domanda di rito.
“Al viaggio”, dissero simultaneamente.
Si toccarono il naso.
Robert frugò nelle tasche dei pantaloni. Il vecchio albergatore nell’uscire gli aveva consegnato una copia della chiave del portone. Si accertò che fosse ancora dove l’aveva messa.
“Che c’è?”, chiese June.
“Niente, per un attimo ho creduto di non avere con me la chiave dell’albergo”.
“Ci mancherebbe solo questo”, disse lei. “Non mi va di dormire aux belles étoiles. Non stasera quanto meno, sono troppo stanca”.
“Non l’abbiamo mai fatto”, constatò Robert.
“C’è sempre una prima volta, se è per questo. Ma facciamo un’altra”.
“Pregusto già il nostro comodissimo letto”, disse lui con sarcasmo.
“Per quanto ne so, per stanotte andrà benissimo”.
Robert vide loro due stesi su quel materasso sgangherato nel bel mezzo di un amplesso, bevve un sorso di birra e non disse niente.
“Ti ho mai raccontato di quella volta che fummo sequestrati in albergo?”, chiese June.
“Sequestrati?”, ripeté Robert.
“Sì, sì, roba da non credere”. June fece un gesto con la mano e tirò un bel sospiro.
“Sarà successo più di dieci anni fa”, disse, “sempre qui, in Spagna, a Granada”.
“Stavo con Alfred ai tempi, non eravamo ancora sposati”, aggiunse in inciso.
Robert non ci fece caso. Non gli dava fastidio sentir parlare dell’ex marito di June. Fra i due era lei quella gelosa.
“Volevamo visitare l’Alhambra, ma non si poteva prenotare. Bisognava mettersi in coda di prima mattina e si entrava finché non esaurivano gli ingressi. Per questo avevamo scelto quell’affittacamere, perché era molto vicino”, scosse la testa sorridendo incredula.
“Il posto non era nemmeno troppo male, in fondo, non fosse stato per le dimensioni delle camere. Mi ricordo che per aprire la finestra dovevi salire sul letto. Il bagno era un buco e non c’era nemmeno un armadio, niente. Ma era così luminoso. Ogni cosa era ricoperta di calce bianca, in perfetto stile qasba. Il tetto era piano e vi avevano ricavato una piccola piscina. Ricordo che ci abbiamo passato buona parte del pomeriggio chiacchierando con delle ragazze di New York. Il mattino seguente ci alziamo alle sei, ci vestiamo e facciamo per uscire, ma non possiamo”.
“Non potete…”, disse Robert.
“Già. Perché all’uscita dello stabile ci troviamo di fronte un’inferriata di ferro!”, esclamò June. “La sera prima non c’era. E il mattino dopo era lì, con tanto di catenacci”.
“Incredibile”, fece Robert, prendendo un sorso di birra. “Non l’avevate vista”.
“Certo che no! Ti dico che non c’era! La porta per salire alle camere era aperta, ma l’accesso principale, una specie di porticato, era sbarrato da quel dannato cancello, che nessuno aveva notato. Non si poteva uscire di lì senza chiavi, e noi non le avevamo”.
“Quindi, cosa avete fatto?”, chiese Robert.
“Siamo tornati sui nostri passi in cerca del proprietario. Ripensandoci, era davvero un tipo strano. Bianco, sulla sessantina. Leggermente obeso, con una lunga barba bianca e quasi completamente calvo”, mise in bocca l’ultimo pimiento. “Quasi certamente ebreo”, disse affilando lo sguardo. “In ogni caso, di lui nessuna traccia. Bussiamo più volte allo sportello della portineria. Nulla. Torniamo all’inferriata, non sappiamo che fare. Alfred prende a scuoterla, ma è inutile. Nel frattempo ci raggiungono diverse altre persone e in men che non si dica è già passata mezz’ora. Davanti al cancello saremo almeno una decina, tutti ammassati lì per lo stesso motivo, tutti che rischiano di non poter entrare al palazzo reale”.
Ordinarono un’altra birra. Il locale si era riempito, il brusio di fondo stava aumentando. Diverse persone affollavano il bancone mangiando e bevendo in piedi. La birra arrivò subito e Robert bevve avidamente. “Vai avanti”, disse asciugandosi le labbra col dorso della mano.
“Avevamo un recapito telefonico. Chiamiamo, ma sentiamo il telefono squillare nella portineria deserta. Più passa il tempo, più le persone cominciano ad agitarsi, a infuriarsi. Qualcuno propone di chiamare la polizia. Fra quelli c’era un italiano con la sua fidanzata. Me lo ricordo bene: giovane, magro. Era fuori di sé. Cominciò a scuotere le sbarre e a urlare, sempre più forte. Non capivo esattamente cosa dicesse, ma c’era una parola che ripeteva in continuazione: rapimento. Ci hanno chiusi dentro!, gridava. Siamo stati rapiti! Rapimento! Cercava di attirare l’attenzione di qualcuno sulla strada. Fino ad allora non avevo capito la gravità della situazione. Pensavo fosse solo questione di tempo, che tutto si sarebbe risolto da un momento all’altro. Invece non era così, era trascorsa quasi un’ora e non si era ancora visto nessuno. Quando quell’italiano cominciò a urlare e piangere di rabbia, mi preoccupai. Pensa se si fosse sentito male qualcuno”.
Robert fissò June allibito. “Che storia assurda”, disse. Di riflesso pensò al loro albergatore, ai dubbi sulla sua salute mentale, ai suoi comportamenti ossessivi. Gli tornò in mente l’incendio che avevano visto entrando in città, quella sottile colonna di fumo nero. “Come andò a finire?”, chiese prendendo un pezzo di pulpo dalla forchetta di June.
“L’uomo arrivò poco dopo, ma non si scusò. Anzi, alle proteste da parte di tutti, pensò bene di fare l’offeso. Come sola giustificazione addusse il fatto che non era la prima volta che qualcuno se ne andava senza pagare. E nel dirlo fissò proprio l’italiano. Fu irremovibile, non lasciò uscire nessuno finché non ebbe i soldi da chi non aveva ancora pagato la stanza”.
“Una vera e propria mattanza”, commentò Robert. “Più che un affittacamere quello doveva essere un pescatore”. A quell’immagine June rise di gusto.
Ordinarono una fetta di dolce, che divisero, e un’altra birra.
“Dobbiamo ancora dare i soldi al vecchio”, disse Robert.
“Quando rientriamo in albergo sarà un po’ tardi”, osservò June. “Non lo disturberei”.
“Domattina, prima di partire”.
“E lui cos’è?”, chiese June. “Il badante di una donna fantasma?”
“Tu guardi troppi film dell’orrore”, disse Robert.
“Va bene, e allora chi è quella donna?”
“Quale donna, di che donna parli?”
“Non fare lo scemo!”, protestò June.
“Speriamo di non rimanere intrappolati nell’ascensore domattina”, disse Robert ridendo.
“Smettila, sai che mi impressiono facilmente”.
“Va bene, va bene”.
“Propongo un brindisi”, disse Robert.
“Sentiamo”.
“Al mistero”.
“A ciò che ci emoziona”, rilanciò June. “A ciò che rende emozionante la vita”, aggiunse.
“Al desiderio”.
June abbassò lo sguardo. Robert le sfiorò una mano. Lei lo guardò e sorrise in silenzio.
“Ai sequestratori!”, esclamò Robert di nuovo.
“Smettila!”
Per qualche istante osservarono la gente intorno a loro. Il locale era gremito.
“Alla fine siete riusciti a visitare la reggia o avete dovuto rimandare al giorno dopo?”, volle sapere Robert.
“Arrivammo appena in tempo. Quell’uomo ci lasciò andare per primi”.
“E l’italiano pagò o venne giustiziato?”
“Che stupido che sei! Lo ritrovammo in coda all’ingresso del palazzo che ancora inveiva alla volta di quell’uomo, raccontando l’accaduto a dei vicini di fila. Lui e la fidanzata, però, rimasero fuori”.
“Che disdetta”, commentò Robert.
“Io e Alfred partimmo il giorno dopo”, disse June, seria. “Passammo solo una notte in quel posto”. Anche qui, pensò.
“Che dici, ci avviamo?”, fece Robert. “Si è fatto tardi e domani ci aspettano altri venticinque chilometri, se non ricordo male”.
“Andiamo, sì”, disse June incupendosi al solo pensiero di dover rimettere gli scarponcini. “Dammi una mano”, disse salendo le scale. “Sono un po’ brilla”.
“E dobbiamo ancora scoprire le qualità nascoste di quel letto!”

Mentre rientravano in albergo, June chiese a Robert di ballare. Così, in mezzo alla strada. “June…”, disse lui irrigidendosi. “Dai, lasciati andare, fregatene di chi ci guarda”, lo incitò. “Coraggio, non fare il solito manico di scopa”, e intonò il ritornello di una canzone cubana. “Hai bevuto davvero”, commentò Robert mentre la prendeva in uscita da una giravolta.
“Oh-oh!”, fece June poco dopo, chinandosi a raccogliere un sandalo. “Guarda, si è rotto”. Gli mostrò una striscia di tela staccata e il sandalo, con il brandello che ne rimaneva. Dovette proseguire con un piede scalzo.

Fuori dalla porta della città vecchia ritrovarono l’anonima facciata dell’albergo. Era buio ormai, l’insegna era spenta. Dei lampioni sospesi illuminavano l’incrocio. Prima di attraversare, Robert alzò di nuovo lo sguardo.
“June!”, esclamò.
June guardò su.
La luce della loro stanza era accesa.

[O] (6.)

[O] (6.)_Asciugatrice

Asciugatrice – Silvia G. (lapoetessarossa)

Mentre aspettavano che il ciclo di lavaggio terminasse, il dialogo fra June e Robert si ridusse a qualche monosillabo. Robert si mise a sfogliare una rivista senza la minima intenzione di spingersi oltre le didascalie, mentre June poté mettere alla prova le proprie reminiscenze di spagnolo spiegando il funzionamento della macchina a gettoni a un’anziana signora spaesata, che sembrava capitata lì per caso.
Venne il turno dell’asciugatrice. Inserirono i panni umidi in un cilindro ancora caldo e tornarono a sedersi. Per qualche secondo guardarono il vortice dei panni ai bordi dell’oblò formare una striscia biancastra simile a dentifricio.
La fatica inaridiva il loro rapporto, pensò Robert, mentre con una punta di fastidio vedeva June riprendere a parlare con la signora, assumendo la posa da maestrina che le conosceva bene. Al terzo giro di illustrazioni e réclame, abbandonò la rivista e uscì a prendere una boccata d’aria.
Fuori dalla lavanderia c’era uno spiazzo, una sorta di piccolo parco giochi chiuso fra alti muri di cemento. Era completamente deserto. Per terra non c’era nemmeno un filo d’erba. I bambini dovevano giocare e rotolare su una sorta di tappetino d’asfalto, che in quel momento doveva essere bollente. Robert alzò lo sguardo sulle facciate spoglie dei palazzi che lo sovrastavano, soffocandolo. Oltre i tetti uno squarcio di cielo, che non alleviava però il senso di costrizione e desolazione di quello squallido posto.
Al di là della vetrina June era concentrata in un dialogo da film muto. L’enfasi le dipingeva il volto. I suoi gesti erano animati, esagerati. Improvvisamente sembrava rinata, piena di insospettabile energia per il solo fatto di sentirsi utile a qualcuno, o forse solo a se stessa.

Fecero ritorno all’albergo in silenzio, immersi nei propri pensieri. I loro passi erano gravati da una lentezza che andava oltre la stanchezza dei corpi affaticati. Le loro anime asciutte, come i panni che portavano con sé.
Camminare fianco a fianco, a volte, può rivelarsi la più efficace esperienza di solitudine, pensò June. Stare, rimanere accanto, per poi avvertire immancabilmente il distacco e non sentire più l’altro, ma solo il rumore del proprio respiro. Il rimbombare sordo dei propri pensieri che non hanno più la forza, né la volontà di uscire. Tutto ciò sa essere devastante, letale. Forse siamo destinati a camminare soli, concluse. Ad andare ognuno per la propria strada, avanzando col proprio passo. Per poi ritrovarsi al punto prefissato per l’incontro, se mai ce ne può essere uno.

Giunsero davanti al portone chiuso dell’hotel. Il biglietto sgualcito era al solito posto. Si guardarono con lo stesso dubbio negli occhi. Suonarono di nuovo, una volta sola. Passarono diversi minuti, scanditi dal rumore del traffico alle loro spalle.
“Non è possibile”, sbottò a un tratto Robert. “Ci risiamo”.
Guardò June. Sembrava distratta, distante, come se quel frangente della loro vicenda fosse qualcosa cui era del tutto inutile opporsi. La fissò stupito. June rimase quieta, in attesa.
Udirono lo scatto della serratura elettrica. La porta interna della bussola si aprì ed apparve una donna. Quella donna. Alta, elegante, i capelli raccolti ordinatamente dietro la nuca. Indossava un vestito azzurro chiaro. Con gesti morbidi aprì la seconda porta e sottrasse la coppia al rumore della strada. Non disse nulla.
June e Robert si scambiarono un’occhiata: l’aspetto della donna non aveva niente a che vedere con l’apparizione di poco prima, era più giovane, bella, stava bene. Sembrava trasfigurata. Senza trovare nulla di sensato da dire, si avviarono verso l’ascensore, mentre lei rimase a guardarli dalla soglia, sorridendo in silenzio.
“Chi è?”, gridò una voce sulle scale, seguita da un rumore di passi concitati.
“Chi è?!”, strepitò di nuovo, da più vicino.
La testa incanutita dell’albergatore fece capolino dalla ringhiera sopra di loro, scrutandoli con movimenti da uccello.
“Chi è?!”, ripeté.
“Ci siamo visti prima, ricorda… La Ville, Stanza 201…”, disse June.
“Chi vi ha fatti entrare?”, sbraitò l’uomo, visibilmente allarmato.
D’istinto June e Robert si voltarono verso la porta di ingresso, ma con loro grande sorpresa la donna non era più lì. L’uomo, nel frattempo, scendeva gli ultimi gradini fissandoli con aria ben poco amichevole. Approdato di fronte a loro, si irrigidì bruscamente. Parve ricordare qualcosa. Ma certo, sembrò dire improvvisamente l’espressione sul suo volto, gli inquilini di prima. Andò loro incontro e strinse la mano di Robert con fare cerimonioso.
“Tutto bene?”, chiese come se niente fosse, precedendoli verso l’ascensore. “Avete visto l’incendio?”
Robert e June si lanciarono un’occhiata.
“L’incendio”, ripeté l’uomo.
“Visto”, disse Robert.
“Già”, annuì lui. “Fa molto caldo. Troppo”.
“Asfissiante”, sussurrò June.

[O] (5.)

[O] (5.)_Attesa

Attesa – web

Il bottone si illuminò, ma l’ascensore rimase nel suo stato di immoto silenzio. Poi ci fu un rumore brusco, come di ghigliottina, la luce del corridoio si spense e June e Robert si ritrovarono a fissare quel fatuo disco luminoso brillare nel buio. Optarono per scendere a piedi.
La tromba delle scale era senza finestre e si mossero a tentoni. Da qualche parte doveva pur esserci un interruttore, si dissero, ma non lo trovarono, né esclusero che la luce fosse saltata del tutto, e con essa l’alimentazione dell’ascensore. Con cautela, appoggiandosi al corrimano, raggiunsero il primo piano e imboccarono la rampa di scale successiva. Arrivati ad un nuovo pianerottolo, si accorsero di non essere ancora al pianterreno: c’era un livello intermedio, quindi, un mezzanino. Il corridoio era leggermente illuminato da una finestra sul fondo, che a differenza delle altre aveva la tapparella alzata. Inoltre, a quel piano aveva una forma diversa, piegava in una specie di ala laterale che sopra non c’era.
Incuriosito, Robert volle dare un’occhiata e June lo seguì senza obiettare. C’era qualcosa che li attirava nell’immobilità e nel vecchiume che li avvolgeva: avevano la sensazione che quell’albergo li stesse aspettando, che aspettasse proprio loro.
“Robert…”, sussurrò June con un filo di voce. Si era fermata davanti a un porta socchiusa. Lui tornò sui suoi passi e le si avvicinò. June spinse un poco la porta. Lo fece senza pensarci, come fosse un atto necessario a determinare la vera ragione del loro essere lì in quel momento. Sbirciarono così all’interno di quella che pareva essere l’unica stanza dell’ala dell’albergo. Ma non si trattava di una stanza, bensì di un appartamento. C’era un anticamera, una specie di soggiorno e, al di là di un varco, un altro locale più grande. Dalle finestre la luce filtrava attraverso le veneziane abbassate, generando un chiarore diffuso. Il disordine regnava sovrano. Ovunque, mobili e sedie erano occupati da oggetti che sembravano essere stati abbandonati lì da chissà quanto tempo.
Robert spinse ancora la porta, che arretrò con un cigolio e mostrò loro una donna seduta col capo chino e le mani raccolte in grembo, immobile. Con l’aria completamente assorta, fissava la porzione di tavolo sgombra davanti a sé, apparecchiata. June e Robert la vedevano di lato, i capelli le coprivano in parte il volto. Difficile dire quanti anni avesse, poteva essere giovane, ma anche anziana. Perfettamente ferma, con lo sguardo nel vuoto, sembrava malata. Non si accorse di loro, non si mosse. In quella poca luce, se non fosse stato per gli occhi, che erano aperti, si sarebbe detto che dormisse. E invece no, attendeva.
Attendeva l’uomo dell’albergo, che sopraggiunse in quel momento dalla stanza accanto con indosso un grembiule e una scodella fumante in mano. Vedendoli sulla soglia, il suo sguardo tradì sorpresa e fastidio. Posò velocemente la scodella sul tavolo e si affrettò alla porta, mentre June e Robert farfugliavano qualche parola di scusa. Disse qualcosa che i due non riuscirono a decifrare, ma intesero perfettamente l’aggressività che si celava dietro le sue parole. Teso in volto, spinse la porta verso di loro, senza attendere risposta. In quell’istante la donna alle sue spalle si voltò. Mosse appena la testa, ma prima che la porta si chiudesse June e Robert poterono vederla in volto.

“Hai visto anche tu?”, chiese June mentre si affrettavano verso le scale.
“Sì”, rispose Robert, che non disse altro finché non furono fuori dall’albergo.
Approdati sul marciapiede, furono aggrediti dalla luce e dal caldo, ma nonostante tutto parve a entrambi di essere tornati a respirare.
“Hai visto anche tu?”, ripeté June.
Robert annuì pensieroso.
“Ci ha sorriso, vero?”
“Già”.
“Chi è quella donna?”, chiese di nuovo June.
Robert esitò. Non l’aveva vista bene. Di profilo, in controluce, il viso in gran parte nascosto da lunghe ciocche di capelli che scendevano sulla fronte. Non era in grado di descriverla, né di indovinarne l’età. Ma quel sorriso. Inaspettato, disarmante, che le aveva illuminato il volto.
“Potrebbe essere la moglie, o la sorella”, ipotizzò June.
“Era…”, Robert mise a fuoco le sue impressioni. “Era bella”, disse, sorprendendosi delle sue stesse parole.
June frugò nel volto del marito. Lui la guardò un po’ a disagio.
“Sì. Era bella”, assentì lei.

Per un po’ camminarono in silenzio. Chiesero informazioni a dei ragazzi fuori da un caffè e si avviarono in direzione di una lavanderia a gettoni che si trovava a pochi isolati da lì, nel quartiere moderno.
“Che strano albergo”, disse June a un tratto. “Ho la sensazione che fosse chiuso e che abbia aperto apposta per noi”.
“Eppure c’era scritto di suonare”, replicò Robert.
“E’ evidente, lo stanno lasciando andare in rovina”.
“Non so. Forse accettano solo prenotazioni”, disse Robert poco convinto.
In effetti, il biglietto sul portone di ingresso poteva essere affisso lì da anni e l’impressione era quella di aver suonato a casa di qualcuno. Ma ormai si trovavano lì, avevano preso visione della camera e non avevano nemmeno chiesto di vederne un’altra. Non si erano lamentati, avevano accettato quella sistemazione come se non vi fosse alternativa, in preda ad un fatalismo insolito, e, cosa ancor più curiosa, in tutto questo nessuno dei due si era preoccupato di chiedere quanto sarebbe venuta a costare.