Accident

Origine di un’ossessione

steer away fron this rocks

 

 

Just because you feel it / Doesn’t mean it’s there

Ho acceso lo stereo, attendo l’arrivo di quella canzone.
Il suo ritmo tribale, costante.
Il suo crescere irrisolto in eco trattenute e distorte.
Il punto in cui frasi e domande diventano litania senza orizzonte.

L’ho tradotta a modo mio, portandola sotto pelle.
Ho provato a condividerla, a farla nostra; inutilmente.
Non si produce un’ombra senza una sorgente.

 

In pitch dark / I go walking in / Your landscape

La sussurrai su di un sentiero di montagna.
Passo dopo passo, quelle parole presero forma, impregnando il mio respiro.
Lentamente salivo.
Ritmo e suono si facevano strada dentro me.
Istintivamente, diedi inizio a un intimo cantilenare.

Poi, a un tratto, accelerai, ruppi il respiro.
Anticipai il crescendo di un lamento senza fuga.
Percorsi la scia del mio destino, tracciando il tuo profilo.

 

We are accidents waiting / Waiting / Waiting to happen
We are accidents waiting / Waiting / Waiting to happen
We are …

Dal nulla giunse il presentimento.
Dal nulla mi colse l’ossessione.
Ripetei quelle parole infinite volte.
Lasciai che rimbombassero dentro me.

Feci l’ultima salita di corsa.
Energia e vita battevano all’unisono in me, mentre avanzavo verso il baratro.
Nessun paradosso in questo, nessun contrasto.
Ero vigile e accecato.
Non conoscevo la mia fine, la stavo concependo.

 

Why so green and lonely? / Heaven sent you to me

La mia anima si sarebbe riversata su di te, rivelandoti in proiezioni di desiderio.
Un’incolmabile distanza mi avrebbe permesso di toccarti.
Ero certo, ti avrei riconosciuta.
Il tuo nome era già scritto.

 

 

 

Figurazioni liberamente ispirate alla canzone “There, there“, dei Radiohead.

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“Mille anni ancora”

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[Ricordando Fabrizio De André, Bergamo, Teatro Donizetti, 15/04/2014]

 

Non ho conosciuto Fabrizio De André, anche se avrei potuto, non sono un giovincello. A dire il vero, quando ascolto le sue canzoni e rileggo i suoi testi – e non è cosa frequente – non lo ripasso, né lo riscopro. Per me Fabrizio, “Faber”, ha ancora il gusto della scoperta. Lui non c’è più, certo, se n’è andato troppo presto. Ma c’è chi ancora ce lo fa incontrare. Come se fosse ancora qui, tra noi. Mi viene in mente un paragone che, seppur sentito e vero, risulterebbe un po’ scontato, mentre quello che vorrei dire qui è tutto fuorché banale, anche se corre l’inevitabile rischio di esserlo.
Ciò che si è manifestato ieri sera non è un miracolo, né la mistificazione di un gruppo di nostalgici. E’ umanità, tanta semplice, nuda umanità. Niente più di questo. Quanto basta per vedere lassù, sul palco, il volto solcato di un uomo ormai vecchio, che grida alla vita, le urla in faccia con voce che taglia, tuona e quasi si schianta come legno spezzato. Nel tempo, sul tempo. Il suo, il nostro. Gli anni che sono passati e non sai dove sono finiti, gli anni di cui inizi a sentire l’amaro sapore e quelli che iniziano forse ad averne uno. Eravamo tanti e diversi, ieri sera, e per ognuno di noi c’era una voce da ascoltare. E c’era chi in questo ti poteva aiutare. Un gruppo di vecchi compagni di viaggio, conosciutisi lungo un cammino iniziato tanti anni fa, che non è ancora finito. E non finirà mai. C’era la voce dell’uomo che sa raccontare, la voce dell’amico, la voce del ricordo, che mentre l’ascolti diventa anche tuo. C’erano le voci di un coro e mani che si trovavano, si riunivano. C’era l’abbraccio, spontaneo, fraterno, c’era il passo di quella danza che è festa e espiazione insieme. E c’era anche il tempo, sì, che è volato via, è tornato da dove era venuto. Mentre lì, a luci accese, restavamo noi. Con un po’ meno paura.