Vespa

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Ragazza in Vespa – web

Si frequentano da un anno ormai e capita che finito il turno lei passi a trovarlo sul lavoro per due parole, un saluto. Non sale in studio, in verità, non osa. Non vuole disturbare, invadere il campo. In fondo si vergogna un po’. Gli fa uno squillo e lo aspetta da basso, che poi magari ci scappa un caffè o una cosa insieme al bar sotto il portico.
Sono quasi le cinque quando suona il cellulare. Lui è impegnato, non può rispondere, lascia fare. Puntuale arriva un messaggino, cui risponde con un rapido ‘ok …’, che allude a un’attesa non ben precisata, ma non eccessiva.
Dopo una decina di minuti è giù al portone, ma non la vede. Fa qualche passo sotto il colonnato, controlla il cellulare, scruta il parcheggio.
“Buh!”, sbuca fuori lei da dietro un pilastro, sorprendendolo alle spalle.
Lo abbraccia, si abbracciano.
Lui getta uno sguardo intorno, incrociando quello di un paio di passanti. Non li riconosce. Nemmeno gli avventori del bar, mentre prendono posto a un tavolino all’esterno. Si rilassa, fa gli onori di casa. Lei appoggia casco e zainetto su una sedia vuota, scioglie i capelli e li scuote con le mani. Si toglie gli occhiali da sole. Sorride.
Ordinano un caffè e una spremuta.
Lei è allegra, disinvolta, deliberatamente provocatoria. Lo bacia davanti a tutti come se fossero soli. Lui prova a lasciarsi andare, a non pensare a cause e dibattiti, al lavoro che lo attende prima di sera. Mette gli occhi su di lei e non li sposta. E’ bella, come la primavera.
Parlano un po’ del più e del meno. Ma quando lui prova a descrivere quello che sta accadendo nel suo ufficio, cinque piani più su, lei si sporge sul tavolino e preme le labbra sulla sua bocca, soffocando sul nascere ogni odiosa minaccia a quel loro breve momento di felicità.
“Mi vedi? Sono qui. Stai un po’ con me”, lo rimprovera.
Lui annuisce e sorride in silenzio.
Poi si alzano. Si abbracciano.
“Stringimi forte”, gli dice, “fammi sentire che ci sei”.
Si baciano.
Lui sente l’alito dolce di lei e la sua lingua accarezzargli le labbra. Chiude gli occhi, la sfiora con la sua. Le loro bocche si fondono.
E’ il momento di separarsi di nuovo.
“Mi chiami? Quando hai finito, anche se è tardi…”.
La guarda montare sulla sua vespa rossa. Mettere il casco, che la fa sembrare una bambina alle giostre. Ogni volta che la vede partire, ha paura che perda l’equilibrio. Ma poi lei accelera, solleva i piedi e prende il volo scodinzolando un po’.
Subito dopo, però, lascia andare l’acceleratore e si volta di nuovo indietro ondeggiando per il piazzale. Sorride sotto gli occhiali scuri raggiante nel suo vestitino a fiori. Lui non può che fare altrettanto. Alza timidamente una mano. Lei ora sembra ridere di lui, fermo impalato come uno stoccafisso sotto il colonnato. Si avvicina, frena, mette giù un piede sobbalzando.
“Ricorda”, dice con l’aria di chi sta rivelando una verità. “L’amore è un moto da luogo”.
Apre il gas. La moto alza la voce rispondendo docilmente, senza fretta, dandole ancora il tempo per un sorriso soddisfatto.
Lui rimane lì a guardarla mentre s’allontana. La fronte alta, il vento in faccia. Le spalle nude, i boccoli dorati che fiammeggiano da sotto il casco. Finché scompare nei flutti del traffico.
Si avvia al portone. Ripensa alle carte pronte e a quelle ancora da rivedere. Alla strategia, alle cose da dire, alle domande da fare.
Sta bene, pensa. Sa che porterà a termine il proprio lavoro, che lo farà nel migliore dei modi. Eppure gli manca qualcosa. Qualcosa che era dentro di lui e che ora non si trova più lì. Ma non se ne cura. Ha capito.
“Va tutto bene”, dice, salendo lo scalone due gradini alla volta.

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