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Lausanne, coucher de soleil

Coucher de soleil sur Ouchy, Lausanne, Suisse – by Jaquette, su flickr

 

Stava per tramontare. Sopra Ginevra morbidi strati di nuvole preparavano uno spettacolo cui non si era ancora abituato. Faceva parte delle novità, delle meraviglie di quelle prime settimane, dell’eccitazione che da quando si era trasferito animava le sue giornate.
Decise di abbandonare l’avenue e imboccò la ciclabile che attraversava il parco, immergendosi in un tripudio di colori autunnali. Alla sua sinistra il lago si piegava in sottili lamine d’argento per volere di una brezza gentile, la stessa che gli scompigliava i capelli e alla quale s’abbandonava inebriato, inspirando forte. Poco più in là incrociò un gruppo di ragazzi sui roller. Nel passare sfiorò il campanello e alzò una mano in segno di saluto, cui loro risposero mostrando le gomitiere. Al bivio successivo tenne la destra e costeggiò l’enorme prato della biblioteca, gustandosi la vista suggestiva della lunga vetrata illuminata, davanti alla quale si stagliava l’imponente chioma di un castagno secolare. Ancora poche pedalate ed era arrivato. Frenò e s’accostò a un semaforo, al verde riattraversò avenue de Rhodanie e si infilò sotto il porticato del foyer in cerca di un buco nelle rastrelliere piene di biciclette. Riconobbe quella di lei, costosa, da corsa, e il lucchetto che le aveva prestato. Non siamo in Italia, le aveva detto, ma nemmeno in Svezia, meglio non fidarsi. Spostò la bici accanto e vi mise la sua. Le legò insieme con un sogghigno, immaginandosi la faccia di lei. Non lo stava aspettando, le faceva una sorpresa, a lezione non avevano parlato di vedersi quella sera.

Probabilmente ha già cenato, pensò, attraversando la hall e prendendo la scala del blocco C. Fece i gradini due a due. Arrivato al terzo piano, per prima cosa s’affacciò alla cucina, da dove aveva sentito arrivare delle voci. Trovò tre ragazzi, due al tavolo chiacchieravano davanti a una tazza di tè, il terzo dall’aria nordafricana stava facendo bollire della verdura in un pentolone fumante. La ragazza seduta si interruppe fissandolo incuriosita, ma lui girò i tacchi e andò dritto alla stanza 385, in fondo al corridoio. Bussò. Attese qualche secondo, ma non ci fu risposta. In una delle camere a fianco qualcuno ascoltava musica etnica ad alto volume. Bussò di nuovo, più forte, la porta oscillò. Ma nulla, nessuna risposta. Rimase un po’ in piedi davanti alla porta laccata bordò, scrutò la targhetta col numero in rilievo, pendeva da una parte, mancava una vite. Strano, pensò, la bici è qui sotto. Sarà uscita a fare due passi. Guardò fuori dalla finestra del corridoio. La luce del tramonto infuocava le cime degli alberi, mentre in alto il cielo invocava la notte.

Tornò lentamente sui suoi passi. Dalla porta aperta di una camera scorse una ragazza e un ragazzo seduti sul letto, immersi in una vivace discussione. Incrociò un ragazzo di colore che gli era stato presentato qualche giorno prima, in cucina, mentre facevano da mangiare. Si erano alternati più volte ai fornelli per poi decidersi a cenare insieme e condividere ciò che avevano preparato. Il ragazzo lo riconobbe, si salutarono. Pensò di chiedergli se l’avesse vista, ma non lo fece. Scese un paio di rampe di scale, quando a un tratto udì la sua voce. Guardò in su e in giù cercando di capire da dove provenisse. Non parlava francese, né inglese, ma era la sua, ne era sicuro. Nell’atrio al piano di sotto c’erano le cabine telefoniche, una aveva la porta socchiusa, scorse il piede che oscillando la teneva aperta. Sorrise. Scese i gradini e si avvicinò in silenzio, indeciso se farle uno scherzo o non disturbare. Da dov’era udiva ciò che stava dicendo, ma non capiva assolutamente nulla. Lo svedese al suo orecchio era uno sbrodolare di parole quasi totalmente privo di intonazione. Doveva essere una lingua difficilissima da imparare. Le poche parole che gli stava insegnando erano già un’impresa. Ti amo – Iog asgar dei, o come diavolo si pronunciava. Vorrei fare l’amore con te… Ecco. Non l’avevano ancora fatto, anche se lei gliel’aveva chiesto, più d’una volta. Ed era stata lei a baciarlo per prima. Era successo proprio lì, in camera sua, al piano di sopra. Avevano passato buona parte del pomeriggio a rileggere gli appunti delle lezioni, poi come facevano sempre, si erano svagati raccontandosi a vicenda. Adorava il suo entusiasmo, la vivacità con cui si descriveva. La curiosità con cui voleva sapere di lui. Era affascinato dal suo mondo, dalla sua indipendenza. Ed era innamorato dei suoi occhi di cristallo un po’ orientali, dei suoi capelli dal taglio corto e spavaldo, della sua passione per lo sport, la musica, qualsiasi cosa facesse. Avevano mangiato in camera, incastrando un tavolino basso fra il letto e la scrivania. Quando aveva fatto per andarsene, lei gli aveva chiesto di restare. Non aveva mai visto quello sguardo sul volto di una ragazza. Lei aveva chiuso la porta alle sue spalle e ce l’aveva spinto contro. Aveva sentito il suo seno premere forte, poi il bacino e una coscia, mentre sollevava una gamba avvinghiandosi alla sua. Mentre la lingua di lei guizzava facendosi strada fra le sue labbra, la porta prese a sbattere rumorosamente sullo stipite.

Ma lei aveva un altro, un fidanzato, a casa. Un brav’uomo, diceva, un agricoltore. Aveva una fattoria a nord di Stoccolma. Gli aveva anche mostrato la fotografia che teneva nel portafoglio. Allora lui aveva fatto un passo indietro. Come in quel momento, mentre risaliva le scale in silenzio, senza disturbare quel flusso di parole rotolanti come sassi sul fondo di un fiume. Senza interrompere quella telefonata. Perché era con lui che stava parlando, l’aveva capito.
Tornò di sopra, al terzo piano. Il corridoio illuminato era un via vai di persone. La luce negli spazi comuni si spegne alle 22. E’ raccomandato il silenzio, recitava un cartello nella bacheca del soggiorno. Raggiunse la stanza 385, aprì lo zainetto e strappò un foglio di quaderno. Le avrebbe lasciato un biglietto, per farle sapere che era passato. Si appoggiò alla porta e cominciò a scrivere. Il legno malfermo crepitò sotto la sua mano e poco dopo la porta, che non era chiusa a chiave, si aprì. La luce era accesa, entrò, chiuse la porta. Nell’aria c’era odore di lei. Raggiunse la finestra e si girò guardandosi intorno, assaporando le tracce della sua presenza. Per un momento fu tentato di farle una sorpresa e farsi trovare lì. Si sedette sulla poltroncina da lettura, poggiò i gomiti sui braccioli, fissò le impronte sul letto. Era indeciso. Non si sentiva a suo agio, si sentiva un intruso. Era un intruso. Si alzò, in mano aveva ancora il foglio di carta. Si mise alla scrivania e riprese a scrivere. Je suis passé te chercher… Scorse un oggetto accanto a sé, una specie di evidenziatore, ma più sottile, con la punta coperta da un cappuccio rosa semitrasparente. Lo prese in mano, sul lato c’era una scritta: Test de grossesse. Lo lasciò cadere sul tavolo. D’istinto accartocciò il foglio su cui stava scrivendo e lo infilò in tasca. Mise a posto la sedia, andò alla porta. Si voltò, controllò di non aver dimenticato nulla.
Fece il corridoio di corsa, poi giù per le scale e fuori di lì.
Non guardò, ma passando era convinto che lei stesse ancora parlando.

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