If Only Tonight

mancano troppe cose
il buio prima di tutto
ma non la notte, non ancora
qualcosa come le sei di sera
di quasi inverno
e la pioggia
naturalmente.
manchi tu.
non è musica per guidare
ma dentro l’auto è il posto giusto
per sentirla
non una volta sola
don’t let it end.

[lapoetessarossa, 25/9/2018]

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R&J fuori a cena – La versione di Silvia

Se c’è una cosa che mi piace dello scrivere è vedere i personaggi che prendono vita. Vederli assumere una propria autonomia. Gambe per muoversi e viaggiare, e volontà per imboccare strade nuove e diverse, impreviste. Voce, gestualità, carattere. Noi gli si dà il là, l’imprinting, ma ben presto quelli si formano, assumono una loro determinazione, una loro voglia di affermazione, di autonomia. E quando li vedi come “altro da te” e li ascolti parlare, quando ti sorprendono, ti guidano, beh… cosa c’è di più figo?
Credo che il commissario Montalbano chiami regolarmente Camilleri per gli auguri di Natale, o il giorno del suo compleanno. E immagino delle divertenti discussioni fra i due a tavola, davanti a una buona bottiglia di vino…
Ma – mi chiedo – anche nella letteratura di genere, dichiaratamente non autoreferenziale, siamo sicuri che sia veramente così?

In una conversazione avuta con Silvia (lapoetessarossa), autrice di ben due versioni del finale del racconto “[O]” (volendo essere precisi, uno, quello che vado a proporvi in questo post, sarebbe una diversa, parallela interpretazione del settimo capitolo, quello in cui R&J escono dall’albergo per passare la serata e andare cena), lei ha detto:
Conoscersi attraverso la scrittura, dove non è la prima persona a parlare, ma i personaggi, fa cogliere sfumature inattese, verità, possibilità, ricordi, momenti che ti hanno segnato, nel bene e nel male, e che trovano nella narrazione una vita nuova, in chi legge una possibilità diversa di conoscenza. Avere la chiave giusta è un dono.
Anche questo è assolutamente vero.
Ed è per questo che voglio rendere pubblico anche questo brano.
Per conoscere e farvi conoscere Silvia.

Io credo nell’inconscio. Credo nel potere che il nostro inconscio esercita su di noi (non si era capito?). Come dicevo in un recente scambio di commenti con Massimo (Legnani), “non si sogna mai per caso, non si scrive mai per caso“. Credo quindi nel profondo legame che abbiamo con i nostri personaggi, che sempre e comunque danno al nostro inconscio la possibilità di esprimersi. Anche se apparentemente usano la voce di un estraneo.
Certo. Ci sono la tecnica, l’esperienza, l’arte. Cose che si apprendono solo con l’applicazione, lo studio, la pratica. E col tempo. Fino a essere in grado, forse, di generare e dare vita a personaggi che con l’autore hanno davvero poco a che fare.

In un commento al precedente post e al suo finale alternativo, sempre Silvia scrive:
Quante porte potrebbero aprirsi. Ogni lettore a questo punto potrebbe decidere l’ultima pagina, a seconda delle proprie inclinazioni, dei propri desideri, oppure di quelli che sospetta possano essere quelli dei personaggi, fedele a loro ma non a se stesso. Nella mia scelta sono stata assolutamente infedele a me stessa. E chiudere con l’indifferenza, con questo sospeso trascinato e pesantissimo, è stato quasi una violenza. Non volevo, ma dovevo.”

Ebbene, Silvia non solo ha dimostrato di avere “tecnica”, ma di sapersi scindere ed entrare perfettamente nel mio scritto, quindi in me. Nei miei personaggi, d’accordo, ma soprattutto nel mio modo di tratteggiarli. Nello scrivere il suo finale alternativo Silvia dimostrava di avermi letto, di sapermi leggere. Di avere la chiave e di saperla usare. Brava lei o facilmente scassinabile io?
Battute a parte. Scrivendo gli ultimi due/tre capitoli, senza nemmeno rendermene conto, io modificavo il mio modo di vedere i personaggi, sciogliendoli come argilla, rimpastandoli fino a formarne di nuovi, rigenerati, che assecondassero il mio capriccio;  modificavo il mio stesso modo di scrivere, che diventava più morbido, meno arido e disilluso, meno disperante, meno incisivo. Nel suo finale, invece, Silvia prendeva il mio posto. Io non ho preso il suo – non era mia intenzione, e probabilmente non ne sarei in grado – lei invece apriva la porta del mio studio, si sedeva alla mia scrivania e posava tranquillamente le dita sulla tastiera del mio pc.

Non so voi, ma io certe cose che fa (fare) la scrittura creativa, le trovo fighissime.

Bene. Dopo tutto questo sproloquio (scusatemi, superare la soglia dei 5 anni deve avermi dato alla testa…), è giunto il momento di dar voce a Silvia. Quella vera.

[O] (7.)

R&J fuori a cena

Robert zittisce June con un bacio alla terza riga del racconto del sequestro. Ordina un giro di tequila. June ne ordina un secondo. Parlano di viaggi, dei posti che vorrebbero visitare, di quelli che non hanno mai visto, parlano di farlo insieme, perché hanno tutta la vita davanti. E in quel momento è vero. Nella folla del locale nessuno li conosce, si dimenticano quanti anni hanno. Sono due ragazzi che si amano e si desiderano. Dopo il terzo giro di tequila lui la trascina fuori. Ha voglia di lei. Glielo sussurra all’orecchio. Lo sguardo di June si accende, lo abbraccia, lo bacia con ardore, gli morde le labbra. Arrivano all’albergo ansimanti, durante il tragitto hanno iniziato a dirsi frasi sconce, un elenco di se facessi impudico e sfacciato. Robert ha la mano che trema quando gira la chiave del portone. Salgono in ascensore. I cigolii sono coperti dai respiri affannosi. Entrano in camera, finiscono sul letto, si spogliano in modo scomposto, lei si rompe un sandalo. Fanno l’amore senza accorgersi di essere sopra i vestiti puliti e piegati. Si cercano, si respingono, lottano per darsi piacere, per ritrovarsi, per vivere un affiatamento che non hanno mai avuto. Se qualcosa li aveva trattenuti ora non esiste più. Non hanno più paura.

[Noi li lasciamo fare, chiudiamo la porta, e andiamo a berci una birra. Sorridiamo dei nostri personaggi, dell’audacia che abbiamo saputo regalargli, pensiamo a Robert che pensa e nello stesso tempo agisce, adesso o mai più, e pensiero e azione si fondono nel momento perfetto, come accade una volta nella vita, se accade. Pensiamo allo sguardo di June, nell’istante del momento perfetto, quando si lascia baciare perché è quello che vuole e non lo nasconde a se stessa. Pensiamo a quanti chilometri di strada hanno fatto per ritrovarsi e amarsi nel posto più lercio del mondo. Nel posto più bello del mondo.]

E poi.
E poi si addormentano sfiniti.
E poi…
Si svegliano alle prime luci dell’alba. E rifanno l’amore!

[O] (Sliding Doors)

 

(Perché viaggiare in compagnia è anche più bello)

LAPOETESSAROSSA

Riporto di seguito un’altra versione del finale del racconto [O].
Un generoso dono di Silvia (lapoetessarossa) di qualche settimana fa. L’ho tenuto nascosto per mere questioni di liberatorie, diritti d’autore, manleve, oscillazioni di Piazza Affari, ecc. Le prevedibili menate che avrebbero incrinato il già fragile rapporto con la mia Casa Editrice personale…
Scherzi a parte, come già anticipato, mi piace l’idea di giocare a reinventare il finale del mio racconto. Per vedere come altri autori al posto mio avrebbero concluso la vicenda di Robert e June. Per scoprire attraverso la loro interpretazione cosa ha ispirato loro questo racconto. Se qualcun’altro, leggendolo, si fosse prefigurato qualcosa di diverso da quanto da me messo nero su bianco, oppure volesse dare adesso libero sfogo alla propria inventiva, mi piacerebbe conoscerne e condividerne il frutto. Con lo spirito, appunto, di un piccolo gioco.
[Lo so. E’ una contorta e malcelata forma di egocentrismo, ma tant’è. Che ci posso fare, sono fatto così.]

Robert e June cenarono nella città vecchia, in un ristorante turistico, di quelli che espongono le foto dei piatti in vetrina. Non era un posto che avrebbero scelto in passato, ma quella sera, come era successo per l’Hotel Rivera, il ristorante Avenida li aveva inspiegabilmente attratti. Vennero fatti accomodare nel déhors da un cameriere strabico e invitati a sedersi ad un tavolo laterale, l’unico rimasto libero.
Gli altri tavoli erano occupati da numerosi altri turisti, si sentiva parlare tedesco e francese, c’era un gruppo di giovani italiani chiassosi, due coppie orientali molto composte che cenavano quasi in silenzio.
Il cameriere strabico consegnò loro due menù, composti da più pagine zeppe delle stesse fotografie dei piatti esposti in vetrina; su ciascuna foto era indicato un numero. Tornò dopo qualche minuto per prendere le ordinazioni. Il suo strabismo era imbarazzante. Né June né Robert riuscivano a capire a chi dei due stava rivolgendo la parola. Parlava lentamente nel suo idioma, e June dentro di sé lo ringraziò per quella cortesia che sembrava voler compensare quel difetto fisico così eclatante. June ordinò per entrambi un piatto di carne che somigliava ad uno spezzatino di manzo. Il cameriere domandò loro se volessero come contorno le “verdure locali”, June non seppe tradurre diversamente le parole per Robert.
Accettarono e chiesero anche due birre chiare in bottiglia. Il cameriere se ne andò con la comanda e June tirò un sospiro di sollievo.
Disse: “E’ strabico”. Robert abbozzò una smorfia e le rispose: “Strabico è dir poco”.
Poco dopo arrivarono i piatti insieme a due boccali di birra, sui cui si faticava a leggere il marchio, quasi del tutto cancellato dai numerosi lavaggi in lavastoviglie. Prima che il cameriere si allontanasse June protestò dicendo che le birre dovevano essere in bottiglia. L’uomo si limitò ad alzare le spalle e ad allargare le braccia per dire che non poteva farci niente.
“Questa birra fa veramente schifo”, fu l’esordio di Robert, dopo il primo sorso. “Se preferivi del vino avresti dovuto dirmelo subito”, lo rimbeccò June con un tono fin troppo polemico, ben conoscendo i gusti di suo marito.
June rifletté su quella sua risposta secca, si stupì quasi di avere usato quel tono, rendendosi conto che ordinare birra per Robert era stato un vero gesto di ripicca. Anche se non riusciva a ritrovarne il motivo preciso. In passato, quando era ancora sposata con Jonathan, si era accanita su di lui più volte rispondendogli con toni improbabili, pieni di astio e livore, anche quando lui le chiedeva cose semplici e inciampava in banalità, come non trovare la confezione nuova di caffè. Certo, Jonathan, che era medico nello stesso ospedale dove lavorava lei, la tradiva con una collega, e quando lei l’aveva scoperto aveva deciso di non rinfacciargli nulla, ma di attuare una strategia che l’avrebbe portato inesorabilmente a smascherarsi. Così lo provocava, in continuazione.
Jonathan alla fine si era arreso e le aveva confessato tutto. Se ne era andato dopo una settimana da quella rivelazione e in breve tempo lui e June avevano divorziato.
“Qui fa troppo caldo”, Robert la distolse da quel ricordo, “sono stanchissimo e ho bisogno di dormire, domani ci aspettano altri chilometri e con queste temperature dobbiamo sfruttare le ore del mattino”.

June non aveva quasi toccato cibo, aveva selezionato qualche boccone da quella strana mistura di carne e intingolo, un po’ troppo condita per i suoi gusti. Robert invece aveva pulito il piatto e finito anche la birra.
Pagarono il conto e si incamminarono verso l’hotel. Suonarono il solito campanello. Il vecchio questa volta arrivò subito, aprì la porta, indicò loro l’ascensore e li lasciò salire senza accompagnarli.
La camera, nonostante avessero lasciato le finestre aperte, non si era affatto rinfrescata. Il letto era sfatto perché Robert, che ci si era appisolato nel pomeriggio, non l’aveva toccato. Andò lui per primo in bagno. Pensò di farsi di nuovo una doccia, nella speranza di togliersi di dosso il sudore appiccicoso.
Dalla doccia usciva un filo sottile e caldo, anche se aveva aperto solo il rubinetto dell’acqua fredda. Gli tornò in mente lo spettacolo delle cascate dello Yosemite e tutto il freddo che aveva patito per poterle ammirare nel loro massimo splendore, alla fine di febbraio, quando la neve che si scioglie le gonfia d’acqua. Robert amava camminare in montagna, non lo avevano mai spaventato né le lunghe salite, né il freddo che spesso ti coglie di sorpresa. Il viaggio nella Meseta era qualcosa di molto diverso da quello a cui era abituato, una scommessa che aveva accettato di buon grado quando June glielo aveva proposto, come fosse un’occasione per conciliare il suo istinto avventuroso con quello più mistico e contemplativo di lei.
Uscì dal bagno. June nel frattempo si era cambiata, aveva indossato una t-shirt grigia che usava per dormire al posto del pigiama e aveva preparato sopra lo zaino i vestiti per il giorno dopo. Aveva ripiegato quelli puliti di Robert e glieli aveva lasciati sul letto. Mentre lei era in bagno, lui li ripose nello zaino e si coricò a torso nudo sul letto cigolante. Quando lei aprì la porta lo vide girato su un fianco, verso il comodino. Aveva spento l’abat-jour. Forse si era già addormentato.
Si sdraiò accanto a lui, il letto era piccolo, erano molto vicini. Lo osservò. Con lo sguardo percorse il profilo dal collo alla schiena, notò un graffio sull’avambraccio. Si girò sul fianco, dandogli le spalle, e spense la luce.

La sedia (2. lapoetessarossa)

Non voglio lasciare questa casa, che è stata la mia vera e unica casa, la nostra casa.
Una casa dove sono entrato a poco a poco. Me la ricordo, la prima volta, che sono stato qui. Una provvida sventura ti costrinse ad accogliermi in casa tua, una di quelle nostre sere che una febbre improvvisa della bambina ti avrebbe altrimenti negato.
Non fu la sera in cui facemmo l’amore per la prima volta, ma la prima in cui respirai  il profumo di una vera casa, nonostante temessi i tuoi figli (o il tuo ruolo di madre), accettai il tuo invito. Mi sentii a casa, sì, fu come un ritorno.

Erano passati parecchi mesi dal nostro primo incontro.
Tuo marito era morto da tre anni, me lo avevano detto i colleghi, dopo che mi avevano visto chiacchierare con te, alla festa di Natale. Avevo visto che portavi la fede, pensavo fossi sposata. Invece.
Io andavo spesso in giro, quell’anno mi avevano spedito in Canada, ricordo ancora il freddo. Ti avevo raccontato qualcosa quella sera. Era stato piacevole. Mi stavo separando. Vivevo , se così si può dire, in una casa che non era la mia, ospite fino a quando non avessi trovato una nuova sistemazione. La mia ex moglie mi doveva sopportare solo per brevi periodi.
Ci siamo rivisti per un caffè, una volta che ero tornato. Eri bella. Mi piacevi. Ma non sapevo bene cosa volevo e il Canada era buona scusa, per bei racconti e per non avvicinarmi troppo. Non parlavi molto di te. Non mi avevi detto nulla. Né io ti chiedevo. Avevo paura.
Ci eravamo ripromessi un pranzo insieme e così al mio ritorno definitivo, ti ho invitata. “Ciao Canadese”, sono state le tue prime parole, ed è così che mi hai sempre salutato, ogni volta che tornavo a casa, che fosse il Pakistan, la Russia, la Finlandia.
Quando ci siamo salutati e ti ho chiesto se ti avrebbe fatto piacere vederci qualche altra volta, con quella tua naturalezza che mi ha sempre spiazzato mi hai detto: “Sono, anche, una mamma, ho due bambini, un maschio e una femmina. Hanno 7 e 4 anni. E sono vedova, ma questo lo sai. Però la parola vedova non mi piace”. Poi hai aggiunto: “Ho una sera libera alla settimana, Massimo e Sandra hanno dei nonni fantastici”.

La tua sera libera alla settimana diventò la nostra.
La passavamo fuori, camminavamo e parlavamo. Genova ci accoglieva nei sui caruggi, sul lungo mare. Così, come due adolescenti, ci baciavamo agli angoli delle strade, seduti su una panchina davanti al mare, soffocando il desiderio in una ritrosia affettata. Continuavo a non avere una casa. Continuavi a non accennare un invito.
“Non posso uscire. Sandra ha la febbre e non vuole stare con i nonni.  Vieni qui. Suona al numero 75”.
La casa era disordinata e colorata, piena dei tuoi bambini. Mi sedetti sul divano, ero imbarazzato.
Poi dopo quella sera ne vennero tante altre. E il mio imbarazzo era nello starti accanto e non poterti avere. Ti cercavo. Ti aspettavo. Ma non mi raggiungevi mai.
Quello che accadde infine quella notte è ancora tutto sulla mia pelle, come se fosse appena successo, anche se sono passati tanti anni. Lo facemmo aggrappati a una sedia come a una zattera. Aggrappati alla vita. Poi abbiamo fatto l’amore infinite volte, dentro lenzuola fresche e al caldo di un piumone, o con il sole sulla pelle che filtrava dalle persiane. E ogni volta era un po’ come la prima, ci salvavamo a vicenda.

Tu non ci sei più da tanti, troppi anni, ma per me è sempre ieri che sei morta.
I nostri quattro figli sono diventati uomini e donne,  sono qui con me adesso e mi guardano con indulgenza. Pensano che sia un vecchio rincoglionito perché mi dimentico i rubinetti dell’acqua aperti, brucio il latte nel pentolino e non mi cambio le mutande.
Sì, sono un povero vecchio che non se ne vuole andare da questa casa. Quelli del trasloco hanno già portato via tutto. E io sono qui, in questa stanza ormai vuota, sono un vecchio rincoglionito che piange come un bambino, seduto su una vecchia sedia rossa.

[S.G., lapoetessarossa, 29/9/2017]

[Ringrazio di cuore Silvia del suo meraviglioso dono.
La precedente versione del racconto è disponibile qui: La sedia.
Se qualcun altro volesse darne una propria visione o interpretazione, ne sarei infinitamente felice.
Nel caso: paolo.beretta.email@gmail.com]

O S L O

O S L O

oSlo_by S.C.

(Oslo, Rathaus, foto: S.C.)

O s l o

A 11 anni sperimento la depressione.

Piove, piove sempre, una pioggia inesorabile.
Non un acquazzone, una pioggia lenta e infinita, penetrante.

Mio cugino non parla bene l’italiano. Giochiamo con i lego nella sua stanza.
Mio padre va a pesca con suo fratello. Mio padre è nel suo ambiente naturale.
Mia madre parla con mia zia che sferruzza a memoria renne e cristalli di neve. Mia madre non sa nemmeno che cosa siano i ferri e la lana.

“Mamma, mi viene continuamente da piangere e non capisco perché”.

Sono triste, tristissima.
Una tristezza mai provata, incomprensibile.
Guardo fuori dalla finestra il fiordo e la pioggia e non so come far passare il tempo.
Odio mio cugino.

A Oslo visitiamo il parco Vigeland.

Piove. C’è un grigio mortale e fa freddo.
Ho i piedi bagnati, la cerata è troppo grande.
Andiamo in un centro commerciale a comperare uno zainetto. Ci sono della mia misura, ma solo verdi o marroni. Chiediamo un colore più vivace.
“Non ne abbiamo”, ci dicono. “I colori vivaci spaventano gli animali nel bosco”.

o S l o

A 16 anni, quando finisce la scuola, vinco un viaggio premio dagli zii.
In Norvegia. Staghelle, per la precisione.

Piove, piove sempre. Una pioggia inesorabile, non un acquazzone, ma una pioggia lenta e infinita. Non me la ricordavo così.

Mio cugino deve ancora finire la scuola e comunque vive per gli Iron Maiden e il Brann.
Dalla libreria italiana dello zio estraggo L’esorcista e un giallo di Agatha Chirstie, non so più quale.
La zia Tove mi regala un paio d’orecchini d’argento che rappresentano il sole con le rune. Me li regala perché il sole non lo vedo mai.

Mi chiedo perché, come i ragazzi normali, non ho scelto una vacanza studio in Inghilterra o il campo estivo per imparare tutto sulle tartarughe.
Mi chiedo perché sono voluta tornare in questo cazzo di posto.

Prendo il treno quasi tutte le mattine per Bergen.
Al mercato del pesce mangio un panino con il salmone.
Giro e osservo. Impossibile perdersi.
Non ricordo altro.

Poi mio cugino mi convince ad andare insieme a una festa.
La festa è dentro il salone della scuola elementare. Ci arriviamo che ho già scarpe bagnate e piedi zuppi, poco male, le scarpe si lasciano fuori.
Ragazze e ragazzi sono poco più giovani di me, tredici o quattordici anni. Alcuni di loro, tra cui mio cugino, ballano una musica metal assordante. Delle ragazze parlano tra loro e mi osservano. Mi faccio coraggio: do you speak english? Ridono.
Ci presentiamo.
“Ah tu sei la cugina italiana”.
“Sei piccola”, la statura pare essere profondamente importante per i Norvegesi.
“Sì sono piccola, ma ho 16 anni”. Ridono di nuovo e tornano a parlare tra loro.
Vago un po’ nel salone, bevo del succo di mela, che detesto, e mi accorgo che, chi qui chi là, seduti o mezzi sdraiati su quelli che sembrano materassini da palestra, stanno tutti limonando.
Che cazzo faccio adesso?
Corro fuori.
Ci provo: in mezzo a tutte quelle scarpe bagnate non trovo le mie. Mi viene da piangere. Finalmente le trovo, le infilo ed esco all’aria aperta.
Piove, ancora.
Mi metto a correre in discesa, piango e non vedo niente, o quasi. Scivolo, inciampo, batto il ginocchio sull’asfalto, rompo i jeans. Singhiozzando corro, corro fino a casa.
Gli zii non ci sono per fortuna. Per fortuna in bagno c’è il riscaldamento a pavimento, mi siedo per terra e mi dico che io in questo paese di merda non ci tornerò mai più.

So I lit a fire
Isn’t it good
Norwegian wood

A Oslo visitiamo il parco Vigeland.

Piove.
Tutto è di un grigio ferale.
Fa freddo e ho i piedi bagnati, come sempre.
Ma stavolta la cerata verde da pescatore no, non la metto.

o s L o

I once had a girl
Or should I say
She once had me

She showed me her room
Isn’t it good
Norwegian wood

A 30 anni, più o meno, un viaggio in due.
Sole, tanto sole, un sole mai visto. Nemmeno immaginavo potesse esistere lì.
Un sole strano, intramontabile, troppo luminoso.
Un sole che, se ci pensi, non c’entra niente con tutto il resto.

Mio cugino ha comperato una barca con un amico e ci porta a pescare di notte nel fiordo.
Mio cugino gira i festival di musica e lavora con i bambini problematici: quelli che scappano di casa, quelli con i genitori alcolizzati, quelli che hanno una mamma e due o tre papà, nessuno dei quali lo ha messo al mondo.

La casa dei miei zii è tutta di legno, ha un profumo inebriante, è accogliente, calda, ti abbraccia.
Ci sono dolci di zenzero e cannella.
Carne di balena.
Gamberetti.
Panna acida.
Aringhe.
Birra.
Pane nero.
Waffel.
“Segnarsi le ricette”, ripete sempre lui.

E’ una casa perfetta per fare l’amore, ma non ne ho ricordo alcuno.
L’amore non c’è.
Il sole è troppo luminoso e il cuore non vede.
Il corpo si nutre, il cuore batte, ma l’amore non cresce.

She asked me to stay
And she told me to sit anywhere
So I looked around
And I noticed there wasn’t a chair

I sat on a rug
Biding my time
Drinking her wine

Una foca nuota nel fiordo e cento gabbiani inseguono la barca.

Finse è una camerata d’ostello dove dormono cinquanta corpi, forse di più, sfiniti dal cammino, nella totale assenza di intimità, nella totale condivisione di tutto.
La notte è serena, non stellata. E’ luce opaca di una latitudine cui non appartengo.
Esco a prendere aria perché l’odore dei corpi intorno mi dà la nausea.

Fuori il silenzio è irreale, è tutto immobile.
In lontananza intravedo il grigio del ghiacciaio.
E tutto quello che vedo, che sento, è il nulla, come la morte, o non so.

A Oslo visitiamo il parco Vigeland.

Splende il sole.
La colonna dei corpi intrecciati si staglia violenta nell’azzurro come se volesse bucare il cielo, ma per andare dove?
Il tram è sempre in orario.
Il trampolino in cima alla collina è ingegneria di calcoli fatti per bene.

Non ho altri ricordi. Nulla più di questo.

La renna di peluche, la Lonely Planet, le fotografie… non c’è più nulla.
Non ho più niente di niente.
Perché niente c’è mai stato.
Gli anni sul calendario, forse.
Per dire che è un tempo passato.

And when I awoke
I was alone
This bird had flown

o s l O

Ricordo, in un quadro
la brace di una sigaretta
sullo sfondo buio di una stanza.
Un immoto crepuscolo
e il profilo di un uomo, assorto
nei propri pensieri.

Vuoto.
Oslo è un buco nero.
Non si può raccontare.
Nella rete della mia memoria è rimasta intrappolata un’immagine.
Notturna, immobile, senza tempo.
Un quadro di Munch.
Solitudine, attesa, disperazione.
Una sigaretta accesa nel buio.
Non so cosa rappresentasse esattamente, ma mi colpì. Mi riconobbi, forse.
Il fatto è che, nel tempo, quel buio s’è preso qualcosa di me e l’ha sotterrata altrove.

Oslo.
Reticolo di linee rette, lisce. Mattoni e cemento.
Una città senza colori.
Il granito di corpi abbarbicati, contorti, intrecciati. Imponenti, pesanti.
Carni impenetrabili, levigate, convesse.
E un fallo. Orgia di membra in cima a una collinetta.

Il resto è una flebile luce che non accenna a svanire.
Pallida, persistente. Subdola, penetrante. Inevitabile.

E poi.
Un tuorlo d’uovo che cola nel ventre slabbrato di una patata bollente.
Un lungo viale.
La pioggia sottile.
La brace di una sigaretta.

Uno sguardo di ragazza che mi trapassa.
E’ in bicicletta, caschetto biondo racchiuso in una gabbia di plastica e cuoio.
Occhi d’acqua, curiosi, mi sorridono su due scie di lentiggini rosse.
Mi invadono il petto.

E fare l’amore, atteso, bramato, nel bianco di luce e lenzuola.
Morbidi coltri, rivestite di cotone, accolgono un culto creduto, tentato, impreparato, tradito.

Un grande orologio rotondo.
Immobile.

Ecco.
Oslo è questo nulla.
Anagramma di una perfetta, rotonda solitudine.
E’ il vuoto che sento.
E’ un’ombra alla finestra.
Una delle tante, a metà della notte.

And when I awoke
I was alone
This bird had flown

Sì, Oslo sono io.

[S.G., “lapoetessarossa”, http://www.lapoetessarossa.it/ e P.B., 14/9/2017]

“Ho questo problema già da un po’ di tempo. Ogni volta che cerco di dire qualcosa, mi vengono sempre le parole meno adatte, se non addirittura opposte a quelle che vorrei dire. E’ come se il mio corpo si dividesse in due parti che giocano a rincorrersi. E al centro c’è questa colonna immensa e le due parti continuano a rincorrersi girandoci attorno. Ad afferrare le parole giuste è sempre l’altra parte, e io non riesco a starle dietro.”

[da “Norvegian Wood”, H. Murakami]

Vigeland_colonna monolitica

(Vigeland, colonna monolitica, foto: S.G.)

Scrivimi

Scrivimi

(complemento oggetto)

Mi hai scritto.

E io mi leggo
attraverso le tue parole.
Esattamente come sono, sono stata, avrei voluto essere.

Questo processo
che è molto più di una identificazione,
ha qualcosa di epidermico.
Lascia il segno.

E’ una calligrafia.
E mentre ti-mi leggo, percepisco il fluire del corsivo,
la pressione del tratto,
la rapidità che non conosce incertezze.

E’ una violazione.

Dolcissima.

[S.G., 4/9/2017]

ὕλη

ὕλη

il bosco ha foglie secche
di cento anni
la terra morbida profuma
di funghi e pioggia di ieri

il cielo è l’azzurro
spaccato dai contorni dei rami
il corpo sulla terra
una lumaca sulla foglia

dentro riposa una specie di amore
e qualche ortica
come la vita
che ha nelle screpolature di oggi
l’imperfezione viva
dei sogni avverati

[S.G., 9/8/2017]