Negative space

Un nuovo giorno

“Linee verticali”, J.R. Soto – web

guarda la vita che anonima fermenta
il ritmo uguale dei giorni senza meta:

da qui ti parlo, da questa indifferenza
che nel torpore consuma le cose:

le senti in aria, le gemme già esplose,
come chiaro e tremendo il verde incomba?

lo sguardo sbarrato, la bocca aperta,
l’incuria mi ha preso alla sua lenza.

(“L’indifferenza naturale”, I. Testa)

Vania sorseggia un caffè caldo affacciato alla finestra del soggiorno. Socchiude gli occhi assaporando quel momento di quiete. Fuori è nebbia fitta, dalle coltri filtra un contagioso riverbero d’immobilità e attesa. Ha un che di magnetico, pensa, come se quel muro lattiginoso lo chiamasse a sé. Più lo osserva, più avverte il bisogno di penetrarlo, di scoprire cosa nasconda, cosa contenga.
Carol nel frattempo si è alzata. Da qualche minuto si aggira per casa come un animale in gabbia. Non si sono ancora detti una parola, un saluto. Vania sa che è meglio aspettare. Può udire i suoi passi, intuire i suoi movimenti inquieti mentre fruga negli armadietti del bagno biascicando qualcosa, parlando da sola. Nottataccia, si dice, memore del suo continuo svegliarsi e rigirarsi nel letto.
Ora è a pochi metri da lui. Non la può vedere, ma sa che è lì. Si volta, cerca il suo sguardo, ma gli occhi grigi di lei sono rivolti altrove, alle sue spalle. Resiste alla tentazione di avvicinarsi e sfiorarla, non è il momento, sarebbe un errore. E’ assurdo, si dice, non so ancora come si fa.
Carol stringe le mani al petto, all’altezza del cuore. Le sue dita bianche e sottili spuntano dalle maniche del maglione. Si avvicina alla finestra, attratta dalla luminosità che incombe dall’esterno. In giardino le estremità mozzate degli alberi sono ridotte a una manciata di coriandoli scuri. Anche il muro che normalmente preclude lo sguardo è scomparso, inghiottito dal bianco. Non c’è più confine. Tutto è piatto, immobile, sospeso. L’oltre non si distingue, non esiste. Su tutto è calato uno spesso sipario opalino. Forse, pensa, è proprio dove mi trovo, l’oltre.
Sul balcone ci sono i resti della notte: la bottiglia di spumante, i bicchieri, i bastoncini delle stelline luminose piantati nei vasi di fiori secchi. Una vista che trasmette un senso di vuoto, di mancanza di senso. E’ così bello, invece, perdersi nel bianco al di là della ringhiera.
Vania segue lo sguardo di Carol con una punta di fastidio. Il balcone è sporco, trascurato, ingombro com’è, da mesi, di scatole e sacchi di plastica. I segni del loro posticcio festeggiamento coronano quello squallore. Ma non è questo il punto. Il fatto è che vorrebbe che fra loro le cose andassero diversamente, che non avessero preso quella piega, che fosse tutto diverso. Vorrebbe essere diverso. Ma non è possibile.
Carol, accanto a lui, è rapita dallo schermo luminoso che ha davanti.
“Ho voglia di uscire”, dice senza distogliere lo sguardo.
“Ho bisogno di un po’ d’aria”.
Vania scruta la linea dolce del suo profilo, il contrasto fra il pallore della sua pelle e la frangia scura che le copre la fronte.
“Va bene”, dice.
Va in cucina e sciacqua la tazza con gesti lenti e misurati, senza fare rumore.
“Vado a vestirmi”, dice a Carol, ancora alla finestra.

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