SANGUE RAPPRESO – IX

 

IX

(La morte grande)

“Coraggio, amico mio…”
Mirto sollevò il capo, inspirò profondamente, non riusciva ad alzare lo sguardo, si vergognava. Il suo accompagnatore lo rassicurò esortandolo a lasciarsi andare, a lasciar fluire il dolore che aveva dentro di sé. “Coraggio, ingegnere, il peggio è passato”. La giovane donna si alzò in piedi e gli si avvicinò, gli mise una mano sulle spalle. “Coraggio,” disse, “bevete qualcosa”. Il tono disadorno e franco di quelle parole pronunciate da vicino, il silenzio sceso all’improvviso sulla sala, gli sguardi incuriositi dei presenti, infine quella mano; Mirto si sentì nudo. “Bevete un sorso, vi farà bene. Credetemi, il peggio è passato. D’ora in poi sarà tutto diverso, Mirto. Nulla sarà più come prima…”, insisté l’uomo.
Mirto bevve del vino, si dovette forzare. Ma al primo sorso ne seguì un secondo, poi un altro, infine vuotò il bicchiere. L’anfitrione lo rassicurava incitandolo a lasciarsi andare, beveva con lui ripetendo che la vita di Mirto era finalmente giunta a una svolta. Bevvero tutti, bevvero a lungo. Dopo i primi bicchieri Mirto affrontò con sempre minor fatica l’aspro sapore di quel vinaccio. Dopo il primo sorso buttava giù il resto del bicchiere senza prendere fiato, come se si trattasse di una medicina; e un po’ lo era, un atto dovuto e liberatorio insieme, un tentativo di rivalsa e trasgressione, di accettazione. Mirto stava oltrepassando una soglia demolendo una barriera che lui stesso aveva eretto, la stessa che fino a quel momento l’aveva tenuto a distanza dalle persone che lo circondavano, estraniandolo. Via via cominciò a convincersi che ognuno di loro portasse su di sé il fardello di un errore, una malattia, o una memoria in qualche modo simile alla sua.
L’uomo che l’aveva condotto fin lì lasciò infine la presa, smise l’invadenza con la quale fino a quel momento in modo più o meno manifesto aveva assediato l’animo e la riservatezza di Mirto. Parve concedergli volutamente il tempo di riaversi affinché prendesse parte anche lui al rito collettivo. Fece come se nulla fosse accaduto, come se il pianto di Mirto non avesse generato alcun imbarazzo. Riprese a dissertare di politica e ad ammaestrare il proprio pubblico, riconquistandone l’attenzione in un istante. Quando infine tornò su Mirto, sinceratosi che il suo affanno si fosse placato, disse, versandogli nuovamente del vino: “Questa donna, caro ingegnere, ha un unico grande difetto, che la rende tragicamente umana e imperfetta: quello di essersi innamorata di una causa persa”. E rivolgendosi a lei aggiunse: “Lucia, non bevete… Questo luogo non vi s’addice. Qui cantiamo inni alla morte. Non sentite il putrido fetore della carne in decomposizione?… Perché vi ostinate a calpestare da viva l’umido terriccio della tomba?”. E guardando di nuovo Mirto: “Non sentite anche voi l’odore del sangue rappreso? Quaggiù non v’è nient’altro di vivo a parte il verme strisciante che macchinalmente trae nutrimento dalle nostre spoglie…”
“Alla ghigliottina!!…”, urlò subito levandosi in piedi. “Alla ghigliottina!! Alla ghigliottina!!”, gli risposero all’istante.

La serata si protrasse a lungo, caraffe e bicchieri si susseguirono in continuazione e anche Mirto trovò il suo posto a quella mensa in bilico fra farsa e degenerazione, fra tragedia e parodia, che concedeva illusori sprazzi di sentimento, anche profondo, frutto di una condivisione disinibita dall’alcol. Barcollanti, gli ultimi superstiti lasciarono la locanda all’ora di chiusura, era già notte. Mirto, ubriaco, in balia degli eventi, non sapeva nemmeno dove si trovasse, di certo non era più in grado di cavarsela da solo. Fece i gradini che conducevano all’uscita inciampando e aggrappandosi al suo accompagnatore, il quale si mise un suo braccio sul collo e lo aiutò a riemergere dall’angusta scala. Sulla soglia ancora l’uomo discusse animatamente, rispondendo provocatoriamente alle minacce dell’oste, ormai rassegnato al faticoso epilogo di quelle lente e chiassose evacuazioni. Nel frattempo Mirto si sedette su un muretto e con la fronte nelle mani respirò profondamente cercando di tornare in sé.
Quando udì sbattere l’uscio e tirare il chiavistello e finalmente tornò il silenzio, si rese conto che fuori dalla locanda erano rimasti soltanto lui, il poeta anfitrione e la sua giovane amica. Guardò l’uomo per capire cosa avesse intenzione di fare.
“Beh?!, cosa fate ancora qui!?…”, l’udì rimproverare ruvidamente la donna. “Vi siete divertita? Non credo proprio. Non vi avevo forse detto di andarvene? Bene, se non l’ho fatto, lo faccio adesso”, e fece un inequivocabile gesto col quale sgarbatamente le intimava di allontanarsi.
Mirto fu sconcertato da quei modi. Non comprendeva da dove originasse quell’improvviso livore. Pensò di essersi distratto, di trovarsi altrove, di non essere in sé.
“Non guardatemi a quel modo, Lucia. Ve l’ho già detto: non dovete seguirmi come un cucciolo smarrito, peggio, come un randagio in ricerca di cibo!” La ragazza non ribatté, rimase in silenzio. Mirto fissò entrambi inebetito, imbarazzato dalla piega che stava prendendo quell’assurdo dialogo.
“Non ho con me nemmeno una briciola… E voi mi state appiccicata come se il vostro destino dipendesse da me. Ebbene, vi sbagliate di grosso. Ve lo ripeto un’ultima volta: non c’è niente ch’io possa darvi!…”.
Il tenore di quelle parole costrinse Mirto a mettere a fuoco la scena, con la sensazione, però, di trovarsi di fronte a persone diverse da quelle che aveva conosciuto. Si rese conto allora che l’uomo per tutta la sera aveva volutamente ignorato le attenzioni di quella donna, o l’aveva addirittura aggredita con l’intento di tenerla a distanza. Lucia, così dunque si chiamava, non aveva mai avuto il coraggio di interromperlo, ma era evidente che avesse atteso fino all’ultimo il momento giusto per parlare con lui. Mirto avrebbe voluto placare l’impeto brutale con il quale l’anfitrione ora cinicamente s’accaniva su di lei, che ciononostante mostrava ancora nei suoi confronti una forma di devozione, di sottomissione, forse d’amore. Ma qualunque fosse il suo sentimento, evidentemente non era corrisposto, bensì respinto con forza. Mirto fece per intervenire, ma prima di riuscire ad alzarsi venne colto da un capogiro che lo costrinse ad accasciarsi al suolo, offuscandogli la vista.
“Ettore, ascoltatemi…”, udì soltanto dire alla donna. Il suono delicato e palpitante della sua voce fu l’unica cosa che trattenne prima del buio.

Quando si riebbe, la prima cosa che vide fu lo sguardo divertito del suo accompagnatore, chino su di lui. “Coraggio, ingegnere”, gli disse, battendogli una guancia col palmo della mano. “Ora va meglio, vero? Sì, molto meglio…”, sorrise soddisfatto. “Bravo, molto bene”, lo incitò con fare rassicurante. “Su, in piedi. E’ ora di rimettersi in marcia, non credete? O preferite passar tutta la notte a rimirar le stelle?”, disse ridendo. “Su, su”, diede a Mirto qualche pacca sulle spalle e lo aiutò a sistemarsi giacca e cappello.
Lucia non era più lì, se n’era andata. Mirto per un momento ebbe persino il dubbio non fosse mai esistita.
“Andiamo!”, disse l’uomo in tono baldanzoso. Mirto s’incamminò lentamente accanto a lui, riprendendosi man mano che avanzava.
Fiancheggiarono il corso di un naviglio e percorsero un lungo tratto di strada, allontanandosi ulteriormente dal centro della città e dalle vie più abitate. Il movimento e l’aria fresca e umida della notte permettevano a Mirto di rientrare gradualmente in possesso delle proprie facoltà, ma nel il tragitto egli tacque quasi tutto il tempo, temendo di non giungere mai a destinazione. Non dava più corda alle parole della sua guida, frasi sconnesse e farneticanti per la sua mente ancora offuscata. A tratti, poi, quello s’esprimeva in francese o in latino, alternando astruse declamazioni a motivetti d’opera fischiettati con enfasi. Mirto era concentrato su se stesso nel tentativo di districarsi fra i confusi segnali del proprio organismo in subbuglio. Non era avvezzo al bere, tanto meno a bere in tal misura. Non era certo di star bene, sudava freddo e a tratti era colto da conati. L’uomo accanto a lui, invece, non dava segni di stanchezza, continuava a parlottare da solo e canticchiare. Ogni tanto controllava l’espressione sul volto di Mirto.
“Vi state riprendendo, ingegnere? Non siete avvezzo a questo genere di terapia, o sbaglio?”, disse ridendo.
“Perché… Perché l’avete trattata a quel modo?…”, chiese allora Mirto.
“Trattato…, chi?”, disse l’altro. Di nuovo Mirto credette di essersi immaginato tutto. “Ah! Le donne, le donne!… L’amore!”, sospirò infine il suo accompagnatore aprendo le braccia in un gesto sconsolato. Poi, facendosi subito serio, portò un indice sul volto di Mirto e gli disse a un palmo dal naso: “Dite, ingegnere, credete forse nell’amore? Pensate di poter credere nell’esistenza di un sentimento duraturo e parimenti corrisposto? Addirittura eterno?!… Vedete, mio caro, Lucia, la giovane donna che avete conosciuto, pur essendo sensibile e intelligente, non fa affatto tesoro di queste sue doti, non le mette a frutto per quello che sono, per il loro vero valore; non riconosce i propri talenti, quindi non li accetta; al contrario, li sotterra. E forse è bene così…”
“L’amore…”, riprese, “Un’anima come la sua, gentile e confusa, ha ancora bisogno di nutrirsi di una simile illusione. Qualcosa nella sua stessa natura di donna le obnubila la volontà e la mente, imponendole il sacrificio, portandola a immolarsi per un ideale e un prevaricante spirito d’abnegazione. Inutilmente”. Esitò con lo sguardo perso nel vuoto.
“No, meglio così, meglio che mi stia lontana. Deve compiere da sola il proprio cammino, qualunque esso sia. Forse voi non capite, ma io sto solo cercando di salvarla, di sottrarla a una morte certa. Poiché questo attende chi, come me e come voi – ho ragione di credere, apre gli occhi sulla vita, sulla vita vera… Poiché quando questo avviene, dopo è troppo alto il prezzo per tornare indietro”.
Ripresero a camminare.
“Caro mio”, riprese l’anfitrione, “questo mondo è crudele con chi entra in contatto con il moto profondo del proprio animo e decide di assecondarlo fino a giungere alla sua totale emancipazione. Non v’è posto per gente come noi nel mondo attuale, in questa società. Domani, forse, all’alba della rivoluzione… Ma oggi siamo ancora condannati a soffrire l’ostracismo e l’offesa di una recita ipocrita e infamante”.
“Proprio così: voi come me, Mirto, l’ho capito subito. Non negatelo”, ribatté al cenno di dissenso di Mirto.
“Ma siamo sempre liberi di scegliere”, proseguì. “Possiamo decidere di mutilarci, perire così alla nostra coscienza, sottrarci volontariamente alla vita vera, per essere nuovamente ammessi alla quiete di un’esistenza offuscata e sottomessa, trascinandoci così passivamente fino alla sua conclusione, che non meriterà più nemmeno di essere chiamata morte”.
Poi, ravvivandosi, chiese con rinnovato entusiasmo: “Mirto, voi leggete Nietzsche?” E senza attendere risposta riprese: “Vedete, esistono due tipi di morte. La morte grande e la piccola morte. La piccola morte è quella di cui vi dico: quella che spetta a coloro che, ciechi, vissero all’oscuro della verità e che, quand’anche la sorte li avesse messi in condizione di affrancarsi e di assurgere alla luce della ricerca e della spiritualità, vi rinunciarono, pusillanimi, preferendo vivere come bruti o bestie insensibili e credendo di poter essere così più forti, invece di accedere alla vita racchiusa in una consapevole sofferenza. Essi, dunque, un bel giorno si distendono e muoiono, e la loro esistenza non avrà mai un senso diverso da questo: essere meccanicamente sospinta al suo termine. L’altra morte, invece, la morte grande, spetta a chi visse ogni ora della propria esistenza memore d’essere morituro; a chi comprese che la morte stessa altro non è se non la celebrazione più eccelsa e vivente della vita!… Per questo io dico che la morte va concepita, vissuta e maturata in ogni sua fase, in ogni suo processo; poiché essa è espressione di un frammento d’eternità e di demiurgica, insuperabile potenza che ci pone, almeno per un istante, almeno in quell’istante infinitesimo e infinito, alla stregua di Dio!… Morire è per i pochi che accedono alla sua vera potenza, alla sua vera essenza, il più sublime grado della perfezione umana!…”
E concluse eccitato: “Dà, Signore, a ciascuno la sua morte!, recita il poeta, La morte che fiorì da questa vita, in cui ciascuno amò, pensò, sofferse. La morte grande che ciascuno ha in sé, è il frutto attorno a cui si volge il mondo.
“Non capisco”, intervenne Mirto. “Voi dunque non nutrite alcuna speranza?”
“Tutt’altro!” rispose l’altro. “Solo che credo di essere troppo debole o troppo realista per ritenere di poter condividere con qualcuno, tanto meno con una donna, un mistero così grande”.
“Ma la vita è… – come dire? La vita è un istinto primordiale che va ben oltre la nostra volontà, questo voi non potete negarlo”, obiettò animatamente Mirto. “La vita è procreazione, conservazione della specie… Voi invece mi parlate di aspirazione alla morte, voi negate la vita!…”
“Credete veramente che l’incoscienza sia il destino dell’uomo?” ribatté l’altro. “C’è più vita in una vena di metallo che percorre la profondità della roccia che in un uomo nell’atto del concepimento. C’è più preservazione e speranza in un atto di distruzione consapevole e ferma, che nel mettere al mondo figli come schiavi, esseri umani privi di libertà. Anime prive di coscienza, peggio, educate a non averne!… Mi parlate di istinto alla sopravvivenza e alla perpetuazione della specie, quindi della società… Dico, vi siete guardato intorno?… Vi siete reso conto di cosa sta per accadere? Questo mondo è giunto al capolinea, una fine che non tarderà a venire. E non sarà per mano di Dio, né di uno dei suoi profeti e nemmeno di un singolo. Essa giungerà per volere di un popolo. E’ l’uomo stesso che si ribella alla sua sorte e il miracolo in questo è che alla coscienza di un individuo, qual potrei essere io o potreste essere voi, si sostituisce in tutta la sua magnifica e ingovernabile autarchia l’arbitrio di una massa.”
“Dunque, voi siete forse a favore della rivoluzione. Siete uno di loro?”
“No, Mirto, sono a favore della liberazione delle menti, anche se, devo ammettere, nel mio mondo ideale in linea teorica non è possibile un equilibrio; esso a rigor di logica dovrebbe essere governato dal caos… Mi rendo conto che la scienza di vita, la consapevolezza e l’emancipazione di cui sto parlando oggi sono accessibili soltanto a pochi…”
“E ad essi sarebbe affidata la guida delle masse?”, lo interruppe Mirto.
“No, non vedo un affrancamento, né un miglioramento in questo. Nate in schiavitù, le genti cambierebbero soltanto padrone. No, io sto parlando di una conquista individuale, unica e per questo stesso motivo universale. L’individuo per rinascere a nuova vita non necessita dell’ammaestramento e della prosopopea di un pensatore, di un filosofo, di un politico, di un poeta imbonitore, di un farneticante visionario… Quelli che oggi salgono sul pulpito cavalcano o cercano d’inseguire un’onda cui in realtà non hanno dato origine, cercano di appropriarsi indebitamente del sentimento comune, di incanalarlo e piegarlo a loro piacimento per i propri meschini interessi. Il popolo solleva la testa e loro, i politici, i filosofi, gli incantatori, i seduttori, coloro che pretendono di sapere ciò che costituisce il bene comune, ma che in realtà hanno solo paura del risveglio delle masse, tutti a modo loro cercano di sopirle con l’oppio dell’argomentazione e della retorica, o della più becera imposizione morale…”, disse infervorato. “Sono solo parole, slogan, vane intenzioni e promesse costruite sul nulla. E anche le menti di chi ha accesso alla cultura, le menti migliori, quelle dei nostri studenti, vengono invase da pensieri altrui, fomentate, condizionate. Eccoli là, già pronti, bravi discepoli, a dar seguito all’inno. Hanno cuori giovani e caldi, non sanno di essere pronti per la carneficina in nome di un ordine subdolamente inculcato nei loro intelletti accecati dalla passione”.
“Vedete”, incalzò, “almeno in questo, bisogna darne atto, Gesù Cristo fu un esempio di coerenza. Egli non lasciò dietro di sé alcuna traccia tangibile, nemmeno l’inganno di una tavoletta incisa, nessun altro lascito autografo sopravvissuto nel tempo, se non il comandamento che ogni uomo seguisse liberamente il proprio cuore, che amasse per essere amato, che facesse all’altro ciò che avrebbe gradito venisse fatto a lui… Ecco, diciamo che si tratta di un processo di autoreferenziazione, o se vogliamo d’autodeterminazione.”
“Ma”, replicò Mirto, “questo è il preludio all’anarchia, all’insubordinazione, al sovvertimento di ogni regola comune…”
“… e di ogni regime”, aggiunse il suo accompagnatore.
“Mirto, ammettetelo: questo è il preludio d’ogni emancipazione. Questo ad esempio, è ciò che chiedono oggi le donne, soprattutto alcune di loro; donne che hanno aperto gli occhi, donne consapevoli del loro ruolo e delle loro potenzialità. Ed io mi chiedo perché, se non per paura, esse siano obbligate dagli uomini alla sottomissione forzata. Quale miseria si manifesta allora in un uomo, padrone, persecutore, schiavista! Il suo potere si regge esclusivamente sulla paura. Ogni sua conquista è fatta in nome del timore di venir sconfitto o soppresso, estinto…”, i suoi occhi luccicarono di una fiamma improvvisa.
“Questa è la ragione per cui impedisco a quella donna di seguirmi, Mirto. Le chiedo di agire da sola, per se stessa, di essere se stessa, indipendente. Non ha bisogno di me per questo. E in ogni caso non sarebbe la scelta giusta…”
“Mirto”, disse dopo una pausa, “volete assaporare la forza della liberazione? Volete essere anche voi scevro da ogni vincolo e da ogni forma di folle subordinazione? Volete vivere?… Coraggio, siamo quasi arrivati.”

Pronunciate quelle l’uomo condusse Mirto al di là di un ponticello di legno, oltrepassando il corso d’acqua che avevano costeggiato fino a quel punto. Mirto non aveva idea di quale distanza avessero percorso, ma si rendeva conto che dovevano essersi allontanati di parecchio dalla locanda.
Si fermarono poco dopo, all’ingresso di uno stabile illuminato, dal quale in piena notte giungevano le note sdolcinate di un armonium.
“Un bordello…”, constatò amaramente Mirto ad alta voce. “E’ questa, dunque, l’emancipazione di cui tanto vi vantate?”, chiese sarcastico al suo accompagnatore. Ma quello era già entrato.
Alla fine di quel controverso pellegrinaggio, un approdo meschino e indecoroso; cosa poteva aspettarsi di diverso, in fondo? La filosofia di vita dell’uomo che aveva seguito fin lì sembrava fondata sull’annichilamento e l’autodistruzione; perché non sulla depravazione?
Mirto non aveva mai messo piede in una casa chiusa. Non ne ignorava certo l’esistenza né, per dirla con qualche conoscente più libertino di lui, l’utilità. Tuttavia, si sentiva sporco al solo sostare su quella soglia. Frugò all’interno della giacca, tirò fuori un fazzoletto e s’asciugò la fronte. Osservò la luce rossastra che filtrava dall’interno della casa attraverso i malconci vetri smerigliati del portone di ingesso.
Libertà, rivoluzione, le parole del suo compagno di viaggio gli rimbombavano nella testa. Lo immaginò intento a verificare la disponibilità di qualche ragazza. Non provava né sdegno, né rabbia, poiché sapeva che in fondo tutto questo aveva una sua logica; non aveva intenzione di imputargli alcunché, né di erigersi a giudice morale del suo comportamento, già abbastanza ambiguo. Solo non sapeva dove si trovasse e dove passare la notte.
Guardò intorno la strada deserta e buia. Estrasse l’orologio dal taschino: mancava poco alla mezzanotte, dove andare? Mentre ancora cercava di capire cosa fare, sentì aprirsi bruscamente la porta d’ingresso: una voce sguaiata l’investì con qualcosa a metà fra un richiamo da mercato e un invito disperatamente sensuale: “Vossignoria non vorrà mica star lì tutta la notte a fare la guardia?!”
Mirto rimase fermo sotto lo sguardo curioso e irriverente di una donna con le spalle scoperte e la camicia sbottonata su un seno prosperoso.
“Ettore, il tuo amico fa il timido…”, gridò quella.
S’udirono delle risa. Alle sue spalle Mirto intravide il poeta anfitrione che con espressione divertita tirava a sé un’altra donna, più attempata e corpulenta, cingendola con malagrazia; per tutta risposta quella gli scompigliò i capelli respingendolo veementemente, facendogli quasi perdere l’equilibrio. Eccitati da quel gioco risero ancora rumorosamente. Sulla soglia, poi, l’uomo mise una mano sulla natica della donna, al che quella trasalì bruscamente lanciando un grido e restituendogli una gomitata nello stomaco e un paio di improperi.
“Andiamo, Mirto!”, esclamò Ettore in preda alle risa, mentre infastidito dalla donna cercava invano di portare alla bocca una piccola rosa presa chissà dove. “Andiamo, dove vorreste andare a quest’ora? Chi potrebbe offrirvi un’accoglienza più calda e sincera di questa?…” Strinse forte a sé la donna e la baciò sul collo, cercando di riprendersi la rosa. “Dai, Luna, fai la brava…”, e rivolgendosi di nuovo a Mirto, “Non mordono mica, sapete? Non abbiate paura, siete mio ospite ed è mia intenzione non farvi mancare nulla.”

Capitoli precedenti:

PRIMA PARTE
Cap. I (Prologo)
Cap. II (Fotografia)
Cap. III (Ester)
Cap. IV (Trincea)
Cap. V (Esodo)
Cap. VI (Sangue)
Cap. VII (Campo de’ Fiori)

SECONDA PARTE
Cap. VIII (Il porto)

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SANGUE RAPPRESO – VIII

 

SECONDA PARTE

«Se ne stava a capo chino, intenta a contemplarsi le unghie.
Una di esse era macchiata da un’incrostazione di sangue rappreso, ormai color ruggine.
Avvicinò istintivamente l’unghia alle labbra.»

[Yukio Mishima, “Sete d’amore”]

VIII

(Il porto)

Abbandonata ogni speranza di convincere la ragazza, il cocchiere frustò i cavalli e diresse la carrozza verso il porto. Ester rimase accanto al ferito, steso sul carro di fianco alla bara; gli teneva in grembo la testa tamponando la ferita con la propria veste. Lina, sulla cassetta, aggrappata al conducente, le rivolgeva sguardi di terrore per ciò cui stava assistendo e ciò che doveva ancora affrontare. Stringeva in braccio la sorellina che urlava piangendo, terrorizzata dalle urla e da tutta quell’agitazione.
Sul tragitto verso il porto incontrarono dei soldati che presidiavano una piazza, i quali però li lasciarono sfilare distrattamente. Le strade erano completamente deserte. C’era un che di spettrale in quella totale assenza di persone. Le abitazioni silenti, oscurate, parevano vuote, abbandonate; gli improvvisi clamori che di tanto in tanto giungevano da lontano, erano gli unici segni di vita, tutt’altro che rassicuranti.
Ma rimaneva il profumo del mare, che un vento crescente soffiava testardamente verso il centro, nell’intrico di vicoli e piazzette e lungo i viali, agitando le fronde di pini e palme, indifferenti al clima di immobilità e attesa che soggiogava la città.

La loro corsa s’interruppe all’ingresso del porto, dove alcuni gendarmi sbarrarono loro la strada interrogandoli. Il conducente non fece a tempo a rispondere, che un soldato lanciò l’allarme. “C’è un ferito qui!”, gridò, portando istintivamente la mano al moschetto. “Tenente, un ferito sul carro!”, e ordinò a Ester di non muoversi, mentre lei cercava di placare gli spasmi improvvisi del giovane che respirava a fatica emettendo profondi sospiri, simili a singulti. Forse voleva parlare, dire qualcosa, ma aveva perso molto sangue ormai e i suoi gesti, privi di forza, sfuggivano al suo controllo.
L’ufficiale si avvicinò lentamente.
“Che cosa ci fate qui?”, chiese scandendo lentamente le parole. Con il dorso della mano indicò le bambine sul carro senza distogliere lo sguardo dal volto dell’uomo, stretto nelle mani di Ester. Il sangue le aveva inzuppato la veste e colava sul pianale del carro dove il legno lo assorbiva mutando colore.
Ester non rispondeva, non alzava nemmeno lo sguardo. Non sapeva nemmeno perché si trovasse lì, lontano dal suo ambiente, dalla sua vita, in una città sconosciuta. Aveva obbedito a un ordine non scritto, aveva seguito l’istinto. Ed esso ancora le diceva che quel ragazzo non doveva morire per strada, abbandonato, lontano da chi fino a quel giorno aveva condiviso con lui sforzi e fatiche, da chi lo aveva affiancato nella sofferenza e nella lotta della sua esistenza.
“E’ un uomo del porto, l’abbiamo raccolto…”, Ester articolò pensieri e parole, “… E’ stato un incidente… Sta morendo…”, ingoiò un singhiozzo. “Devo portarlo dai suoi compagni”, aggiunse infine, fissando il tenente negli occhi.
I soldati guardarono il loro superiore in attesa di una decisione e di un ordine.
Anche Lina scrutava il volto di quel giovanotto azzimato, impettito nella sua uniforme. Aveva gli occhi azzurri, i capelli dorati e dei curiosi baffetti castani, estremamente sottili.
Un urlo di pianto della piccola Luciana infranse il silenzio.
“Quest’uomo ha il cranio spaccato”, disse l’ufficiale con parole piatte, distanti. “Ha perso conoscenza, non gli resta molto tempo”.
Proprio in quell’istante il ferito ebbe un fremito e contrasse i muscoli in uno spasmo violento. Una mano si sollevò e strinse i polsi di Ester incrociati sotto il suo mento. Digrignò i denti a occhi chiusi.
“Lasciateli passare”, ordinò il tenente. “Se ne occuperanno i camalli. E’ uno di loro”.
Il vetturino, che fino a quel momento non era intervenuto per paura di incorrere in guai ancor più seri, diede uno schiocco di frusta e incitò i cavalli a riprendere la marcia. Mai in vita sua avrebbe pensato di raccogliere in un giorno due cadaveri…

Passato il posto di blocco e il varco d’ingresso, ciò che le viaggiatrici si trovarono di fronte fu qualcosa di mai visto che non poté lasciarle indifferenti. Il porto, immenso. Dalla cornice delle antiche mura, che percorsero al passo, godettero di una visione per certi versi impareggiabile. Nella luce del pomeriggio la superficie del mare del bacino delle Grazie, solcata qua e là dal passaggio di alcune imbarcazioni, riempiva gli occhi di un verde striato. Dalla parte opposta della baia, di fronte a loro svettava la torre della Lanterna sulla collina di San Benigno e sotto, nell’ampio seno del golfo, si snodava una serie di bianchi pontili con una moltitudine di piccoli bastimenti, sormontati a levante da un maestoso tre alberi. Dei mercantili erano ormeggiati ai moli e molti altri battelli di più modeste dimensioni popolavano la rada, colorandola inaspettatamente.
Quello del porto di Genova era uno scenario che non aveva nulla a che vedere con quello della città di terra. Su quei ponti, sui moli e le banchine ingombri di casse e reti accatastate, viveva un’altra città, con la sua toponomastica, i suoi accessi, i suoi crocevia. Una comunità, con le sue regole, i suoi riti. Una città nella città, al di là di una cinta di mura, racchiusa e al contempo liberata dal mare, il cui odore, i cui riflessi colmavano i sensi.
C’era una quiete apparente in quel giorno di festa e astensione dal lavoro. Ai sili, nei depositi di grano, cotone e carbone, sui moli e sui pontili si lavorava a ritmo ridotto. Non aveva luogo il consueto formicolare e avvicendarsi di persone, né il frenetico, affannoso sbracciare e sacramentare di tutti gli altri santi giorni. Molti uomini erano a casa dalle loro donne, altri in un bordello, altri ancora a pesca o a cercar fortuna altrove, in attesa di un viaggio che li portasse lontano o li rendesse agli affetti lasciati sul confine di un’alba anni addietro.
Alcuni di loro erano usciti dal porto in nome di un ideale, di un impeto di ribellione. Ma i più erano rimasti nelle camerate dei dormitori, in attesa di una nuova chiamata che prima o dopo sarebbe comunque arrivata. Non tutti avevano aderito all’appello del sindacato, anzi alcuni di loro si rifiutavano anche solo di ascoltare quegli uomini con gli occhiali e la carta stampata in mano, dalle loro bocche uscivano parole troppo difficili da condividere, proclami pericolosi, irrealistici, talvolta incomprensibili.
Quando alla rena di porta Cibaria si accalcarono intorno al carro su cui viaggiavano una donna con due bambine con un uomo gravemente ferito, Enrico non era fra quelli, ma fu lui che mandarono a chiamare quando riconobbero nel volto coperto di sangue dello sventurato quello di suo fratello.
“E’ Manlio! E’ Manlio!…”, urlarono prima di sollevarlo.
Ester fece fatica a lasciare la presa, a lasciarlo andare. Ma non era la sola: le mani di Manlio, ancor più delle sue, s’ostinavano nella loro stretta incontrollata. Ma braccia forti e risolute, cingendolo da più parti, sollevarono il suo corpo dal pianale e lo trasferirono su un letto di muscoli tesi.
I camalli accorrevano rispondendo al richiamo e sotto gli occhi di tutti Manlio tornò a casa, per l’ultima volta.
Non era stato un incidente, una caduta, un cedimento improvviso; non un urto, una soma o il peso della sua sfortunata esistenza a gettare a terra quel corpo, a spargerne il sangue. Non era stata una rissa di vino, uno sgarbo pagato caro, una vendetta o un regolamento di conti. Non una collera ferina, né l’intolleranza fra razze, no, niente di tutto questo. La sciabola che aveva aperto il cranio di quel ragazzo era il freddo, implacabile sigillo del suo amaro destino. Questo pensiero trascinò gli sguardi di tutti sulla lapide di un comune senso d’impotenza. Prima che potessero aprir bocca e reagire, prima dell’urlo di rabbia e disperazione, furono orrore e sgomento.
Eppure, ciò che toglieva la vita a uno di loro non era un simbolo astratto, ma il braccio di un uomo, tangibile, reale. Ciò che colpiva era ineluttabile solo se tollerato e subito passivamente. Come il potere nelle mani di pochi, le istituzioni e la legge piegate a loro vantaggio. Ma quella logica di privilegi e diseguaglianza aveva una forma, una consistenza. Era forza di repressione, era violenza. Erano armi e sangue versato.
Furono i volti scoraggiati e rabbiosi dei suoi compagni ad accogliere l’ultimo sguardo di Manlio quando assunse lo stesso colore del mare sotto un cielo di pioggia. Lo salutarono in silenzio, a pugni stretti. Stettero con la loro sofferenza, quella che maledicevano ogni giorno sulle banchine, spaccandosi la schiena sotto i cassoni, bestemmiando il mare in burrasca, il vento e l’arsura che trasformavano in cuoio la loro pelle. Stettero con la sofferenza che cancellavano ogni notte fra sorsi di vino e acquavite, fra canti e lamenti, o nelle braccia di una femmina, amante e madre allo stesso tempo.

Enrico quel giorno era andato a pescare. Erano usciti all’alba, lui e altri due, non erano ancora tornati. Giunsero con il temporale che s’abbatté improvvisamente, poco prima del tramonto.
Enrico e Manlio erano fratelli e venivano da lontano. Come tanti, avevano lasciato il paese in cerca di fortuna ed erano arrivati al porto. Venivano dall’entroterra, dalla Lunigiana. Erano benvoluti e rispettati da tutti. Infaticabili lavoratori, forti ma mansueti, si erano sempre mostrati ligi al dovere, su di loro potevi sempre contare. Erano della corporazione del cotone, cotonari, come altri loro conterranei. Era una delle regole del porto: i compaesani nella stessa corporazione. Facevano squadra, si aiutavano a vicenda e si riducevano liti e guerre intestine.
Per i due fratelli il porto era la nuova casa, il nuovo orizzonte. Forse a Manlio era divenuto stretto. Enrico non sospettava fin dove potessero spingersi il coraggio e l’intraprendenza di suo fratello. Erano cresciuti troppo in fretta, come lui.
“Ma che ci vai a fare? Il nostro futuro è qui, al porto, nella Compagnia. Non sono cose per noi queste…”, gli aveva detto, riferendosi alle iniziative del sindacato. “Siamo gente semplice. Non spetterà mai a quelli come noi, alla povera gente, decidere…”.
Manlio invece credeva in quello che diceva chi aveva studiato e decideva di stare dalla loro parte. Era un’occasione: se c’era un modo per far valere i propri diritti, poteva essere quello. Perché non tentare?
Enrico non gli aveva dato peso, non aveva considerato cosa sarebbe potuto accadere quel giorno. Da una settimana aspettava solo di andare a pescare al largo di Pegli. Al ritorno, poi, come ogni volta, sarebbe andato alla chiesa del Carmine a rendere grazie a Dio e a pregare per sé e per i propri cari. Lui e Manlio erano cresciuti da bravi cristiani.
Quella sera, invece, fu il prete a venire, lo mandarono a chiamare. Arrivò al porto che Manlio era già morto. Lo unse e lo benedì, poi disse di portarlo in chiesa la sera stessa, nella giusta dimora, che l’indomani avrebbe celebrato il funerale. Conosceva Manlio, sapeva che era un bravo ragazzo.
“Gliel’avevo detto di non andare!”, piangeva Enrico, “Non sapeva quello che stava facendo!… Manlio, Manlio!… Gliel’avevo detto!…”, continuava a ripetere, mentre cercavano di calmarlo.
“Il Signore avrà pietà di lui”, disse il prete, “e del disgraziato che porterà il peso di una vita spezzata”. Bisognava perdonare, predicò su quel pianto disperato, perché dell’altro era la condanna peggiore.

Ester partecipò in silenzio a quello strazio. Le chiesero da dove venisse, delle bambine. “Non sono mie”, disse, “Io sono la balia…”. Raccontò del loro viaggio. Quando si seppe che nella bara c’era il corpo della sua povera mamma, nessuno osò più rivolgersi a Lina. Sembravano temere lo sguardo di una bambina che conosceva la morte.
Enrico ascoltò le parole di Ester dal fondo del proprio dolore, il suono di quella voce era l’unica cosa in grado di tenerlo ancorato alla realtà.
Cenarono insieme nel refettorio, immersi nel silenzio, mentre all’esterno s’esauriva la foga del temporale. Lina rifiutò più volte, ma infine accettò un piatto caldo di minestra offertogli da un camallo. Ne riconobbe le rughe profonde, il volto profondamente segnato, simile a quello del cocchiere che in quel momento se ne stava con altri appartato in un angolo parlando a mezza voce nel loro dialetto oscuro e lamentoso. Era uno di loro.
Anche Ester avvertiva qualcosa di obliquo nella loro cadenza, un che di remissivo e triste, come contenesse la chiave della loro triste esistenza.
Passata la tempesta, gli uomini si rianimarono e si radunarono nella sala della chiamata, dove la mattina ricevevano le consegne per la giornata di lavoro e la sera si ritrovavano per un po’ di svago. Ester li ascoltò discutere degli accadimenti del giorno e seppe così di altri tumulti: c’erano stati diversi feriti e forse anche altri morti, ma non c’erano informazioni certe. Un uomo però la rassicurò: dall’indomani le manifestazioni sarebbero cessate, e con esse gli scontri.
Con le bambine, cercò un po’ di sollievo accanto al fuoco di un camino, nella speranza che quel giorno avesse finalmente esaurito il proprio carico di emozioni e di dolore.
Lina e Luciana, sfinite, le dormivano addosso. La piccola stretta al seno in una fascia di cotone che Ester era solita usare per allattarla, Lina seduta su una sedia accanto a lei. Le braccia e il capo abbandonati sulle sue ginocchia, rassicurata da quel contatto, era scivolata in un sonno profondo e liberatorio.
Anche Ester a poco a poco fu sopraffatta dalla stanchezza. Ebbe un sussulto, però, quando si trovò davanti Enrico nell’atto di porgerle una coperta. “Vi proteggerà dal freddo e dall’umidità della notte”, le disse. Ester non riuscì a dire nulla, gli strinse forte la mano. La sua pelle era ancora giovane e piana, non raggrinzita e ruvida come la corda da cui gli operai del porto prendevano il nome. Avrà avuto vent’anni, anche se la vita gliene dava di più, sulle spalle e negli occhi. Ester ebbe un fremito: rivide Manlio, il suo ultimo respiro, sentì bruciare la macchia di sangue che le scuriva la veste. Per nulla al mondo l’avrebbe lavata. Incrociò lo sguardo di Enrico, scuro, irraggiungibile. Sentì che era buono.
Fu il loro primo saluto, non l’avrebbe dimenticato.

Quella notte in sogno rivide la ferrovia, una coppia di binari dritti e isolati che morivano in mare, in acque torbide e nere. Era notte, una notte opaca, senza luna. Il treno era fermo e non c’era nessuno, Ester stava allattando e scese dalla carrozza con Luciana ancora attaccata, che succhiava avidamente. Cercò Lina, ma si era allontanata, la scorse più avanti, sulla spiaggia, mentre si avvicinava a una barchetta a pochi metri da riva e la tirava a sé con una corda. Osservando meglio, Ester notò qualcosa di strano in quel mare scuro, opaco, che si perdeva nello sfondo della notte. Si avvicinò all’acqua. Era ferma, stagnante. S’accovacciò e ne sfiorò la superficie con le dita: sembrò farsi ancor più densa e scura. Viva. Ritrasse la mano spaventata. Chiamò Lina, le disse di avvicinarsi, che quel mare non era normale, era pericoloso. Ma con suo grande stupore non udì la propria voce, e più si sforzava più il silenzio intorno le sembrava impenetrabile. Disperata, guardò Lina che saliva sulla barca, agitò le mani, provò a raggiungerla. Ma ciò che accadde la spiazzò ulteriormente: nel vederla Lina le sorrise placidamente e vista la sua angoscia cominciò a ridere, rideva di lei. Sembrava dicesse: “Ma come, ancora non hai ancora capito?!…”. E cosa avrebbe dovuto capire? Si domandò Ester, mentre la bambina la fissava seduta a cavalcioni di… una bara! Proprio così, quello che da lontano le era sembrato il legno di una barca si rivelava essere una bara, la bara di Laura, che galleggiava placidamente in quelle torbide acque.
Sconcertata, Ester si portò una mano alla fronte, era sudata, si guardò il palmo e con orrore vide che era coperto di un liquido denso e appiccicaticcio, come il sangue. Urlò dallo spavento, ma quello che udì non fu la sua voce, ma il gemito di un bambino… Si ricordò allora di Luciana, ancora attaccata al suo seno, fece per staccarla, ma il capezzolo adesso era stretto fra le labbra di un uomo, il quale a sua volta succhiava, succhiava senza sosta, come volesse estrarle dal corpo tutto il latte, tutta la vita che aveva.
Fu in quel momento che qualcosa in lei cambiò. Allo smarrimento e alla repulsione iniziali, succedette l’intima consapevolezza che non vi fosse nulla di male in ciò che stava accadendo attorno a lei e in lei, che fosse tutto naturale. Con la mano insanguinata sfiorò i capelli di quel giovane e cominciò lentamente a carezzargli la testa…

Si svegliò di soprassalto, sudata, eccitata. Levatasi a sedere, si passò istintivamente una mano sul ventre e fra le cosce. Il cuore le batteva forte, si sentì soffocare nello stanzone buio in cui si trovava. Doveva uscire fuori di lì, all’aria aperta, respirare.
Si guardò intorno, alla luce dell’ultima fiamma del camino distingueva a fatica i corpi degli uomini coricati a pochi metri da lei, nel buio udiva il soffio pesante del loro respiro. Osservò le bambine, stese accanto a lei su di un giaciglio improvvisato: dormivano; si alzò lentamente, senza far rumore.
Uscita fuori, ciò che vide la commosse. La luna piena splendeva alta rivelando il porto in una meravigliosa visione di lucori e ombre. La sua luce fredda s’infrangeva nello specchio liquido del mare moltiplicandosi in infiniti riflessi capaci di far impallidire la lanterna del faro. Ester s’incamminò lungo un molo immergendosi in quel paesaggio sottratto alle tenebre che appariva via via sempre più nitido e ricco alla sua vista. Osservò i profili delle imbarcazioni silenziose nella notte, ascoltò lo sciabordio calmo dell’acqua sulla banchina e il sordo cozzare degli scafi nel gioco delle corde tese.
All’estremità del molo, la pietra tagliata e ammassata cedeva il passo alla roccia plasmata dalla forza del mare. Lì fu avvolta da un vento gentile ma penetrante e sentì freddo. S’accovacciò stringendosi nella mantella e lasciò che il respiro regolare delle onde le restituisse la calma. Chiuse gli occhi e per un istante si fece cullare nel silenzio del cuore.
“Anche a me piace stare qui nelle notti di luna”.
La voce di un uomo la fece trasalire.
“Non abbiate paura…”, disse, “Scusatemi. Non volevo spaventarvi…”
Ester cercava invano il suo sguardo, dello stesso colore della notte.
“Posso restare un momento qui con voi?”

Capitoli precedenti:

PRIMA PARTE
Cap. I (Prologo)
Cap. II (Fotografia)
Cap. III (Ester)
Cap. IV (Trincea)
Cap. V (Esodo)
Cap. VI (Sangue)
Cap. VII (Campo de’ Fiori)

SANGUE RAPPRESO – VII

 

VII

(Campo de’ Fiori)

“Avete bisogno d’aiuto?… Al vostro servizio…”.
Non lo capì subito. Solo in seguito, subendone le conseguenze, Mirto riconobbe il potere di quella voce. Morbida, rotonda, lo mise subito a suo agio. Aveva un che di paterno, di savio, infondeva fiducia. Era insieme attrattiva e perentoria. Mirto senza rendersene conto ne fu soggiogato, dal primo momento.
Il possessore di quella voce non rivelò mai il proprio nome, nemmeno in seguito, quando non c’era più ragione di tacerlo. Al momento opportuno, si definì semplicemente un cittadino.
“Non siete di qui, vi accompagno, conosco la strada”, disse.
Mirto non rifiutò l’offerta.

Sulla via l’uomo fece molte domande, cui Mirto rispose sempre stringatamente senza per questo placare la sua voglia di dare fiato a quello che in breve si trasformò in una sorta di soliloquio. Era una persona istruita, a modo. Informato e alla mano, sapeva essere affabile, di compagnia. Ascoltandolo, Mirto si rese conto che avrebbero potuto parlare di qualsiasi cosa, che quell’uomo avrebbe potuto fargli dire qualsiasi cosa.
Ma non si sbottonò, non si fidava. Lo scrutava e non riusciva a inquadrarlo. Il suo aspetto non si faceva certo notare per cura o eleganza, anzi, era decisamente scialbo. Indossava una giacca di velluto consumata con delle macchie all’altezza di un gomito, un cache-col decisamente singolare, color mammola sbiadito, e le scarpe erano schizzate di fango, ormai secco. Erano tutti indumenti di qualità, ma decisamente vissuti e trascurati.
Sembrava un uomo privo di mistero, tuttavia tanto dava l’impressione di non voler nascondere nulla, tanto più risultava sfuggente. Pareva occuparsi di tutto e di niente. Mirto non era curioso, stava nel suo, ma era sicuro che nel caso avrebbe ottenuto solo informazioni vaghe. “Sono un impiegato”, rispose l’uomo, asciutto, alla domanda di cosa si occupasse. Sembrava un argomento di cui non aveva piacere di parlare. “Transazioni”, aggiunse, accelerando il passo.

“Eccoci arrivati”, disse l’uomo ai piedi di una breve rampa di scale, indicando l’ingresso della stazione di polizia. “Io qui ci vengo spesso, sapete?”
Mirto lo fissò stupito.
“Non pensate male di me, non sono un delinquente!”, disse ridendo sfacciatamente. “Non sono ricco, questo è sicuro, ma non sono certo un ladro o un morto di fame!…”, rise di nuovo sguaiatamente, come a legittimare il proprio linguaggio.
“Non mi faccio mancare nulla. Ho molti amici, sapete? Amici influenti, anche, persone alle quali un gesto di generosità o di devozione nei miei confronti non costerebbe nulla, anzi, lo troverebbero gratificante…”
Devozione, usò proprio questa parola.
Mirto avrebbe voluto sapere di più su quell’uomo. Voleva incuriosirlo, provocare in lui una reazione, o si accingeva soltanto a chiedergli una ricompensa? Sapeva bene che in quel momento Mirto non era in condizioni di elargire mance. E poi era evidente che, nonostante l’aspetto trasandato, era tutto fuorché un accattone o un poveraccio. Simili domande rimbalzavano nella mente di Mirto mentre si decideva a entrare nel comando di polizia.
“Vengo con voi!”, disse la voce alle sue spalle e il tono non ammetteva diniego.

Mirto fu sorpreso del numero di persone che aspettavano nel commissariato.
“Incredibile, vero?”, gli fece eco l’accompagnatore guardandosi intorno compiaciuto, perfettamente a suo agio.
Non si poteva dire la stessa cosa per Mirto che scrutava quell’ambiente estraneo e sgradito come un confine temuto. Le grate alle finestre e sopra il legno massiccio del bancone d’accettazione, la prospettiva buia e inospitale di un corridoio senza finestre: erano la linea di separazione oltre la quale cominciava un mondo governato da regole diverse e sconosciute. Un passo oltre quella soglia e, colpevole o innocente, venivi marcato a vita, ammorbato da un clima di sospetti, supposizioni e accuse.
Incrociò lo sguardo indagatore di un uomo in divisa che per un attimo parve essersi accorto di lui, per tornare subito a immergersi nelle carte che teneva in mano, come se non vedesse la fila di persone davanti a sé, in attesa di ricevere anche solo un cenno d’attenzione. Nel frattempo, un altro preposto, un sottufficiale, ripeteva per l’ennesima volta la stessa domanda a una donna, la quale non dava l’idea di intendere le sue parole. Lui alzò minacciosamente la voce e quella, spaventata, ammutolì, ritraendosi e stringendo a sé un bambino in lacrime. Nessuno pareva fare caso a quella scena, tanto meno la guardia al bancone, che levò lentamente uno sguardo imperscrutabile sulla donna. Un’altra guardia si avvicinò e provò a sottrarre il bambino dalle braccia della donna, che a quel punto cominciò ad urlare.
Istintivamente Mirto pensò a Lina e Luciana. Non poteva immaginare le proprie bambine coinvolte in una situazione del genere. Bloccate a Genova, forse isolate e sperdute per la città, in balia degli eventi, senza un uomo che le proteggesse. Cosa poteva accadergli? Erano in pericolo? Gli si strinse il cuore e si pentì amaramente di non esser partito per Civitavecchia a tempo debito, quando avrebbe ancora potuto farlo.
C’est la vie!”, disse il suo accompagnatore. “E’ così che dicono, no? E’ la vita. Già, perché questa è la vita vera…”. Le parole dell’uomo avevano un che di ammirato e lui era come rapito, in contemplazione, come se non si trovasse in una stazione di polizia ma di fronte a un’opera d’arte.
“La sentite anche voi?”, riprese, “Vita vera, reale, scevra d’ogni sorta d’artificio, di finzione.”
“Non capisco cosa vogliate dire”, disse Mirto, non trovando nulla di buono nello sguardo visionario di quell’individuo, che tuttavia era in grado di farlo sentire nudo, scrutato nei propri stati d’animo.
“Perché mi avete seguito fin qui? Che cosa volete?”, gli chiese bruscamente.
“Come ho detto, egregio ingegnere, io qui ci vengo spesso. E non vi è niente di male in questo, anzi. Credetemi, una visita in questo luogo val più di una preghiera al tempio”, i suoi occhi brillavano eccitati.
“Vi chiedete chi io sia?”, aggiunse serio, quasi con aria di sfida. “Sono una persona che forse vi può insegnare qualcosa. Dipende da voi.” E prendendolo per un braccio aggiunse: “Venite, seguitemi, non è il caso che restiate più a lungo in questo posto”.

Ciò che più stupiva Mirto non era il modo di fare persuasivo e inspiegabilmente autoritario di quell’individuo, ma la propria pressoché totale mancanza di forza di volontà di fronte alla sua iniziativa. Non era in grado d’opporvisi, né di resistere alla tentazione di seguirlo. Per qualche oscuro motivo ne era succube, ammaliato. Ciò che in bocca a un altro poteva sembrare una prevaricazione, una mancanza di tatto o di discrezione, misteriosamente in lui diveniva inopinabile e seducente. Un ordine.
Forse in Mirto agiva la speranza che in fondo quell’uomo avesse in serbo qualcosa per lui, che fosse il custode di una qualche risposta, di una verità. E in questo egli era favorito dall’aura di mistero di cui si circondava.
Quando Mirto gli chiese dove fossero diretti, erano già per strada, incamminati in direzione opposta a quella da cui erano venuti.
L’uomo non rispose alla domanda, ma anzi accelerò il passo.
Si stavano allontanando dalla stazione e dal centro, Mirto faceva quasi fatica a stargli dietro. Ma invece di desistere e tornare indietro, lasciando che se ne andasse per la propria strada, decise di seguirlo. Forse voleva solo scoprire chi fosse e, se mai poteva essercene una, capire la ragione di quell’incontro.
Non gli era affatto consono un simile comportamento, proprio lui che prevedeva tutto e calcolava ogni mossa, lui che raramente commetteva una leggerezza, un errore. Eppure, con sua stessa sorpresa, Mirto ora non pensava ma si affidava al caso, o forse al destino.
“Avete bisogno di un tetto per stanotte, se ho inteso bene”, ruppe nuovamente il silenzio il cittadino. “Un tetto e un letto, certo: è ciò che troverò per voi”, fissò Mirto sorridendo. “Fidatevi di me. Conosco diversi posti dove trovar ospitalità e ristoro, e con ben poca spesa”. “Questa è una città malata, putrescente”, aggiunse pensoso, quasi malinconico. “Sì, credo che questo aggettivo renda bene l’idea…”.

Si diressero a nord, in periferia. I sobborghi edificati si alternavano a sterrati, orti e piccoli campi a coltivo, intervallati alle rogge. Mirto seguì la sua guida ancora per un bel pezzo, ma iniziava a credere che non fosse stata una grande idea.
“Ho fame!”, proruppe quello, fermandosi improvvisamente e puntando come un segugio l’insegna di un’osteria poco distante. “Suvvia ingegnere, concediamo un po’ di ristoro alle nostre membra. Approfittiamo della tavola e della buona creanza di alcune brave persone che conosco”. “Finché c’è concesso…”, chiosò a mezza voce. “Verranno giorni in cui tutto ciò ci parrà un ricordo, sapete?”, declamò con quel suo fare retorico. “Un sogno. Sarà stato tutto un grande sogno, dal quale verremo svegliati bruscamente, per non farvi più ritorno…”. E si inoltrò nella stradina deserta.
Mirto esitò un momento, poi lo seguì senza pesare le parole di quella specie di profezia.

Di fianco all’ingresso della locanda campeggiava un’insegna scolorita con una scritta nera su sfondo bianco: “Locanda Campo de’ Fiori”.
Sotto qualcuno vi aveva inciso due calici e un fiasco di vino.
Una volta entrati, si infilarono in una specie di cunicolo buio che dava su un’angusta scala collegata al piano interrato. Per non battere la testa fecero gli scalini curvati in avanti, accolti da un penetrante odore di muffa. Nell’oscurità Mirto fece attenzione a dove mettere i piedi, seguì l’uomo davanti a sé, che dava mostra di conoscere a occhi chiusi quel luogo.
Entrarono in una sala sorprendentemente ampia, illuminata solo da qualche lampada a olio. Al suo interno solo tavolacci e panche di legno, le pareti e le volte sgarrupate mostravano i mattoni e ampie macchie d’umidità costellavano l’intonaco. Il pavimento era ancora coperto di segatura dall’ultima pioggia.
I tavoli, però, erano quasi tutti occupati. E su ognuno c’era almeno una bottiglia di vino. L’accompagnatore di Mirto sembrava perfettamente a suo agio lì dentro, era di casa. Scambiò qualche parola con l’oste e, cercando un posto a sedere, salutò con fare cameratesco molti degli avventori seduti ai tavoli o in piedi davanti al bancone.
“Avanti, ingegnere, venite. Non state lì impalato!”, apostrofò Mirto mentre prendeva posto a un tavolo con altre tre persone, fra le quali c’era anche una donna, forse l’unica in tutta la sala.
“A volte le apparenze ingannano”, disse. “In questo posto ho sempre trovato un’ospitalità e una cordialità ineguagliabili. E non solo: rispetto, socialità, persone con cui discutere e svariati, interessanti spunti di riflessione…”. Sorrise esibendosi in un rapido inchino ai propri commensali.
Dal capo opposto del salone giunse il vociare allegro di un tavolo di avventori: “Bentornato! Benvenuto fra noi! Un brindisi al poeta!”
Mirto fu sorpreso da quell’appellativo, finora aveva pensato molte cose a proposito del suo accompagnatore, che fosse un funzionario, un agente di commercio; per via di quel suo fare ambiguo e provocatorio aveva addirittura pensato di essere stato avvicinato da un poliziotto in borghese, da una spia… Tutto, tranne che fosse un poeta.
“Non sanno quello che dicono”, sogghignò l’uomo che sembrava leggere i pensieri di Mirto. “Mi definiscono un poeta, ma io non faccio altro che scrivere ciò che loro stessi mi dettano. Non è mia la mano che scrive. Sono le loro. E’ la vita stessa a muoverla. Io non sono un poeta”, aggiunse con sprezzo. “Sono un umile scrivano, un traduttore ignorante…”
“Oste! Portaci da bere!”, gridò all’uomo al di là del bancone. “E’ stata una giornata faticosa, abbiamo bisogno di un po’ di sollievo…” e ammiccò a Mirto, muto davanti a lui.
“Che cosa è successo? Che hai fatto?” chiesero subito dai tavoli vicini.
“Raccontaci!…”
“Sì, raccontaci una delle tue storie…”

“Ebbene, figlioli…”, disse alzandosi in piedi. “Oste, porta qualche bottiglia per i miei amici!…”, ordinò.
“Ebbene, dicevamo… Oggi, cari amici, ho incontrato un uomo, ed è stato per caso. Vedete, mi ero recato in un luogo ben preciso per incontrarne un altro, una persona a detta di molti illuminata, un uomo di scienza, un sommo sacerdote…”, s’udirono dei mormorii, “Non esagero!… Un vero templare della poesia…”, bevve un sorso di vino. “Magari, se fossi stato più audace o semplicemente più fortunato, qualità che pare invece s’addicano a colui di cui parlo, io che non sono degno nemmeno di sciogliergli i lacci dei calzari…”, risero, “avrei anche potuto porre a quello che definiscono Il Vate qualcuna delle tante domande che m’assillano da tempo, mesi, anni, forse da sempre. E magari da prima ancora…”, vuotò il bicchiere.
“E invece, cari amici, il destino mi ha posto di fronte l’inizio di un altro cammino, il quale ho motivo di credere possa essere ben più interessante del precedente…” e, gettato uno sguardo d’intesa a Mirto, visibilmente a disagio, alzò il bicchiere vuoto. “Vino! Brindiamo!”
Mirto scrutò i commensali ed ebbe l’impressione che conoscessero molto bene quel rituale. Sentiva inoltre che si aspettavano qualcosa da lui e la cosa lo infastidì alquanto. Decise di non prestare più attenzione all’eccitato anfitrione in piedi accanto a lui e bevve nervosamente un sorso di vino, ma se ne pentì l’attimo dopo. Pensò di porre fine a quella situazione equivoca e di abbandonare definitivamente l’ambigua compagnia di quell’uomo. Ne aveva avuto abbastanza. Cercò il cappello e prima di alzarsi squadrò gli sconosciuti seduti al tavolo con lui. Notò così la donna, l’ovale armonioso del suo viso, ne incrociò fugacemente lo sguardo. Era giovane. Non era truccata, né vestita in modo vistoso o elegante, nessun vezzo che la facesse notare. E tuttavia era bella. Di una bellezza che non appariva subito ma progressivamente, come un’essenza che si diffonda lieve nell’aria permeandola del suo tenue ma inconfondibile profumo. Una bellezza, un candore che la elevavano dal contesto.
Mirto la osservò mentre ascoltava il farneticante monologo del cosiddetto poeta. Poteva anche essere una donna di buona famiglia, mescolatasi alla gente comune della locanda, a quella accomunata dall’evidente sentimento di devozione che anche lei, come gli altri, sembrava nutrire nei confronti dell’anfitrione. Mirto si chiese cosa ci facesse lì, in una bettola, unica donna fra tanti avventori votati al bere, lanciati in squinternati discorsi annebbiati dall’alcol. Fu catturato dal magnetismo del suo volto e dall’avara eleganza dell’aspetto, che non faceva altro che esaltarne la femminilità.
Nel frattempo, sopra di lui la voce eccitata seguitava nella commedia di cui Mirto aveva ormai perso il filo.

“Vedete, ingegnere, voi credevate di aver perso qualcosa oggi…”, disse a un tratto l’oratore tornando a sedere. “Pensavate di essere una vittima e invece…”, fece una pausa, prese un sorso di vino. “Invece stasera sarete mio ospite e godrete con me, con noi tutti, qui, del sorprendente potere della rivoluzione culturale!”
Rise, vuotò con enfasi il bicchiere, poi fissò Mirto. Era accalorato, trasfigurato in volto, nel suo sguardo c’era un seme di follia. Per Mirto fu come metterlo a fuoco per la prima volta. Da quando l’aveva conosciuto quell’uomo aveva cambiato atteggiamento più volte, da enigmatico indagatore si era via via trasformato in un imbonitore di sentenze e verità, infine nella maschera da palcoscenico che aveva di fronte.
“Non avrete paura della rivoluzione, vero, amico mio?…”, abbassò la voce. “Vedete? Anch’io, nel mio piccolo, ho la mia folla…”, aggiunse con scherno.
“Non dovete aver timore di nulla. Questo è un grande giorno. Oggi nel mondo si leva un nuovo sole e se ne affondano altri cento. E’ arrivato il nostro turno per la ghigliottina e, caro il mio ingegnere, bisogna prepararsi al grande evento!…”.
Riempì il bicchiere fino all’orlo, si alzò in piedi e tese il braccio sopra la testa: “Alla ghigliottina!”, urlò, “A’ la liberté!”. Un coro di voci sgangherate replicò supinamente al suo invito, tuonando pugni sui tavoli fra risate e imprecazioni. “Vedete? E’ facile ammaestrare una folla, piccola o grande che sia”.
Mirto faticava a comprendere le intenzioni di quell’uomo. Sembrava volergli impartire una lezione, compiere con lui un esperimento. Aveva la sensazione di essere il vero soggetto e spettatore di quella messa in scena. Perché ce l’aveva con lui? Eppure, dovette ammettere, era stata sua la decisione di seguirlo fin lì, sebbene avvertisse che qualcosa gli aveva imposto di farlo.
Si sentì spingere di lato. L’uomo accanto a lui, che fino a un momento prima fissava immobile il bicchiere dinnanzi a sé, gli stava scivolando addosso. Mirto lo raddrizzò sulla schiena e lo appoggiò delicatamente col busto sul tavolo, assicurandosi che non scivolasse di nuovo. Quello lo lasciò fare senza muovere un muscolo, le braccia abbandonate lungo i fianchi come non facessero più parte del suo corpo. Rimase quindi così, fermo, inanimato, se non per il lieve movimento oscillatorio del respiro.

“Ma che sbadato, che maleducato!”, irruppe nuovamente la voce. “Non vi ho nemmeno presentati!”. E prese a dire che l’uomo accanto a Mirto era un artista, uno scultore di grandissima levatura, il quale un giorno sarebbe certamente giunto alla fama mondiale. “Se solo sopravviverà fino ad allora…”. L’uomo, dal suo canto, non batté ciglio, ma anzi sembrò sprofondare ulteriormente nel suo sonno indisturbato.
Quello di fronte a Mirto, invece, era un mercante, un uomo d’affari, tenne a precisare. Mirto non volle sapere qual genere d’affari, ma quello desiderò spiegarglielo ugualmente. Sicché l’individuo, che sfoggiava un vistoso toupet color del rame e uno sguardo in vero poco intelligente su di una schiera di denti gialli, lusingato dal tono canzonatorio con il quale era stato introdotto dall’anfitrione, accennò un ridicolo inchino tendendo la mano a Mirto. Col risultato che urtò il bordo del tavolo con il panciotto, rovesciando un paio di bicchieri e il loro contenuto sul tavolo. A quella mossa infelice il poeta inveì contro di lui dandogli del “maldestro grassone” e si produsse in una lunga serie di volgarità nei suoi confronti. Ne seguì un rumoroso diverbio. Il poeta s’accanì su quell’uomo soverchiandolo e coprendolo di ridicolo. Provava un gusto sadico e maligno nel rampognarlo, approfittando dell’occasione offertagli per rinfacciargli ogni genere di difetto.
“No, non ve ne andate!”, disse quando Mirto fece per andarsene. “Vi prego, rimanete con noi. Abbiate fiducia…”.
Mirto poteva ancora tornare alla stazione, recuperare carrozza e cavalli e cercarsi una sistemazione per la notte. Cosa stava aspettando? Si malediceva per la leggerezza con cui si era fidato di quell’uomo.
“Coraggio, coraggio ingegnere, siamo appena arrivati. Sono solo futili schermaglie, non ve ne curate. Piuttosto, non vi trattenete, non fate complimenti, bevete qualcosa. Ecco, tenete il vostro calice, è colmo. Qualcosa forse non vi aggrada? Non vi sentite a vostro agio?…”.
“Non fateci caso”, disse Mirto alzandosi. “Sono solo un po’ stanco… Questo baccano non fa per me. Vi prego di scusarmi…” e fece per congedarsi.
“Questa gentile signora…”, per tutta risposta l’uomo riprese le presentazioni da dove erano state interrotte. “Questa gentile signora…”, con una mano sfiorò delicatamente la spalla della giovane donna seduta vicino a lui, “è la figlia di uno degli uomini più influenti della città, il noto editore… E’ lei stessa una scrittrice, estremamente dotata. Lucida, acuta. Indubbiamente una delle persone più illuminate che io abbia mai conosciuto… Lei, che detesta questo genere di cose, non me ne vorrà se ho aspettato tanto a presentarvela…”. La sua voce era di nuovo morbida, accomodante.
La voce, sempre lei, ancora una volta segnava l’ingresso in scena di un nuovo personaggio.
Mirto lasciò che continuasse, mentre la donna, visibilmente imbarazzata dall’atteggiamento adulatorio di lui, seppur lusingata, lo pregava con gli occhi di porre fine a quello supplizio.

“Vedete, amico mio”, riprese, “questa è una donna coraggiosa, una di quelle donne di cui il mondo oggi ha un grande bisogno. Se una persona come lei potesse ricoprire cariche di responsabilità o di governo, credetemi, questo paese non andrebbe incontro alla rovina che si prepara ad affrontare. Se il Paese potesse essere affidato all’intelligenza e alla saggezza di donne come questa!…”, esclamò con foga.
“Vi siete mai chiesto cosa differenzi un uomo da una donna? Vi siete mai chiesto perché quello stesso potere, abusato, incancrenito nelle mani degli uomini, continui a impedire loro di votare?”
Mirto fissò il volto eccitato dell’oratore con un misto di diffidenza e desiderio affinché proseguisse nel suo ragionamento. Non era affatto estraneo agli argomenti cui faceva riferimento, anzi sapeva perfettamente dove voleva andare a parare, ma era curioso di conoscere cosa aveva da dire.
Fu così che, come una scossa, gli tornò alla mente una lunga discussione avuta con sua moglie Laura, proprio nei giorni del mancato suffragio femminile. Laura…
Dov’era Laura? Dov’era sua moglie? Perché non era lì con lui? Perché era andata a finire così, perché non poteva essere tutto diverso?…
Laura… Improvvisamente Mirto si sentì svuotare da dentro, perse ogni forza, ogni resistenza. Era sfinito, vinto, di fronte all’urto violento della sua assenza.
Gli tremarono le gambe, fu costretto a sedersi.
L’oratore continuava a parlare, ma Mirto non udiva più la sua voce. Non era più lì. Era solo, maledettamente. E ora ne aveva coscienza.
Si sentì soffocare, sbottonò la camicia, respirava a fatica. Incrociò lo sguardo preoccupato della giovane scrittrice e fu per lui una carezza, un sollievo inaspettato, qualcosa di cui capì di avere un disperato bisogno. Allora uno spasmo incontrollabile gli percorse la schiena e si irradiò in tutto il corpo, costringendolo a rannicchiarsi su se stesso, finché sfociò in qualcosa d’incontenibile, primordiale e finalmente cominciò a piangere.
Mirto piangeva, piangeva disperatamente. Le mani sul volto, singhiozzava come un bambino. Non udì più nulla, nemmeno la voce della donna che, vedendolo accasciarsi, allarmata chiedeva aiuto: “Vi prego, vi prego… Quest’uomo non si sente bene…”

Fine
PRIMA PARTE

Capitoli precedenti:

PRIMA PARTE
Cap. I (Prologo)
Cap. II (Fotografia)
Cap. III (Ester)
Cap. IV (Trincea)
Cap. V (Esodo)
Cap. VI (Sangue)

SANGUE RAPPRESO – VI

VI

(Sangue)

A Quarto il treno rallentò progressivamente e si fermò del tutto.
Nel tragitto Ester e le bambine avevano avuto modo di svagarsi, complice la vista da un finestrino in corsa di uno splendido paesaggio primaverile. Il mare, la Maremma. Pisa. Infine l’Appennino e l’alternarsi di buio e luce nelle gallerie. Le montagne liguri che si gettano a mare e grappoli di case che resistono, abbarbicate al loro dorso.
Nonostante tutto, quello che non era altro che un triste trasferimento assumeva a tratti il sapore del viaggio.
Per qualche ora Lina riuscì a dimenticare le spoglie della sua povera mamma, stivate in una cassa in coda al treno. Incuriosita, interpellava di continuo la balia, e non contenta si rivolgeva alle persone dello scompartimento. A suo modo anche Ester riuscì a estraniarsi dalle sensazioni, ancora vivide e opprimenti, del lutto e dell’agonia di Laura. Si volle convincere che, da dove si trovava ora, lo spirito della povera donna non le avrebbe abbandonate, ma anzi le avrebbe accompagnate e protette nel viaggio.

Giunti alle porte di Genova, però, il rallentamento improvviso del treno, seguito da una lunga sosta sui binari a pochi metri dal mare; infine la notizia che il convoglio avrebbe concluso il tragitto nella stazione di Genova Brignole anziché in Porta Principe. Ignari, i passeggeri si interrogavano sulle possibili ragioni di quel cambiamento, reso noto solo all’ultimo.
Nel frattempo il treno riprese a muoversi e percorse la tratta restante a marcia ridotta. Solo quando stavano entrando in stazione, con cautela, il personale del treno informò i passeggeri di quanto stava accadendo in città.
“Disordini, sì”, confermarono alle domande attonite e concitate dei viaggiatori. “Sono cominciati in piazza Annunziata, quando un corteo di scioperanti si è mosso in direzione del Municipio. Ma pare che si stiano propagando anche in altre zone della città.” Usarono il condizionale, erano informazioni frammentarie e incerte, telegrafate poco prima. “A Quarto ci è stato ordinato di non far proseguire oltre il convoglio. Stanno occupando i binari. Porta Principe non è sicura.”
I viaggiatori si scambiarono le stesse notizie nella speranza di cavarne qualcosa di certo. Alcuni ebbero paura. Non erano giorni sereni quelli, era noto a tutti.
Ester non capì un gran ché di quel che si diceva stesse accadendo in città. A volte nemmeno il significato delle parole che udiva, rese oscure dall’accento o dal dialetto. Intese però che il loro viaggio era compromesso: a quell’ora lei e le bambine avrebbero dovuto trovarsi in Stazione Principe su un treno in partenza per Milano. Come avrebbero potuto attraversare la città in quelle condizioni? E per di più con una bara!
Lina lesse l’inquietudine nel suo sguardo, preoccupata volle capire cosa stesse accadendo. “Siamo quasi arrivate. Prepariamoci a scendere”, minimizzò Ester. “Dai, da brava, prendi la borsa con le cose di Luciana…”

Attraversarono la stazione immerse in un vociare animato. Dei facchini si occupavano del bagaglio, Ester stringeva forte la mano di Lina chiedendole di affrettare il passo. Dovevano trovare una carrozza al più presto e non sarebbe stato facile.
Fuori dalla stazione la gente occupò in fretta le ultime carrozze rimaste e nessuno sembrava curarsi di Ester e le bambine, né della loro richiesta d’aiuto. Tutti sembravano rispondere a un unico comando in virtù del quale non davano più ascolto a nessuno. Per la prima volta Ester ebbe paura.
In quel trambusto, fu uno dei facchini che le aveva scortate fin lì a trovar loro un mezzo di trasporto. Caricata la bara, Ester lo ringraziò di cuore e gli sorrise franca, guardandolo dritto negli occhi, senza falsi pudori. Lui senza volerlo abbassò lo sguardo. In quel giovane viso incorniciato da robusti riccioli neri gli parve di riconoscere qualcosa di atavico, forte, sano. Ammirò il coraggio e la determinazione di quella ragazza, avrebbe voluto poter fare qualcosa di più per lei.

“Andiamo a Porta Principe”, disse Ester al cocchiere che la fissava dall’alto della cassetta.
“Voi siete matta!”, ribatté quello senza mezzi termini. “Non se ne parla, non c’è modo di attraversare la città oggi.”
“Dobbiamo. Vi pagherò il disturbo…”
“Non si può, è vietato. Ci sono i soldati, la polizia a cavallo.”
L’uomo sputò per terra e si voltò. “Porta Principe…”, sogghignò.
Ester insistette, ma il vetturino non sentiva ragioni, né pareva commuoversi di fronte alle condizioni delle viaggiatrici.
Lina lo osservava in silenzio, certa di non essere notata. La sua condizione di bambina talvolta l’avvantaggiava: gli adulti pensavano che non fosse in grado di capire e non le facevano caso. E lei, che conosceva bene il ruolo della bambina educata, sapeva esattamente quando non disturbare. In realtà agivano in lei quella sicurezza e calma interiori che i bambini traggono da una forma innata e incorrotta di saggezza. Quella che solitamente gli adulti definiscono incoscienza.
Fatto è che, dal quel suo privilegiato punto d’osservazione, Lina non coglieva forse appieno il senso della discussione in corso fra la sua nutrice e il signore seduto sul carro, ma di certo non si perdeva il minimo dettaglio del fare e dell’aspetto di quello. Il suo viso era una maschera scrostata e posticcia. Tutta la sua figura, nell’insieme, appariva trasandata, consunta e vecchia. Ma ciò che più la incuriosiva erano le rughe, brutalmente incise sulla sua pelle riarsa e spessa. Sul collo, poi, divenivano ancor più larghe, profonde e contorte, un vero e proprio reticolo in parte coperto dal fazzoletto che teneva annodato sulla camicia aperta.

Ester, nel frattempo, dovette cambiare atteggiamento e abbandonare per un momento la determinazione con la quale era solita affrontare le difficoltà. Fin da bambina era stata abituata a badare a se stessa, a non fidarsi di nessuno. Non la si convinceva facilmente e quella sua manifesta sicurezza, in barba all’età e all’aspetto che la faceva ancora più simile a una ragazzina, veniva a volte scambiata per arroganza.
“Vi prego, siate gentile, non possiamo perdere quel treno. Non abbiamo molto tempo. Vedete, la bara…”
L’insensibile vetturino parve non gradire che gli venisse rammentato l’entità del carico che trasportava e fece uno scaramantico gesto d’insofferenza.
“Non posso farci niente”, disse seccamente.
Diede un’occhiata alla bara blaterando qualcosa in dialetto. Sputò di nuovo.
Ester capì di non poter toccare le ruvide corde di quell’uomo e senza sprecare altre parole, né mancar di rispetto alla salma, che di certo non meritava d’esser trattata a quel modo, mise mano alla borsa.
Trattarono il prezzo finché giunsero a un compromesso.
Messi in tasca i soldi, il cocchiere fece segno a lei e alla bambina di salire a cassetta. Non perse tempo ad aiutarle.
“Non vi garantisco nulla”, disse. “Eviteremo la via del Municipio, le strade da quella parte sono chiuse. Passeremo per i vicoli.”

Si inoltrarono in un fitto di viottoli e slarghi, procedendo piano. A ogni crocevia il vetturino si fermava a controllare le strade in ogni direzione. La sua circospezione impose a tutti il silenzio.
Il viaggio attraverso la città assunse un che di spettrale. Oltre lo scalpiccio dei cavalli, di tanto in tanto, in lontananza, si avvertivano dei clamori, cui l’uomo faceva subito eco salmodiando nervosamente parole incomprensibili a fil di voce.
Ester avvertiva la sua preoccupazione e di riflesso stringeva più forte a sé la piccola Luciana, che fortunatamente sembrava non accorgersi di nulla.
Gli occhi neri di Lina sostennero lo sguardo apprensivo della balia. Le braccia lungo i fianchi, le mani ben strette al legno su cui era seduta, la bambina non si muoveva di un centimetro, né mostrava di aver paura.

Nel cuore della città le strade erano deserte. Attraversarono via Giulia senza incontrare nessuno. La gente si era rifugiata in casa, in ascolto, dietro persiane e portoni serrati.
Nell’avvicinarsi a un temibile crocevia udirono distintamente delle voci inneggiare in coro. Furono interrotte da un boato, forse uno sparo, ma dopo poco ripresero di nuovo. Poi ci fu un altro frastuono, più forte, seguito stavolta da urla scomposte.
Ester si sentì stringere il cuore: non sembravano umane. Voci e rumori si stavano avvicinando come un fronte solido, minaccioso, invisibile, quindi ancor più inquietante. Non aveva mai assistito a una sollevazione di piazza, ne aveva udito parlare, le aveva immaginate dai racconti degli altri. Ma improvvisamente ricordò una scena cui assistette da bambina, quando viveva ancora al paese, un frammento sepolto che pensava rimosso e che invece tornò alla sua memoria come uno squarcio.
Accorrevano tutti, uomini donne, anche i bambini. Le urla erano tremende, inumane. I loro volti deformati da smorfie irriconoscibili.
Avevano preso un uomo, uno straniero, l’avevano picchiato e trascinato in centro al villaggio. Ladro! Assassino! Ripetevano, mentre si facevano giustizia da soli. Non c’era bisogno di un tribunale: negli occhi feroci degli uomini e in quelli asciutti delle donne era già scritta la condanna. Ester li udì latrare come bestie, mentre lo colpivano e lo trascinavano per le braccia che già non si muoveva più.
Non seppe mai chi fosse e da dove venisse. Che lingua parlasse, che voce avesse. Era un uomo dalla carnagione e i lineamenti diversi dai loro. Che non reagì, non si lamentò. Non aprì bocca. Il suo sguardo non tradì paura, né pentimento. Non abbassò gli occhi di fronte al proprio destino.

Ester era solo una bambina, ma questo se lo ricordava bene.
Non era nessuno, le dissero. Aveva ucciso i cani e rubato il bestiame. Doveva pagare.
Il ricordo di quella torma di uomini e donne imbestialiti la turbò profondamente. L’idea che qualcosa di simile potesse perpetrarsi sotto gli occhi delle bambine le fece orrore. Sperò, pregò che tutto finisse al più presto.

Si affacciarono su via Carlo Felice. Il tempo di attraversarla e si sarebbero immersi in un reticolo di vicoli stretti, al sicuro da movimenti di folla. Ma furono il ringhio e la bestemmia del vetturino a farle capire che qualcosa d’inevitabile sarebbe accaduto comunque. Si voltò. Da destra un folto d’uomini correva verso di loro. Alle loro spalle, soldati a piedi e a cavallo.
“Una carica!…”, ruggì il cocchiere incitando i cavalli.
Imboccarono il vicolo di fronte a loro. Senza fermarsi, scartarono un paio di volte e si infilarono in una parallela di via della Maddalena. A metà altezza, l’uomo tirò le redini e muggì forte un oh-oh alle bestie, placando la loro corsa. Si fermarono.
L’uomo si voltò a controllare il carico, poi fissò Ester maledicendo il momento in cui aveva deciso di darle retta. Biascicò qualche parola, riflettendo sul da farsi.
Si trovavano a un centinaio di metri dal porto e dal mare. Si poteva sentire un’aria densa e salmastra risalire verso il cuore della città. Il suo respiro umido, il suo alito malato.
Di nuovo, da un vicolo sbucò improvvisamente un manipolo di uomini che correva verso di loro in direzione del porto. Alcuni avevano dei bastoni. Lina notò uno di loro, giovane, che, correndo a perdi fiato, portò una mano sul capo nel vano tentativo di trattenere un piccolo cappello di stoffa nero. Lo seguì con lo sguardo mentre superava il carro, scansando il muso dei cavalli.
Fu un attimo, un’irrimediabile quantità di tempo. Il cappello si staccò dalla sua testa e cadde a terra. Quando toccò il suolo il giovane era già diversi metri più avanti. Senza nemmeno fermarsi girò su se stesso, scivolò e quasi cadde a terra. Ma tornò indietro e raccolse ciò che aveva perduto. Alzò gli occhi, o forse si guardò semplicemente le spalle, ma allora Lina credette di incrociare il suo sguardo e di leggervi un fugace sorriso. In quel momento s’udì lo scalpitio dei cavalli che dal nulla irrompevano sulla strada e gli furono subito addosso. Nemmeno il tempo di capire, di urlare Attento!, che un tremendo colpo di sciabola calava dall’alto colpendolo il giovane alla testa.
Ester emise un grido disperato, Lina le si gettò in grembo affondandovi il volto.
Il cocchiere assistette alla scena impietrito. Il cavallo impennato, trattenuto a stento, il colpo sordo della lama. Il sangue che sgorga rapido dalla fronte e cola sulla guancia, sul mento, sulla camicia.
I soldati non si curarono di lui e del carro, intenti com’erano nel continuare la loro caccia. Ripresero tutti la corsa, senza voltarsi, né degnarono di uno sguardo il ferito che, lentamente, piegò le ginocchia e s’accasciò a terra.
“Oh, oh!! Leviamoci da qui, presto!…”, urlò il vetturino in preda al panico, agitando le redini.
“Ma quel poveretto!!” gridò Ester, fermandogli il braccio con la frusta. “Non possiamo lasciarlo qui, è ferito!!…” e senza aspettare risposta, scese dal carro a soccorrerlo. Il cocchiere bestemmiò.
“Salite, presto!! I soldati torneranno! Ne arriveranno degli altri!..”
In fondo alla strada ripresero i clamori.
“Per l’amor del cielo, signorina, non v’intromettete, non è affar nostro!” la spergiurò l’uomo. “Tornate su, o ne andremo di mezzo tutti!…”
Inutile tentar di dissuaderla, la vista del sangue per Ester fu come un ordine. Senza paura, strinse le mani del poveretto che, sconvolto, cercava di portarle al volto.
“Signorina! Tornate indietro!…”, insisté il vecchio.
A meno di cento metri, in S. Siro, aveva luogo un vero e proprio scontro. Uomini in abiti civili armati di bastoni contro le baionette dei soldati. Erano nell’occhio del ciclone.
Tamponando la ferita con un brandello della propria veste, con la forza della disperazione Ester aiutò il ferito a rialzarsi.
“Cosa fate?! E’ una follia!!…”, urlò l’uomo alla cassetta. Poi, non avendo alternativa, si decise finalmente a scendere.
Insieme issarono sul carro il ragazzo ormai privo di sensi e lo fecero stendere vicino alla bara.
“Siete pazza. Non riusciremo nemmeno a raggiungere l’ospedale…”, disse il vecchio. “Possiamo solo cercare di tornare indietro e levarci al più presto da questo inferno!…”
“Al porto…, al porto…”, gemette il ferito con un filo di voce, gli occhi chiusi e metà del volto coperta di sangue.
“Al porto! Portateci al porto!” ordinò Ester al cocchiere con il fuoco negli occhi.

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Cap. II (Fotografia)
Cap. III (Ester)
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Cap. V (Esodo)

SANGUE RAPPRESO – V

V

(Esodo)

La domenica di Pasqua i cavalli erano pronti all’alba.
Mirto montò sul carro e indirizzò uno sguardo d’intesa al suo vetturino, che da sotto annuì in silenzio, quindi agitò in aria il frustino e schioccò con forza. Gli animali partirono di scatto. Nell’impeto infransero il silenzio intorpidito che avvolgeva la corte, immersa nell’ombra umida del mattino. L’asse e le ruote del calesse stridettero, gli zoccoli dei cavalli rimbombarono sull’acciottolato, il carro passò sotto l’arco e prese a scivolare rumorosamente per le vie del paese al cospetto delle facciate mute delle case.
Lo aspettava un lungo viaggio e Mirto aveva fretta d’arrivare, di annullare la distanza e il tempo che lo separavano dalle proprie figlie.
Partì solo, non volle nessuno con sé, nemmeno Luigi, il vetturino e tuttofare, che si era offerto di accompagnarlo, rinunciando al giorno di riposo per il desiderio di veder ricomporsi, sebbene in parte, quella famiglia apparentemente distrutta. Non si trattava solo di uno slancio di solidarietà nei confronti del padrone, ma della volontà di onorare la memoria della povera signora Laura, che si era sempre mostrata così attenta nei confronti delle persone a servizio della casa. Sapeva essere rispettosa anche quando rimproverava qualcuno per un ordine o una commissione compiuti male. Mirto ne era consapevole e proprio per questo insistette perché lui e la governante prendessero la giornata di libertà. Quella sera voleva rimanere solo con le sue bambine. Se proprio avesse avuto bisogno di qualcosa, avrebbe chiesto alla balia. Nessuno, seppur con i migliori propositi, doveva intromettersi o turbare il momento del loro ricongiungimento, evento per il quale fino a poche ore prima aveva quasi perso le speranze.
In tutto questo, pur non ammettendo il proprio disagio, Mirto sapeva di muovere il piede sul ciglio di un dirupo. Come avrebbero reagito le bambine a quel cambiamento? Come si sarebbe comportata Lina, come l’avrebbe guardato? Che cosa gli avrebbe detto?
Sapeva di non poter controllare ciò che sarebbe accaduto nelle prossime ore. Si ripeteva che avrebbe preso in mano le redini della situazione, tuttavia si faceva strada in lui un’incertezza del tutto inusuale, il dubbio di non essere all’altezza.

Era una splendida giornata di primavera. In ogni paese le campane suonavano a festa, contagiandosi a vicenda in un aritmico passa parola che si propagava per la campagna. Una brezza ininterrotta teneva sgombro lo scudo lucido del cielo. A mezzogiorno tutto appariva ancora nitido, inciso nel vetro; sulle colline era un tripudio di alberi fioriti. Ma Mirto non si concedeva alla lusinga di quel bello, non lo vedeva, non ne godeva. Il suo sguardo era ostinatamente fisso sulla strada, come se esistesse solo quella. Nell’attraversare villaggi e coltivi incontrò solo qualche passante e qualche contadino di ritorno dai campi. Solo allora, per un breve momento, si distendeva la maschera contratta che aveva dipinta sul suo volto.
Viaggiò spedito, senza sosta. Concentrato, rannicchiato sulla cassetta del suo barroccio. Le redini ben strette, procedette senza dar tregua alle bestie.
Non si fermò per colazione, aveva con sé poche cose per un pasto di via. Schivo e riservato com’era, non amava indugiare alla tavola di un oste, né sostare in compagnia di sconosciuti in nome di un convivio forzato. Anche in società era solito sottrarsi agli obblighi dell’etichetta e a quegli eventi mondani, fortunatamente abbastanza rari, che pur sapeva di non dover evitare. In questo riconosceva le proprie radici, le consuetudini rurali del proprio ceppo, quel senso di concretezza e il gusto per la semplicità che da sempre lo facevano impermeabile a certi usi e costumi. Anche se, ammetteva, il mondo stava cambiando rapidamente e niente era già più come prima, egli rimaneva saldamente ancorato alle proprie origini. Il suo posto non era e non sarebbe mai stato nei salotti di città, ma sulla riva di un lago.

Giunto all’Adda fece una sosta e dissetò i cavalli. Tirò fuori una bisaccia che aveva preso con sé e mangiò del pane e un pezzo di formaggio all’ombra di un frassino osservando l’incedere calmo dell’acqua nell’ansa del fiume. Prese qualche sorso da un fiasco di vino. Un pranzo frugale il suo, in quel giorno di festa.
Cristo è risorto, battevano le campane che l’avevano accompagnato lungo il tragitto. Ma Mirto non sapeva gioire di quella Pasqua, lui che per riabbracciare le figlie andava incontro alla moglie morta. Pensò agli Ebrei d’Egitto la notte prima della partenza, alla carne amara mangiata in piedi, le vesti già cinte. Al macabro sigillo impresso sulle case che stavano abbandonando. Li immaginò mettersi in viaggio alle prime luci dell’alba. Un’alba di morte. Ma non per loro, che facevano la cosa giusta e in cambio ricevevano una nuova vita. Forse non erano solo superstizioni e storie da preti, si disse. Fissò i riflessi del sole sul fiume. Dove il luccichio era più intenso, l’acqua sembrava di cobalto. La vita e poi la morte; la morte, senza la quale non può esserci una nuova vita. Morire al peccato e a se stessi per ricevere la grazia e il perdono di Dio, dicevano i preti. Lasciare tutto e partire. Cambiare.
Di nuovo Mirto pensò alle sue bambine.
Chissà se Lina l’avrebbe perdonato.

Arrivò alla Stazione Centrale con buon anticipo, l’arrivo del treno da Genova era previsto entro un’ora. Si aspettava di trovare la stazione semi deserta a quell’ora del pomeriggio, ma lo scenario che si trovò di fronte era completamente diverso.
C’era un gran via vai di persone, dentro e fuori la stazione. Mirto dovette faticare per sistemare il calesse e i cavalli, la circolazione era resa più faticosa da una serie di transennamenti che deviavano la circolazione e limitavano l’accesso all’ingresso principale della stazione.
Mirto s’informò presso un passante sulla ragione di tanto trambusto. “Ma come, non sapete?” si sentì dire. “D’Annunzio, il poeta! E’ atteso oggi in città, c’è fermento da giorni. E non sarà solo, con lui ci saranno anche Prezzolini e Marinetti. E’ stato organizzato un incontro con la cittadinanza.” Visto l’espressione disorientata di Mirto, che era all’oscuro di quell’iniziativa, né s’aspettava d’assistere a un simile passaggio, il tale gli mise in mano la pagina di una gazzetta. “Tenete, leggete qui. Domani, in piazza Duomo. Ma sono previsti comizi anche a Genova e a Roma.”
Mirto lesse a fil di voce l’estratto di un intervento tenutosi qualche giorno prima: “Sarebbe vergognoso che l’unico socialismo in Europa a rifiutare le armi fosse quello italiano, quando l’andata al campo di tutti gli altri gli concede il più largo proscioglimento dagli obblighi di fratellanza… Ma io non so immaginare un Mussolini rifiutare di battersi contro l’Austria e credo che, finito l’ultimo comizio per la neutralità, i socialisti faranno il loro dovere…”
“Eccome, ha perfettamente ragione. E’ ora di prendere posizione, di fare un fronte unito”, disse l’uomo con enfasi. “Mussolini ha promesso…”, aggiunse. “E invece, guardate cosa sta succedendo… Non è ammissibile. Bisogna opporsi a un simile ricatto! Non possiamo permettere che qualche gruppo di ignoranti ci metta in scacco. Quel che sta succedendo a Genova è una vergogna!” Disse con sprezzo. “E’ il momento di essere uniti e lasciamo che…”
“Che significa?” Lo interruppe Mirto. “Spiegatevi, cosa è successo a Genova?”
“Ma allora non vi è giunta notizia!…” esclamò l’uomo. “Una sommossa!” E riferì di uno sciopero degli operai del porto che si protraeva da giorni. Era stata organizzata una manifestazione di protesta che aveva avuto luogo proprio quella mattina, il giorno di Pasqua. “Di questi tempi le piazze si riempiono facilmente, non trovate? Ma ciò che manca è un sano senso della patria, l’impegno per un bene comune…”
“Insomma, ditemi”, Mirto mise le mani sulle spalle dell’uomo. “Che cosa è successo?”
“La città è paralizzata. Già dalle prime ore di stamattina”, disse quello piccato, aggiustandosi la giacca. “Pare sia intervenuta la milizia. I manifestanti si sono sparpagliati per le strade. Ci sono stati degli scontri…” Mirto non aspettò che finisse e si diresse a uno sportello, dove ottenne la conferma di ciò che temeva: nessun treno aveva lasciato Genova da ore e quelli in arrivo erano stati bloccati alle porte della città. “Ma è proprio sicuro?”, proruppe. “Può verificare? Su quel treno viaggiano le mie bambine!”
“Dalle nove di stamane nessun treno è più partito o arrivato a Genova”, ripeté laconicamente l’impiegato. Poi qualcosa alle spalle di Mirto attirò la sua attenzione e si alzò per vedere meglio. Mirto si voltò. Una gran quantità di persone si stava accalcando su di una banchina.

C’era un brusio diffuso e concitato. S’udirono degli slogan. Mirto s’avvicinò. “Eccolo, arriva, da Bologna…”, sentì dire. Il vociare sempre più insistente si chetò improvvisamente quando il treno si fermò sbuffando rumorosamente. Nel silenzio generale s’udirono aprirsi le porte delle prime carrozze. “Viva il Vate!”, gridò qualcuno. In quell’istante vennero gettati in aria dei pezzi di carta, coriandoli o forse dei volantini. A distanza, incredulo, Mirto riconobbe la figura di D’Annunzio esitare sul predellino della prima carrozza, gustandosi il bagno di folla. Sorrise amabilmente mentre salutava la folla. Ma nel suo sguardo c’era qualcosa di ironico, di beffardo. Portò due dita alla tesa del cappello e le staccò simulando un saluto scanzonato.
Ecco il Vate, il poeta, l’intellettuale, colui che è in grado di influenzare l’opinione e il sentimento collettivo, colui che indica la via, eccita le menti, incendia i cuori. Ma prima di tutto, ecco l’uomo, quello che fa discutere, che insidia i cuori delle donne. E tutto questo sarebbe racchiuso in… quell’ometto?
Potendolo vedere dal vivo e constatarne la modesta statura, le movenze così poco autoritarie, Mirto provò una sorta di delusione.

L’approdo del poeta nella capitale lombarda fu siglato da una breve arringa alla folla radunatasi sulla banchina. Mirto non poté udirne le parole, ma colse la luce sagace che brillava nel suo sguardo. Occhi scuri e inquieti, indomiti. La forza di quell’uomo, pensò, trapelava dallo sguardo. Poco dopo, però, D’Annunzio scomparve alla sua vista, sommerso dal folto della folla che lo accompagnò verso l’uscita sul Piazzale della Stazione, dove lo attendeva l’elegante automobile di qualche facoltoso ospite milanese.
Riavutosi da quella visione, Mirto s’accorse che lo sportello alle sue spalle era stato chiuso e l’impiegato s’era defilato. Contrariato e indeciso sul da farsi, scese svogliatamente la scalinata dove era appena passato l’illustre personaggio. Fece a tempo a raggiungere lo strascico che lo seguiva elettrizzato, quasi non vedesse l’ora di gettarsi nell’era di emancipazione e eroismo di cui il poeta si definiva il portavoce.
Intravide la vettura con a bordo D’Annunzio allontanarsi rumorosamente, mentre parole e slogan rimpallavano fra i presenti, rinviando al comizio previsto per il giorno successivo. Infine il fuoco divampato in un attimo, si estinse altrettanto rapidamente e la folla si disperse come la scia di polvere e eccitazione sollevata dall’automobile. Quell’uomo ha il potere di creare e distruggere in un attimo, realizzò Mirto, Eros e Thanatos.

Esitò per qualche istante, dimentico del proprio destino e di ciò che l’aveva condotto in quel luogo nel giorno di Pasqua. Tornata la calma e il silenzio, si ricordò del baroccio e dei cavalli che lo attendevano in un ricovero temporaneo. Tornò all’interno della stazione con l’intenzione di farsi dare delle risposte precise e decidere il da farsi. Fu allora che vide per la prima volta quell’uomo. Non l’avrebbe notato, sulle scale, se quello non l’avesse urtato inavvertitamente con la sua sporta. Fu solo un colpo leggero, il fagotto doveva contenere qualcosa di molle, forse degli indumenti. Mirto si voltò d’istinto per scusarsi col passante prima ancora che lo facesse lui, anche se aveva l’impressione che avesse sbandato o cambiato direzione apposta per andargli contro, nonostante sulla gradinata ci fosse abbondantemente spazio per entrambi. L’uomo si voltò appena senza guardarlo, gli rivolse solo un’occhiata di sbieco, quasi fosse un fantoccio o un tronco d’albero, un qualsiasi ostacolo inanimato sul suo cammino. Mirto non poté fare a meno di notare l’arroganza e la maleducazione dell’individuo, lo sfacciato distacco col quale aveva ostentato il suo indifferente disprezzo. Era un poveraccio. Prima che sparisse al suo sguardo, Mirto ne osservò gli abiti sporchi e sdruciti, le calzature logore, dalle quali spuntavano le caviglie nude. Portava un cappello di fustagno largo e floscio, piegato di lato. La borsa di stoffa che portava sotto il braccio doveva contenere pochi cenci messi insieme, forse tutto quello che aveva.

Giunto all’ufficio informazioni, attese pazientemente finché non gli venne data risposta. Con rammarico e preoccupazione dovette apprendere che a Genova manifestazioni e disordini si erano estesi ulteriormente, in alcuni punti erano stati occupati i binari e quel giorno dalla città ligure non sarebbe più partito alcun treno. Mirto se ne dovette fare una ragione e quando erano ormai le sei di sera, decise di cercarsi una stanza d’albergo nei pressi della stazione. Chiese a un garzone di occuparsi del carro e delle sue bestie finché non avesse fatto ritorno, ma quando cercò una moneta per il disturbo, si accorse di non avere con sé il portafogli.
“Com’è possibile?!” Cercò invano nelle tasche della giacca, in quella della mantella e infine nella bisaccia che teneva sul carro. Nulla. Costernato guardò il ragazzo in cerca di risposta, come se dovesse essere scritta sul suo volto. Il garzone, dal suo canto, non poté trattenere un sorriso, poiché aveva davanti a sé un uomo perso. Mirto imprecò. “L’avevo con me, ne sono certo…”, ripeté più volte ad alta voce. “Anche questo! Non è possibile!”
S’arrese infine all’evidenza. Allora si ricordò dell’uomo che aveva incontrato sulle scale e subito gli fu tutto chiaro. “Sono stato derubato!” Esclamò. In balia degli eventi, fu colto da un irritante senso d’impotenza.
“Dov’è la stazione di polizia più vicina?” Chiese al ragazzo dopo un momento.

La caserma più vicina si trovava a poche centinaia di metri da lì, ma, aggiunse il ragazzo con quel suo sorrisetto ironico, Mirto non avrebbe faticato a trovare qualche poliziotto sulla via. In quei giorni erano stati sguinzagliati in tutta la città, ve n’erano anche di quelli in borghese, li si poteva trovare ovunque, mescolati alla gente comune.
Mirto fece per incamminarsi verso il commissariato di zona, quando, alle sue spalle, udì dire a una voce: “Signore, permettete? Credo abbiate bisogno d’aiuto…”

Capitoli precedenti:

PRIMA PARTE
Cap. I (Prologo)
Cap. II (Fotografia)
Cap. III (Ester)
Cap. IV (Trincea)

SANGUE RAPPRESO – IV

IV

(In trincea)

“Sedici anni! Buon Dio, una ragazzina di sedici anni?! Come hanno potuto pensare di affidare le mie bambine e le spoglie della loro povera madre – Dio ne abbia misericordia -, a una ragazzina?!… Dite, avete inteso bene?…”
Mirto uscì dall’ufficio postale stringendo quel che restava del foglio che aveva accartocciato sotto gli occhi del telegrafista. Era indignato.
Non aveva mai nutrito particolare stima nei confronti della cognata e quel giorno aveva avuto la conferma dell’irresponsabilità e dell’inadeguatezza di quella donna. Per mesi e mesi non l’aveva degnato di una risposta e, anzi, aveva volutamente ignorato i suoi reiterati tentativi di mettersi in contatto con Laura. Nessuna risposta alle numerose missive inviatele invitandola, via via implorandola di avviare un dialogo. Nulla. Non una parola scritta da parte di Laura, né tanto meno un aiuto da parte di Adele, che, certamente prevenuta, aveva eretto un muro d’ostilità e silenzio nei suoi confronti. Mirto, all’inizio, non si sarebbe certo aspettato qualcosa di diverso da parte di sua moglie. E questo poteva anche accettarlo. Ma pensava di trovare almeno un piccolo supporto, uno spiraglio di fiducia, se non proprio un alleato, nella cognata o in suo marito.
“Franco non ha polso, è perfettamente succube dei voleri di quell’arpia…”, ringhiò, avviandosi verso casa. “Dovevo immaginare…” Ed io?, si chiese però subito dopo, Cosa avrei dovuto fare?

Quale condotta avrebbe dovuto tenere Mirto, rispetto a ciò che effettivamente fece? Questa era la domanda. Se la pose una volta ancora, anche se tardivamente. Era destinato a farlo infinite volte. E ancora una volta provò a darsi una risposta. Da solo. Non si poteva dire che in questo l’avessero mai aiutato, nemmeno le persone a lui più vicine. I suoi fratelli infatti gli manifestarono una solidarietà schietta e determinata, ma muta. Si schierarono, fecero scudo, certo. Eressero la loro barricata e fecero in modo che Mirto vi occupasse il suo posto. Non poteva essere diversamente. Bisognava arginare, fare fronte. Alla situazione, all’onta, all’insulto, alla vergogna. Al dolore? No, non ce ne sarebbe stato. Né dolore, né debolezza. E non bisognava porsi troppe domande, ragionare. Prima di tutto, prendere posizione. Fermamente.
Il fatto che Laura fosse uscita di casa, che avesse abbandonato Mirto, che gli avesse sottratto le figlie, era qualcosa di inconcepibile, di ignobile. Andava semplicemente rigettato, rinnegato. Diedero tutti per scontato che Mirto reagisse allo stesso modo all’affronto di quella donna e all’assurdità di quella situazione. Egli, poi, sarebbe stato assolutamente in grado di venirne a capo e l’avrebbe fatto nel migliore dei modi. Ne erano certi. Mirto era nel giusto, era fuori discussione. Sapeva lui come mettere a posto quella là.

Quella là. Così, in paese, si prese a dire di Laura. Va detto che alcuni non le avevano mai tolta l’etichetta di forestiera, quasi si trattasse di un marchio indelebile, quasi la considerassero una straniera a tutti gli effetti. E a dire il vero Laura aveva ben poco da spartire con quelle persone. Era una mosca bianca fra le donne del paese, un oggetto luminoso nel buio. L’intelligenza, la singolarità del suo sguardo si coglievano da subito. Non era solo un fatto d’istruzione, di educazione o abitudini differenti, di classe. Era il suo modo di essere, di vedere. Laura soffrì da subito le abitudini, i modi di quella gente: erano rigidi, severi, ombrosi, come il clima della loro terra. Provinciali, gente di paese, d’accordo, ma Laura non riusciva proprio ad accettare quella loro esasperata forma di chiusura, la loro supina rassegnazione. Come si poteva sperare che soffiasse un vento di novità su quelle teste perennemente rivolte a terra? Chinavano il capo senza discutere, nulla poteva scalfire il loro pregiudizio. Bigotti, stolti, ascoltavano e mettevano in pratica unicamente ciò che l’istituzione o una tradizione indiscusse, o l’esortazione impartita dal pulpito di una chiesa imponeva loro di fare. Laura non era figlia di quella cultura, non poteva stare nella parte di chi si sottometteva. E non sopportava che lo facesse suo marito.
Mirto non amava e in certa misura s’opponeva alle esplicite prese di posizione di sua moglie. Erano scomode, lo mettevano in difficoltà, in imbarazzo. Tuttavia, benché quella fosse la sua gente e il loro ruvido idioma la sua stessa lingua, benché le loro origini, le loro abitudini e convenzioni fossero anche sue, egli non poteva nemmeno negare le ragioni e le idee di Laura. La sua indipendenza, quella straordinaria capacità di capire le persone l’avevano colpito e attratto dal primo momento. Non poteva ammetterlo apertamente e non ne faceva parola con nessuno, ma Mirto capiva e in fondo condivideva l’intolleranza e l’irrequietezza di sua moglie. Ma non poteva appoggiarle. Non gli era possibile, non nell’immediato. Col tempo, forse.

Ne discussero qualche volta, ma con fatica. Fu la punta paziente e ostinata della volontà di Laura a incidere il silenzio granitico del marito. Ancora qualche giorno prima dell’improvvisa partenza, provò ad abbattere il muro della sua incapacità di esprimere il proprio sentire, di aprire gli occhi, di ammettere, di cambiare. Ma non le riuscì. Cedette, lasciò la presa. Forse fu solo un ultimo disperato tentativo di ottenere la risposta che attendeva, che non arrivò. E allora partì e portò con sé le bambine, la gioia di quella casa.
Fu troppo. Questo Mirto davvero non se l’aspettava. Fu un tradimento, un affronto. Venne prima l’onda bruciante dell’offesa, solo dopo l’amara risacca del dispiacere. Dopo l’umiliazione e la rabbia venne il vuoto, il senso d’abbandono. Una solitudine  imposta che sedimentò lentamente in un dolore profondo, solido, impenetrabile. Egli lo portò con sé, in trincea. In quel solitario silenzio la lacerazione crebbe e prese coscienza di sé. Mirto dovette prendersene cura, custodirla, proteggerla dalla curiosità e dal vendicativo spirito di solidarietà dei suoi familiari. La curò, la cullò, la coltivò. Solo così poté timidamente cominciare ad alimentare una tacita speranza. Perché Mirto amava sua moglie e riuscì a comprenderne l’intenzione, la richiesta. Oltre le barriere del proprio orgoglio, ad un livello più inconscio ma vero, egli seppe il dolore e l’amore di Laura. Volle cogliere allora l’opportunità ch’ella gli offriva di riparare, dimostrarle di aver capito, di poter percorrere la via che gli stava indicando.

Raccolse il proprio fardello senza protestare. Assunse il proprio compito in nome di un insospettabile senso di colpa che progressivamente si fece largo in lui. Nel silenzio della trincea trovò il coraggio di affrontare una possibile riconciliazione. Scrisse una prima lettera, non ne fece parola con nessuno. Attese. Attese un segnale, anche un piccolissimo segnale di disgelo, che non arrivò. Scrisse di nuovo. Poi ancora, e ancora. Nessuna risposta.
Accolse quel rifiuto. Non scrisse più e attese, di nuovo, attese se stesso. Si diede il tempo e il modo di vincere il proprio orgoglio. Lo scavò, lo scalzò lentamente, giorno dopo giorno. In questo le malelingue del paese e la miope intransigenza dei suoi familiari non gli furono certo d’aiuto. Pensavano di proteggerlo, di rinsaldarlo, quando in realtà Mirto stava prendendo le distanze da loro e da tutto ciò che rappresentavano. Si stava affrancando. Fronteggiava quotidianamente la tentazione di sottrarsi a ciò che Laura gli stava chiedendo. Ma nonostante tutto, un muto, faticoso cammino di conversione stava avendo luogo dentro di lui.
Ma non ebbe il tempo di giungere a termine.

La lettera con la quale Adele lo metteva al corrente delle ormai gravissime condizioni di salute di Laura lo paralizzò. Non era preparato, come avrebbe potuto?
Spiazzato e trafitto, quando ormai si stava convincendo a compiere l’ultimo passo: raggiungerla, chiederle di perdonarlo. Riconquistare la sua fiducia.
La volontà di Dio, disse qualcuno, ma Mirto non accettò la sentenza, né volle dare un nome al proprio dolore. Non ebbe che qualche giorno per capacitarsi di cosa stesse accadendo. Laura stava morendo. Era l’epilogo, la fine. Ed ecco che tutto gli apparve sotto una luce diversa. Il silenzio dei mesi d’attesa divenne crudele, schiacciante, come un macigno. Si chiese se partire per Roma, tempestivamente. Ma qualcosa lo frenò. Fu sempre lei, Laura, a impedirglielo. Il suo dolore, il suo soffrire per mesi da sola, in silenzio. Senza ammetterlo, senza concedergli la possibilità di compatirla. Non lo riteneva degno. E forse davvero non lo era. Ebbe paura. Di prevaricare, di ferire. Si sentì sporco, abietto. Pensò a lei, o forse pensò ancora una volta a se stesso. Si disse che nulla avrebbe più potuto cambiare il corso degli eventi.

Laura era morta ormai. Un velo di lacrime gli offuscò la vista. Si sorprese di poter piangere ancora. La solitudine, l’isolamento, pensò, l’avevano infragilito. Avesse almeno potuto parlare con qualcuno, liberarsi.
Troppo tardi, continuava a ripetersi.
E le bambine, che ne era di loro? Come potevano affrontare da sole tutto questo?
Che aspetto avrà avuto ora la piccola Luciana? Non la conosceva nemmeno…
Gli mancavano. Gli erano mancate tanto! Ora lo sentiva terribilmente. Come aveva potuto restar lontano da loro per così tanto tempo?!
“Cosa gli avranno detto?” Immaginò l’ira di Adele, di Franco. Il fronte del giudizio. Poteva udire le loro parole, colme di risentimento, d’estraniazione, di delegittimazione.
“Povere piccole, tornerete da vostro padre. Vi farà vedere lui il bene che vi vuole! Ma dove saranno ora?” Si chiese. In viaggio, già, in viaggio…
“Una ragazzina! Perdio, una ragazzina!” Sbraitò mentre affrettava il passo.
Ma solo un attimo dopo, quel volto corrucciato trasfigurò in un incontenibile sorriso: finalmente avrebbe riabbracciato le sue bambine.

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PRIMA PARTE
Cap. I (Prologo)
Cap. II (Fotografia)
Cap. III (Ester)

SANGUE RAPPRESO – III

III

(Ester)

TBC, tubercolosi, un intero dramma riassunto in tre lettere. Asciutte, spietate. Hanno l’effetto di un verdetto, di una condanna, quella che, inesorabile, in poche settimane si portò via Laura. Nulla poterono il vento mite d’inizio primavera, né l’aria del mare di Civitavecchia, dove la povera donna fu presto trasferita, aprendo anticipatamente le imposte della residenza estiva di famiglia. E nulla poté lenire lo strazio delle sue ultime ore, vissute nell’apnea di un respiro affogato, sommerso. Meglio sarebbe stato per lei sprofondare nei flutti screziati del mare, che nella veglia poteva intravedere da una finestra, piuttosto che esaurirsi in quel refolo umido e sottile, sempre più faticoso, tanto da trasformarsi in un sibilo, un ultimo spasmo macchiato di sangue.
 
Le bambine seguirono la mamma in quella che prima di allora era stata solo una casa di vacanza, un’isola felice e assolata dove trascorrere giorni di svago. Ma le condizioni di Laura si aggravarono rapidamente e fu loro consentito di  trascorrere con lei intervalli di tempo sempre più limitati. Adele, infatti, pensava di sottrarle a un ingiusto tormento negando loro la vista della sofferenza della madre. Ben presto, quindi, vennero affidate alle cure di una balia.
Da quel momento fu Ester, una giovane nutrice romana, a soddisfare i bisogni della piccola Luciana e a passare i pomeriggi con Lina, giocando con lei in giardino o passeggiando in riva al mare. Lei e la bambina parlavano molto, talvolta discutendo animatamente. Era lei la prima a rispondere alle sue innumerevoli domande, lei che affrontava le sue dolorose esplosioni di rabbia. Finché, alla morte di Laura, fu deciso che fosse proprio la giovane balia ad accompagnare le bambine nel loro lungo viaggio verso nord e la casa del padre, insieme alle spoglie della loro povera mamma.
 
“Bada almeno a far bene il tuo dovere!” Le raccomandò più volte Ernestina, l’anziana domestica di famiglia. “Povere bambine, hanno già sofferto tanto.” Aggiungeva protestando inutilmente. “Non poteva venire il padre a prenderle, invece di starsene lassù, immerso nei suoi affari? Ma no, il signore non si muove! Lui dà gli ordini, quello sì che è capace di farlo. Si preoccupa solo di farle dire un bel funerale. E basta. Si lava la coscienza. Con così poco! Dio di misericordia… Povera donna. Così giovane, così sfortunata…” Sospirava segnandosi. “E te?! Una ragazzina, sola, in viaggio con una bara…” Scuoteva la testa alzando gli occhi al cielo.
Ma Ester, a differenza dell’anziana governante, non si faceva impressionare facilmente. Con un’alzata di spalle – ardita agli occhi di quella – si scrollò di dosso gli umori e i presagi ispirati da un viaggio in compagnia di una morta.
Giunta a Roma dalla Ciociaria che era ancora bambina, attaccata alle vesti della madre, divenuta presto sguattera e servetta nelle case dei signori, Ester aveva conosciuto il mondo dal basso, apprendendo ben presto quale fosse il posto a lei riservato e l’ampiezza del proprio orizzonte. Sedici anni, madre di un bambino sottrattole con la forza, che forse non avrebbe più rivisto, Ester era un bocciolo di donna germogliato in fretta.
La tragica morte di Laura, però, le concedeva forse un’occasione. Quella di intraprendere una strada nuova, lontano da lì, al nord, in luoghi a lei sconosciuti. Sebbene corresse il rischio di ritrovarsi al punto partenza – ne era consapevole, valeva la pena tentare. Questo andava ripetendosi. Ed era ciò che sentiva veramente, non un modo per sfuggire i cattivi pensieri o la superstizione delle altre persone a servizio della casa.
 
Fu così che la domenica di Pasqua, di prima mattina, Ester e le due bambine si trovarono sulla banchina della stazione di Civitavecchia in attesa del treno che le avrebbe condotte a Genova. Una volta arrivate lì, avrebbero preso un secondo treno alla volta di Milano, dove finalmente avrebbero trovato Mirto ad attenderle.
Era il primo viaggio in treno per la giovane balia, e per una tratta così lunga per giunta, lei che una volta arrivata a Roma non ne era mai uscita se non per brevi tragitti fuori porta in barroccio. Ma la ragazza, forse incosciente, di certo non istruita e nemmeno così ammaestrata, non soffrì mai simili timori. C’era ben altro di cui preoccuparsi.
Roma era tutta un fermento. Ester non sapeva né leggere, né scrivere, ma capiva benissimo cosa recitava la carta stampata nelle mani di chi era in grado di farlo. Così come le scritte a caratteri cubitali sui muri e le porte dei palazzi, nelle scuole, nelle botteghe, all’ingresso delle piazze e dei mercati. La guerra era imminente, la gente ne parlava per le strade animandosi, sempre di più. Gli sguardi infervorati degli uomini radunati nelle piazze, il levarsi di voci, di cori, le braccia alzate e i pugni tesi; quelli sì, le mettevano paura. Forse là dove sono diretta non è come qui, si augurava. Ma non le era dato saperlo. Quando poteva, ascoltava i discorsi dei padroni e partecipava in silenzio alle discussioni delle persone che frequentavano la loro casa. Negli ultimi tempi, però, con l’aggravarsi del suo male e il progressivo preannunciarsi della morte, le attenzioni di tutti erano state rivolte alla povera signora malata. Di fronte al livido pallore di quel bel volto trasfigurato, ogni altra cosa sembrò d’un tratto incredibilmente distante.

Ester conobbe Laura che era già molto malata e le veniva ormai proibito di allattare la sua seconda. Non seppe mai le ragioni del suo ritorno a Roma, da sola, lontano dal marito e dalla loro casa. Le fu fatto intendere che fosse per via della malattia, nella speranza che un clima più mite potesse aiutarla a guarire. Ma Ester non si bevve mai quella verità posticcia ed ebbe presto accesso a un’altra: le bambine.
In breve stabilì con entrambe un legame viscerale, profondo. La piccola Luciana le s’attaccava al seno con grande voracità e Lina vedeva in lei una persona di cui poteva fidarsi. Ester per lei non era una sostituta, un’estranea con il mero compito di prendersi cura di lei e della sorellina. Lina provava per lei un sentimento di vera e propria sorellanza. Ester, cresciuta in fretta, mamma a soli quindici anni, nonostante tutto era ancora in grado di capire il suo animo di bambina, e in fondo lo era un poco anche lei. Sognatrice, entusiasta, piena di vita. Sempre sorridente, con quei suoi denti larghi, bianchissimi, che contrastavano la carnagione bruna e i foltissimi capelli neri, ricci, addomesticati a mala pena dall’ampia fascia di lino che le scendeva fin sulla fronte. Conservava intatta una curiosità ingenua, un candore che non mostrava a nessuno, se non a Lina, a lei soltanto, in segreto, al sicuro da occhi e orecchi indiscreti.
Ester e Lina non faticarono a fare amicizia, anzi divennero presto confidenti e compagne.
 
Il naturale affezionarsi delle bambine alla balia infuse nella loro mamma una serena fiducia, frutto della convinzione che in quel modo, forse, non avrebbero percepito per intero il tragico distacco cui erano destinate. Dal suo canto, Ester nutriva per Laura affetto e devozione sinceri. La compativa, al punto da ritrovarsi spesse volte con le lacrime agli occhi e la necessità di nascondere alle bambine la grande tristezza che la sua condizione le suscitava. Era come se nel dolore di quella donna Ester ne presentisse uno più grande, universale, un dolore che toccava e coinvolgeva tutti, anche lei.
Vederla spegnersi progressivamente fu straziante. Ma fino all’ultimo Laura preservò una forma di pacata, dolce riconoscenza nei confronti di chi le era vicino. Era sorprendente il contegno, la fiera eleganza con cui fronteggiava la morte. La nobilitava. Nobilitava la morte, sì, quella morte rea, ingiustificata e abietta che agli occhi di Ester destava sdegno e paura. Lei che voleva vivere, più di ogni altra cosa.
Il giorno in cui Laura morì, pensò che la morte non era un arcano mistero e nemmeno la lama spietata di una falce. Erano fragili dita incrociate sul petto. Occhi chiusi, in rilievo, sul marmo gelido di un volto. Occhi che guardano altrove, lontano, dentro di sé.
Il giorno dopo le venne ordinato di compiere quel lungo viaggio. Era una prova, un segno del destino. La volontà del Signore, disse Ernestina. Un’opportunità, pensò Ester. Partire significava frapporre una distanza fra sé e i luoghi di un’infanzia di povertà e sottomissione; qualcosa in cui Ester, forse inconsapevolmente, riversava la speranza di lasciare il passato alle proprie spalle.
Partiva, dunque. Lasciava una vita nella speranza di cominciarne una nuova.
 
“Mamma ci può sentire adesso?” Lina fissava la bara, una semplice cassa disadorna, lo spoglio mezzo che riportava a casa il corpo della sua povera mamma.
“Mamma è in cielo ora”, le rispose Ester.
“Certo che ci sente”, aggiunse subito dopo. “Ascolta la voce degli angeli del cielo, così come ascolta noi che parliamo, o il canto degli usignoli.”
“Ma come fa, se è chiusa lì dentro?”
Ester non rispose.
La luce intensa del mattino illuminava la bara per metà, rivestendola di un bianco accecante. Ester vi immaginò all’interno il corpo della povera donna composto per quel lungo viaggio. Si chiese se sarebbe stato in grado di sopportarlo.
 
 
 
 
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