Una semplice formalità

Una semplice formalità

A. Modigliani, Ritratto di donna (dettaglio) – web

Il sabato che precedeva il Natale ricevettero la visita inattesa dei genitori di lei. “Passavamo di qui…”, dissero. Antonio notò subito che i suoceri erano più vivaci del solito. Eccitati, pensò. Mentre Elisabetta preparava una cena improvvisata, loro continuavano a fare avanti indietro dalla cucina al salotto, dove non riusciva a trattenerli. Come se le fodere delle poltrone fossero bollenti. “Posso offrirvi qualcosa, un aperitivo?”, chiese loro, inseguendoli con dei bicchieri vuoti in mano. Rifiutarono. Mentre apparecchiava la tavola, parlarono un po’ del più e del meno e, come accadeva spesso, Antonio rispose alle loro domande con la sensazione di non essere ascoltato. I suoi suoceri erano sempre stati molto gentili con lui, ma era passato già qualche anno ormai e lui aveva la sensazione di non averli ancora incontrati. Non ricordava una sola occasione in cui gli avessero chiesto un parere, un consiglio; non una volta in cui avesse pensato che il suo punto di vista o le sue opinioni suscitassero il loro un sincero interesse. Era come se si trovassero al di là di un muro. Non si trattava di un muro, in verità, ma di qualcosa di più sottile. Una superficie trasparente e invalicabile, uno scudo di cristallo, fatto di convenevoli e amabili cerimoniali.
Benestanti, colti, indubbiamente arrivati. Tradivano però l’affettazione di chi non vuole apparire per quello che è, negando la pur meritata conquista del proprio status sociale. La fredda, studiata eleganza della loro abitazione era metafora perfetta dell’ospitalità e del contemporaneo distacco che erano in grado di comunicare. Elisabetta, d’altro canto, difendeva quel territorio, che sentiva anche suo, e lo faceva in modo istintivo e caparbio, senza avvertire in questo alcuna contraddizione, nulla che inficiasse l’eterno amore promesso a suo marito. Il suo intento era forse quello di affrancare l’uno e gli altri da confronti e giudizi reciproci, o forse quello di nascondere a entrambi le rispettive imperfezioni. I piccoli grandi difetti di un marito inadeguato, le piccole grandi contraddizioni in seno a una famiglia che avrebbe voluto perfetta, ma che forse così perfetta non era.
Antonio sentiva tutto questo, ma vi passava sopra, poiché era convinto di poterlo accettare. Di doverlo accettare. Come un indumento, si era unito a sua moglie in un’esistenza di aggiunta. Pur vivendo con lei un rapporto intimo ed esclusivo, sapeva di non essere parte integrante della sua vita, di non costituirne l’ossatura, di non determinarne gli orizzonti, gli orientamenti. Viveva tutto ciò supinamente, in silenzio, senza un lamento, un’obiezione. Si era sempre comportato così, fino a quella sera. Ma quella sera, sebbene non avesse mai osato intralciare il corso degli eventi, ma vi si fosse sempre adeguato, come si deve a un marito mansueto, egli venne a sapere di rappresentare una minaccia.
“Caro, i miei hanno portato un documento che dovresti firmare”. Antonio registrò con un lieve ritardo le parole di sua moglie. Un documento?, si chiese. Un documento che lo chiamava in causa in prima persona e necessitava addirittura della sua firma. Che poteva mai essere, che stava succedendo? Ci doveva essere un errore, lui non aveva voce in capitolo, non era altro che il ramo aggiunto, l’estensione, la tollerata evoluzione nella vita di una figlia. L’espressione del libero arbitrio di una donna e dell’amore incondizionato dei suoi genitori. Che cosa gli stavano chiedendo, quindi? Perché avevano bisogno di una sua firma?
“E’ una semplice formalità”, disse Elisabetta, che evidentemente era al corrente di tutto.
“Non è un atto dovuto”, aggiunse la suocera. “Ma il notaio ci ha spiegato che può facilitare le cose”. Antonio colse l’imbarazzo nel tono di voce della donna, nel suo sorriso, cui immancabilmente, educatamente rispose.
Facilitare cosa?, pensava nel frattempo. Ma come sempre non disse nulla. Non lesse nemmeno il contenuto dei fogli che gli misero nelle mani, lasciò che glielo riassumessero loro. Elisabetta, poi, fu dolcissima, e lui, che per nessuna ragione al mondo avrebbe voluto deluderla, siglò docilmente le carte.
Sposandosi, Elisabetta e Antonio avevano scelto la separazione dei beni. D’altronde, giovani neolaureati quali erano, possedevano ben poco, i loro stipendi messi insieme coprivano appena le spese e l’affitto. Tuttavia in quei giorni, dicevano le carte, Elisabetta diventava proprietaria di un appartamento, nuovo, non ancora ultimato, intestatole dai genitori. Un investimento e un dono. L’atto chiedeva a Antonio di rinunciare da subito a qualsiasi forma di rivendicazione su quella proprietà, la quale, di fatto, non era sua, né avrebbe mai potuto esserlo. Di per sé non c’era nulla di strano in questo, solo a Antonio parve perfettamente inutile rimarcarlo, e ancor più correre ai ripari a quel modo, scomodando un notaio. Ma nell’apporre la propria firma, egli sapeva di compiere il proprio dovere, la scelta che avrebbe comunque fatto, se ne avesse avuto la possibilità.
Firmatili, restituì frettolosamente i fogli, respingendo lo scomodo pensiero che una cosa del genere non avvenisse per caso, ma a seguito di un’attenta valutazione. Ma non v’era ragione di lamentarsi, in fondo: senza che nessuno dovesse ordinarglielo, Antonio faceva ritorno alla gabbia dove aveva scelto di condurre il resto della propria esistenza.
“A tavola, è pronto! Caro, abbassa la musica per favore…”

Per motivi di lavoro, Antonio ed Elisabetta non vissero subito sotto lo stesso tetto, dovettero aspettare due anni. In quel periodo di attesa, lui ebbe una piccola avventura. Una breve storiella romantica e inadeguata, soffocata sul nascere. Qualcosa, però, che gli diede l’illusione, seppur momentanea, di poter ancora godere delle carezze della vita. Poi, non appena venne il momento, affittarono un appartamento nella città di lei, con l’intenzione di mettere radici. Pensarono ad avere dei figli. La scappatella, taciuta, venne presto dimenticata.
Antonio stimava sua moglie ed era convinto che lei facesse altrettanto. Si fidava di lei, si affidava a lei, alla donna che, fra tanti, l’aveva scelto e aveva creduto in lui. Il che era stato sufficiente a convincerlo che tutto avesse un senso e che fosse ormai giunto il momento di costruire una famiglia. Si potrebbe dire che era fiero di avere al proprio fianco una donna dotata di una così rara combinazione di onestà, affidabilità, gusto ed eleganza. Aveva solo un difetto: non era una moglie devota.
Elisabetta, dal suo canto, fin dal primo anno di matrimonio combatteva la sua battaglia.
“Ho parlato con tua madre”, disse una volta, mentre rincasavano in auto dopo una cena dai genitori di lui. “Le ho detto di non permettersi più di rivolgermi la parola a quel modo”, continuò allo sguardo sorpreso di Antonio. Si accese una sigaretta e tenne lo sguardo fisso davanti a sé. “Mai più!”, esclamò dopo un breve silenzio. La sua voce era fredda, metallica. Antonio vi lesse la stanchezza che giunge dopo l’impresa, quella di chi ha resistito all’urto di un attacco, subito e respinto. Ma vi lesse anche la risolutezza di chi, dopo aver tanto lottato, s’arrende infine all’evidenza.
Seguì l’asciutto resoconto di un feroce scambio di battute fra lei e la suocera. Cui Antonio fece eco mostrando solo un postumo ed inutile risentimento nei confronti di quella che reputava la causa di ogni suo male: sua madre, colei che – ne era sinceramente convinto – voleva indurli al conflitto a tutti i costi. Nella sua visione delle cose, era sua madre a costringerli ad affrontare ostacoli inesistenti che prendevano forma in virtù delle sue stesse provocazioni. Antonio s’illudeva che, rimosso quell’elemento di disturbo, lui ed Elisabetta avrebbero condotto indisturbati la loro esistenza.
Pareva sincero lo stupore col quale seguì il racconto di sua moglie. In qualche modo provò anche ad offrirle un conforto. Mentre guidava, la guardava di sottecchi cercando di capire la portata di quanto era appena accaduto e cosa si aspettasse da lui. In realtà era smarrito: cosa avrebbe dovuto fare? Si rimproverò per aver permesso che Elisabetta avesse dovuto difendersi da sola dalle aggressioni di sua madre. Al tempo stesso era convinto che lei non avesse alcun bisogno del suo aiuto e che, in quel preciso istante, non badasse minimamente alle sue parole di scusa, né alla sua più o meno esplicita, più o meno tardiva manifestazione di solidarietà.
Calò quindi il silenzio, quello che sempre accompagnava gli eventi che minacciavano il loro quieto vivere. Un silenzio così naturale per Antonio. Un silenzio che, al suo primo manifestarsi, spaventò Elisabetta al punto da farla piangere. Perché, come ebbe modo di confessargli, in lacrime, ciò che più la spaventava facendola sentire impotente e sola, era proprio la distanza che quel suo silenzio metteva fra di loro.
Quella volta in macchina, però, Elisabetta non pianse. Non più.

Nei giorni successivi, non parlarono più di quanto era accaduto quella sera e Antonio si guardò bene dal tirar fuori l’argomento. Accadde che, per effetto di una sorta di tacito accordo, da quel giorno smisero di frequentare la casa dei genitori di lui. A Natale, non potendo rifiutare l’invito, Antonio fece loro visita da solo adducendo una scusa per l’assenza di sua moglie, un copione che si sarebbe ripetuto molte altre volte. Nel frattempo, le frequentazioni della famiglia dei consuoceri continuarono a poggiare sulle consuete, solide apparenze, condite da affabili sorrisi e imperturbabili silenzi. Ovviamente, non venne più fatto cenno alle ragioni o al significato di una firma apposta, fra un sorso di vino e una pacca sulla spalla, in calce a un atto notarile.

Passò l’inverno. Quando venne l’estate, Elisabetta, che aveva cambiato lavoro, rimase in servizio anche ad agosto. Antonio rimase con lei in città. Aveva a disposizione due settimane di ferie e in quelle lunghe notti agostane lesse con slancio e gusto ritrovati una serie di romanzi. Con infinito piacere esplorò mondi riscoperti e nuovi, i quali, senza che se ne accorgesse, trattenevano qualcosa di lui a ogni passaggio. Si concesse anche una serie di escursioni in montagna, in luoghi in cui, solo con se stesso, riusciva a trovare sollievo al ristagno e alla calura dei lunghi pomeriggi in città. Fu così che, sulle alture, insieme alla fatica sentì affiorare energie e ansie dimenticate. Tanto da dover cominciare a scriverne. Non se ne rendeva conto, ma si trovava ormai al largo in placide acque d’attesa, salpato com’era, da solo, su di uno scafo alla deriva.

A settembre, Elisabetta seppe il giorno prima di avere diritto a una settimana di ferie. Si diedero subito da fare e all’ultimo trovarono dei biglietti per le Baleari. La mattina dopo erano in aeroporto, seduti di fronte al gate numero 19, in attesa di partire per un’insperata settimana di mare. Felice di averne il tempo, quasi fosse quello il vero senso della partenza, Antonio estrasse il proprio taccuino dal bagaglio a mano e si accinse a prendere nota dei propri pensieri. Qualche settimana prima, aveva conosciuto una nuova collega. Giovane, inesperta e molto attraente. Da qualche giorno il pensiero di lei lo assillava come una specie di ossessione, cui non era ancora riuscito a dare forma. Poggiò la punta della stilografica sulla pagina bianca in cerca d’ispirazione. Nel farlo si guardò attorno soddisfatto: stava bene, percepiva con nitido distacco tutto ciò che lo circondava. Osservò compiaciuto i riflessi della luce del sole sul pavimento, i gesti delle persone, l’espressione dei loro volti. Quanti come lui, si chiese, stavano vivendo un tempo di passaggio? Fissò Elisabetta mentre sfogliava nervosamente una rivista lanciando occhiate impazienti all’orologio da polso. Chi era quella donna seduta accanto a lui? Guardò la lunga pista aeroportuale oltre le vetrate e, più in là, l’orizzonte sfuocato nel riverbero del sole. Chiuse gli occhi, inspirò profondamente, e s’abbandonò a quel bagliore.

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