Il “Ghisa”

Monologhi di una sera di mezza estate

 

Soir bleu, E. Hopper (dettaglio, Pierrot)

[“Soir blue”, E. Hopper, dettaglio – fonte: web]

 

Non ha una bella cera. Il volto segnato da solchi verticali, la voce gracchiante come una puntina che salta, fonda, da fumatore, impreziosita da una erre francese, un po’ farsesca a onor del vero. Rotacismo accompagnato dal biascicare della mandibola e dal tendersi delle labbra sugli incisivi, un po’ distanti. E’ seduto a capotavola, parla solo lui, o quasi. La giovane donna seduta alla sua sinistra lo interrompe di tanto in tanto e nel farlo gli si rivolge come chi premonisce il bambino incline alla marachella, sorride affettuosa e lo apostrofa con un curioso nomignolo, familiare per loro, buffo per me che assisto al loro dialogo da esterno. Se interrotto, l’uomo assottiglia lo sguardo puntato sul bell’ovale brunito di lei. Impaziente, non la lascia finire: ha già capito. “Ti spiego io”, dice, “com’è che funziona la storia…” Fa un tiro della sigaretta incollata alle dita, che tiene educatamente sotto il bordo del tavolo. Sfiata da un angolo della bocca, strizza le palpebre e riparte con quella che dev’essere l’ennesima versione di una sua catilinaria, snocciolata fra italiano e dialetto, che è più diretto e ci si capisce meglio. E la fa più di una volta quella cosa di spiegare come funziona ‘la storia‘, perché gli piace ribadire il concetto, non avverte il peso del maglio, vuole assicurarsi che il chiodo sia ben piantato. Dell’uomo alla sua destra, occhi chiari pazienti in un viso largo e stempiato, non si cura un gran che, gli rivolge giusto un’occhiata, di tanto in tanto. Lo tiene dentro. Il suo pubblico, però, il filo del discorso, stanno dall’altra parte del tavolo, sulla bocca luminosa della giovane donna. Tendo l’orecchio senza chiedere il permesso. Lui non si scompone, ha già inteso: uno sguardo e sono il benvenuto alla sua mensa. Allora sorseggio la mia birra e varco la soglia.
“Se tua sorella non vuole uscire con me”, riprende “non c’è problema. Basta che me lo dice, capisci? Non sono mica scemo, capisco quando devo stare nel mio. Ma basterebbe un gesto, una parola… Invece no, la chiami e lei tergiversa, non è chiara, non sa dire di no, prende tempo e alla fine ti tira una balla, una scusa.” Fa schioccare la lingua come se gli si fosse incollata al palato, prende un sorso da un bicchierino di sambuca. “No, perché, non sono scemo. Posso capire…” La giovane sorride e accenna una giustificazione poco convinta. “Cara”, la blocca lui, appoggiandole una mano sull’avambraccio, “lasa sta’. Lo sento lontano un chilometro quando uno ti sta tirando a balle. Dai! Mi dici che non ti senti tanto bene e poi esci col primo pirla che si è fatto la macchina nuova?… E no, se permetti… So’ mia l’oltem bambo me… Ta ghé mia oïa (1), va bene, dillo, e-che-cazzo!…” Uno sguardo alla fronte savia dall’altra parte del tavolo che lo osserva statica, due fossette indulgenti sotto gli occhi. “Ghisaaaa!” Cantilena materna la ragazza, stemperando. Lui capisce che non l’ha ancora convinta. “A la gavrò ciamada a dir poc’ des volte! Ada… (2), vuoi vedere?…” Infila la mano in una tasca dei pantaloni e tira fuori un cellulare. Punta il dito qua e là disegnando cerchi di fumo con la sigaretta. Strizza le palpebre. “Le avevo anche proposto di andare insieme al poligono…”, borbotta, facendo un ulteriore gesto di disapprovazione con la mano. “E’ tanto che non ci vado neanch’io…” Fissa la ragazza espirando fumo dal naso. Lei scuote la testa e aggiunge: “Non è un buon periodo per lei, Ghisa, te l’ho detto…” Poi alza le mani: “Non dico altro.”
Preocupes mia (3)”, fa lui “tanto al poligono non vado più nemmeno io. Da quando chel là al fa dumela menade…(4): ‘E mi pieghi il bersaglio…’, ‘E c’è troppa gente…’, ‘E qui…, E là…’, Du’ cojoni!  Che da quando ha alzato i prezzi, non ci va più nessuno al suo cazzo di poligono. Sono le solite cose all’italiana: gli affari iniziano a girarti bene e tu, stronzo, pensi bene di fregare la gente. Ma va a cagà!” Inveisce come se ce l’avesse di fronte. “Le cose ti vanno bene e tu lo metti in quel posto ai tuoi clienti?! Ma sei scemo?!…” Ingolla un sorso di liquore e s’asciuga le labbra con la lingua. “Sai quand’è stata l’ultima volta che ho tirato?” Dice. “L’altro giorno, a casa mia, nel mio studio.” Passa sopra la sorpresa nei nostri sguardi. “Ho preso il fucile a pompa e ho sparato sul muro di fronte alla mia scrivania… Ü bordel!… E’ ridotto malissimo…” Ridacchia tutto compiaciuto.
“Cosa stai preparando, Ghisa? Gare in vista?” Senza strappi, la morbida voce dell’uomo alla sua destra porta la conversazione su un terreno più congeniale e incredibilmente fertile. “Sto lavorando parecchio in questo periodo.” Risponde subito il Ghisa. “Ho sistemato un paio di moto settimana scorsa, roba che ho preso per rivenderla. Ho ritirato dieci moto negli ultimi due mesi. Anche un paio di BMW anni ottanta, e una KTM del settantasei. E poi ne sto preparando una da gara, sì, ma non per me. E’ per un amico. Sto mettendo il motore della mia KTM 400 da gara sotto a un Gilera 125 . Spettacolo, una bomba: si ritrova 40 cavalli in più, come niente. Vallo a riprendere poi! Non so se ce la fa a tenerla…” Schiocco e sorsata soddisfatta, di vino rosso stavolta. “Ghisaaaa!” Risuona d’amorevole riprovazione la voce al mio fianco. Lui alza le spalle e sorride, passa vistosamente la lingua sulle labbra, sembra un rettile. Ingurgita un altro sorso guardando nel vuoto davanti a sé. Faccio caso al numero e alle diverse taglie dei bicchieri, vuoti e pieni, che gli stanno davanti. Birra, vino, liquore. Ma non sono troppi e lui non è ubriaco, anzi. Si gode il fresco e la compagnia.
“Ne ho già preparata un’altra come quella”, riprende. “Una uguale, stess laùr (5). Per il mio amico Kurt… Ti ho mai raccontato di Kurt, il mio amico di Monaco?” Continue reading

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