Lettera a un cacciatore

Fiume, imbrunire

Lo stesso fiume in un tramonto di Gennaio

Quando mi puntasti addosso il fucile ero indifeso. Peggio, ero a pezzi, ma tu questo non potevi saperlo. Ciò che né tu, né io potevamo prevedere tuttavia, è che il più forte fra i due ero io. Una sorpresa spiazzante, già, per entrambi. Tu che alzavi la voce, urlavi e inveivi contro una specie di attonito muro. Io che alzavo le braccia al cielo perché tu, al buio, potessi almeno vedere il bianco delle mie mani.
Era una sera di maggio di dieci anni fa, ricordi?
Era già tramontato. Oltre le fronde d’ailanto il fiume era un fragore tenue, una vena lucente d’argento, scavata in un arto oscuro.
Non dovrei esprimermi così, lo so, le mie parole ti fanno sorridere. Penserai che sono le parole di uno svitato, non le capisci. Anche allora non capivi ciò che dicevo, eppure non mi sembrava di parlare una lingua diversa dalla tua. Eri tu che non mi ascoltavi.
Si rende conto di quello che sta facendo?, quante volte te l’avrò ripetuto?
Aspetti, ascolti… Mi lascia parlare? Ma tu niente, non volevi sentire.
Ho alzato le mani, non perché avevo paura della tua arma, ma perché sapessi che non ne avevo una mia. Ero completamente vestito di scuro, jeans e giacchetta blu di cotone.
Maledizione a me!, ho esclamato, mentre i piombini sforacchiavano le foglie sopra la mia testa.
Ero seduto su una panchina di cemento, quella davanti a casa tua. Che però non è tua ma di tutti, come il fiume, l’argine e la pista ciclabile. Non è tua di giorno, quando decine persone la percorrono a piedi, in bicicletta o a cavallo, e non è tua la sera. Nemmeno di notte, lo sai, inutile che pensi il contrario.
Furono tre gli spari, mi ricordo bene.
Ma chi diavolo si mette a provare il fucile a quest’ora?, mi domandai al primo colpo. Non era stagione, tanto meno l’ora per tirar schioppettate. La mia ingenuità non ha limiti.
Seduto sulla panchina non mi mossi se non per cercar di capire da dove provenisse lo sparo. Era vicino ma non troppo vicino, pensai. Mi immersi di nuovo nei miei pensieri. Mi veniva facile in quella penombra ormai prossima all’oscurità. Tanto che il secondo sparo non lo notai nemmeno. Ripensandoci adesso, per te dovette essere un affronto. Ti ci vedo, scornato, imbufalito, mentre ricarichi l’arma, il sangue alla testa.
Poi, tum! Il terzo scoppio, come un tuono, proprio alle mie spalle. I pallini che tintinnano sulle foglie e fra i rami sopra la mia testa. Ed io che allora scatto in piedi: Cazzo, è qui dietro!, pensai. Mi voltai. “Oh! Son qui!!”, strillai. Poi ancora: “Attenzione! Qui c’è qualcuno, ci sono io!”, con più convinzione. Se non ricordo male, alzai anche una mano, come a dire: ehi, son qui, mi vedete? Tipo hallo world, hai presente? Il mio candore non ha paragoni.
Ma più che un marziano, dovetti sembrarti un imbecille, un ritardato. Anzi no, un drogato. Certo, ero fatto, fatto e strafatto, fino al midollo. Per questo non avevo il minimo sentore del pericolo, né della rabbia, della frustrazione violenta che stavi per scaricarmi addosso.
Scrutai il tuo giardino. Gli alberi da frutto e un grande prato cintato, dove di giorno vedevo razzolare galline e conigli in libertà. Percorsi quel paesaggio nella semioscurità. I fusti degli alberi più vicini, il prato. Poi, più lontano, il casotto degli attrezzi, la stalla e l’angolo con le conigliere. Infine la casa, due piani sotto un tetto spiovente, nulla di che, ma in una posizione invidiabile. Esplorai la tua proprietà da una parte all’altra, almeno tre volte, ma non notai nulla.
Non potevo essermi sbagliato. Era da lì che avevano sparato, a pochi metri da me. Chi era stato, dov’era andato?
Finché scorsi un’ombra, anzi due. Due uomini che si spostavano veloci, radente il muro di casa tua. Ehi!…, sibilai. Ero perplesso, non capivo.
Vedi, non era un bel momento della mia vita quello. A livello sentimentale ero parecchio incasinato. Per quello me ne stavo lì al buio quella sera di maggio. Perché forse cercavo qualcosa, il bandolo di una matassa. O forse volevo stare da solo, all’aria aperta, ad ascoltare la voce del fiume. E nel frattempo raccoglievo i miei pezzi.
Non sto a tediarti con le mie questioni personali, il fatto è che non dovevo per forza essere un tossico, un pervertito o un malintenzionato per sedermi su quella panchina. Tutto qui. Ci sono infiniti motivi per farlo, ne conoscerai ben qualcuno anche tu. Potevi provare a pensarci prima di premere il grilletto, non una, ma tre volte.
Quando udii la tua voce, ammetto, non avevo ancora capito.
Non credetti ai miei orecchi. Faticavo a vederti, mentre uscivi dalla stradina e avanzavi verso di me. Eri solo voce. Una voce aspra, rude, cattiva. Poi i miei occhi misero a fuoco una figura. Un uomo basso, capelli scuri, con in mano un… bastone, no… un forcone, no, no… Cazzo un fucile.
Eri tu. E imbracciavi un fucile.
E tu, cosa hai visto? Vorrei proprio sapere cosa cazzo hai visto. Hai visto l’uomo nero? Il lupo mannaro? Hai visto un assassino? Non credo proprio. Allora dimmi, chi diavolo hai visto?
Perché io in quel momento sentivo solo la tua voce che latrava: Vai via! Vai via da qui! Questa è casa mia, vattene, vai via!…
Alzasti la canna del fucile verso di me, facesti il gesto di pungolarmi e spingermi come bestia di un gregge. Eravamo ancora a diversi metri di distanza ed io rimasi immobile, inebetito, ancora per qualche secondo.
Credo di aver sorriso, incredulo. Non è possibile, devo aver pensato.
La cosa deve averti dato ancor più sui nervi, perché sei venuto avanti di un altro paio di metri. Ora la canna della tua doppietta la vedevo bene. Devo essermi anche chiesto se fosse veramente carica. Perché, vedi, ero incredibilmente calmo. Ora che ti avevo di fronte, ora che sapevo che non si trattava di un incidente ma di una deliberata aggressione, io ero dannatamente calmo. Di fronte alla tua ferocia io ero calmo. E la cosa non mi ha lasciato indifferente.
Ero il muro di gomma sul quale scaraventavi la tua rabbia, sul quale vomitavi le tue bestemmie e le tue inutili minacce.
Mossi un passo verso di te, ti parlai.
Abbassi il fucile, dissi. Si rende conto di quello che sta facendo? Questa non è proprietà privata, potrei denunciarla…
Già. Se c’era uno che in quel momento era veramente nei guai, quello eri tu. Credo che ne fossi consapevole, per questo continuasti ad alzare la voce e a sbraitare sui miei tentativi di comunicare con te. Eri compromesso, non potevi più tornare indietro. Abbassare l’arma, scusarti, era una resa inaccettabile.
Mentre urlavi l’ennesima imprecazione agitando il tuo fucile, costringendomi ad alzare le mani – confesso che è una sensazione davvero strana -, non tanto per la paura di essere impallinato quanto nel tentativo, seppur vano, di venir ascoltato, io muovevo un altro passo verso di te.
Ma si rende conto di quello che sta facendo, ripetei con voce un po’ stridula.
Fu allora che facesti il gesto di prendere la mira: Vai via o t’ammazzo.
Allora mi arresi. Eri una causa persa, non c’era niente da fare.
Arretrai controllando le tue mosse.
Tu e la tua doppietta mi fissaste in silenzio.
Per un po’ feci il passo del gambero, poi girai i tacchi e me la battei.
Percorsi un bel pezzo di sentiero prima di mettere la mano in tasca e prendere il cellulare. Lo sbloccai, premetti il pulsante di chiamata, la tastiera si illuminò. Adesso chiamo i carabinieri, pensai. Sono cazzi tuoi!
Ma non lo feci.
Rimisi in tasca il telefono. Continuai a camminare. Prima piano, poi più forte. Mi era venuta un’idea.
Lasciai lo sterrato della ciclabile e mi infilai in una stradina. Passai fra le case e sbucai sulla via principale del paese. La luce dei lampioni mi avvolse, mi rassicurò nella mia intenzione. Sapevo dov’era l’ingresso della tua abitazione e sapevo che era ben illuminato. Hai capito bene, sì. Stavo venendo da te.
Quando arrivai al tuo cancello, devo ammettere che sorridevo. Ero curioso, eccitato. La paura, se mai c’era stata, era completamente svanita. Ero elettrizzato, stavo per prendermi la mia rivincita. E così è stato.
Mi guardai intorno, lessi i nomi sui campanelli, li suonai tutti.
Che strano, non rispose nessuno.
Dai, mi avevate già riconosciuto? Già, nella concitazione non l’ho detto, ma prima non eri solo, con te c’era un altro. Se n’era rimasto zitto alle tue spalle, tutto il tempo. Basso, esile di corporatura. Dio mio, forse era tuo figlio!
Mi appesi ai campanelli.
E iniziò il trambusto. Diverse persone si affacciarono al balcone del secondo piano, una donna, due bambini, un uomo anziano. Poi un’altra donna da una finestra del primo. Udii delle voci, distinsi bene quelle agitate delle donne.
Nel frattempo, dal cancello, io parlai stentoreo, in modo che tutti poteste udirmi chiaramente. Chiesi di te, dell’uomo col fucile.
Le vostre voci impennarono, ci fu il pianto di un bambino.
Qual’era casa tua? Non l’ho mai capito. Mentre parlavo a tua moglie non ho fatto caso da dove sei sbucato. Già, perché hai mandato avanti lei. Non hai avuto nemmeno il coraggio di venire fuori per primo. La prima a scusarsi è stata la tua donna. E un bambino con gli occhi gonfi aggrappato alla sua sottana. Tu sei arrivato dopo, lo sguardo a terra, la voce che era solo lamento.
Mi raccontasti di teppisti, balordi, di polli rubati. A me non fregava proprio niente delle tue giustificazioni. Volevo soltanto sentirti dire Scusa, ho sbagliato.
Caro il mio cowboy, non siamo nel Far West. Fino a prova contraria, il nostro è un paese civile e l’uomo vero, il più coraggioso è quello che riconosce le proprie responsabilità, quello che ammette le proprie colpe.
Davvero è stato così difficile dire quelle tre famigerate parole?
Scusa, ho sbagliato.
Davvero è stato più semplice imbracciare un fucile?
Viviamo in un mondo di cacciatori. Anche se molti non sapranno o non ammetteranno mai di esserlo. Ma son pronti a tirare a qualunque cosa si alzi in volo. Tu sei uno di loro.
E’ una forma di invidia la vostra, una forma di timore. Della novità, del diverso, di ciò che non comprendete.
Non so cosa davvero tu abbia imparato da questa vicenda. Non so se mi va di saperlo. Una cosa io l’ho capita. Quella sera, al fiume, pensavo di essere finito. Poi, invece, ti ho incontrato e allora ho capito di essere vivo. E se l’ho fatto, in fondo, un po’ lo devo proprio a te. E alla tua fottuta paura.

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