La strada

La strada

A quell’epoca lavoravo moltissimo. Nove o dieci ore al giorno più le domeniche per manutenere gli impianti. E poi c’erano le chiamate notturne: due o tre la settimana quando si verificavano i guasti. La reperibilità mi veniva retribuita ed ero entrato nel circolo vizioso del compiacimento per i soldi in più a fine mese. Ero lontano dall’essere sereno.
Lavoravo quasi esclusivamente in stabilimento, la mia società gestiva gli impianti generali della fabbrica e avevo a che fare per lo più con tecnici e operai; solo a volte ero in sede coi miei colleghi: impiegati schiacciati tra la realtà da amministrare e i desideri dei dirigenti esplicitati in numeri puntualmente non raggiunti.

Mi avevano mandato a Roma. Dovevo seguire un corso di formazione alle vendite; qualcosa di abbastanza lontano da ciò che facevo ogni giorno in cantiere tra fuochisti, elettricisti, tubisti e frigoristi, meccanici e montatori.
L’albergo era vicino alla stazione, aveva quella patina di finto lusso che rassicura appena entrati, ma che posati i bagagli già ti spinge ad uscire per non soffermarti sugli aloni del copriletto, sui particolari squallidi del mobilio, la moquette, le tende un poco grigie.
Ci arrivai dopo le otto ore di corso, parole vuote su visi da imbonitori in edifici anonimi che alle cinque si svuotavano come laghi artificiali a dighe aperte nel bacino grande della capitale.
Dopo aver posato i bagagli feci di fretta la doccia per non sentire lo squallore ed uscii subito a cenare. Impiegai un’oretta per scegliere il ristorante, prenotai per le otto ed entrai in un bar per l’aperitivo. Fumai un paio di sigarette e andai a mangiare. Ero spesato e avevo deciso di godermi almeno la cena di quell’unica sera romana. Pajata e coda alla vaccinara, stupendo.
Presi il caffè in un bar poco distante, volevo fare due passi per impegnare il tempo. Ero stanco, ma non volevo fermarmi, in quel periodo avevo paura di ascoltarmi. Camminai fino al foro romano senza pensieri; fumavo. Qualcosa mi inquietava.

Alle undici fermai un taxi e dissi al conducente di portarmi in un a via dove ci fossero delle donne. Lo stronzo fece finta di non capire e mi costrinse a esplicitare. Dopo un giro infernale finalmente approdammo su un viale a tre corsie per ogni senso di marcia cominciai a vedere delle donne su ampi marciapiedi. Il traffico era veloce e ci allontanammo parecchio dalla città. Non vedevo nulla di interessante. Ad un certo punto il taxi rallentò e donne bellissime tra i muri delle ville e i platani del viale aspettavano clienti. Gli dissi di fermarsi, pagai e scesi un po’ agitato.
Camminai guardando cosa offriva la strada; dopo i primi cento metri vidi solo più trans dalle voci nasali e cavernose che mi invitavano oscenamente. Continuai ad avanzare ma non cambiava il panorama e ripercorsi il marciapiedi nella direzione opposta. Tornai dove ero sceso dal taxi, lì avevo visto quello che cercavo.

Mi fermai davanti a lei, era alta e bella, vestiva solo un po’ troppo da troia, ma poteva andare, cominciava anche ad essere tardi. Le chiesi quanto vuoi e mi portò in una via fuori mano poco lontano che risaliva un pendio tra mura alte oltre tre metri sovrastate dalle fronde dei pini.
Feci tutto questo in un mare d’emozioni, avevo un nodo in gola e il cuore accelerato; una paura di trovarmi in qualche guaio mi sudava l’anima e i gesti erano meccanici, come teleguidati.
A cinquanta metri dal viale – sentivo ancora le auto passare veloci – la pagai. Mi disse di sbottonarmi e si tolse le maglietta rimettendosi il soprabito che lasciò aperto sopra i seni. Mi inguainò e si inginocchiò prendendomelo prima in mano e poi in bocca. Com’è grosso, disse stringendolo tra le dita, e lo ingoiò di colpo fino al pube. Poi fu meno vorace e il piacere si fece dolce per poi tornare avido e immediato. Mi piacevano i suoi modi, non capivo la partecipazione, da dove veniva, cosa aveva in testa.
Sentimmo una macchina che scendeva verso il viale e mi disse presto di abbottonarmi mentre si girava.
Un po’ spaventato lo tirai fuori nuovamente e nuovamente si inginocchiò ai miei piedi con quel suo fare così strano. Mi muovevo nella sua bocca e il mondo si allontanava, risalivo le sue guance fino in gola per risentire poi le labbra e la lingua riserrarlo umide e avvolgenti. Non voleva farmi arrivare.
D’improvviso si rialzò in piedi, si tolse la gonna corta dandomi le spalle e si appoggiò con le mani in alto al muro inarcandosi il più possibile con la schiena. Il culo le si innalzava sodo spuntando dallo spacco del soprabito che si era tirata sopra la vita, le calze autoreggenti le fasciavano le cosce in alto, lunghe e modellate. Mi disse prendimi con dolcezza e decisione e guidò il mio membro nei suoi segreti con gentilezza e calore.
Mi mossi prima piano e poi più deciso, mentre le mani esploravano i suoi seni. Lei mi assecondava in un silenzio che sembrava di piacere ed io mi illudevo apposta, per allontanarmi ancora di più dal mondo e da tutto ciò che non amavo. Le mie mani erano sull’addome, le usavo per aiutarmi a spingermi ed insinuarmi dentro lei, le sue natiche sul mio pube mi drogavano i pensieri e cominciai a dirle parole senza senso. Spingendomi nel suo corpo l’abbracciai da dietro con forza e i suoi capelli furono sul mio viso. La sua pelle aveva un buon odore e spinsi le mani in basso a cercale il sesso nel quale mi muovevo.
Bastardo! Sei un uomo pezzo di merda! Dissi colpendolo violentemente e tirandogli i capelli. Egli si arcuò ancora di più lasciandosi scappare i gemiti che aveva prima trattenuto e continuammo la danza al ritmo dei miei insulti e del godere. Venni urlando. Furono urla di piacere che dividemmo in quella serata strana fra cinte antiche e una frenesia di macchine che poco lontano continuavano a sfrecciare.
Mi porse poi un fazzoletto di carta per pulirmi e si risistemò sotto il soprabito senza fiatare. Senza parlare, anch’io mi tirai su i calzoni confuso, in qualche modo grato e incavolato.
La seguii in discesa verso il viale guardando i tacchi lucidi delle sue scarpe e la lasciai svoltando a sinistra mentre tornava fra i suoi.

Camminai a ritroso sulla strada che mi aveva portato fin lì, senza pensieri né idee in testa, solo le luci bianche e rosse delle auto si muovevano oltre i miei passi. Ero anestetizzato.
Dopo un’ora finirono i platani e alle porte della città fermai un taxi che mi riportò dritto all’albergo.
Alle quattro posai la testa sul cuscino. Ero stanco. Un po’ inquieto, ma grato. Ancora vivevo.

[Andrea De Martino, 2009]

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Un amore giovane

Un amore giovane

 

Facevo quattro chilometri a piedi di notte, tra strade campane e camposanti intorno alle chiese anglosassoni, per riaccompagnarla a casa e pretendere un bacio, ancora, l’ultimo. Più in là non sapevo andare.
Ci eravamo conosciuti in una discoteca sul lungomare uno dei primi giorni di quella strana vacanza di studio, molto vacanza e punto studio: il mio primo periodo fuori casa in un paese straniero; lontano.
“Do you want to dance with me?” Furono le scarne parole che dissi prima dei compagni con cui ballavamo in cerchio quando la serata stava finendo e il copione rodato prevedeva l’inizio del primo lento. Con le mani sudate le cinsi la vita e mi avvicinai a lei, bionda con un cardigan nero e un odore buono, inebriante: aveva bellissime mani.
All’uscita dalla discoteca, col mio inglese stentato di quattordicenne, le proposi un passeggio fino alla spiaggia: avevo nei pensieri progetti confusi e gravi, iniziazioni, tremori; ma nessuna immagine era nell’anima a guidare gli ignoti moti che mi muovevano il cuore. Ci baciammo, vicini al mare, sotto le stelle, in un’estate calda ed eccezionale, ma la realtà s’arrestò a quello; e fu già molto per il mio dolore.
La tenevo per mano mentre camminavamo imbarazzati e contenti sulle pietre dentro al buio: da una parte la città sfilava lenta, dall’altra la Manica oscura lambiva calma i nostri passi.
Non parlavamo mai; non sapevo che qualche parola di inglese, lei invece lo parlava bene, ma nella difficoltà fu bello non perdersi in luoghi comuni di folklore o su nazioni; esploravamo silenzi come lande desolate, i nostri paesaggi erano dilatati. Mi bastava starle accanto.
Nel gruppo dei miei compagni ero emarginato e mi pesavano le ore in discoteca la sera dove potevano parlarle, dirle chi fossi per loro; giocavo sui malintesi, mentivo per la faccia, non volevo che qualcuno la portasse lontano, in spiaggia, sui sassi. Ero giovane ed innocente e potevo giocare le mie pur belle carte solo nei panorami incontaminati che attraversavamo durante le ore scure dopo i lenti, nelle vie adiacenti al mare, sui lunghi moli, nei sentieri di campagna, dove ogni cosa si rivelava anonima e vera, sempre per la prima volta.

Una sera, nel tempo nostro di passi e di baci mi tese una bottiglietta di vodka. Ero così ingenuo che la rifiutai imbarazzato, cieco ai messaggi che si agitavano dentro allo spirito forte; bambino. Ci sarebbe stata Sanna quella sera, lo capisco ora, allora il suo gesto m’impaurì; e i baci che le diedi furono distanti: timori confusi di vita mi offuscavano la vista, e le stelle non bastarono ormai a scaldare le serate, anche se non me ne accorsi subito. Avevo sì pensieri di sesso, ma restavano chiusi nelle ristrettezze del mio corpo, sotto la pelle, troppo in profondità; dai rifugi sottani non emergevano alla vita che si offriva. Mi sembrava così esile, bionda e lontana dal sangue che nel letto invece agitava le mie notti.
Una sera riuscii a dirle che aveva bellissime dita, mi disse che suonava il piano, fui estasiato e mentii dicendole “me too”. Avevo preso qualche lezione, ma non potevo dire di saper suonare, lo affermai a lei nel nostro mondo inanimato per esserle vicino; e una voglia incredibile di toccarle il seno mi salì alle mani: irrigidendomi non lo feci, avevo paura di un rifiuto, non aspettava altro che l’abbracciassi.
Continuarono così i nostri baci casti e appassionati, le nostre bocche stavano incollate per minuti interminabili, sotto un segnale stradale, tra le lapidi chiare appoggiati alle chiese campane, sui sassi coi piedi nel mare, alla fine del pontile oltre le sale da gioco verso l’ignoto, mi perdevo nel suo caldo di lingua e di morbidezza e sentivo il suo profumo. Una volta mi disse qualcosa in francese e scoprimmo così una strada nuova per parlare. Sapeva poche parole, ma più di me si lanciava, curiosa di capirmi più di quanto non lo fossi io, che mi accontentavo dell’ammirazione.

Quando scendevamo dal bus che mi avrebbe portato sotto casa, l’accompagnavo per sentieri e cimiteri fino alla dimora della famiglia che l’ospitava. Ricordo con piacere quei momenti di pace e di paura. Nei sentieri tra le case si sentivano a volte voci in liti o amoreggiare nel caldo oscuro di quell’estate. Le chiese cinte da palizzate bianche le oltrepassavamo aprendo cancelli scricchiolanti e, avanzando tra lapidi e tumuli terrosi, ci scambiavamo sempre qualche bacio estremo con paura, per bellezza, non per trasgressione.
La lasciavo dopo i soliti quattro chilometri e tornavo in dietro di corsa, camminavo mentre ondate di letizia mi spingevano le gambe in metri sfrenati, rallentavo volontariamente per aspettare un’altro colpo. Dopo il percorso a ritroso arrivavo alla fermata quando altri studenti rincasavano; li osservavo e col caldo nel cuore mi sentivo più sicuro, riuscivo a scambiare qualche parola e alla fine della vacanza quel rito verbale mi fece sentire adulto.
Furono giorni bellissimi, smisi quasi subito di andare a scuola al mattino, passeggiavo e mi preparavo per la serata cercando di farmi coraggio, volevo andare oltre, scoprire il corpo biondo della mia giovane amica, ma la realtà delle due settimane non si accorse dei miei pensieri e non oltrepassammo la lunghezza dei nostri baci e le sue divine mani.
Quando tornai, ricordo che nel mio gruppo mi si accordò uno status più elevato. Sedevo in fondo al bus e, vedendo dal vetro posteriore la città che si allontanava sotto le colline, tra il verde ed il mare, piansi. I miei compagni, non meno tristi, vedendomi non parlarono e rimestarono anch’essi nel fondo di freschi amori.
Da quel momento fino in Italia sentii tutto ciò che mi accadeva intorno molto lontano, come qualcosa che non poteva raggiungermi: attraversavo per l’ultima volta, e solo, i nostri paesaggi senza nome, li ripassavo sapendo che non avrei trattenuto che le impressioni, ma ero felice di vederli emergere dal cuore. Sentivo un oscuro flusso vitale uscire finalmente dal corpo, ero sicuro di esistere e ne ero mestamente lieto.

[Andrea De Martino, 2009]

immagine di copertina – web

Una notte

Erbaio

 

Nel punto più oscuro di una mia notte insonne, è emersa, dalle segrete feritoie degli scantinati dell’anima, un’altra notte, bianca anch’essa, che trascorsi o non trascorsi con un compagno, dispersi su tenebrosi dirupi tra rovi non visti e suoni insaputi, notturni, a ricercare una strada, metafora di una svolta inseguita e non ancora scoperta, come adesso, al culmine dei miei ripensamenti, salimmo verso una cima, senza logica, in linea retta verso l’altezza, tagliammo sentieri, boschi, massi, non sapevamo, si presagiva, eravamo animati da una vitalità stremata che spingeva sui nostri muscoli più di quanto potessimo aspettarci, attori e spettatori salimmo ineluttabili alture come la caduta di due gravi, ascendevamo, andavamo là dove si può vedere, al di sopra delle cime, la possibile conformazione delle creste, dei ruscelli e delle valli, dei bacini, là dove senza l’ansia delle ombre, è il potere di tracciare rotte, direttrici, come ora, dal fondo di questa notte infernale così distante dai ristretti confini del concepimento e attraversamento quotidiani della vita, si può considerare da sotto il nostro fragile galleggiare, il nostro andare, ed allora, dal nostro salire così agile e veloce che ci portò prima del tramonto sulla vetta dove mangiammo al lume di una candela che lasciammo consumare tra le parole e il calare del sole, mentre ogni tanto l’attenzione percepiva il crescere del nero nelle valli sottostanti a contrastare i colori del cielo ancora così chiari, era una sera d’estate e volevamo rischiare, continuammo a parlare facendo finta di niente, presagivamo i segreti intenti che animavamo il nostro stare, e rimanemmo fino al buio, oltre al glauco serale del giorno, fino a quando una luna nuova s’immerse dietro le crode e la candela, ormai spenta, non ci dissero che si poteva scendere, confondersi nelle ombre più oscure che dal fondo sembravano chiamarci attraverso i suoni dei boschi e i richiami dei cinghiali, ci alzammo dunque, avevo tolto gli occhiali per riposare al suono libero delle nostre parole ed il mio amico, inavvertitamente, li ruppe nel mettersi in piedi, prendemmo l’accadere come un segno di conferma e, riposti gli avanzi del pasto frugale ed il resto degli occhiali, cominciammo a scendere dall’altra parte di quella che fu la nostra ultima cena sulla cima del paradiso dei nostri pensieri, senza conoscere, senza intuire se non le ombre e il nostro desiderio di disperdersi nella notte, di confonderci, come da quest’ora di ghiaccio, fuori dalle coperte del consueto riposo, mi sono imbattuto in un ripercorso mai vissuto per perdermi e ritrovarmi forse ancora, uguale o diverso, fuori dai dannati sentieri dell’esistere, riproduco insonni modelli d’esistenza in simboli narranti, e per istanti raccordo e smorzo il turbamento, racconto, non vi era un sentiero ma un terreno digradante molto meno erto del versante risalito, noi avanzavamo regolari, velate macchie bianche testimoniavano sassi che sentivamo sotto i passi, si potevano vedere solo senza fissarli, erano scialbe stelle sfuggenti alle nostre occhiate più dirette, procedevamo cauti e risoluti e una vergogna stupida ci impediva di prenderci per mano, ma ci tenevamo accanto, poi il mio amico vacillò per un momento e capimmo di calpestare il ciglio di un sentiero, un po’ delusi e un po’ contenti ci facemmo accompagnare per un tempo da quel tracciato, anch’io adesso sto seguendo una pista per un periodo, quella di due amici che camminarono nel buio, io e il mio alter ego nella notte fredda, insonne, febbricitante, tinta dal mio malessere, odore e dolore d’esistenza, la mia anima mi priva della partecipazione, intorno a me tutto s’avanza ma sono intollerante agli spasimi vitali, un’auto in strada passa verso il corso, un uomo dopo l’amore avrà riportato una donna alla sua casa, solo nella notte, pieno della serata si dirige verso il centro a ripiombare nel caos pulsante, estraniante, oppure torna a letto se domani ha un lavoro che lo attende, io ‘sta notte non sono uscito come tutte le mie sere, devo trovare un ove dove andare, tuffarmi in un ignoto che sappia di sale, d’oro dei giorni, di sogni, oggi sono su un sentiero in alta quota, un amico davanti a me mi propone di legarci con le nostre cinture, mi chiedo se sia precauzione di giudizio o perdita d’occasione, accetto ed avanziamo su un prato sempre più nero, il sentiero si è disperso come il mio filo d’ora, incontro rumori domestici che non aspettavo, sfarfallii, sibili, furono suoni sconosciuti a spaventarci più del grufolare dei cinghiali, andavamo più piano tenendoci vicini, un’erba alta ci limitava i passi e profumava la notte che, troppo impegnati ad avanzare, ci eravamo scordati di sentire, con tutto il suo splendore di stelle, fragranze e misteri, avevamo fino a quel punto gustato solo la paura, avevamo resistito e lì sapemmo di avanzare in un ignoto meraviglioso ove tutto può accadere, si sudava, immersi in questi sentimenti il mio compagno si fermò di colpo e urtai a mia volta contro una parete calda e vellutata, da diversi minuti sentivamo campane, avevamo sbattuto su una mucca di cui sentimmo il soffio caldo sulla pelle, in viso, stupiti dal percepire senza guardare non avevamo collegato i suoni alle presenze, indietreggiammo senza fiatare e cambiammo direzione, fermi sul prato potevamo ora indovinare vaghe macchie più scure riposanti ruminare il giorno nella notte, seguendo adesso l’immagine di allora sento come i miei cocenti pensieri possano, in questi attimi di memoria inventati all’oblio, riposarsi e ruminare, anch’essi come i sogni rimasticano ciò che è stato ingerito in fretta, senza la chiarezza possibile dalle cime, senza il tempo insonne della notte, dilatazioni, e da quel prato capimmo che saremmo dovuti scendere nel nero che da un po’ inavvertitamente schivavamo percorrendo il prato che ormai era divenuto piano, la mandria era il pensiero, noi dovevamo affrontare l’ignoto, avevamo riflettuto per anni ed anni, ora era il momento del coraggio, sapevamo che lì sotto ci aspettavamo, e cominciammo la discesa nell’ombra senza sole, i suoni diventavano più cupi e i primi alberi che incontrammo ci fecero l’effetto inverso di quando si incrociano di giorno, nell’oscurità non un tetto si desidera per rifugio, ma il cielo aperto, le stelle, radure, nel buio le sagome delle piante erano più nere, misteriose, ma, malgrado la paura, ci sentivamo pronti ad affrontare il bosco, coi suoi segreti, coi suoi intricati meandri e vicoli ciechi, gli arborei silenzi, i cinghiali ed i rumori, sopra le nostre teste le chiome lasciavano intravvedere solo più scampoli di cielo, da quegli spiragli le stelle ci salutavano serene, noi scendevamo accogliendo il loro viatico nel cuore, il nostro avanzare si fece più lento, guardingo, fino a porre un piede vicino all’altro per tastare il terreno per un appoggio, con le braccia ci tenevamo ai rami, ai tronchi, non sentivamo troppo le spine e gli arbusti sulle gambe, senza lamentarci volevamo solo il nostro desiderio d’affondare, scendevamo, alcune ragnatele ogni tanto ci avviluppavano quasi l’intero viso e ricordo di essere più volte rabbrividito all’idea di schiacciare con le dita grosse lumache sull’umido dei tronchi, lui avanzava avanti a me di un passo, sapevo i suoi pensieri, erano poco diversi dai miei, ma il suo silenzio mi rincuorava, nemmeno adesso, pur se avessi un notturno interlocutore, non arriverei fino a ridiscendere l’anima senza torcia, senza la ragione che agisce con le energie biologiche d’un ritmo di veglia e le sicurezze dei contorni delle cose, il caldo della casa, un tè con un biscotto e un amico a cui dire, non ce l’ho ora e allora ve ne era uno specchio, che amavo per quello che facevamo, persi e graffiati fino al cuore, nelle mani, sulle gambe, continuavamo a brancolare tra suoni d’ansia e appoggi malsicuri, come i nostri petti che avevano bisogno di vuoti sospesi sui burroni per disperdervi l’esistenza, per dirimerla, decifrare, ad un certo punto sentii una brusca forza strattonarmi la vita, era il mio amico che era caduto in un dirupo, poggiava ora su dei rovi protesi verso il basso, mi diceva, io intanto sentivo meno il peso sulla cinghia, abbracciai più saldamente il tronco a cui m’aggrappavo, ne provai il radicamento e issai il mio amico dal vuoto in cui si era perso, ci fu un abbraccio e cambiammo direzione, fummo costretti a risalire e, solo quando sentimmo di aver superato la voragine verticale, ricominciammo la discesa, procedevamo sempre vicini e legati anche se molte volte perdevamo i minuti a slegare a mani nude le nostre cinghie intrecciate con gli arbusti, spesso cercavamo con braccia cieche altri alberi davanti a noi per trovare prove del terreno sotto i futuri passi che compivamo lenti cercando gli appoggi a tentoni, continuavamo stremati ad avanzare lentamente nel folto di quel bosco di cui non sapevamo il fondo, fino a quando non scorgemmo un branco di cinghiali attraversare correndo una mulattiera sotto la nostra posizione, ci fermammo muti e immobili, quando il mio compagno si girò verso di me un suono fresco di foglie calpestate ci sorprese e, dopo poco, due cervi e una cerbiatta per un attimo apparvero sulla strada e proseguirono verso l’alto, da dove noi arrivavamo, furono visioni improvvise, stupefacenti, ci fecero sentire partecipi di un tutto da sfiorare, senza prendere, ci abbracciammo, sembrava che qualcosa di importante fosse successo, un senso, significato, la pista immobile era ancora sotto di noi, forse era quello che sentivamo il fondo che cercavamo?

Non rimanemmo e non risalimmo, ricominciammo a scendere, nostro unico fine che si esauriva avverandosi in quelle ore, in quei minuti, ancora per un poco almeno, come ora che scrivendo d’allora m’annullo e vivo, stanco, avvizzito, ma abile a esistere senza la possibilità di chiedermi se mi sento vivere, però quest’ultimo tratto non piace alla mia notte, il mio turbamento si è fatto più torbido, la penombra che mi ha accompagnato si è stemperata e una luce di razionalità, sebbene fioca, presagisco in cielo dagli spiragli dell’anima, mi costringe a serrare le palpebre, forse l’imminente incontro con la stabilità del mondo con l’uscita dall’eterno in cui eravamo piombati in quella notte mi disturba, tra le ciglia vedo colori cangianti, prismi scomposti di chiarori smorti, e allora ritrovo vie interrotte, sentieri da continuare, e torno sulla strada scorta dalle foglie basse dei primi cedui del versante, i cinghiali le paure, i cervi la visione, passaggio atemporale d’anima, io e il mio amico piangemmo stremati, ecco quello che accadde, tornare indietro era impossibile, sarebbe stato tutto perso, oltrepassare la cima per poi tornare senza attraversare l’esistenza, ora dovevamo continuare la discesa verso il basso, verso il caldo che ricominciava, l’ombre più scure, ma oltre la strada un vuoto scuro divorava ripido il versante, poteva essere il muro verticale di riporto della mulattiera, non potevamo vederlo, non ne sapevamo l’altezza e le nostre stanchezze ci impedivano di perseverare sulla sterrata, ci sporgemmo sul ciglio esterno per capire il dislivello di quella parete verticale che ci separava dalla terra sottostante, impossibile comprendere, prendemmo senza parole la strada nella direzione della discesa contro la fatica, continuammo fino a quando la pista non ricominciò a salire, allora ci sedemmo sulle pietre del ciglio esterno sopra al muraglione per riposare, ogni pensiero era lontano, il sudore ci impregnava le magliette, le gambe ci bruciavano, i cuori forti pompavano il nostro sangue nei muscoli stremati, decidemmo di saltare, più in fondo, a guardar bene, con la coda dell’occhio ci pareva vi fossero ombre più oscure, le interpretammo come le chiome d’alberi, doveva esserci qualcosa di simile a un prato in discesa sotto il muro, quelle ombre sembravano ora poco più in basso rispetto alla nostra posizione, non sembravano lontane, ci alzammo e cominciammo a farci coraggio, a confermare quelle ipotesi, fugaci percezioni che solo la visione laterale era in grado di rimandarci, e alla fine saltammo, insieme, con coraggio, atterrammo su un gerbido d’erbe alte e sassi, fu poco il tempo, non sapevamo le altezze e ci incassammo in un impatto che sorprese i nostri corpi ancora distesi nella caduta, poi rotolammo qualche metro sull’erbaio digradante e, infine, ci fermammo.

 

È l’alba. Dagli spiragli delle imposte un grigiore scialbo cerca di svegliare i miei pensieri. Vorrei fumare. Vorrei continuare il viaggio. Ripercorrerlo e continuarlo. Una ragionevole prudenza mi consiglia; una sigaretta potrebbe far meno male. La luce smorta entrando dalle persiane acuisce la mia vista. Posso ancora vedere con la periferia del mio campo visivo. Un poco.

 

Anche su quel prato abbiamo aperto gli occhi dopo il salto. Una calma serena si era espansa dopo i colpi del cadere. Sull’altro versante della valle, in alto, si intravvedeva un chiarore cifrato nelle linee delle creste. Mi girai per cercare lo sguardo del mio compagno. L’erba alta mi impediva la visione. Ero sicuro che stesse provando la calma che sentivo.

 

Ho aperto la finestra. Schiuso le persiane. Ho acceso la sigaretta. Un uomo è sceso in strada ed è salito in auto. Il rumore di una serranda si fa udire. Presto scenderò per un caffè ristoratore.
Vorrei capire cosa successe su quell’erbaio.

 

[Andrea De Martino, 2008]

Antonio Risetto

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Camminava da molto per una landa innaturale.
Una luce bianca si diffondeva nell’aria senza ritmo, umida, spenta.
Un velo insondabile di nuvolaglia copriva la sfera del cielo e nessun suono aveva accento nella monotonia di quel tragitto.

Si riebbe.
Si spostava da remoti tracciati nei meandri oscuri della mente; solo di questo era sicuro. Non sapeva dove fosse o cosa dovesse fare oltre all’incedere nel quale si trovava. Non ricordava dove stesse andando, ma non diede peso a questi fatti; sapeva da altre volte che perseguendo l’agire del presente poteva emergere lo scopo arcano delle cose.

Decise di voltarsi per vedere se lasciasse tracce nell’andare, voleva comprendere un dove dal quale camminava; così s’accorse in quel momento che il suolo innaturale su cui poggiava era infinito e di cemento, ed ebbe un moto di sgomento: identica in ogni punto una linea bassa distingueva malamente la terra e il firmamento.

Non era più sicuro della direzione del suo avanzare. Scrutando meglio l’orizzonte s’accorse con qualche riserva, che in una direzione vi poteva forse essere un indizio: intuiva un’ombra vaga di cui però non si sentiva certo: esile e indefinito, un corto segmento sembrava apparire molto lontano, tra le pareti d’aria e il pavimento.

Mosse i suoi passi verso quel dubbio e, dopo un tempo indefinito che gli parve comunque lungo, pensò d’essere più vicino.
Guardando attentamente ora, poteva scorgere un bastone piantato nel cemento.

Carico di speranza, continuò a camminare. Cercava di avere un’andatura regolare, un ritmo a declinare i pensieri nel vuoto di quel luogo, ma la sua mente ascoltava eco di labirinti altri, conosciuti, che pur trovava meno anomali di quel posto insolito senza muri, senza specchi.

Dopo un periodo che non avrebbe saputo misurare, s’arrestò per osservare attentamente: era sicuro d’essere più vicino.
Di buona lena ricominciò a camminare nella medesima aria e nell’identica luce di quello che ormai sembrava un luogo smemorato.

Quando fu abbastanza prossimo da poter fissare l’oggetto camminando, avanzò senza più distogliere lo sguardo dalla meta, unico appiglio al quale ancorare il bisogno di senso che ormai sentiva farsi impellente nel suo corpo.
Dopo tanto gli fu finalmente così vicino da poterlo toccare facilmente.

Quando mosse il braccio per tastare il ferro veduto di lontano, s’accorse che dietro vi era fissato un pannello di metallo sostenuto da un’altra identica barra.
Girò intorno alla struttura scarna fino a porvisi di fronte – si trattava di un necrologio che i suoi occhi lessero immediatamente. Una piacevole sorpresa lo colse impreparato.
Con nostalgia e d’improvviso, si ricordò del salto al buio nel lago dell’oblio dopo la corsa irruenta, bella e disperata.
Era stremato.

[Andrea De Martino]

Al tempo della pietra

Al tempo della pietra

Col sole alto tornavamo. Si partiva presto al mattino, a volte il cielo non era ancora chiaro e nell’ora senz’ombra, ritornavamo. Allora, aspettando chi tardava, si spazzava con saggine il suolo terroso dei tuguri, intrecciavamo frasche a tronchi vivi che fungevano da pali, si legavano legni ai rami per salire agevoli ai piani alti delle case.

Nella stagione calda, con bastoni duri tagliavamo foglie verdi che urticavano le gambe nude; crescevano rigogliose per via del rio che scorreva poco lontano; s’allungavano le ore fitte in quel mestiere faticoso che ci univa in gesti antichi ai nostri padri, e sudavamo.
Quando tutti erano rientrati prendevamo i posti nella casa e mangiavamo quello che ciascuno aveva trovato. Ogni tanto ci scambiavamo gli alimenti: gustavamo, assaggiavamo.

Poi venivano le ore più intense: al di là dei prati vivevano altri. Eravamo più forti per numero, ma meno audaci. Erano più grossi e a volte i coraggi ci limitavano a spiare dall’alto dei prati il loro fare similare: avevano una casa uguale. Meglio di noi sapevano costruire armi: archi, lance, e possedevano corde che non producevamo.
A volte, quando ci liberavamo il primo quarto di giro dello splendente disco, ci spingevamo fino vicino al loro fare e, se si poteva, rubavamo qualche oggetto, qualche strumento. Il grosso era nascosto e lo cercavamo quando erano assenti. Avevano anche tele calde che invidiavamo. Sottoterra da qualche parte mettevano gli utensili e il vasellame.

Avevamo un grande vantaggio: il rio scorreva dalla nostra parte dell’erbaio e la loro acqua passava quasi dentro la nostra casa, ma non ci eravamo mai concessi di difenderla a valle dell’abitazione, si cercava di tutelare il tratto che dal bosco scorreva verso il nostro alloggio. Fino a quel punto non erano stati scontri duri.
Quando uno dei nostri, dopo un’incursione nella loro proibita terra, tornò con un arco intatto e tante frecce, ci preoccupammo. I cuori erano quasi offesi verso l’ardire del nostro membro, ci aspettavamo la vendetta per la fine della luce in cielo; non sapevamo come difenderci, la sensazione di inferiorità fisica si faceva palpabile nei muscoli di quelle ore d’attesa e di paura.

Arrivarono. Grossi e furenti ci colpirono con molti dardi. Nessuno di noi riuscì a reagire, stavamo fermi davanti al nemico, senza difendere, senza fuggire. Durò poco l’incursione, fummo costretti ad abbandonare la casa e ci derubarono di tutti i nostri miseri averi. Donne non ne vollero, ne avevano di loro, ma ci imposero un tributo. Ogni giorno, nell’ora senz’ombra, dovevamo offrire loro doni. Ci concedevano il riabitare ma controllavano il nostro fare.
Seguì un lungo tempo di vassallaggio. Poi col passare delle stagioni l’umiliazione dell’offerta divenne quasi un’occasione di scambi. Mutavano i gesti ed i costumi per quel contatto quotidiano coi nostri vincitori.

Finì l’epoca del nostro strazio quando la loro grande capanna si trovò ad essere sempre meno popolata. Dopo una stagione d’offerte alla loro nazione dall’accampamento ormai ridotto e disincantato, decidemmo di smettere il pagare, ci sentivamo graziati e interrompemmo le nostre offerte per troncare l’imbarazzo divenuto generale: non erano più i più forti, non eravamo i vinti, ancora, eravamo due popoli divenuti diversi: avevamo acquisito i loro usi, avevano accettato le nostre offerte: ci sentivamo uguali.
Le scorribande nel prato si fecero disinvolte. Vedevamo la loro casa sempre più disabitata. Un giorno entrammo nel suolo sotto gli alberi che erano stati loro e bruciammo le erbe ormai cresciute sul terreno dell’abitazione, ci appropriammo delle armi e dei materiali incustoditi, orinammo sui pali tronchi più importanti per difendere dagli spiriti la capanna abbandonata.

Tornati dalla nostra parte del prato ci sentimmo i padroni della zona; si decise di esplorare i territori circostanti. La nostra espansione progredì per epoche lunghe e selvagge di soli e di miraggi. Incontrammo nuovi uomini, colonizzammo altri villaggi. Alla sera si tornava sempre nelle case di mattoni dove le madri onnipresenti ci accoglievano pazienti per nutrirci di dolcezza. Allora, nei nostri letti, dopo le cene stanchi, ci esaltavamo a pensare al giorno andato e agl’indomani pieni di piani: oltre la scuola, col sole alto, saremmo riandati alla capanna dietro alle case.

Avremmo ritrovato i due filari della vigna dai quali, spensierati, staccavamo la merenda nei pomeriggi di fine estate, gli alberi, la capanna e le ortiche da tagliare. In qualche giorno più audace, eluso con arte il tempo della scuola, saremmo andati a spiare i grandi al di là del prato; a rubar loro qualche oggetto, qualche arco perfetto che non riuscivamo a fare.

Ora in cuore, dove sono giardinetti e viali, risento ripassando l’eco di quei battiti sempiterni e uguali.

[Andrea De Martino]

Foto di copertina – web

Cala Luna

Cala Luna

“Fu in quel momento che mi esplose il cuore;
lo sbancava con grosse mine in fori verticali
caricandone gli ampli blocchi
sui bilichi dei miei bisogni;       e mi vinceva”

Diversamente dai pochi altri, eravamo arrivati dalla via della terra attraverso la macchia ed i graniti; un sentiero si snodava tra dirupi, in alto, sopra il mare. Riprendemmo fiato sotto vecchi lecci che scandivano la luce estiva e le distanze.

A mezzogiorno la cala ci apparve dall’alto in tutta la sua bellezza. Il Luna dai monti si gettava per una valle nel Tirreno; prima della duna formava uno stagno quasi ricoperto da un canneto; oltre, verso la costa, alcuni oleandri cedevano spazi alla rena bianca in discesa fino al mare.

Prima di scendere, sotto l’ultimo elce in un gerbido sotto costa, ammirammo a lungo l’ansa bevendo l’acqua risparmiata; ora sentivo i suoi passi attenti sui sassi dietro il mio discendere lento: presagivo il piacere di immergermi nel mare.

Il pomeriggio trascorse come tanti tra acqua, luce e sabbia; però prima di sera, i pochi visitatori salirono su di un battello per tornare alle villeggiature; fummo soli, finalmente.

Il sole tramontava dietro i monti selvaggi senza strade. Noi giocavamo con una penna su di un foglio a comporre versi strambi da assemblare; sentivamo il sale tenderci la pelle.

Montammo la tenda che avevamo non lontano dagli oleandri e aspettammo in silenzio la mite sera orientale che non conosce decadenze; la luna non sarebbe tardata ad arrivare.

Scendemmo la duna verso l’interno, attraversammo il canneto risalendo il torrente fino a un guado e raggiungemmo una casa che era ovile ed osteria, unica costruzione di quel luogo. Cenammo semplicemente; ringraziammo; non v’erano parole tra i nostri silenzi, vivevamo un’intesa di gesti nel tempo di quel luogo: fu in quel momento che mi esplose il cuore.

Tornando dal cenare la luna illuminava il Luna ed il suo canto; lei lo attraversava in fretta impaziente di giungere sulla rena. Incantato la seguivo per il canneto. Arrivata agli oleandri si tolse gli abiti in una corsa e, nuda, nel chiarore bianco sulla duna, si volse per cercarmi. Stupito ed esaltato mi fermai estraniato; correva e mi cercava. La guardavo mentre leggera e veloce scendeva giù per il chiaro della rena, verso il mare.

Tutto quello che accadeva intorno e dentro me, era anche altro: partecipavo di una forza primitiva che si affermava tramite ciò che percepivo. La guardavo nel plenilunio mentre lieve si lasciava andare giù per la duna verso la battigia, il suo corpo chiaro sul bianco della sabbia, ero senza fiato.

Una potenza altra s’impadroniva del mio corpo e si esprimeva in ciò che mi animava.

Poi di colpo mi tolsi gli abiti e, senza aver compreso, mi buttai giù da quel pendio soffice per ritrovare colei che conoscevo.

[Andrea De Martino]

Foto di copertina – web

L’aquila

Tornasti in un sogno.
Ma non tu, un’idea di te, con un odore e un sapore precisi.

L’aquila dell’ispirazione stanotte ha ripreso a librarsi nei cieli elevati degli altipiani del mio cuore. Tutti i contenuti, grandi e piccini, si sono rintanati ancora all’eco dell’atavico richiamo dei pastori i quali, radunando le greggi per rientrare celeri negli ovili, gridavano – In cielo! In cielo! – e il tempo fu silenzio.

Dopo essersi alzata sopra la valle in giri muti e senza tempo, d’improvviso l’aquila ha raccolto le ali e si è buttata in picchiata; desiderava prendere, possedere, fagocitare; era in preda ad un delirio lucido di vita e morte mentre fissava la preda ingrandirsi a terra sotto il suo cadente volo mortifero e regale.

Continuava a puntare, dentro il sibilo di quella rotta, l’animale scuro che si allargava al suolo; la smania del sangue sul rostro era più forte di dubbi o di pensieri, era consapevolmente ubriaca, vedeva con occhi perfetti che non parlavano col tempo, le passate stagioni, le cacce, gli agguati, ma solo col vuoto del ventre e col desiderio d’essere di nuovo Dio nell’atto del possesso.

All’ultimo dispiegò le ali tendendo ogni muscolo per attutire lo schianto sulla preda e, con un magistrale colpo di reni, avanzando le zampe artigliate all’altezza del becco, ghermì la polvere dell’erbaio disseccato non lontano dal villaggio.

In cuor loro, seppur sollevati per le greggi e le figliolanze, i pastori, i contadini e tutti gli animali ebbero un sussulto di sconforto nel vedere il volo dominatore della vita discendere dal cielo per lottare con la propria ombra, senza poterla riconoscere, né accettare.

[Andrea De Martino]