Antonio Risetto

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Camminava da molto per una landa innaturale.
Una luce bianca si diffondeva nell’aria senza ritmo, umida, spenta.
Un velo insondabile di nuvolaglia copriva la sfera del cielo e nessun suono aveva accento nella monotonia di quel tragitto.

Si riebbe.
Si spostava da remoti tracciati nei meandri oscuri della mente; solo di questo era sicuro. Non sapeva dove fosse o cosa dovesse fare oltre all’incedere nel quale si trovava. Non ricordava dove stesse andando, ma non diede peso a questi fatti; sapeva da altre volte che perseguendo l’agire del presente poteva emergere lo scopo arcano delle cose.

Decise di voltarsi per vedere se lasciasse tracce nell’andare, voleva comprendere un dove dal quale camminava; così s’accorse in quel momento che il suolo innaturale su cui poggiava era infinito e di cemento, ed ebbe un moto di sgomento: identica in ogni punto una linea bassa distingueva malamente la terra e il firmamento.

Non era più sicuro della direzione del suo avanzare. Scrutando meglio l’orizzonte s’accorse con qualche riserva, che in una direzione vi poteva forse essere un indizio: intuiva un’ombra vaga di cui però non si sentiva certo: esile e indefinito, un corto segmento sembrava apparire molto lontano, tra le pareti d’aria e il pavimento.

Mosse i suoi passi verso quel dubbio e, dopo un tempo indefinito che gli parve comunque lungo, pensò d’essere più vicino.
Guardando attentamente ora, poteva scorgere un bastone piantato nel cemento.

Carico di speranza, continuò a camminare. Cercava di avere un’andatura regolare, un ritmo a declinare i pensieri nel vuoto di quel luogo, ma la sua mente ascoltava eco di labirinti altri, conosciuti, che pur trovava meno anomali di quel posto insolito senza muri, senza specchi.

Dopo un periodo che non avrebbe saputo misurare, s’arrestò per osservare attentamente: era sicuro d’essere più vicino.
Di buona lena ricominciò a camminare nella medesima aria e nell’identica luce di quello che ormai sembrava un luogo smemorato.

Quando fu abbastanza prossimo da poter fissare l’oggetto camminando, avanzò senza più distogliere lo sguardo dalla meta, unico appiglio al quale ancorare il bisogno di senso che ormai sentiva farsi impellente nel suo corpo.
Dopo tanto gli fu finalmente così vicino da poterlo toccare facilmente.

Quando mosse il braccio per tastare il ferro veduto di lontano, s’accorse che dietro vi era fissato un pannello di metallo sostenuto da un’altra identica barra.
Girò intorno alla struttura scarna fino a porvisi di fronte – si trattava di un necrologio che i suoi occhi lessero immediatamente. Una piacevole sorpresa lo colse impreparato.
Con nostalgia e d’improvviso, si ricordò del salto al buio nel lago dell’oblio dopo la corsa irruenta, bella e disperata.
Era stremato.

[Andrea De Martino]

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Al tempo della pietra

Al tempo della pietra

Col sole alto tornavamo. Si partiva presto al mattino, a volte il cielo non era ancora chiaro e nell’ora senz’ombra, ritornavamo. Allora, aspettando chi tardava, si spazzava con saggine il suolo terroso dei tuguri, intrecciavamo frasche a tronchi vivi che fungevano da pali, si legavano legni ai rami per salire agevoli ai piani alti delle case.

Nella stagione calda, con bastoni duri tagliavamo foglie verdi che urticavano le gambe nude; crescevano rigogliose per via del rio che scorreva poco lontano; s’allungavano le ore fitte in quel mestiere faticoso che ci univa in gesti antichi ai nostri padri, e sudavamo.
Quando tutti erano rientrati prendevamo i posti nella casa e mangiavamo quello che ciascuno aveva trovato. Ogni tanto ci scambiavamo gli alimenti: gustavamo, assaggiavamo.

Poi venivano le ore più intense: al di là dei prati vivevano altri. Eravamo più forti per numero, ma meno audaci. Erano più grossi e a volte i coraggi ci limitavano a spiare dall’alto dei prati il loro fare similare: avevano una casa uguale. Meglio di noi sapevano costruire armi: archi, lance, e possedevano corde che non producevamo.
A volte, quando ci liberavamo il primo quarto di giro dello splendente disco, ci spingevamo fino vicino al loro fare e, se si poteva, rubavamo qualche oggetto, qualche strumento. Il grosso era nascosto e lo cercavamo quando erano assenti. Avevano anche tele calde che invidiavamo. Sottoterra da qualche parte mettevano gli utensili e il vasellame.

Avevamo un grande vantaggio: il rio scorreva dalla nostra parte dell’erbaio e la loro acqua passava quasi dentro la nostra casa, ma non ci eravamo mai concessi di difenderla a valle dell’abitazione, si cercava di tutelare il tratto che dal bosco scorreva verso il nostro alloggio. Fino a quel punto non erano stati scontri duri.
Quando uno dei nostri, dopo un’incursione nella loro proibita terra, tornò con un arco intatto e tante frecce, ci preoccupammo. I cuori erano quasi offesi verso l’ardire del nostro membro, ci aspettavamo la vendetta per la fine della luce in cielo; non sapevamo come difenderci, la sensazione di inferiorità fisica si faceva palpabile nei muscoli di quelle ore d’attesa e di paura.

Arrivarono. Grossi e furenti ci colpirono con molti dardi. Nessuno di noi riuscì a reagire, stavamo fermi davanti al nemico, senza difendere, senza fuggire. Durò poco l’incursione, fummo costretti ad abbandonare la casa e ci derubarono di tutti i nostri miseri averi. Donne non ne vollero, ne avevano di loro, ma ci imposero un tributo. Ogni giorno, nell’ora senz’ombra, dovevamo offrire loro doni. Ci concedevano il riabitare ma controllavano il nostro fare.
Seguì un lungo tempo di vassallaggio. Poi col passare delle stagioni l’umiliazione dell’offerta divenne quasi un’occasione di scambi. Mutavano i gesti ed i costumi per quel contatto quotidiano coi nostri vincitori.

Finì l’epoca del nostro strazio quando la loro grande capanna si trovò ad essere sempre meno popolata. Dopo una stagione d’offerte alla loro nazione dall’accampamento ormai ridotto e disincantato, decidemmo di smettere il pagare, ci sentivamo graziati e interrompemmo le nostre offerte per troncare l’imbarazzo divenuto generale: non erano più i più forti, non eravamo i vinti, ancora, eravamo due popoli divenuti diversi: avevamo acquisito i loro usi, avevano accettato le nostre offerte: ci sentivamo uguali.
Le scorribande nel prato si fecero disinvolte. Vedevamo la loro casa sempre più disabitata. Un giorno entrammo nel suolo sotto gli alberi che erano stati loro e bruciammo le erbe ormai cresciute sul terreno dell’abitazione, ci appropriammo delle armi e dei materiali incustoditi, orinammo sui pali tronchi più importanti per difendere dagli spiriti la capanna abbandonata.

Tornati dalla nostra parte del prato ci sentimmo i padroni della zona; si decise di esplorare i territori circostanti. La nostra espansione progredì per epoche lunghe e selvagge di soli e di miraggi. Incontrammo nuovi uomini, colonizzammo altri villaggi. Alla sera si tornava sempre nelle case di mattoni dove le madri onnipresenti ci accoglievano pazienti per nutrirci di dolcezza. Allora, nei nostri letti, dopo le cene stanchi, ci esaltavamo a pensare al giorno andato e agl’indomani pieni di piani: oltre la scuola, col sole alto, saremmo riandati alla capanna dietro alle case.

Avremmo ritrovato i due filari della vigna dai quali, spensierati, staccavamo la merenda nei pomeriggi di fine estate, gli alberi, la capanna e le ortiche da tagliare. In qualche giorno più audace, eluso con arte il tempo della scuola, saremmo andati a spiare i grandi al di là del prato; a rubar loro qualche oggetto, qualche arco perfetto che non riuscivamo a fare.

Ora in cuore, dove sono giardinetti e viali, risento ripassando l’eco di quei battiti sempiterni e uguali.

[Andrea De Martino]

Foto di copertina – web

Cala Luna

Cala Luna

“Fu in quel momento che mi esplose il cuore;
lo sbancava con grosse mine in fori verticali
caricandone gli ampli blocchi
sui bilichi dei miei bisogni;       e mi vinceva”

Diversamente dai pochi altri, eravamo arrivati dalla via della terra attraverso la macchia ed i graniti; un sentiero si snodava tra dirupi, in alto, sopra il mare. Riprendemmo fiato sotto vecchi lecci che scandivano la luce estiva e le distanze.

A mezzogiorno la cala ci apparve dall’alto in tutta la sua bellezza. Il Luna dai monti si gettava per una valle nel Tirreno; prima della duna formava uno stagno quasi ricoperto da un canneto; oltre, verso la costa, alcuni oleandri cedevano spazi alla rena bianca in discesa fino al mare.

Prima di scendere, sotto l’ultimo elce in un gerbido sotto costa, ammirammo a lungo l’ansa bevendo l’acqua risparmiata; ora sentivo i suoi passi attenti sui sassi dietro il mio discendere lento: presagivo il piacere di immergermi nel mare.

Il pomeriggio trascorse come tanti tra acqua, luce e sabbia; però prima di sera, i pochi visitatori salirono su di un battello per tornare alle villeggiature; fummo soli, finalmente.

Il sole tramontava dietro i monti selvaggi senza strade. Noi giocavamo con una penna su di un foglio a comporre versi strambi da assemblare; sentivamo il sale tenderci la pelle.

Montammo la tenda che avevamo non lontano dagli oleandri e aspettammo in silenzio la mite sera orientale che non conosce decadenze; la luna non sarebbe tardata ad arrivare.

Scendemmo la duna verso l’interno, attraversammo il canneto risalendo il torrente fino a un guado e raggiungemmo una casa che era ovile ed osteria, unica costruzione di quel luogo. Cenammo semplicemente; ringraziammo; non v’erano parole tra i nostri silenzi, vivevamo un’intesa di gesti nel tempo di quel luogo: fu in quel momento che mi esplose il cuore.

Tornando dal cenare la luna illuminava il Luna ed il suo canto; lei lo attraversava in fretta impaziente di giungere sulla rena. Incantato la seguivo per il canneto. Arrivata agli oleandri si tolse gli abiti in una corsa e, nuda, nel chiarore bianco sulla duna, si volse per cercarmi. Stupito ed esaltato mi fermai estraniato; correva e mi cercava. La guardavo mentre leggera e veloce scendeva giù per il chiaro della rena, verso il mare.

Tutto quello che accadeva intorno e dentro me, era anche altro: partecipavo di una forza primitiva che si affermava tramite ciò che percepivo. La guardavo nel plenilunio mentre lieve si lasciava andare giù per la duna verso la battigia, il suo corpo chiaro sul bianco della sabbia, ero senza fiato.

Una potenza altra s’impadroniva del mio corpo e si esprimeva in ciò che mi animava.

Poi di colpo mi tolsi gli abiti e, senza aver compreso, mi buttai giù da quel pendio soffice per ritrovare colei che conoscevo.

[Andrea De Martino]

Foto di copertina – web

L’aquila

Tornasti in un sogno.
Ma non tu, un’idea di te, con un odore e un sapore precisi.

L’aquila dell’ispirazione stanotte ha ripreso a librarsi nei cieli elevati degli altipiani del mio cuore. Tutti i contenuti, grandi e piccini, si sono rintanati ancora all’eco dell’atavico richiamo dei pastori i quali, radunando le greggi per rientrare celeri negli ovili, gridavano – In cielo! In cielo! – e il tempo fu silenzio.

Dopo essersi alzata sopra la valle in giri muti e senza tempo, d’improvviso l’aquila ha raccolto le ali e si è buttata in picchiata; desiderava prendere, possedere, fagocitare; era in preda ad un delirio lucido di vita e morte mentre fissava la preda ingrandirsi a terra sotto il suo cadente volo mortifero e regale.

Continuava a puntare, dentro il sibilo di quella rotta, l’animale scuro che si allargava al suolo; la smania del sangue sul rostro era più forte di dubbi o di pensieri, era consapevolmente ubriaca, vedeva con occhi perfetti che non parlavano col tempo, le passate stagioni, le cacce, gli agguati, ma solo col vuoto del ventre e col desiderio d’essere di nuovo Dio nell’atto del possesso.

All’ultimo dispiegò le ali tendendo ogni muscolo per attutire lo schianto sulla preda e, con un magistrale colpo di reni, avanzando le zampe artigliate all’altezza del becco, ghermì la polvere dell’erbaio disseccato non lontano dal villaggio.

In cuor loro, seppur sollevati per le greggi e le figliolanze, i pastori, i contadini e tutti gli animali ebbero un sussulto di sconforto nel vedere il volo dominatore della vita discendere dal cielo per lottare con la propria ombra, senza poterla riconoscere, né accettare.

[Andrea De Martino]