Brevissimi

FALL

Le foglie coprivano il suolo di un manto dipinto con minuziosa perizia. Gli strati più profondi cedevano il loro colore alla terra umida, fondendosi in essa. Le più recenti, ancora asciutte, erano ritorte in un ultimo spasmo senza linfa.
Alcune sembravano mani, enormi mani dalle fragili dita artritiche che si sbriciolavano al contatto con le mie. Altre, invece, conservavano ancora un po’ di vita. Parevano cadute anzitempo per unirsi a quelle che le avevano precedute. Perché quello, in fondo, era il destino che le attendeva. Tutte, indistintamente.
Mi piaceva stare lì, sotto gli alberi, a lavorare. Respirare quell’aria cenerina, carica di rassegnazione, mentre il sole svaniva in una scia di luce rosa e da lontano giungeva odore di stufa a legna. Ma mi dovetti dare da fare, non mi restava molto tempo.
Rastrellai le foglie in grossi mucchi e le raccolsi con le mani, infilandole nei sacchi e schiacciandole sul fondo. M’affrettai.
Quando ebbi finito, contemplai i sacchi impilati contro il muro di casa: i miei trofei.
Più tardi, avvolto nel tepore dell’acqua della vasca, mentre contemplavo gli aceri dalla finestra del bagno, vidi alcune foglie staccarsi dai rami, avvitarsi su loro stesse e planare lentamente a terra. Immerso nel mio vapore, ricordai allora l’odore della terra umida e di un fuoco acceso chissà dove.
Un mese dopo lasciai quella casa e persi l’abitudine a quei lunghi bagni caldi ristoratori. Ma allora non lo sapevo ancora, e fuori le foglie, incuranti, continuavano a cadere, coprendo il pezzo di giardino che avevo appena denudato.

NELLA NEBBIA

“That time we were dressed… One more?” Lucio non aspetta risposta, sta già riempiendo i bicchieri.
Siamo bevuti: sesto giro di rum. One shot: tutto dentro, niente gusto. Non lo senti nemmeno, non fa male, non ti fa niente. O quasi. Michael ha un velo opaco sugli occhi e una maschera al posto della faccia, il resto del corpo pare un lungo legno nodoso. Non muove più un muscolo, un ghigno stanco gli si è pietrificato sul volto. Sembra Cobain, penso, il vuoto se l’è già preso. Pelo non parla, non fa una piega, sembra che sei ore di cammino a dieci gradi sotto zero e tutto quell’alcol non l’abbiano scalfito.
“That time we were dressed…” riprende Lucio asciugandosi la bocca.
Adèle, però, non gliela fa passare. Lucio fa per servirla e lei copre il bicchiere con le dita. Lo fissa senza abbassare lo sguardo. Non so se stia scherzando. E’ il suo braccio di ferro con ciò che di lui non le appartiene.
Lucio decide di far finta di niente. “Dressed up as some…, I mean, it was something like a Carnival, you know?… Maybe it was Halloween, I don’t remember…”
Già, non è possibile che fossero sempre in mutande al college, no? Le ragazze, però, erano facili, Adèle lo sa bene.
Settimo, ottavo giro, svuotiamo la bottiglia. Adèle non beve. Dopo un lungo silenzio, attacca, e lo fa in italiano: “Dai, raccontaci di quella vostra amica, come la chiamavate?… ‘Porn’, giusto?”
Lucio farfuglia qualcosa, tenta una risata.
Michael si alza e se ne va senza dire niente.
Io resto lì seduto e la mia mente corre al momento in cui, mentre ci scaldavamo davanti alla stufa, ho vuotato il sacco con Lucio: gli ho detto che tra me e Elisa è finita, che c’è un’altra. Mi ha fatto bene parlarne. O forse, mi dico, è solo che a ogni giro il disco suona meglio.
Nel frattempo Pelo, rompe il silenzio con la sua voce morbida. “Facciamo due passi?”, non è una domanda la sua.
Annuiamo tutti, anche Adèle. Soprattutto Adèle, che ora, me ne rendo conto, è sola. Lucio, con aria un po’ frustrata, si alza e va in bagno a pisciare. Abbandoniamo così i ricordi del college, le sbornie e le scopate. E l’aria viziata della stanza.

Fuori è nebbia fitta, fa un freddo becco, roba che dopo qualche minuto ti si ghiacciano i capelli. Osservo Michael rollare faticosamente una sigaretta.
Dopo qualche minuto, tornano tutti dentro, mentre Adèle e io rimaniamo lì, sulla neve che ci scricchiola sotto i piedi.
Parliamo un po’, poi puntuale giunge la domanda che stavo aspettando, quella che ti fa ammettere, e te lo fa dire ad alta voce, che il tuo orologio è ancora fermo. Da anni, ormai. Perché la vita va avanti, tu no. Poi senti la tua voce che dice: sì, sto bene, è quello che voglio, quello di cui avevo bisogno, credimi, stavolta ci siamo. Ma mentre lo dici non la guardi negli occhi, perché, in fondo lo sai, non è lei che stai cercando di convincere.
Alla fine cambi discorso.
“Sai, non è difficile innamorarsi di te.” Interviene lei.
E lo fa con quel suo accento francese, con quel tono che significa che è vero, che è normale, che non c’è niente di male. E’ solo un po’ pericoloso: perché tu non sei finito, perché tu non sei tu, non ancora.
Restiamo ancora un momento lì al freddo, in silenzio. Poi rientriamo.

Si è fatto tardi. Ci mettiamo tutti a letto.
Pelo non si corica senza aver controllato ancora una volta lo zaino e l’attrezzatura per la tappa del giorno dopo. E’ rassicurante come una mamma, Pelo. Non c’è una ragione perché sia così, è così e basta. Pensa a tutto lui, ma tu non sai mai a cosa stia pensando.
Michael legge sdraiato sul materasso sopra la mia testa. Per un po’ ascolto il suo respiro da fumatore raffreddato.
Anche Adèle legge qualche pagina prima di spegnere la luce. Lucio, nello stesso letto, sta già dormendo.
Aspetto che tutti prendano sonno e alla fine spengo anch’io.
Nel buio, sento il respiro pesante di Lucio e lo immagino abbracciato a Adèle.
Poco dopo, mi addormento.

IL BIANCO E IL NERO

“Non tocca a me il nero.” Dico, mettendo mano svogliatamente ai miei pezzi.
“Sì, invece.” Dice lei, carezzando un al-fiere, come fosse un soldato dell’esercito del bene. Mentre il nero, penso, dovrebbe essere quello del male; che in francese, con la e muta, vuol dire maschio. Ma la mia anima è bianca. Bianca, sì, come una vergine. Credo di non aver amato mai, di non esserci mai riuscito.
In fondo, penso che questo lei l’abbia capito. Come dovrebbe aver capito che detesto questo teatrino della partita a scacchi. Non serve a niente, le cose non cambiano. Vorrebbe costringermi, torturarmi, ma non si rende conto che così fa male soltanto a se stessa. Su quei riquadri bianchi e neri sono invulnerabile, come nella vita.
“Odio questo gioco.” Dico.
“Se vinci sempre tu!” Esclama divertita, fingendo di non capire. Sembra una bambina. Incrocia le braccia in atteggiamento d’attesa, mentre fissa attentamente le mie mani, dice che le piacciono tanto.
Il nero annulla ogni colore assorbendolo in sé, penso. Lei sceglie il bianco, ma in fon-do invidia il mio colore. Solo che ne ha paura, non si fida.
Finisco di disporre i miei pezzi, poi levo i cuscini da sotto il sedere, voglio sentire il duro del pavimento. E’ freddo, meglio così.
“Allora vuol dire che ti piace perdere.” Dico senza alzare lo sguardo.
“Sono io che ti lascio vincere, cosa credi?” Ridacchia, concentrandosi sulla sua apertura, come se non l’avesse già pronta da un pezzo.
Ogni volta rispondo alla sua prima mossa, non dovrebbe essere così. E’ proprio testarda. La verità è che ogni volta s’illude di poter prendere in mano la situazione.
“Sono altre le libertà che dovresti darmi.” Stavolta la guardo, ma lei tiene gli occhi fissi sulla scacchiera. Sembra ipnotizzata da quel quadrato bicromatico.
Ma che t’affanni a fare?, penso, l’amore non ha forma, né geometria, non servono strategie.
Una cosa, però, deve averla capita: se mi lasciasse la prima mossa, quella partita potrebbe non cominciare mai. Se stesse a me aprire, la nostra storia potrebbe finire per sempre. Quello che non sa, invece, è che potrebbe essere tutto diverso, che farebbe meglio a rischiare.
Alla fine giochiamo: il bianco apre le danze, combatte, s’illude e infine perde, annullato dal nero. I nostri colori si oppongono, non si mischiano.
E’ così anche poco dopo, mentre faccia-mo l’amore. E’ lei a chiedermi di farlo, ma quando esco dal letto, non parla più: fissa un punto sopra di sé e non vede più nient’altro intorno, come se non esistesse che un punto bianco sul soffitto. Infine chiude gli occhi, come se stia per piangere.
“Vai via, lasciami sola”, dice schiacciando la faccia sul cuscino.
Quel che rimane è silenzio. E i miei pensieri che la passano da parte a parte. Parole che, se avessi il coraggio di dire, le farebbero molto male. Un dolore che le servirebbe, un dolore che sarebbe utile a entrambi.
Se per una volta lasciasse a me il bianco.
Se mi permettesse di amarla.
Se solo fossi in grado di farlo.

TALIS PATER

Il passo del padre, così riconoscibile e imponente. Per via delle scarpe con la suola di cuoio duro che, sul marmo, emettono un suono sproporzionato, amplificato dalla tromba delle scale. Un baccano di piedi che per Mattia ha l’effetto di una sirena. Sussulta, s’irrigidisce, poi i suoi gesti si fanno rapidi e convulsi: sa di avere pochi secondi a disposizione.
Al terzo battere sugli scalini, Mattia s’è già tirato su i pantaloni. La cintura no, non l’allaccia, non ne ha il tempo: prima deve far sparire quei corpi nudi, sussultanti dal monitor del suo pc. S’affanna col mouse per qualche istante, cliccando su tette e culi che dardeggiano pericolosamente in uno spasmo di ribellione a quella tempestiva censura. Impreca in silenzio. Ha la camicia fuori dai pantaloni e il cuore in gola. Ma in fondo sa che, se anche il padre aprisse la porta di camera sua in quel momento, non noterebbe nulla: né la cintura slacciata, né l’imbarazzante, inequivocabile rigonfiamento nelle sue braghe.
Infatti, quando s’affaccia sulla porta, Gaspare mostra quella sua espressione vagamente indagatrice, domanda qualcosa al figlio, ma subito dopo gli fa intendere di non voler proseguire nell’ascolto della risposta. Al che Mattia gli rivolge un vacuo sorriso condiscendente e fa il gesto di rimettersi a leggere un messaggio di posta elettronica. S’accommiatano così, senza dirsi nulla.
Come gli capita in questi casi, sollevato per lo scampato pericolo, Mattia spegne il computer rimontato dai sensi di colpa.
Gaspare, invece, prosegue incurante nel tragitto che lo condurrà fino alla porta della cantina, dove, pensando di non essere mai stato scoperto, sul fondo di uno scaffale nasconde una scorta di bottiglie di vino, dalla quale attinge voluttuosamente a più riprese nell’arco della giornata.
Mattia lo sa intento nel suo rituale e prova una profonda vergogna. Detesta, disprezza la sua debolezza. Si domanda come possa credere che lui e mamma non abbiano ancora capito. Al pensiero dello stolido sorriso del padre riflesso nel suo, gli monta la rabbia, tira un calcio alla sedia. Poi corre su per le scale e raggiunge la madre in cucina.
“Dov’è andato papà?” Gli domanda lei. “Chiamalo, digli che è pronta la cena.”
“Papà!…” Grida Mattia da in cima alle scale.
Da sotto giunge un cigolio e il rumore di una porta che si chiude.

30 thoughts on “Brevissimi

  1. E’ un peccato che tu abbia messo questi “brevissimi” tutti assieme, perche’ lungo o breve ogni racconto dovrebbe avere un suo luogo dignitoso. Per questo ne leggero’ uno solo alla volta.
    Di Fall apprezzo il ritmo lento che contrasta con la sua brevita’ (come se la penna se ne facesse un baffo dello spazio esiguo a sua disposizione). E’ un’ottima scelta questo privilegiare il dettaglio (il differente cadere delle foglie, la loro raccolta meticolosa) relegando la trama della vicenda all’ultima riga (l’abbandono della casa, il cambiamento nello stile di vita).
    Indubbiamente piaciuto,
    ml

  2. Grazie Massimo. Mi fa molto piacere. E’ un brano che, pur nella sua brevità, mi ispira molto; ricordo, suggestioni. Si sofferma su un particolare momento di mutazione; trasposto nel calar della sera, nell’incipiente stagione autunnale, nella caduta delle foglie al suolo…
    Hai ragione, comunque, avrei dovuto pubblicarli diversamente. C’è un perché, anzi due: quello che ho inserito nelle “sezioni” poesia, brevissimi, ecc. era (quasi tutto) materiale che avevo già scritto al momento di “aprire” questo blog (ormai qualche anno fa) e ne ho fatto una sorta di (breve) archivio; l’idea era quella di usare la “home page” come quaderno di lavoro e le sezioni come archivi. In secondo luogo, complice è stata la mia ignoranza nell’utilizzo dello strumento (non che abbia fatto nel frattempo chissà quale progresso) e delle dinamica dei blog stessi…
    In futuro, comunque, gestirò la cosa diversamente.
    A proposito di “home page”, anche se vado fuori tema, ne approfitto per suggerirti (se non l’hai già letto) questo articolo (https://vibrisse.wordpress.com/2016/02/21/home-vince-il-premio-strega-2016-libro-originale-unico/), spunto di riflessione sui blog (e non solo) e il futuro del libro scritto (e dell’editoria); del leggere e dello scrivere, anche in modo partecipato e interattivo, come avviene qui, fra di noi.
    Tornando a noi, quindi, ti ringrazio del tempo dedicatomi e del rimando. Amo ed amerò sempre la pagina scritta, il libro (anche quello di carta), frutto di un’arte e di un lavoro autentici, maturati e profondamente vissuti, attraversati. Trovo, tuttavia, che sia una grande fortuna avere la possibilità di conoscere e farci conoscere, di mettersi in gioco e in discussione; è l’occasione di scambio, di discussione e suggerimento, di reciproca contaminazione offertaci dalla rete e che noi stessi ci concediamo. Trovo che sia un modo di scoprire, che in questo modo si possano trovare voci (non solo scritte) davvero interessanti e generose. C’è ricerca, movimento, approfondimento in tutto questo. C’è conoscenza e testimonianza, condivise. Umanità. E letteratura, sì, talvolta, anche letteratura.
    Grazie, Massimo, del tuo contributo.

  3. Perché li hai pubblicati tutti insieme?
    Io verrò e ne leggerò uno per volta e ti dirò.
    Così non riesco e mi dispiace molto.
    Ho letto in velocità Fall e… mi piace, sì.
    Lo devo rileggere.
    Solo alla fine c’è una trama. Molto interessante.
    Subito prima però “Immerso nel mio vapore, ricordai allora l’odore della terra umida e di un fuoco acceso chissà dove.”
    Ho apprezzato molto questo.

    A presto!
    Un sorriso
    gb

    • Grazie gb! Del tuo passaggio e del tuo giudizio generoso.
      Tu e Massimo avete ragione. D’ora in avanti gestirò meglio i testi che scrivo (un coctail d’inesperienza e miopia comunicativa la mia!).
      A presto, allora, e grazie ancora.

      • Sì, è un peccato postarli tutti insieme.
        Dopo una bella musica ci vuole silenzio per gustarne un’altra.
        Non trovi?
        Grazie a te.
        A presto!
        Un sorriso
        gb

  4. NELLA NEBBIA:questo più che un brevissimo a se stante mi sembra il frammento di un racconto più ampio. Non che non regga da solo ma sento l’io narrante proiettato ad un passato comune con gli altri e ad un futuro solitario. Mi piace la scelta dell’ambientazione, immagino sia la sosta notturna durante un trekking invernale tra un gruppo di amici che si ritrovano dopo i tempi del college. Mi sconcerta un po’ la scarsa unità del gruppo, voglio dire alcuni sono indubbiamente italiani, altri anglosassoni (americani probabilmente) una presumibilmente francese e mi è difficile quindi attribuirgli un passato comune a scuola, ma riconosco che è possibile (però è uno dei motivi che me lo fa percepire “frammento”)
    ml

    • Grazie Massimo. Il tuo commento è prezioso e rivelatore. Ovviamente non posso eccepire. Hai ragione, “Nella nebbia” non è, non appartiene al genere del racconto. E’ un qualcosa di poco definito e poco afferrabile. Una suggestione, l’impressione di una notte. Andrebbe inserito in una narrazione più ampia, in grado di dare coerenza e di portare alla luce i vari personaggi, le loro storie (le modalità con le quali sono entrati in contatto). Il loro passato e le proiezioni future.
      E’ una cosa cui mi capita di pensare spesso, comunque: se il mio modo di narrare (peraltro alquanto frammentario e occasionale di suo) sia in grado di affrontare il racconto; se i miei racconti, in fondo, non siano altro che dei frammenti di vissuto trasposto o di un narrato informe più ampio (romanzo?), cui non sono in grado di dare respiro (anche solo per pigrizia). Sento che queste tessere potrebbero trovare più dignità e significato all’interno di un tessuto in grado di contenerle e sostenerle. In cambio, scrivere un racconto, anche e soprattutto se molto breve, è un’arte che richiede una capacità di visione e prospettiva, una forza compatta e nitida, una sensibilità e un’intelligenza che forse non mi appartengono.

  5. IL BIANCO E IL NERO

    “Se mi permettesse di amarla.
    Se solo fossi in grado di farlo.”
    Oh, volere e riuscire a eliminare quel “Se”…

    Mi è piaciuto molto, sì.

    Questo mio commento è a una mia prima lettura a caldo.

    Ti sorrido
    gb

    • Già, gb. La partita, quella vera, si gioca proprio lì, intorno a quei “se”, alle limitazioni che da soli ci diamo, più che alla volontà o alle mosse dell’altro (che non è un avversario, ma la parte opposta e complementare di un binomio, come lo sono Yin e lo Yang).
      Grazie del rimando e del tempo che dedichi a questi scritti.

      • E’ un piacere per me.

        Sì, tutta la partita si gioca intorno a quei “se”, alle limitazioni che sono in noi e che non vogliamo o non riusciamo a superare e all’agire dell’altro che non è un avversario anche se talvolta può divenire tale.
        Oh, quei “se”…

        Grazie, Paolo.
        Sorriso
        gb
        Buona serata.

      • Amici o nemici. Dipende da noi. E’ la nostra libertà. Di essere ed accettare. Di scegliere… andare oltre il “se”.
        Grazie, gb, buona serata a te.

  6. E’ la nostra libertà, sì, che non sempre siamo in grado di gestire e… allora ci fermiamo ai “se” non andando oltre purtroppo e perdendo molto.
    Questa è la realtà, Paolo, secondo me.
    Sì, dipende da noi. E’ vero.
    Siamo però sempre capaci di gestire tutto, anche la nostra libertà, con chiarezza?
    Non credo. No, non credo.

    Un sorriso per te e la tua sensibilità
    gb

    • Sono con te. Non basta una vita. E’ qualcosa di più grande di noi. E’ insieme Grazia e Condanna. Il sale della vita.
      Torneremo di certo a parlarne.
      Grazie del sorriso.

  7. IL BIANCO E IL NERO
    questo è un racconto perfetto, compiuto.
    tutto accade attorno alla scacchiera, prima quella del gioco poi quella del letto.
    Gli scacchi sono una simbologia abusata ma tu riesci, nelle prime righe soprattutto, a dargli nuova linfa: il modo in cui lei accarezza l’alfiere, il bene e il male (maschio!) attribuito ai due colori, il lento disporre dei pezzi, la svogliatezza di lui, l’utopia di lei che pensa che basti avere la prima mossa per poter imporre il proprio gioco (dentro e fuori dalla scacchiera).
    piaciuto incondizionatamente.
    ml

    • Siamo d’accordo allora, ml, su questo racconto breve di Paolo.
      Già mi era piaciuto molto ad una mia prima lettura a caldo.
      Poi ho visto anche tutto quello di cui tu parli e su cui concordo.
      E la scacchiera del letto non può non finire con un ““Vai via, lasciami sola”, dice schiacciando la faccia sul cuscino.”
      E subentra un silenzio fitto con tanti spigoli che fanno male.
      Un silenzio freddo e sterile.

      Che racconto compiuto, bello bello è questo tuo, Paolo.
      Grazie.
      Sorriso
      gb

      • E la scacchiera del letto non può non finire che con un ““Vai via, lasciami sola”, dice schiacciando la faccia sul cuscino.”
        Non ho battuto il “che” prima. Mio refuso. Chiedo scusa. 😉
        gb

      • E generosissimo gelso “di cui non conosco il nome”.
        Grazie a tutti e due. Del tempo e della lettura che mi dedicate.
        Attraverso i vostri occhi vedo anch’io cosa è racchiuso in quelle righe. Davvero la scrittura ci fa miopi artefici. Forse ciechi. La metafora di Omero. A volte serve il senso di chi legge o ascolta per decodificare e comprendere. E’ una bella metafora della vita.

      • Grazie sempre a te, Paolo, anche per le tue repliche molto centrate come questa che hai dato a me.
        Io sono gelsobianco, una donna che ama molto leggere e cerca di entrare anche tra le righe.
        Non ho un blog da nessuna parte.
        Sono una “commentatrice”. 😉
        Un sorriso
        gb
        Buon pomeriggio.

      • Bene, non mi piaceva chiamarti “gb”, né osavo estendere… Le tue letture e i tuoi arricchenti commenti sono oltremodo graditi qui, sei e sarai sempre la benvenuta gelsobianco.

      • E gelsobianco ti ringrazia ancora.
        🙂
        gb
        Chiamami pure gb. E’ più veloce da scrivere.

  8. TALIS PATER
    racconto lineare che in brevi tratti delinea le zone d’ombra nei rapporti familiari (ma queste si potrebbero estendere anche ai rapporti sociali): ciascuno ha un proprio armadio dove conservare uno scheletro, probabilmente anche la madre che qui si vede di sfuggita. Mi piace come descrivi l’intransigenza di Mattia, una severità morale che sa di frustrazione perchè nè lui nè il padre cesseranno di coltivare i propri vizi. La madre, al contrario, sembra tollerare pur vedendoli i segreti di marito e figlio.
    ml

  9. Decisamente una pessima idea quella di pubblicare di seguito tanti racconti. La vista di questa pagina così affollata di testi e commenti crea un senso di confusione mentale che non giova alla lettura. E’ come se invece d’avere davanti le pagine di un libro, avessi innanzi un rotolo o un nastro lunghissimo.
    Chiusa questa parentesi di disappunto, non posso che elogiare la tua capacità di analisi della realtà esteriore (o materiale) e quella interiore (o spirituale). Riesci a creare in poche righe immagini e personaggi ricchi di sentimenti che stimolano nel lettore evocazioni di fatti e stati d’animo vissuti.
    Ho letto soltanto FALL e NELLA NEBBIA, ma come tutti gli altri tornerò a leggere.
    Complimenti ancora.

    • Grazie della visita Marcello.
      Hai perfettamente ragione nel fare la tua lamentela. Oggi me ne rendo ben conto. Il giorno in cui aprii questa pagina di quaderno, non avevo chiara idea di come sarebbe stato meglio consultarla e rileggerla, dopo. Magari un giorno riordino.
      Nel frattempo grazie del generoso giudizio che dai alle mie capacità. E spero tanto di poter dare ancora fiato e spazio alla passione che le rende possibili.
      A presto!
      Paolo

  10. IL BIANCO E IL NERO
    E’ la storia delle regole e della decisione di seguirle. Le regole che ha scritto qualcuno che non sei tu e non è lei. Ma l’assunto è che le regole ci sono e vanno seguite. Muove il bianco e poi il nero. Una mossa e una contromossa. Non si può farne due in fila. Né tre. Né quattro. Che si chiama rivoluzione. Non si possono mettere i pedoni in seconda fila. Non si può correggere la elle del cavallo, nemmeno nel nodo del corsivo. “L’amore non ha forma, non ha geometria, non servono strategie”. Ma i quadrati nel quadrato sono come piccole gabbie dove si rinchiude altro, ma non l’amore. La libertà è una conquista delle solitudine autentiche. Delle solitudine appunto. Ma il gioco a due ha tanti più lati di un regolare quadrato, fatto di angoli retti, linee perpendicolari. E’ qualcosa di scaleno. Per essere quello che sei e poter amare. Per essere quello che sei e lasciarti amare.

    • “La libertà è una conquista delle solitudine autentiche”… Quanto è vero. Non mi piace citare la parola amore. In fondo, in sé nemmeno esiste. Tuttavia quello che è racchiuso nelle azioni e nelle scelte, che alla fine chiamiamo amore, quel nostro essere e coabitare un nucleo, uno spazio con l’altro, non può avvenire se non sono due libere “solitudine” a incontrarsi.
      Quanto mia piace la parola che hai usato: “scaleno”. Suona perfetta: inclinata, irregolare, imprevedibile, sghemba. Come la vita. Con tuo permesso, credo che la userò.
      Grazie del tempo che mi hai dedicato.
      Ho trovato la via di “casa tua” e tornerò presto a leggerti.
      Un saluto,
      Paolo

      • Le parole non sono di nessuno, un elenco neutro dentro il dizionario. Ognuna con una o più definizioni. Scrivere è l’arte di sceglierle, e infilarle una dopo l’altra, come le perle in una collana. La poesia è una collana senza il filo. Puoi infilare scaleno quando ti piacerà, in una collana a venire, con o senza filo, o senza chiusura, o a doppio filo.
        Ciao
        LPR

      • “Collana di perle senza fili” la poesia.
        Hai proprio ragione.
        Hai reso la sospensione e la possibilità di accostare (di chi compone, di chi legge), liberamente.
        Grazie LPR.
        A presto!
        P.

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