Ancora sto qui

Un estratto – con qualche a capo in più – dei Diari di Kafka.

Mi ha colpito molto.

Il sogno, la sensualità, la caduta. Verticale, senza fine.

La modernità di scritti come questo.

Ancora sto qui

nella mia sofferenza

ma già mi viene incontro dietro a me la mostruosa macchina dei miei piani;

la prima piccola piattaforma scivola sotto i miei piedi

ragazze nude

come nei carri di carnevale di terre migliori

mi portano all’indietro su per i gradini

io fluttuo sospeso

visto che le ragazze fanno lo stesso

e sollevo la mano

e ordino la pace.

Cespugli di rose mi stanno accanto

bruciano fiamme di incenso

vengono abbassate corone di alloro

si spargono fiori davanti e sopra di me

due trombettieri, come fossero formati di pietra squadrata

suonano fanfare

piccola gente corre intorno in massa ordinata dietro ai capi

i posti liberi, vuoti, bianchi, tagliati dritti

diventano oscuri, mossi e sovraffollati;

sento i limiti degli sforzi umani e faccio

dalla mia altezza

con sforzo e abilità piombatami improvvisamente addosso

il pezzo di bravura di un uomo serpente ammirato molti anni fa…

E già cinquanta code di diavolo mi spazzano il viso

il terreno diventa molle

affondo con un piede

poi con l’altro

le grida delle ragazze mi inseguono fino in fondo

in cui sprofondo verticalmente

in un pozzo che ha il diametro del mio corpo

ma una profondità senza fine.

[liberamente tratto e rielaborato dai Diari 1910-1923 di Franz Kafka]

5 thoughts on “Ancora sto qui

    • Grazi Flavio.
      Come sempre cogli e vai oltre.
      In questo periodo, in modo del tutto istintivo, sono stato attratto dalle opere di Kafka e dei suoi contemporanei mitteleuropei. Solo nel ritorno ai suoi scritti ho capito il perché.
      La pandemia, i suoi effetti sulla nostra vita, ovvero quanto da me personalmente sperimentato, oltre ad altri fattori di cambiamento epocale (socio-politico, culturale e comportamentale) già in corso, mi fanno fortemente immedesimare e me li fanno rivalutare non solo come “moderni”, ma addirittura “attuali”. Continuo a pensare al Processo, a una condizione imposta e incontrovertibile, nemmeno discutibile. Il mondo mutante in cui viveva Kafka (lavorava in un ufficio di assicurazioni per operai – possiamo ben immaginare a quali legalizzate ingiustizie poteva assistere e indirettamente partecipare ogni giorno!), il presentimento del crollo di un impero ormai decrepito e marcio che si manifesta unicamente attraverso emanazioni e organi burocratici soffocanti ed enigmatici, della catastrofe del conflitto mondiale, producono ansia e insopportazione che, da piccolo borghese qual’è, non può che manifestare in forma di epica-satirica-fantastica narrazione, cui un genio come Chaplin riuscirà a dare perfetta eco a distanza di 25 anni con il suo Grande Dittatore… Quello che mi avvicina alla visuale limitata e intima, quasi onirica (ma puro effetto di un mondo esterno perfettamente reale) di Kafka è l’inesorabilità di una situazione direi “istituzionale” che non viene messa in discussione. Sono i suoi emissari, burocrati, gendarmi, giudici e avvocati, oltre al povero malcapitato di turno, ad essere messi alla berlina di una satira che rasenta ogni momento l’orrore (anche qui il genio di Chaplin…). Ma l’inspiegabile, l’inarrivabile, l’incontestabile istituzione che genera l’assurdità di situazioni quali i continui Processi senza motivazione, non è messa in discussione…
      Ecco. L’evento pandemico e la riduzione della libertà indotto da un ordine istituito composto da una serie di organi e organizzazioni, governative, sanitarie, “istituzionali” (che io non discuto e non posso discutere)… mi ha fatto e mi sta facendo vivere qualcosa di simile all’impotente ed estraniante esperienza che pervade le opere di Kafka (in particolare il Processo e il Castello).
      Ecco il bandolo. Scoperto solo riattraversando scritti quasi dimenticati, ma ancora terribilmente potenti e attuali.

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